Con le nostre ciotole ormai vuote, osservavamo Michele gustarsi finalmente il suo yogurt. Io cercavo di mostrarmi imperturbabile alle occhiate che ogni tanto sua moglie mi mandava dall’altro capo della tavola; ma sentivo crescermi una tensione nel bassoventre.
Qualche minuto dopo l’uomo lasciò cadere il cucchiaino nella tazza ripulita, con un tintinnio secco. Come stimolato da quel trillo, capii che la bella castana nel suo vestito rosso non c’entrava: mi scappava da pisciare. Valutando la pressione sulla vescica, calcolai di poter resistere ancora per i saluti di rito. Il mio vicino però aveva un’altra idea in mente. Sbattendo i palmi sul tavolo esclamò: “Ed ora caffè e ammazzacaffè!”. Il cane, ridestato da quel colpo improvviso, guaì vigile puntando il muso dattorno. Io, credendo d’avere una via d’uscita rapida, giocai la carta dell’insofferenza al caffè (senza peraltro dover mentire): “Mi spiace, ma io il caffè non lo bevo…” feci per alzarmi dalla sedia. Subito il signor Michele sollevò una mano dalla tovaglia invitandomi con quel cenno a tornare seduto: “Non ci provi vecchio mio, almeno un amaro lo deve prendere. O un limoncello, se preferisce. Viene direttamente da Napoli!”. Si girò verso la moglie, che stava lasciando la stanza portando via le ciotole: “Vero cara?”. Questa confermò dalla cucina: “Ce lo porta mio cugino dalla Campania”. In tutto ciò io stavo ancora sospeso sulla sedia. <Se torno a sedere> pensai <mi tocca sorbirmi tutto il dopocena e finirò per pisciarmi addosso>. Quindi mi drizzai in piedi: “Vada per il limoncello. Però adesso mi deve scusare ma dovrei usare la toilette…”
“Prego prego! Il bagno è di là, in fondo al corridoio”.
Uscendo dalla sala sentii il tintinnare delle stoviglie nel lavabo della cucina. Attraversai quel corridoio ormai familiare, fermandomi per un momento davanti alla soglia della camera da letto: dalla stanza socchiusa si intravedeva il profilo del lato sinistro del letto, immerso nella penombra. Resistei alla curiosità e compii quei due passi che mi separavano dall’ultima porta, sulla parete a fianco. Piegai la maniglia ed entrai.
La stanza da bagno era uguale alla mia, ma una differente disposizione dei servizi le conferiva un aspetto più ampio. Individuato il water mi svuotai la vescica, col terrore di far scappare qualche schizzo fuori dalla tazza. Mi pulii, tirai lo sciacquone e mi voltai verso il lavandino: tre spazzolini, un dispenser di sapone accanto ad una saponetta solida; sulla mensolina, un pettine ed un pennello da barba. Lavandomi le mani, mi guardai allo specchio: <Ora te ne torni di là, bevi quel dannato limoncello, ringrazi e te ne vai prima che quella pazza faccia altre mattate davanti al marito>. Poi, piegandomi verso l’asciugamano, un triangolino bianco attirò la mia attenzione. Era un lembo di stoffa, che spuntava da sotto il coperchio d’un cestino di fianco al mobile del lavabo. Chiaramente, era il cesto degli indumenti sporchi. Improvvisamente teso di curiosità ed eccitazione, presi con due dita quel cotone candido che debordava e lo tirai piano, sfilandolo man mano, fino a quando non s’afflosciò pendulo dalla mia mano. Come immaginavo, erano un paio di mutandine. Subito mi venne in mente la tintarella di due giorni prima: <che siano quelle?>. Le presi fra le mani e le dispiegai: avevano un piccolo merletto lungo i bordi. <Di certo invisibile dalla mia finestra… Mh, magari sono altre. Magari sono quelle di ieri>. Rigirandomele fra le dita, notai un’ombreggiatura più scura: un alone tingeva la stoffa proprio nel punto occupato dalla vagina. A quella scoperta, fui percorso da una scossa elettrica. Come un riflesso involontario, mi girai verso la porta, a controllare che non vi fosse nessuno. Naturalmente, questa era ancora chiusa e nessuno avrebbe potuto vedermi. Quindi avvicinai le mutandine al naso e inspirai. Inebriato da quell’odore pungente, sentii il cazzo scuotersi dal suo sonno. Prima che fosse troppo tardi, consapevole di non avere il tempo per una sega, alzai il coperchio della cesta e vi buttai dentro l’indumento. Poi mi accorsi dell’errore e vi infilai il braccio per recuperarlo; quindi adagiai quel reperto eccezionale sul bordo dell’apertura e vi poggiai sopra il coperchio, così che sbucasse fuori come le avevo trovate.
Con ancora il tepore del limoncello ad espandermisi nello stomaco, venni accompagnato alla porta.
“Grazie di tutto. È stata davvero una serata piacevole.”
“Davvero. Glielo dovevamo.”
“Facciamone un’altra, che dite? Così potrò farle provare le polpette che le dicevo...”
“Ah ma vorrà stare un po’ da solo, che l’abbiamo strapazzato abbastanza! Ormai non ci sopporterà più!”
“Sì sì certo, dicevo più avanti… nel caso…”
“Considerate l’invito accettato.”
“Facciamo il mese prossimo?”
“Aurora, lo lasci in pace?”
Intanto il cane ci raggiunse ed iniziò a farci le feste: andava avanti e indietro, s’infilava fra noi; ad un certo punto mi salì sul bacino con le zampe. “Via via bestiaccia!” Michele gli diede una pacca sul sedere, fra il serio e il faceto: “Su, vai di là! Forza!”
“Fa nulla, non si preoccupi. È il cane più silenzioso che abbia mai visto...”
L’uomo l’acciuffò per il collare: “No no bisogna che lo chiuda di là sennò appena apro la porta questo si fionda giù per le scale”. E dondolò a gambe aperte verso il corridoio, piegato a tenere la bestia al guinzaglio fra le cosce: “Eh ti conosco mascherina…”. Gli occhi di Aurora, lasciato l’ingresso del corridoio, tornarono a guardarmi. Le sue labbra accennarono un movimento, come se volessero dire qualcosa; ma cambiando subito idea, si curvarono in un sorriso malizioso. Poi la donna si chinò un poco, infilò entrambe le mani sotto la gonna, sollevandosela sui fianchi; e con uno sculettamento si calò le mutande. Erano rosse, come il vestito. Quindi con due rapidi movimenti dei piedi, se le sfilò dalle caviglie e me le mise in mano con un’espressione da trasformare le ginocchia in burro. Poi avvicinò il viso al mio, e mi baciò all’angolo della bocca.
“Ecco fatto! Via libera” sentimmo il marito tornare dal corridoio. In un lampo m’infilai la mano in tasca, occultando il corpo del reato.
Sentivo la leggera ruvidezza del pizzo stretto nel mio pugno.
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Aggiunto: 1 giorno fa
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