I.
 
L'estate dei miei diciannove anni mia madre organizzò una vacanza in Sardegna con delle sue amiche, e mi chiese se avessi voglia di venire anche io. Accettai, sapendo che c'erano alte probabilità che quella sarebbe stata l'unica occasione per una vacanza (e il mio timore si rivelò fondato poiché quell'anno vicissitudini varie mi preclusero altre possibilità di viaggiare). L'idea di condividere un paio di settimane con un simil gruppetto di signore non mi attirava affatto, ma mi consolai pensando che avrei avuto modo di scattare foto a paesaggi e luoghi davvero belli. <Alla peggio> pensai <porterò qualche libro e l'mp3 per isolarmi da tutte loro>.
La mattina della partenza passarono a prenderci in macchina. Caricammo gli zaini nel bagagliaio e ci mettemmo dietro. Ancora mezzo addormentato per l'orario, venni presentato a Claudia e Marta: la rossa Claudia si girò dal sedile passeggero e mi strinse la mano sorridente: aveva il polso pieno di bracciali tintinnanti e delle lentiggini a coprirle il naso; la mora Marta mi fece un cenno dallo specchietto retrovisore, mentre metteva in moto. Il viaggio passò con stralci di discorsi di mia madre, sporta verso i due sedili delle amiche, inframezzati dal mio assopirmi poggiato al finestrino ancora fresco di umidità. All'aeroporto ci aspettavano Antonia e Vittoria. Antonia era un'amica di vecchia data di mia madre, che aveva un figlio di un anno maggiore di me, con il quale avevo frequentato la stessa scuola media. Era piccola e mora, dai capelli scapigliati, vispi come la sua personalità. Vittoria invece era una collega di mia madre, che avevo visto un paio di volte. Snella e bionda, con un taglio pixie e un sorriso un poco malinconico.
Ancora intontito, dormii per tutto il volo, svegliandomi completamente soltanto quando misi piede sulla scaletta di discesa, venendo travolto dal vento caldo di Olbia.
Per la vacanza avevano noleggiato un camper, così da poter viaggiare per l'isola senza problemi.
Marta era sarda e possedeva una casa di famiglia non troppo lontano da Olbia, cosicché era stato deciso che la prima e l'ultima notte della vacanza avremmo fatto tappa da lei.
Appena arrivati ci facemmo una doccia a turno; e mentre noi organizzavamo gli spazi nel camper, Marta preparava la cena.Quindi, con la pancia piena, c'era da decidere chi avrebbe dormito dove. Si fece il conto di letti e i divaniletti disponibili, e dopo qualche confabulazione, il gineceo trovò la quadra. A me toccò di dividere il letto matrimoniale di una delle camere con Vittoria. Mi ero così salvato dal russare di mia madre. <Quantomeno mi è toccata la più giovane de gruppo>.
La stanza aveva un piccolo bagno incorporato, dove mi lavai i denti mentre sentivo Vittoria parlare al telefono in corridoio, e le altre che ridacchiavano e schiamazzavano nelle loro stanze manco fossero una scolaresca in gita.
In maglietta e mutande (la mia tenuta da notte) mi misi sotto le coperte: il copriletto era di un rosa acceso uscito da un set Barbie anni '80. Mi misi a leggere uno dei libri che mi ero portato, mentre Vittoria si preparava per la notte, in bagno. Mentre scorrevo le parole sulla pagina, la sentivo lavarsi i denti. Quando si aprì la porta alzai istintivamente lo sguardo, e la vidi uscire con una vestaglietta di seta azzurra. Preso alla sprovvista da tale mise, restai a fissarla per qualche secondo più del dovuto: le spalle nude, il tatuaggio di un sole che pareva tramontare nella scollatura, le cosce nude che saltellarono fino al letto. Infilandosi sotto le coperte mi disse fra lo scherzoso e l'imbarazzato: "Spero non ti scandalizzi, ma di notte non indosso mai la biancheria: mi dà fastidio". Accennai a un sorriso e senza che avessi scelto di farlo, mi uscì un "Nessun problema" così roco e sommesso che con tutta probabilità non arrivò nemmeno a destinazione. Lei si girò dandomi le spalle, spegnendo l'abat-jour del suo comodino con un fulmineo "Buonanotte".
Io tornai al mio libro ma non ricordavo quale frase avevo lasciato in sospeso. Ricominciai la pagina da capo ma le parole mi passavano davanti vuote, quasi annacquate. Capivo quello che leggevo ma mi sfuggiva il senso del periodo: oramai mi era impossibile concentrarmi. Mi voltai a guardare quello scorcio di schiena nuda che dalle punte bionde della nuca scendeva fino al pizzo della vestaglietta, subito raggiunto dall'argine rosa della coperta. Avevo dormito per tutto il volo e non mi sentivo stanco. Lei stava immobile in posizione fetale: le spalle ferme, il respiro leggero. <Dorme? Forse le dà fastidio la luce del mio lato del letto. Certo di leggere non se ne parla; tanto vale spegnere tutto e sdraiarmi: il sonno arriverà>. Con un click tutto è nero. Scivolai dalla spalliera e mi aggiustai la coperta. Chiusi gli occhi rendendomi conto che non vi era differenza: il soffitto sopra di me mi era impercepibile comunque. Dalla stanza a fianco sentivo russare. Era mia madre. Restai in ascolto e mi parve di distinguere il respiro profondo di Antonia, fra i ronfi dell'amica. Vittoria, vicino a me, quasi non si sentiva, ma i respiri erano di qualcuno che dorme profondamente.
<Potrei ascoltare della musica fino ad assopirmi> pensai, ma subito realizzai che il lettore mp3 era rimasto nello zaino. Mi sentivo i muscoli delle gambe rilassati, non avevo voglia di alzarmi ed avventurarmi a tentoni nella ricerca <e se accendo la luce poi mi tocca ricominciare da capo>. Mi girai sul fianco sul quale solitamente dormo, per facilitare la transizione. Davanti a me, da qualche parte, c'era la schiena di Vittoria. Invisibile. In quel buio assoluto, senza riferimenti, mi pareva quasi di sentirne il calore, tanto i miei sensi venivano ingannati. Certo non era possibile. <Quanto sarà distante? Quaranta centimetri? Sessanta? Trenta?> mi chiedevo, tenendo fissi gli occhi verso quel vuoto scuro. Quando la vista si fu abituata, potevo vagamente scorgerne il profilo, fra il rumore di fondo. Ma la distanza era indefinibile. Liberai una mano dal peso leggero della coperta e avanzai lentamente verso di lei, facendola scorrere sul coprimaterasso. Ad ogni centimetro saliva la tensione: mi aspettavo di sentire l'ostacolo ad ogni momento. A un certo punto mi sembrava di aver allontanato la mano parecchio, ma capivo che era tutta una mia impressione data dalla mancanza di riferimenti spaziali. <Certo lei non può essere così lontano: è il mio "così lontano" che in realtà sarà una spanna soltanto>. Volevo scoprire se avrei percepito il calore della sua pelle prima di raggiungerla. Avanzavo lentissimamente, per paura di poterla svegliare. E così mi pareva una distanza infinita, dilatata ancor più dall'aumentare dei battiti del mio cuore. Li sentivo forti, in gola, a strizzarmi sù il freddo fino alla testa. Ma oramai la voglia di toccarla aveva vinto su tutto.
La punta del mio medio toccò qualcosa. Mi arrestai. Il mio cuore sovrastava il russare di mamma al di là del muro. Ruotai il palmo di novanta gradi e poggiai piano le dita: la seta della schiena di Vittoria. Mi sentivo così accalorato che mi era impossibile cogliere qualsivoglia calura provenire dalla sua pelle. Terrorizzato all'idea che si potesse svegliare, sollevai comunque la mano, lentamente, per quei pochi centimetri fino a incontrare il rilievo della sua spina dorsale. Ero ipnotizzato. Volevo risalire fino a raggiungere la schiena nuda, al di à del pizzo, ma temevo che un tale movimento avrebbe scostato fin troppo il lenzuolo. E improvvisamente realizzai: teoricamente Vittoria non doveva portare gli slip. Me ne ero completamente dimenticato. <Che fosse stata una battuta? Da come me lo ha detto non sembrava però>. Decisi di verificare se fosse vero. Scesi lento lento lungo quel sentiero di seta, nel buio più assoluto. Giunsi così a un'increspatura ruvida. Ero arrivato al bordo di pizzo. Sollevai impercettibilmente le dita e passai oltre: una liscezza diversa, calda e morbida mi accolse. Avevo le dita poggiate sul sedere della collega di mia madre. Liscio e sodo. Accennai una carezza, e percepii il declivio naturale di una tale forma, nella posizione fetale di Vittoria. Percepivo leggera la texture dell'epidermide. Sondavo immobile, senza far pressione, la sua sofficità. I muscoli tesi del braccio, a tener sollevata la mano, ben controllata nel movimento, cominciavano a farmi male. Quanta strada avrei dovuto fare prima di raggiungere la meta? Mi accorsi che adesso che ero riuscito a toccarla, l'agitazione era svanita, non sentivo più il battere del cuore nelle orecchie. In compenso, mi accorsi di avere un'erezione. <Be', più che prevedibile> pensai <Ben strano che non l'abbia avuta prima, piuttosto>. Il cazzo turgido dava l'imbeccata: proseguire. Scesi così la china ripida dal gluteo verso le sue cosce piegate. Subito la curva terminò in un incavo morbido: una piccola dolce conca sotto la natica. Qui mi fermai e lasciai cadere lentissimamente la mano verso il materasso, concentrandomi su ciò che i polpastrelli percepivano. Ed ecco dei peli. <Cristosanto>. Sollevando appena le dita scesi ancora. Un leggero dosso, teso, meno morbido. Ero arrivato alle sue labbra. Quella posizione le stirava, per così dire. Qualche millimetro ancora e sentii un bagnato viscoso. Ebbi un sussulto. Fra le labbra serrate, il lento movimento del dito non aveva la minima resistenza, accennando ad uno scorrimento fluido. Era fradicia. Pareva che tutto il suo calore fluisse fino a lì. Come un alambicco di carne, che stillasse sotto le mie dita.
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