IV,
 
 
Passarono due settimane senza fatti rilevanti. Solo lavoro e televisione. In quattordici giorni, l'unico avvenimento degno di nota fu una collega che rovesciò il boccione del distributore d'acqua, allagando il pavimento. Oltre che per l'ufficio inagibile (un'oretta soltanto), ci rallegrammo del poter adocchiare il reggiseno della ragazza, ben visibile sotto la camicetta fradicia.
 
Poi, quel venerdì pomeriggio, mentre stavo sulla tazza, sentii la voce di Aurora. Mi pulii in fretta e saltellai fino alla finestra. M’affacciai: il balcone dei vicini era deserto. Non sentivo nulla se non il sole scaldarmi la faccia. Poi eccola di nuovo, flebile ed indecifrabile. Il suo tono s'alzava e s'abbassava, avvicinandosi ed allontanandosi. All'improvviso comparve sul balcone. Era vestita di chiaro e teneva qualcosa in mano, ma feci appena in tempo a vederla che tornò dentro: "E comunque...". Il suo discorso tornò un brusio che strisciava fuori dalla portafinestra. Ogni tanto riconoscevo il tono più basso del marito, ma anche lui mi era inintelligibile. Poi cessò.
 
Restai in ascolto, sporto sul davanzale di cemento caldo. Più nulla. Stavo per rientrare, quando la donna riapparve: era di nuovo in negligé, ma mi sembrava diverso da quello che conoscevo. Mi pareva un poco azzurro, o comunque meno trasparente dell'altro. Decisamente più corto: <certo non aveva le cosce così scoperte l'atra volta>. Riconobbi anche cosa tenesse in mano: era una sdraio pieghevole, di quelle in metallo con la seduta fatta da fasce elastiche incrociate. La guardai allontanarsi dalla portafinestra, strascicando un poco gli zoccoletti. Arrivata all'estremità che dava verso la mia finestra, aprì il lettino e vi si sedette con uno sbuffo stizzito. Venne raggiunta dal cane: le girò attorno ondeggiando la testa, le annusò le cosce, quindi le toccò una mano col naso. Lei allora gliela passò lungo il muso, attraversando il valico fra i suoi occhi; quindi gli grattò dietro l'orecchia, borbottandogli qualcosa con quel tono cantilenante con il quale si è soliti vezzeggiare gli animali domestici. Il cane la guardò per qualche momento, quindi trottò via, rientrando in casa.
 
La donna si sdraiò: il corpo rilassato, le braccia distese lungo i fianchi, si godeva il sole. Io invece mi godevo la vista di quelle curve velate dalla lingerie. Il castano dei capelli rilucevano, screziati d'oro.
 
D'un tratto un piccione planò fino alla ringhiera. La donna sollevò di colpo la testa, sentendolo atterrare, e quello, spaventato da quel movimento improvviso, volò via sbatacchiando sgraziatamente le ali. Facendosi solecchio con la mano, Aurora osservò l'uccello allontanarsi, volgendo poi lo sguardo lungo tutto l'orizzonte. Vedendomi. Istintivamente, mi venne da tirare indietro la testa, ma riuscii a trattenermi, accennando solo una leggera ritirata. M'irrigidii tutto. Da dove stavo, non riuscivo a leggerle l'espressione degli occhi. Mi rasserenai solo quando le vidi le labbra stirarsi in un sorriso. Ricambiai e le feci un cenno con la mano. Lei piegò le gambe e si tirò su con la schiena, abbraciandosi le ginocchia. Mi parve che stesse per dirmi qualcosa, quando si voltò di scatto a guardare la portafinestra; anch'io la guardai, ma non vi trovai nessuno. Tornando su di lei, la vidi abbassare la testa verso le cosce, e incrociando le braccia al petto, sfilarsi la camicetta. Il mio cuore saltò un battito. Quindi mi sorrise maliziosa, e si ridistese sulla sdraio, col negligé appallottolato accanto. I suoi seni svettavano rifulgenti. Contemplando quello spettacolo, m'afferrai il cazzo e cominciai a masturbarmi, cercando di nascondere il movimento del braccio. Non durai molto.
 
Infuso da una nuova rilassatezza, rimasi ad ammirarla ancora un poco, quindi rientrai e tornai alle mie cose.
 
Il mattino seguente scendendo le scale, trovai, due pianerottoli più in basso, il signor Michele che chiacchierava con un condomino. Mi vide con la coda dell'occhio, ed appena mi riconobbe abbandonò il suo interlocutore promettendo che sarebbe tornato subito, e mi venne incontro a mano tesa: "Carissimo!". Mentre mi scuoteva il polso con la sua presa energica annunciò: "Domani sera la aspettiamo per cena. Non dica di no che mia moglie ha già pronto il menù. È domenica sera, che altro avrà da fare domenica sera? Venga da noi e le assicuro che una cenetta così se la sognerà la notte! Una cuoca coi fiocchi mia moglie!". Io abbozzai una risposta di ringraziamento ma pensavo solo ai seni nudi di sua consorte, fulgidi di sole. "Sette e trenta. Mi raccomando."
 
Non ho alcuna memoria di nessun momento di quel sabato, come se lo avessi percorso tutto col pilota automatico. Nella mia testa, lo saltai a piè pari. Della giornata di domenica invece ho ricordi vaghi, tutti sfumati da una costante irrequietezza. Il primo minuto che rammento con precisione fu quando mi presentai alla loro porta, alle sette e venticinque.
 
La prima parte della cena passò tranquilla. Il signor Michele ci intratteneva con delle disavventure di lavoro: operai imbranati, periti incapaci, l'efficienza scrupolosa della Svizzera... Stavo persino riuscendo a svagarmi. Poi, però, accadde ciò che temevo e speravo.
 
Mi sentii toccare la gamba. Contenendo un sussulto, puntai gl'occhi su Aurora, seduta di fronte a me: nel suo vestito rosso scollato, si portava il bicchiere alla bocca seguendo interessata il racconto del marito. Alle spalle di quest'ultimo, spuntava una coda grigia: allungata sul parquet accanto alla porta, lasciava intendere un cane disteso e quieto, celato dalla figura del suo padrone. Non poteva esser stato lui. Stavo per convincermi che mi fossi ingannato, quando mi sentii toccare di nuovo, questa volta più nitidamente. Quella pressione leggera accennò un movimento lungo i miei stinchi. M'assicurai che l'uomo al mio fianco fosse impegnato nel suo discorso, e guardai ancora la donna. Questa stava con gli occhi bassi, a tagliare la bistecca nel piatto. Infilandosi la forchetta in bocca, alzò gli occhi e mi guardò per un istante. Colsi un leggero spasmo all'angolo della sua bocca, serrata attorno alla posata. Sentii pigiarmi sulla gamba con più risolutezza, e vidi le labbra della signora tirarsi nel trattenere una risatina. Fu per un attimo soltanto. Facendo finta di volermi rilassare, mi poggiai allo schienale, buttando un occhio oltre l'orlo della tovaglia: delle dita smaltate di rosso risalivano verso il mio ginocchio. La stanza parve compiere una cabrata, inchiodandomi alla sedia. Subito m'affrettai a commentare la storia di Michele: "È proprio vero, qui in Italia la burocrazia è un tale guazzabuglio!". Quel leggero attrito mi scivolava adesso lungo la coscia. Poi sentii le dita contrarsi e far presa sul rigonfiamento che le stesse stavano stimolando. In pochi tocchi, ce lo avevo di marmo. M'accorsi che nella sala era calato il silenzio. Il padrone di casa aveva terminato il suo racconto e nemmeno me n’ero accorto. Sentii la voce della donna pronunciare la frase: “Lo perdoni, ma mio marito è un chiacchierone”. Capii che si stava rivolgendo a me. Mi voltai e venni trafitto dal suo sguardo. Fissandomi negli occhi, premette il piede sul mio cazzo duro: “Le piace la bistecca?” “S-sì. Buonissima.” “Gliel’ho detto che Aurora è un vero chef!”. Lei mi lanciò un’occhiata sensuale: “Appena finisce, c’è il dolce…”. Sentii la punta del suo piede accennare un su e giù lungo la mia asta. Poi si premette contro la punta, e si staccò, scomparendo. Mi riebbi e finii la bistecca.
 
Il dolce era dello yogurt servito insieme a delle amarene. Appena il signor Michele vi affondò il cucchiaio, il telefono squillò. “È mai possibile?! Sempre quando si cena! Mai una volta che non chiamino!” s’alzò contrariato e andò a rispondere, eclissandosi oltre lo stipite. Io mi portai alla bocca il cucchiaino, sentendo il palato rinfrescarsi. Un “Pronto?” busco ci raggiunse dall’ingresso. Guardai verso la porta tendendo l’orecchio. Appena m’accertai che la telefonata stava procedendo, mi girai verso Aurora. Questa mi stava guardando con espressione compiaciuta. “È buono lo yogurt…?”. Io la fissavo teso come una corda di violino. Con calma, si sollevò dalla sedia e si protese sul tavolo. I suoi occhi sempre fissi sui miei. Allungando la mano mi prese il cucchiaino dalle dita: “L’ho fatto apposta per te…”. Tornò a sedersi e se lo infilò in bocca, succhiandolo. Quindi lo cavò fuori ciucciandolo lentamente. “Con le mie mani”.
 
Compresi cosa volesse dire solo in seguito.
 
 
[ lirio.racconti@hotmail.com ] [ https://substack.com/@lirio642235 ] 
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