Appena chiusi la porta di casa, mi cavai di tasca le mutandine rosse, tutte appallottolate.
Trascinando i piedi fino al divano, mi lasciai cadere a peso morto. Distesi quel gomitolo di pizzo sul bracciolo paffuto, osservai per qualche secondo quegli intrichi floreali in trine sottili, quindi ci affondai il naso. Immediatamente riconobbi il profumo che sentii quando Aurora mi baciò vicino alla bocca. Ma questo faceva da sfondo ad un altro odore, simile a quello delle sue mutandine sporche. Sempre tenendo il naso incollato al poggiolo, sollevai il bacino e mi slacciai cintura e pantaloni. Me lo tirai fuori e cominciai una sega lenta e sostenuta. M'eccitai al pensiero di innaffiargliele tutte, proprio nel punto dove poco prima dovevano esserci le sue labbra calde; ma giunto al dunque mi trattenni dal farlo, e mi scaricai sulla seduta del divano.
Ripulii, ripiegai quel dono rosso fuoco, andai in camera e, dopo averne inalato un'ultima volta la fragranza, le chiusi in un cassetto.
Quindi mi feci una doccia.
Un paio di giorni dopo, andando a fare la spesa, incrociai la proprietaria di quelle mutandine mentre tornava col cane, a passo svelto. Notandomi, nel venirmi incontro, si guardò attorno in un ondeggiare di capelli; quindi sgusciò fuori una tetta facendomi un occhiolino. Un istante dopo il seno sparì nuovamente nel vestito. Mi passò accanto e proseguì senza dire una parola.
Andandosene, ondeggiava un poco i fianchi, certa che le stessi guardando il culo.
Mezz'ora dopo, rientrato a casa, abbandonai le buste all'ingresso e andai a prendere le sue mutandine dal cassetto. Stringendomele fra le dita, dedicai a quel seno magnifico una sega disperata.
Il venerdì successivo, mentre parcheggiavo, con la coda dell'occhio notai una presenza sul balcone dei vicini.
Spenta l'auto, mi sporsi sul volante a guardare: attraverso il parabrezza polveroso potevo intravedere degli zoccoletti conosciuti, affacciarsi candidi dietro l'inferriata scura del terrazzo. Uscendo dalla macchina ne ebbi la conferma: la signora Aurora si stava godendo il sole pomeridiano, sdraiata sul suo lettino.
Sbattei forte la portiera per attirare la sua attenzione. Funzionò: la vidi sollevare la testa indagatrice, quindi puntarla nella mia direzione. Poi mi fece un cenno con la mano. Io alzai il braccio in saluto, chiusi l'auto e andai al portone.
Rincasato, mi tolsi giacca e cravatta, mi lavai via la stanchezza dalla faccia, e preparai qualcosa per pranzo, nonostante l'ora tarda.
L'aglio affettato effuse il suo aroma per la cucina, l'olio sfrigolava verso le mie maniche rimboccate.
Una volta pronto, impiattai e mi sedetti a mangiare.
Dopo qualche minuto il telefono squillò. Fiacco e svogliato, lasciai fare; e finalmente si zittì. Stavo per imboccare un'altra forchettata, quando tornò a strillare. Temendo insistesse oltre una seconda chiamata, andai a rispondere: "Arrivo, arrivo, un attimo!". Sperai di liberarmi subito di quello scocciatore. "Pronto?". Mi sentii chiamare per nome. Era una voce femminile: "Sei tu?". Non riuscivo a riconoscerla. "Sì sono io, chi parla?"
"Sono Aurora". Trasalii. "La tua vicina." ridacchiò la voce.
Riprendendomi dalla sorpresa, cercai di trovare un senso a quella situazione: "Ah... C-Ciao. Dimmi, dimmi pure."
"Scusa se ti ho telefonato, ma ti ho visto prima giù di sotto... e mi sono chiesta se t'avrei trovato nell'elenco telefonico... Non ero sicura dell'indirizzo però" e scoppiò in una risata genuina. Sentirla ridere mi provocò un largo sorriso. Era la prima volta che la sentivo ridere a quel modo. Quando la risata si spense, la donna non proseguì.
Restammo in silenzio. Sentivo appena il suo respiro al ricevitore. Pensare che era dall'altro lato del pianerottolo rendeva la cosa alquanto comica.
Poi la voce riapparve, con un tono differente, un tono che riconobbi subito: “Sto per andare in vasca. Ti lascio la porta aperta”. Riagganciò.
Restai con la cornetta in mano e il suo 'tu tu tu' nell'orecchio. <Questa è pazza...>.
Finsi di prendere una decisione, corsi in cucina, m’ingozzai con ciò che era rimasto nel piatto, buttai giù tutto vuotando il bicchiere e mi fiondai in bagno a lavarmi i denti.
Quindi attraversai in un balzo il pianerottolo e m’infilai nell’appartamento.
Il cane apparve dalla sala e mi gironzolò intorno incuriosito. Feci scattare la serratura, carezzai quel suo cranio coperto di peluria e presi il corridoio.
Più avanzavo verso il bagno, più mi sentivo il cuore in gola.
“Sei tu?” Aurora doveva avermi sentito chiudere la porta. Con l'adrenalina in circolo, aprii l'ultima porta e me la trovai davanti, immersa in un tappeto di schiuma, intenta a passarsi una spugna arancione lungo il braccio. I capelli raccolti abbandonavano qualche rivolo nero ad appiccicarsi lungo la nuca. I seni scivolavano in quella coltre bianca, scomparendo dove la curva piegava in rotondità. I capezzoli nascosti.
Si volse a guardarmi. “Vieni dentro anche tu”. Mi tolsi subito camicia e maglia, e mi sfilai i pantaloni saltellando prima su uno e poi sull’altro piede. I calzini, e infine mi calai le mutande coprendomi il cazzo già duro con un gesto fintamente casuale. Quindi scavalcai il bordo della vasca, sentendo l’acqua calda avvolgermi fino al polpaccio. Lei tirò indietro i piedi per farmi spazio: dalla schiuma sbucarono un paio di ginocchia, tonde e lucenti di bagnato. Calai in quella spuma candida e mi coprii fino alle spalle, piegando le gambe. Vidi le sue ginocchia inabissarsi e sentii i dorsi dei suoi piedi scivolarmi contro le cosce. Trattenendo il respiro a quel tocco, sentii il principio d'Archimede sospingermi appena verso il pelo dell'acqua.
Mi era stato impossibile resistere a un invito del genere, ma ora che ero nudo nella vasca con quella donna, mi sentivo in imbarazzo. Non avevo il coraggio di dire nulla. E col passare dei secondi mi convinsi che restare così in silenzio, in quel bagno aranciato dalla luce del tramonto, era davvero bello.
"Dai, vieni qua che t'insapono..." la sua voce ruppe la quiete nella quale mi stavo crogiolando.
Affiorai sporgendomi verso di lei, incerto su come approcciarmi a tale richiesta. "Sù, girai" mi fece Aurora, inzuppando la spugna. Poggiandomi al cordone di ceramica che cingeva quell'aiuola di schiuma, feci una mezza giravolta, dando vita ad un dosso d'acqua che scivolò fino alla parete della vasca, rimbalzando indietro per venirmi a morire contro il petto.
Passandomi la spugna lungo la schiena, la voce della donna mi parlava adagio, come assorta in quel suo compito: "Più tardi ho un appuntamento con un'amica, e volevo farmi bella. Ma avevo voglia di compagnia, qui in vasca... Ti dispiace, farmi un po' di compagnia?". Mi sentii la gola asciutta. Feci di no con la testa. "Ti piace, questo bagnoschiuma?"
"Ha- ha un buon profumo..."
"Vero?" la spugna mi passava ai lati della nuca, per poi scendere lungo la spina dorsale, affondando per strofinarmi il sedere, con uno strascino soffice, gonfio d'acqua. Poi la sua mano bagnata comparve di fianco alla mia guancia: continuando a strofinarmi il fondoschiena, aveva allungato l'altro braccio oltre la mia spalla, porgendomi il polso. "Sono profumata?". Mi voltai e le annusai il palmo. "Sì. Molto".
"Sai," cominciò con fare invitante "mi sono lavata e profumata tutta, tranne la schiena. E il petto". Sentii la spugna risalire, riemergendo zuppa, in uno sgocciolio di rigagnoli lungo il mio dorso. L'altra sua mano s'era ritirata, andando a posarsi sulla mia scapola. La sentii compiere un anello scivolandomi sulla pelle bagnata: "Vuoi finire tu di lavarmi...?". Mi si rizzò così tanto che temetti facesse capolino fra la schiuma.
La donna mi porse la spugna, io la presi sopra la mia spalla e soppesai quel suo arancione imbevuto d'acqua. Mentre mi giravo, lei fece lo stesso, e ci trovammo a ruoli invertiti. La sua schiena era chiara e lustra: lungo un fianco, slittavano giù, al rallentatore, un gruppetto di bollicine di sapone. Poggiai la spugna pregna alla sua nuca, quindi la strinsi un poco, creando un ruscello che le corse giù lungo la china; poi mossi la mano da una spalla all'altra, scendendo piano, avanti e indietro in un gesto continuo, come se pulissi un vetro o uno specchio. Immersi la mano e continuai quel movimento fino al suo osso sacro, quindi le carezzai con dei circoli prima una chiappa e poi l'altra, per risalire lungo l'anca sù per il fianco, sotto l'ascella. Poi lungo la spalla scavallando fino all'altra, per scendere dallo stesso percorso, ma sul lato opposto: ascella, fianco, anca, chiappa. M'arrischiai a passare la spugna nell'incavo sotto il coccige: non colsi nessuna reazione; la donna continuava a guardare il muro davanti a sé. Forse ad occhi chiusi.
Dopo un po' s'animò e si volse piano: "Che dici, facciamo il davanti?". Annuii, ipnotizzato dal suo movimento rotatorio che mi disvelava pian piano quelle tette piene.
La donna stava ora dinanzi a me, guardandomi con un'espressione indecifrabile.
Lentamente, sollevai la spugna facendola riaffiorare, e gliela posai intrisa in mezzo al petto. La strizzai piano e questa traboccò d'acqua. Quindi cominciai a vagare fra lo sterno e le colline dei seni. Pian piano, ad ogni passata, scendevo verso i capezzoli inabissati. Poi con dei movimenti concentrici presi ad avvolgerglieli, spostando la schiuma ad ogni mio passaggio, disvelandoli così per qualche istante. A intermittenza, li potevo vedere sotto la superficie dell'acqua. L'areole più scure; i capezzoli sporgenti. Portai anche l'altra mano al suo seno ed imitai i movimenti della spugna, carezzandole la pelle liscia con il palmo nudo.
Mi sentivo il cazzo esplodere.
Alzando gli occhi, vidi che stava tenendo le palpebre chiuse. <Si sta godendo il massaggio, la porca...>. Feci appena in tempo a fare questo pensiero, che questa dischiuse le labbra in un mugolio: "Mmmm... Ora che le hai lavate per bene, dacci qualche bacio...". Mi chinai su quel petto bagnato e la baciai in mezzo al torace. Udii lo sgocciolio d'una sua mano uscire dall'acqua, e ne sentii le dita poggiarmisi sulla testa. Dandole brevi baci, mi spostai verso il seno destro. Con uno sciabordio, lei si tirò su, emergendo con l'intero busto dalla schiuma. Il mio collo gliene fu grato: a quel modo stavo meno ingobbito, e certamente più comodo. Con un paio di rapidi movimenti dei palmi le ripulii quelle bocce dalla schiuma, quasi a volerle lucidare. Quindi le passai le mani attorno alla cassa toracica e facendo presa ai lati della spina dorsale, la sospinsi a me, succhiandole uno di quei due bottoni turgidi.
Sistemandomi meglio, passai a suggerle il secondo, strusciando l'erezione contro una sua gamba. Gemette. Sentivo la gabbia delle sue costole espandersi e contrarsi ai suo sospiri.
La sua carne morbida sotto le dita, la mammella premuta contro la bocca, la coscia liscia a sfregarmi sul cazzo: temetti di venire da un momento all'altro.
Un trillo irruppe spaventandoci a morte. Lei cacciò un urletto drizzandosi in un guizzo, io mi staccai dal suo seno con uno schiocco. Un secondo trillo riempì la stanza. Tachicardici, realizzammo che era il telefono. La donna uscì dall'acqua e sbattendo i calcagni bagnati barcollò fuori dal bagno cercando di non scivolare. Sentii la sua corsa rimbombare per il corridoio. "Pronto?!". Mi portai una mano al petto cercando di indurre il cuore ad un battito più naturale. "Oh cielo, sono già le cinque?! Scusami, non m'ero accorta dell'o-... Sì sì arrivo. Faccio il prima poss- Certo certo. A fra pochissimo!".
Poco dopo tornò ondeggiando, reggendosi la fronte con una mano. Vidi che fra le gambe aveva una boschetto corvino, sgocciolante d'acqua.
Girandosi, si sedette sul bordo della vasca. Premendosi i palmi agli occhi, rilascò un lamento rauco. Io la osservavo: le natiche, all'altezza dei miei occhi, sfumavano nella schiena, che ricurva s'allontanava da me, con quel paio di ciocche fradice a serpeggiarle lungo la nuca. Dopo qualche secondo di silenzio, si tirò su con un sospiro, e ruotando sul sedere, si volse a guardami. Con un leggero dondolio le spalle le sobbalzarono in un moto di ilarità. Mi sogghignò: "Ci siamo divertiti abbastanza...". Cercò di tornare seria: "Devo proprio andare adesso". Io mi tappai il naso chiudendo gl'occhi e sprofondai nella vasca, potendo finalmente allungare le gambe come si deve. Quindi riemersi, mi scuotei come un cane e mi tirai sù, passandomi le mani lungo braccia e gambe per scrollarmi di dosso l'acqua in eccesso. Alzando la testa, vidi che la donna mi fissava intensamente il bacino. Il mio pene svettava ancora duro. Compresi dalla sua espressione cosa le passasse per la mente: era combattuta. Poi distese un sorriso, ed alzò gli occhi, posandoli sui miei: "La prossima volta?" suggerì. Io trovai lo spirito per risponderle: "Be' se non altro devo ancora ridarti le mutandine rosse".
Lei ammiccò: "Ah ma quelle puoi tenerle. Sono un regalo."
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Aggiunto: 1 giorno fa
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