Per il rudere il sentiero si snodava fra la macchia che sprigionava un calore acre. La struttura, con un che di archeologia industriale, apparve da dietro una quinta di arbusti. L'erezione ormai mi era passata e il mio occhio fotografico si stava mettendo in moto, cominciando a valutare dettagli interessanti e possibili inquadrature. Claudia mi raggiunse e restò un attimo in contemplazione, con le mani ai fianchi: "Bella" sentenziò. Nel tragitto si era legata i capelli in una coda, cosa che le conferiva un'aria da jogging. Individuato un passaggio per aggirare il fabbricato, procedetti chiedendole: "Vieni anche tu?", lei si guardò un poco attorno (gesto di cui poco dopo compresi il perché) e poi rispose: "Ti seguo".
Mentre scattavo qualche foto, lei curiosava in giro. La vedevo allungare il collo guardando fra i cespugli come se cercasse qualcosa. Non pareva molto interessata al casermone, o forse aveva timore di impallarmi l'inquadratura. O più realisticamente, era venuta solo per fare due passi. Mi addentrai nella struttura da una breccia nel muro, scavalcando un piccolo arbusto mezzo secco, dall'aspetto pungente. Il viso lentigginoso di Claudia fece capolino nello squarcio, guardò lo stanzone e poi allungò la mano nella mia direzione, aprendola e chiudendola come fosse una bimba piccola che saluta qualcuno. Compresi la richiesta e gliela presi, lei vi si sorresse e saltò la pianta. Sentì il suo peso scorrermi addosso nel balzo, per un istante. Vagai per le stanze, facendo attenzione ai resti di travi sopra la mia testa e a dove mettevo i piedi. La avvisai: "Attenta che lì ci sono delle bottiglie rotte". Lei avanzava più cautamente, per via delle infradito, ma mi veniva dietro: fra uno scatto e l'altro, percepivo la sua presenza ai margini del mio campo visivo. Sopra i sassi dei muri dell'intonaco rosso scrostato. Sbarre di ferro piegate ed erose dalla ruggine. Resti di latte tarlate. Qualche preservativo usato.
Finita l'esplorazione, scavalcai quel che restava di un basso finestrone, uscendo dal lato opposto da dove eravamo entrati. Lei mi porse nuovamente la mano, questa volta, vista la mia vicinanza, con il tipico gesto della dama che chiede un ballo al cavaliere, o che attende un suo baciamano. Ma appena scavallò con una gamba, la tenne un momento sospesa; poi la ritirò indietro, si volse per un attimo verso lo stanzone, poi mi guardò negli occhi e con un tono di voce basso, quasi bisbigliando, mi disse: "Senti, puoi aspettarmi un momento? Dovrei..." i suoi occhi castani saettarono un istante verso il basso, poi con un sorriso, tornando a guardare i miei, concluse coincisa: "Devo fare pipì".
"Certo certo!" farfugliai subito io, guardandomi attorno agitato per verificare che non ci fosse nessuno, cercando al contempo di mascherare un'improvvisa vampa al viso. Mi affrettai aggiungendo un "Ti aspetto qui fuori. Anzi, vado a vedere se di qui si prosegue..." e senza attendere risposta mi allontanai lungo il sentiero. Sentendo qualche calcinaccio smuoversi capii che stava tornando indietro. Mi fermai a guardare il rudere, immaginandola al di là del muro, come avessi una vista raggi X, procedere a ritroso per le stanze. La curiosità era troppa. Notai lungo la parete esterna uno spazio libero dalla vegetazione, un vuoto fra i rami come di stretto corridoio. Col cuore in gola mi ci infilai: la testa bassa e i polpacci graffiati dai rametti. Cercavo un buco, una fessura fra le pietre, ma questo lato dell'edificio era compatto, perlomeno fino a un punto dove l'intera parete era crollata. Mi arrischiai e la raggiunsi. Sporsi per un attimo la testa, ma lo feci così veloce che non ebbi modo di vedere nulla. Mi riaffacciai allora più lentamente: trovai Claudia di spalle che dondolava poggiandosi ora su un piede, ora sull'altro, mentre osservava per terra in cerca di un posto sgombro da detriti pericolosi. Poi, sempre dandomi la schiena, si accovacciò a gambe larghe. Dal movimento del suo gomito intuii che con una mano si stava tenendo il costume da un lato, scostato. In preda all'agitazione presi la macchina fotografica e zoommai sul suo sedere. All'improvviso un getto di piscia eruppe a terra. Il fracasso delle cicale copriva la scena, conferendole un ché di film muto. Un rigagnolo sgorgava in pendenza per qualche spanna, andando a formare una pozza vicino al suo infradito sinistro. Mi sentivo il cazzo durissimo. Scattai una foto sperando che la distanza e quel chiassoso frinire avrebbero coperto il clank dello specchio reflex. Il piscio continuava a sgorgare come se l'avesse trattenuta da giorni. Allora abbassai la macchina e mi godetti la scena: il costume che da un lato le si era infilato fra le chiappe; le spalle rilassate; la testa rivolta verso l'altro a suggerire un'espressione di abbandono al limite del godimento. . Il flusso diminuì e dopo qualche goccia cessò definitivamente. A terra il rivolo serpeggiò ancora qualche istante per morire in quel lago che pian piano veniva assorbito dalla terra battuta. Sculettò un poco molleggiandosi sulle ginocchia per liberarsi delle ultime gocce e fece per sollevarsi. Velocemente mi ritrassi e indietreggiai lungo il muro il più veloce possibile, sentendomi graffiare le gambe dai cespugli. Poi a gran balzi mi allontanai il più possibile lungo il sentiero, col battito cardiaco e le cicale nelle orecchie. Quindi mi fermai, presi la macchina fotografica e la puntai in giro fingendo di fotografare, attendendo che Claudia mi raggiungesse. La vegetazione e le nuvole fuori fuoco mi passavano davanti attraverso quel rettangolo contornato di nero, ma io nemmeno le guardavo: nella mia testa avevo solo l'immagine di Claudia che riversa piscio a terra come se non ci fosse un domani. Mi sentivo le gambe molli. Formicolanti. Cercai di inspirare e rallentare i battiti. Dovevo ricompormi prima che lei arrivasse. Dovevo pensare a qualcosa che mi facesse passare l'erezione. Essere un ragazzo in preda ai bollori estivi certo non aiutava... Ma ecco, un calpestio che si avvicinava. Il ruzzolare di qualche sasso. "Scusa l'attesa, ma non ce la facevo più". Abbassai la fotocamera e abbozzando un sorriso ripresi la stradina, sicuro che precedendola le avrei dato la schiena, scongiurando ogni possibilità di notare il mio rigonfiamento.
Il sentiero proseguiva tra le fratte odorose, zampillando di verdi cavallette e minuscole sputacchine al nostro passaggio. Un vento secco ora soffiava, facendo ondeggiare il muro di eucalipti verso il quale il percorso conduceva. Una volta giunti all'ombra di quegli alberi, l'odore dei loro tronchi desquamati e striati di bianco riempì l'aria. All'improvviso Claudia mi chiamò. Mi voltai e la trovai intenta ad osservare da vicino uno di quei fusti lisci e denudati dalla corteccia. Piegata, col culo ben in vista ed una mano puntellata al ginocchio, mi indicava con l'altra una macchiolina nera sul tronco: "Cos'è?". Mi avvicinai. Era un cerambicide. "Un cerambicide" le risposi. Mi guardò interrogativa. "Un coleottero". La sua espressione non parve cambiare. "Un insetto".
"Mh" fece lei, tornando a osservarlo. "Hai visto che antenne lunghe ha?" commentò affascinata.
"Gli servono per sentire gli odori e altre cose. Tipo l'umidità..."
"Com'è che sai tutte ste cose tu?"
"Di solito con gli insetti funziona così. Quindi di regola dovrebbe valere anche per i cerambicidi, suppongo. Ma potrei anche sbagliarmi."
"Seh seh..." sogghignò maliziosamente. "E perché ha quelle macchie arancio?" mi interrogò con fare da maestrina. Mi piegai anch'io per osservarlo meglio: era davvero un bel esemplare, con due strisce arancio ondulate. "E' perché è fatto così. Non saprei." ammisi. Mi voltai a guardare il profilo di Claudia, tutta sorridente, intenta nel contemplare l'insetto. .
Visualizzazioni: 1 379
Aggiunto: 2 giorni fa
Utente:

«Intrigante complimenti»