VII.
Quando tornammo dal mare, nonostante mi fossi segato al rudere, ero ancora su di giri. Le fantasie masturbatorie variavano da Claudia a pecora fra gli eucalipti, a Vittoria alla missionaria nel letto rosa, al venire di nascosto nel contenitore della crema solare; più altro riguardante ricordi e pensieri su miei coetanee. Sapevo che inevitabilmente mi sarei sfogato anche in doccia, ma, per qualche motivo che non ricordo, quel giorno persi l'attimo e non fui il primo della fila. Mentre attendevo il mio turno in quella infinita processione, sfogliavo la guida turistica seduto al tavolino. A un certo punto una voce mi distolse dalla lettura: da fuori giunse al mio orecchio la risposta di Antonia a Marta che chiedeva chi vi fosse in doccia: "Vittoria". Alzai la testa, e il letto dove stava sdraiata poco prima era vuoto. L'intero camper era vuoto. Guardai fuori dalla finestra: Antonia e mia madre chiacchieravano sedute, fumando una sigaretta; Marta e Claudia stendevano gli accappatoi madidi vicino ai costumi. Non sapendo nemmeno io cosa avrei ottenuto, mi alzai e nel modo più casuale possibile andai al lavandino della cucina a sciacquarmi il viso, per origliare lo scroscio irregolare della doccia al di là della porta del bagno. Capendo che non c'era null'altro da ricavarne, tornai al mio posto.Quando sentii sbloccarsi la porta, alzai appena appena gli occhi e finalmente la vidi uscire nel suo accappatoio rosso, con una salvietta in una mano ed i vestiti sporchi nell'altra. Con la testa piegata da un lato, si sfregava i capelli biondi con l'asciugamano. Si fermò davanti ai nostri letti e buttò sul suo materasso quel che aveva in mano. Con quei capelli inumiditi, il suo taglio pixie sembrava ancora più pungente. Si sfregò l'accappatoio lungo le gambe, quindi prese dalla sua valigia un paio di slip e se li infilò da sotto il panno rosso, creando per un istante un lungo spacco che disvelò i fianchi nudi. Palesemente non sapeva che fossi lì. Così non fiatai, restando nella posa di quello che sta leggendo e che non si è nemmeno accorto della sua presenza: ero pronto ad abbassare immediatamente lo sguardo sulla rivista non appena lei mi avesse notato. Intanto in tutta tranquillità si sfilò l'accappatoio, rimanendo in mutande: per una frazione di secondo potei vederle il profilo dei seni; ma subito si girò dandomi la schiena. Adesso quelle rotondità erano appena accennate in un leggero rigonfiamento ai lati della sua sagoma. Con un movimento delle mani, come se stesse svolgendo una matassa, allargò una maglietta, pronta ad infilarsela. E in quell'istante, con le braccia un poco sospese, mi vide con la coda dell'occhio. Si voltò col viso a guadarmi e io da bravo cretino rimasi fermo lì, a guardarla a mia volta. Mi si era rotto il meccanismo. Per un attimo smisi di respirare.
Mi parve quasi che le sue labbra accennarono un sorriso, ma non ne ero affatto sicuro. Dal suo sguardo non percepii collera, sdegno o altro. Nemmeno sorpresa. Quindi voltò la testa come se nulla fosse, mostrandomi la nuca in un inchino accennato nel mentre che si infilava la maglietta, lentamente; calando piano il sipario su quella tela di carne.
Dopo una doccia rinvigorente con masturbazione annessa, mi sentivo rinato. Passai la cena in uno stato di grazia e, ammetto, mi divertii pure (mi proposi persino, una volta tornati a casa, di sviluppare i rullini che Antonia mi raccontò d'aver trovato qualche tempo prima in un cassetto, vecchi di decenni). Mi sentivo i muscoli rilassati, la pancia piena, la testa vuota. Cominciava ad essere una vera vacanza anche per il sottoscritto. Pian piano le donne, chi prima chi dopo, augurarono la buonanotte e sparirono nel camper. Le ultime a lasciare il tavolo furono Antonia e Vittoria. Restai solo a godermi il frinire dei grilli, sovrastato dagli ombrelli neri dei pini domestici. Oltre lo spigolo posteriore della nostra abitazione ambulante, faceva capolino l'alone luminoso irradiato dalla finestrella del bagno, accesa. Lungo il corridoio il via vai di calcagni nudi. Il rettangolo sopra il muso del camper si spense: mia madre e Antonia erano a letto.
Notai che cominciavo a saltare qualche secondo di quel canto di grillo: mi stavo abbioccando.
Mi alzai a fatica dal tavolo e rientrai anche io, chiudendo la porta. Quando mi voltai vidi una cosa inaspettata. Proprio all'altezza dei miei occhi, sul mio letto, stavano, una fianco l'altra, una trousse vuota e una vestaglietta. Le vestaglietta di Vittoria. Una scarica adrenalinica mi svegliò di colpo: il cuore accelerò e l'epinefrina ormai in circolo mi solleticò fredda la nuca. Era di un blu notte, rilucente nella sua seta. Non aveva pizzi ed era di taglio più geometrico, rispetto a quella azzurra della prima sera: stava ben stesa, col finale a pendere sul bordo della cuccetta. Dal bagno chiuso sentì sputare nel lavandino. Le sagome di Marta e Claudia occupavano i rispettivi giacigli; dalla grotta sopra la cabina di guida si propagava il russare di mia madre. Ancora una volta oltre a quella porta c'era Vittoria. <Anche questa sta cominciando a diventare una tradizione...>. Udendo appena lo scorrere del rubinetto e uno sfregare di spazzolino, mi arrischiai e col cuore in gola avvicinai il viso all'indumento nella speranza di captare qualche odore. Chiusi gli occhi ed inspirai: <Forse... o forse no>. Voltandomi piano, mi assicurai che dai letti bui tutte sembrassero dormire, o che perlomeno nessuna fosse girata nella mia direzione; quindi affondai il naso in quella veste di seta. Riconobbi l'odore che accompagnò il mio incedere nel nero di quella notte a casa da Marta. Per un attimo mi parve di esser tornato lì, a distinguere confusamente quella schiena buia nel buio della stanza. L'acqua corrente si zittì e il chiavistello del bagno scattò. Impanicato feci un balzo fino al tavolino, non facendo in tempo a sedermi. "Ah, eccoti qui. Io vado a letto" mi disse. Io feci finta di essermi appena alzato dalla seduta, recitando uno sgranchimento di gambe. Vittoria si arrestò davanti ai nostri letti: "Oh! Ho lasciato qui la mia roba, scusami. Pensavo fossi ancora di fuori...". Passandole di fianco farfugliai agitando la mano "Nulla, 'nulla..." aggiungendo un: "Mi lavo i denti e vado a dormire anch'io. Così non ti infastidisco con la mia luce"; "Tranquillo, io dormo comunque, non mi dai fastidio" mi assicurò lei, mentre prendevo spazzolino e dentifricio dallo zaino. Mi infilai in quel ripostiglio di bagno e mi lavai i denti il più in fretta possibile, sperando che non si cambiasse senza di me. Sputai, mi sciacquai sommariamente il viso e asciugandomi con l'interno del gomito feci per uscire, quando notai che tutto era già avvolto nella penombra. Il corridoio era buio e tutte le luci erano spente. Di Vittoria non c'era traccia: era già nel suo loculo. Avanzai piano strisciando la punta delle dita lungo la parete, fino al mio letto. Mi ci stavo per arrampicare quando da sotto una voce sussurrata mi chiese: "Vuoi che accenda la luce?", al che risposi altrettanto sottovoce: "No grazie, ce la faccio senza. Buona notte". Mi issai e m'infilai sotto le coperte.
Cercai di ricordare l'odore di quella vestaglia, ma non ci riuscii. Riportai alla mente la sensazione della seta sotto le dita, la balza ruvida e il liscio caldo improvviso del suo sedere. Il bollore della fica umida. <Devo segarmi>. In una manovra ormai rodata, mi girai sul fianco e cominciai un lento su e giù tenendo un poco sollevata la coperta, per minimizzare gli sfregamenti e scongiurare ogni possibilità di venir scoperto. Una svelta sega disperata era pertanto proibita. Inoltre, quel flemmatico massaggio induceva uno stato di rilassatezza tale che credetti d'addormentarmi prima ancora di venire.
Il tingersi improvviso della parete mi destò da quel torpore. Qualcuno aveva accenso la luce. Vittoria, aveva acceso la luce. Restai immobile e chiusi gli occhi fingendo di dormire. Sentii smuoversi le coperte sotto di me, quindi il materasso rilasciare le molle, e dei passi allontanarsi. Un click secco e una porta che si chiudeva. Poco dopo l'inconfondibile sgocciolare sommesso di qualcuno seduto sul water. Aprii gli occhi e vidi la stella polare della lucina notturna di Vittoria irradiare il suo arancio nel cielo buio del forno. Mi sporsi dalla cuccetta e vidi due spiragli di luce filtrare sopra e sotto la porta del bagno. Nella quiete cadenzata dal russare di mia madre e di Marta, si sentì un rullare di carta igienica, il consueto strappo ovattato, e poco dopo lo scorrere flebile dello sciacquone da camper. Le due lame di luce sparirono con un click, e i cardini della porta frusciarono nell'ombra. Io mi ero tirato indietro all'istante, e cercando di fare il meno rumore possibile tornai sul fianco, mentre i calcagni di Vittoria accorciavano la distanza. Appena sentii il materasso rispondere al peso del suo corpo, riaprii gli occhi. Ecco che vedevo la sua sagoma seduta, riflessa davanti a me. Nello sdraiarsi, per un istante intravidi la sua testa, nuovamente tagliata dall'orlo del vetro: prima, da seduta, scompariva oltre il bordo superiore; ora, da distesa, da quello di destra. Nella penombra il petto, le braccia e le gambe risplendevano. Aguzzando la vista mi pareva di distinguere quel suo sole tatuato tremolare sul ciglio della scollatura. Cercai di assorbire ogni dettaglio di quella visione prima che sparisse con lo spegnersi della lampadina. Ma invece che allungarsi verso l'interruttore, il braccio di Vittoria prese il lembo della coperta e se la spostò dietro di sé, così da scoprirsi anche le caviglie. Poi, con un impercettibile fruscio, fece scorrere la mano lungo il fianco, fino al bordo inferiore della camicetta, e, come la sera precedente, cominciò a sollevarla lentamente, tirandola verso il suo petto. Non potevo credere ai miei occhi. <Dev'essere un qualche tipo di parafilia. Di feticismo...> Ma il fatto che non si toccasse mi lasciava perplesso. <Forse avrà solo caldo. O magari è sonnambula.> conclusi. Mi sentivo come i ragazzetti di quei film erotici che spiano la zia in déshabillé (e giunsi alla constatazione che nessuna della ragazze che avevo frequentato avesse mai indossato per me una vestaglia da notte). Fremevo tutto dall'eccitazione. L'azzardo di quella situazione mi faceva affiorare la tensione da sotto la pelle. Vedendo il comparire regale della leggera peluria fra le cosce, mi strinsi il cazzo quasi a farmi male. Non resistendo più ricominciai la mia lenta masturbazione in contemplazione di quel corpo seminudo. Il disvelamento si fermò giusto all'attaccatura dei seni, al principiare di quelle sacre colline. Non ressi più e venni nel lenzuolo. Cercavo di frenare l'ansito delle mie narici. Sentii una mollezza post-orgasmo appesantirmi pian piano. Non ricordo se la vidi coprirsi, non ricordo nemmeno se si spense la luce: m'addormentai esausto.
Quella notte ebbi un sogno (così eccitante che lo ricordo ancora perfettamente). Claudia, completamente nuda, stava sopra di me, impalandosi col mio cazzo. Eravamo in una sorta di spiaggia deserta, e la osservavo sobbalzare sopra il mio bacino ansimando forte. I seni ballonzolavano chiedendo d'esser afferrati. Io allora glieli stringevo, tirando a me quelle sue areole sporgenti. Lei si chinò a infilarmi la lingua in bocca; poi si ritrasse, si sollevò quanto bastava per sfilarsi il mio uccello dalla vagina, e liberò uno scroscio bollente di piscia. Il getto caldo esondava sul mio cazzo durissimo, colandomi sui fianchi.
Al mattino mi svegliai con ancora quella sensazione addosso, chiedendomi come sarebbe stato davvero. (Scoprii cosa si prova soltanto anni dopo, grazie ad una ragazza disinvolta e parecchio porca).
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Aggiunto: 3 settimane fa
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