L'emozione di quell'esperienza, sommata alla frustrazione del non averne potuto godere, alimentò le mie fantasie erotiche per parecchie seghe a venire.
L'altro avvenimento che contribuì fortemente all'onanismo di quei giorni avvenne di lì a qualche settimana. Accadde un martedì pomeriggio.
Ero appena tornato dal lavoro. Piovigginava a intermittenza. Nel parcheggiare, vidi il signor Michele procedere a passo svelto verso la sua Volvo, con degli scatoloni in mano. Spensi il motore e restai ad osservarlo, attendendo che la pioggia sfittisse un poco: l'uomo faceva avanti e indietro dal palazzo alla macchina, trasportando contenitori vari. Riconobbi una cassetta porta attrezzi e delle cartellette da disegno. Stava ammassando tutto nel suo immenso portabagagli. <Nella mia Uno non ci starebbe un terzo di quella roba...>.
Sentendo il diradarsi della pioggia sul mio tettuccio, decisi di uscire dall'auto e svignarmela prima che mi incastrasse come suo solito. Con una corsa raggiunsi il portone, ma dovetti aver sbagliato la tempistica, perché venni subito raggiunto dalla sua voce: "Salve! Come andiamo? Ha visto che roba prima?! Il temporale?". Mi girai e vidi l'uomo saltellare fra le pozzanghere per raggiungermi sotto la tettoia dell'ingresso. "No, da me non ha fatto così brutto, ha solo piovuto. Ma comunque, stando in ufficio è lo stesso..." gli risposi facendo passare le chiavi del mazzo. "Qui invece un acquazzone! Fortuna che ha smesso, sennò a caricare la roba ci sarebbe stato da ridere...". Gli sorrisi sperando che lasciasse cadere la cosa senza ulteriori spiegazioni, ed inserii la chiave nella toppa. Com'era prevedibile, fu una speranza vana. "Sa, devo andare a Verona per un lavoro ma il camioncino che solitamente usiamo per il trasporto s'è rotto proprio due giorni fa, ci crede?", s'infilò nel portone dietro di me, seguendomi: "Così mi tocca portare tutto io. Sia mai che lo faccia qualcun altro!... Fortuna che ho la macchina grande!"
"Eh già" presi le scale. Quello mi venne dietro: "Mancano giusto due cose ed ho finito. Anzi, ora che pioviggina appena, non è che mi darebbe una mano, così in un viaggio solo ho fatto e se mi chiamano posso partire subito".
<Ovviamente! Non vedevo l'ora!> "Certo, non è un problema. Se non è troppa roba...."
"Macché macché sono giusto le ultime cose: facciamo in un lampo. Poi le offro un caffè, che ne dice?"
"Dico che il caffè non lo bevo." gli risposi voltandomi in un sorriso.
"Allora le offrirò qualcos'altro".
Arrivati al nostro pianerottolo, Michele aprì la porta del suo appartamento: "Aurora??! Non hanno ancora chiamato??". Poi aggiunse, guardando un angolo dell'ingresso un poco ingombro: "Ah ci va di lusso! Ricordavo mancasse più roba da portar giù!". Subito un crepitio di zampette sopraggiunse rapido e il mio vicino si fece più grosso che poté per bloccare il passaggio al cane: "Fermolìtu!". Questo saltellò un paio di volte poggiandogli le zampe sulle gambe, quindi fece dietrofront e svanì nel corridoio.
Michele prese tre tubi portadisegni che erano poggiati nell'angolo e me li porse: "Ecco qui. Poca roba ha visto?". Poi sollevò l'ultimo scatolone rimasta e urlò in direzione del corridoio: "Io scendo!". La voce della donna ci arrivò da là: "Non ha chiamato ancora nessuno!". Mentre io mi avviavo verso l'ascensore, lui accostò piano la porta, tenendo la scatola con una mano: "Ah, metti su la moka, che quando torniamo prendiamo un caffè."
"Torniamo? tu e-" la frase venne troncata dalla porta che si chiuse.
Mentre io mi schiacciavo in un angolo, coi tubi di plastica contro il petto, l'uomo s'infilò nell'ascensore con lo scatolone, esultante: "Evualà, un lampo, visto?".
Mentre lo guardavo caricare le cose sui sedili posteriori della Volvo, un urlo ci raggiunse: "Micheleee!! Micheleee! Han chiamato!". Alzammo la testa e vedemmo Aurora al balcone: stretta nella sua vestaglia rossa, teneva le braccia conserte a proteggersi dalla brezza fredda. Ormai aveva smesso di piovere, ma l'aria era pregna d'umidità. "Han detto che richiamano fra cinque minuti! Preparati!". L'uomo buttò un occhio all'orologio da polso: "Un caffè ce lo facciamo lo stesso. Nel caso, aspetteranno. Minuto più minuto meno...". Sua moglie restò ad osservarci per qualche momento dalla balaustra, poi, prima di rientrare, mi fece un cenno con la mano.
In ascensore, lo sentivo ricapitolare a bocca stretta cosa aveva preso e cosa gli mancava da fare: era palesemente assorto nel suo programma di lavoro.
Sentendoci aprire la porta, sua moglie ci accolse dalla cucina. "È pronto il caffè?" l'appellò Michele. "Un momento! L'ho messo sù un minuto fa!".
L'uomo si sedette al tavolino poggiandovi i palmi aperti: "Che abbiamo, per il nostro amico qui che non bene caffè?" le fece, in tono spiritoso.
"Non saprei... le solite cose... amari, limoncello..." la donna aprì il frigo: C'è la birra... una Coca Cola?".
Il marito indicò un contenitore di plastica tondeggiante sul piano cucina, sotto dei piatti floreali appesi, in pendant con la zuccheriera: "Dagli lo yogurt. A cena gli era piaciuto, lo yogurt. Non è vero?" mi guardò.
"È ancora troppo caldo, deve raffreddarsi. Ci vogliono almeno tre ore ancora perché si addensi e raffreddi"
"Mannò che va bene così, fa freddo oggi, se è un po' caldo fa nulla..."
"Michele non insistere, che poi non è buono. Da' retta a me, ci vuole il suo tempo". Compresi che quella scatoletta di plastica fosse un aggeggio per fare lo yogurt. <In effetti, c'ha una spina elettrica>. Decisi di porre fine al dilemma: "La Coca va benissimo, grazie".
Aurora afferrò la maniglia del freezer: "Ci vuole del ghiaccio?"
"No così va bene. Liscia. Grazie mille".
Con la lattina in mano, andò a prendermi un bicchiere, e me li posò entrambi davanti: "Ecco a lei" mi sorrise. La moka cominciò a gorgogliare. "Non prendere la tazzina, fammelo nel bicchiere, così mi sveglia per la smacchinata...".
Tintinnando il cucchiaino lungo i bordi di vetro, a mischiare lo zucchero, il signor Michela aveva cominciato a raccontarmi del suo lavoro. Io fingevo di ascoltarlo mentre la mia attenzione era assorbita dalla figura di Aurora, alle sue spalle. Stava lavando un paio di posate. Quindi, nel riporle nel cassetto, sottostante il piano cucina, si piegò a guardare la macchinetta per lo yogurt. Sotto il rosso della vestaglia, intravedevo la forma di quel culo che avevo ammirato qualche settimana addietro.
La intravidi aprire il coperchio trasparente e intingere la punta del mignolo in uno dei vasetti di vetro che vi erano all'interno, per poi borbottare tra sé e sé: "Infatti. Lo dicevo io...". Voltandosi, stava portandosi il dito alla bocca, quando vide che la stavo guardando. Allora compì quel gesto lentamente, succhiandosi il dito con una palese allusione sessuale, fissandomi dritto negli occhi. Avvampai, sentendomelo smuoversi nelle mutande. Mi sforzai di staccarmi dai suoi occhi castani e tornare su Michele, che inconsapevole di tutto, continuava il suo sproloquio. Annuii dissimulando interesse. Il suo cucchiaino svolazzava nel gesticolare.
Fuori fuoco, dietro di lui, la sua consorte era andata alla finestra: l'indistinta macchia rossa della sua schiena si fondeva con la sua chioma castana. I baffi del marito richiamarono la mia attenzione con una risata improvvisa: "Si rende conto? Roba da matti! Proprio adesso che non abbiamo il camioncino! Cosa pretendono, anche loro...". Non avevo la minima idea di cosa mi stesse dicendo. "Che ci vuole fare. Si fa quel che si può": lo reputai un commento adeguato.
Intanto Aurora s'era girata a guardarci, poggiata allo stipite della finestra. Guardarci, oddio, guardava me. Guardava me e piano si scioglieva il nodo della vestaglia. Io mi sentivo il calore salirmi lungo il collo. L'erezione ormai avviata nei jeans. Cercavo di mascherare la mia agitazione, mantenendo contatto visivo con il mio interlocutore. Ma ad ogni sua distrazione, istintivamente i miei occhi saettavano sulla donna. Ogni volta sempre più discinta: sullo scollo dei seni, compariva ora l'orlo del suo consueto negligé.
Ad un tratto, una sua coscia emerse dallo spacco della vestaglia: la pelle nuda, chiara a contrasto con quel rosso cupo. Vi calò sopra una mano, a scostarsi la veste, rivelando delle mutandine chiare, probabilmente pizzate.
Protese un poco il bacino in avanti e prese a massaggiarsi con le dita lo slip.
Trangugiai un sorso di Coca Cola, che quasi sputai in preda ad un colpo di tosse.
Il signor Michele mi esortò: "Piano, piano, vecchio mio!...", poi accennò a voltarsi verso la finestra: "Cara, dagli un tovagliolo, per favore". Lei s'era richiusa la vestaglia in un lampo, e già veniva porgendomi il quadrato di stoffa.
Mentre boccheggiavo, col tovagliolo all'altezza delle labbra, dall'ingresso il telefono squillò. Michele si guardò il polso: "Saranno loro. Son passati più di cinque minuti". S'alzò e andò a rispondere.
Io, piegato sulla sedia, riprendevo fiato. Aurora era accanto al tavolo, a un paio di spanne da me. Alzai la testa e la guardai negli occhi. "Tu... mi farai morire...". Di tutta risposta lei allungò il braccio, mi tolse il tovagliolo dalla dita e lo poggiò accanto al mio bicchiere. Poi mi prese la mano e se la portò fra le cosce. Io mi voltai subito verso la porta, dalla quale si intravedeva l'ingresso. Suo marito era nascosto dietro lo stipite, ma lo si sentiva parlare: "...dovrete calcolare che la mia auto non è così capiente...". Mi sentii la mano venir strofinata lungo la trina di quelle mutandine. Alzai di nuovo gli occhi sulla donna: fissava un punto alla parete, concentrata, mentre manovrava il dorso della mia mano contro il proprio sesso, stringendomela fra le dita. Io mi sentivo le orecchie in fiamme e i polmoni ghiacciati, rigidi ad ogni respiro.
"...Aspetti che prendo da scrivere" la voce di suo marito improvvisamente s'accostò all'uscio. Aurora mi mollò la mano e fece un passo indietro, andando a poggiarsi al piano cucina. Io mi girai fingendomi assorto nei miei pensieri, e rabboccai il mio bicchiere versandoci dentro tutto quello che era rimasto nella lattina. La voce si riallontanò verso l'ingresso ed io e Aurora tornammo a guardarci. Lei restò con la schiena al ripiano, e continuando a guardarmi, cominciò lentamente a carezzarsi l'inguine, insinuando le dita sotto il bordo della vestaglia. Di colpo se le tirò via: "Scendo un secondo a controllare una cosa in macchina. Arrivo subito." s'affacciò per un istante Michele, trafelato. Quindi sentimmo la porta dell'ingresso sbattere.
La donna s'aprì la vestaglia, saltò col sedere sul piano cucina, allargò le cosce e s'infilò una mano nelle mutandine, da sopra. Prese a strofinarsi veloce, col fiato corto. I suoi occhi mi fissavano. La sua bocca dischiusa spingeva fuori degli ansimi afoni. D'un tratto un urletto esplose nella cucina. Io vibravo d'adrenalina. Volevo correre lì da lei e baciarla fra le gambe ma non avevo la forza d'alzarmi dalla sedia. Mi godevo quello spettacolo coi palpiti del cuore nelle orecchie.
Lei si sfilò la mano dagli slip, ne afferrò la parte anteriore e se li scostò di lato, accartocciandoseli contro l'interno coscia. Libero da quel pizzo, un boschetto di peli castani declinava lungo il suo monte di venere. Quindi prese a penetrarsi la fica con due dita rigide, in un movimento rapido e secco. Iniziarono i gridolini, aumentando di numero e frequenza. Venne scossa da un leggero spasmo: si contrasse un poco, puntando gli zoccoletti contro le maniglie dei cassetti più bassi. Poi, in preda ad un'agitazione improvvisa, si girò verso i piatti floreali alle sue spalle: convulsamente, scoperchiò la yogurtiera ed afferrò uno dei barattolini in vetro che vi erano all'interno. Fece saltare il tappo, se lo premette contro la coscia, di sbieco, con l'apertura verso il suo sesso eccitato, e con l'altra mano ricominciò a masturbarsi furiosamente.
La stanza si riempì dello sciaguattio dei suoi umori. Dopo qualche secondo, cacciò un grido acuto e uno spruzzo fiottò dalla sua fica direttamente nel barattolo. Con un gemito roco ne seguì un secondo, che zampillò anche sul pavimento.
La donna s'afflosciò.
Ci guardammo in silenzio per qualche secondo, lei col fiatone, io col deserto in gola e le guance paonazze. Mi sorrise d'un sorriso spento, spossato.
Poggiò il barattolino accanto a sé, puntellò i palmi sul ripiano e si calò giù, reggendosi a malapena sulle gambe. Poi, allungando una mano, prese l'asciugamano appeso al muro e, stirando un lamento, si chinò verso terra per assorbire con un movimento circolare i propri schizzi sulle piastrelle. Quindi si raddrizzò sulla schiena e si sedette alla sedia occupata poco prima dal marito.
Io invece m'alzai ancora sconvolto e andai alla finestra, aprendola per prendere aria e spegnere con la brezza piovana l'incendio che avevo in faccia.
Dall'ingresso scoppiettò la voce del signor Michele: "Tutto apposto. Non mi resta che partire. Un termos e via...!"
Alla porta, ci congedavamo entrambi dalla donna.
Questa portò al marito il termos che gli aveva appena riempito, e a me il vasetto di yogurt. <Anche questo lo ha riempito lei, in qualche modo> pensai. "È da mettere in frigo." mi disse porgendomelo "Aspetti almeno qualche ora, poi è pronto. Non so, se vuole mangiarlo stasera... o domattina..." non vista dal marito, che si stava infilando l'impermeabile, mi ammiccò allusiva. Michele si tirò su il bavaro, conducendomi fuori dalla porta: "Speriamo non ricominci a diluviare".
Aurora, sull'uscio, ci salutò entrambi. Io m'avviai al mio appartamento e tirai fuori le chiavi di casa. "Sta' attento. E non correre!" chiosò la donna mentre il marito entrava in ascensore. Dallo zerbino, chiavi in mano, girai la testa a guardare le porte automatiche chiudersi e lo spiraglio di luce della cabina scivolare giù, sparendo sotto il pavimento. Quindi tornai indietro, e m'accostai a lei bruciante di voglia. Volevo stringerla a me, ma m'accorsi d'avere entrambe le mani occupate: in una il mazzo di chiavi, nell'altra il vasetto di yogurt. Venni frenato subito dalla sua mano sul mio petto: "Non c'è tempo: sta per arrivare mia sorella". Leggendo la delusione sul mio volto, mi spiegò come a volersi giustificare: "Non sopporta Michele e perciò non passa mai a trovarmi. Dovrebbe venire fra poco, si ferma per cena". Si sporse per assicurarsi che tutte le porte fossero chiuse e che non vi fosse nessuno nel pianerottolo, quindi mi baciò sulla bocca. Separandosi piano dalle mie labbra, mi sussurrò maliziosamente: "Se avessero telefonato prima, avremmo avuto casa libera per un poco. E allora..." mi passò la mano sulla patta, rigida della mia erezione. Una serratura scattò. "Ciao" squittì lei, e chiuse la porta. Io balzai via dal loro zerbino e finsi d'essere appena arrivato dalle scale. Dalla porta accanto all'ascensore vidi uscire l'anziano signore che viveva al nostro piano: con un secchio in mano, strascicava i piedi. "Buona sera".
"Buona sera. Come stiamo?" risposi, passando nuovamente in rassegna le chiavi. L'anziano mi passò a fianco e prese traballante i primi gradini: "Eh... s'invecchia!". Gli sorrisi, un poco imbarazzato.
Lo guardai scendere piano la rampa: <Nonostante questo, però, si fa le scale...>.
Entrai in casa, col mio yogurt ancora in mano. Lo aprii e ne annusai il contenuto cercando un odore che potesse ricordarmi Aurora, o quantomeno le sue mutandine. Non percepii nulla. Andai in cucina e lo misi in frigo. Dopodiché mi sfilai la cravatta, buttai la giacca sul divano e sbottonandomi la camicia andai a letto a farmi una sega.
Più tardi, dopocena, mi gustai per dolce quell'omaggio gastronomico. Ad ogni cucchiaiata, mi si materializzava davanti agli occhi la mia vicina, sul ripiano della sua cucina, che godeva penetrandosi con due dita.
Fece brutto tempo per tutta la settimana.
Il lunedì successivo, di ritorno dalla spesa, rincontrai Aurora.
Avevo appena raggiunto l'ingresso del palazzo (l'ombrello in mano, le buste della spesa poggiate a terra, per poter prendere le chiavi), quando sentii la sua voce chiamarmi. Mi voltai e la vidi affrettarsi col cane appresso: "Apra anche a noi, faccia il favore!". Feci scattare la serratura e spalancai il portone, lasciandoli passare. Quindi entrai anch'io. Entrambi chiudemmo gli ombrelli e li scuotemmo verso terra, in uno zampillio di goccioline. Con le gambe ben piantate a terra, il cane fece lo stesso, sbatacchiando le orecchie e facendo tintinnare l'anello del guinzaglio.
Prendemmo l'ascensore insieme: le buste ai nostri piedi, il cane col muso sollevato ad osservarci.
Guardammo in silenzio lo scorrere dei piani: banda nera che passava nella fessura delle porte. Quando l'ascensore s'arrestò e queste si aprirono, la donna mi venne vicino e mi poggiò la mano fra le gambe: "Per sua sfortuna mio marito è fiscale sull'orario di cena. Non dovessi andare a cucinare, la aiuterei a metter via la spesa..."
"Sarà per un'altra volta" le risposi rauco. Mi schiarii la gola.
Lei mi sorrise provocante. Dopodiché, aprì l'ascensore e andò alla porta di casa, seguita dal cane. Io feci altrettanto. Ci girammo a guardarci reciprocamente un'ultima volta, ed ognuno entrò nel proprio appartamento.
[ lirio.racconti@hotmail.com ]
[ https://substack.com/@lirio642235 ]
Visualizzazioni: 2 254
Aggiunto: 6 giorni fa
Utente:
Categorie:
Etero
Masturbazioni
