Non avrei mai pensato che un semplice scambio di messaggi potesse trasformarsi in questo. Quando l’ho vista per la prima volta entrare nel bar dell’hotel, ho capito subito che dal vivo aveva un carisma che nessuna foto poteva catturare. Lei, con i suoi cinquant’anni portati con eleganza, i capelli leggermente mossi e uno sguardo che non lasciava scampo. Mi alzai per andarle incontro. Il cuore mi batteva forte, come se fossi tornato ragazzo. Ci stringemmo la mano, ma fu come se il contatto durasse un istante di più del necessario: la pelle calda, decisa, che lasciava una scia di corrente.
Seduti uno di fronte all’altro, le parole scivolarono leggere, ma sotto ogni frase aleggiava qualcosa di più profondo, un non detto carico di tensione. Lei accennava un sorriso ironico ogni volta che mi vedeva un po’ impacciato, e questo non faceva che accendere il desiderio di sorprenderla. Quando, dopo cena, ci incamminammo verso la sua stanza, ogni passo era un preludio. L’aria sapeva di attesa, e io sentivo la sua mano sfiorare la mia come per caso, ma senza esserlo davvero. Una volta dentro, non ci furono più esitazioni: i nostri sguardi parlavano da soli. Mi avvicinai lentamente, e il momento in cui le nostre labbra si incontrarono fu come rompere una diga.
Il bacio era profondo, maturo, consapevole. Non c’era fretta, solo la voglia di assaporare ogni secondo. Le mie mani tremavano leggermente mentre la stringevo a me, e il suo corpo rispondeva con una sicurezza che mi faceva sentire accolto e allo stesso tempo provocato. La notte davanti a noi era lunga, e prometteva di essere intensa. Non so dire chi prese l’iniziativa, forse entrambi nello stesso istante. Le nostre labbra tornarono a cercarsi con più fame, e i corpi iniziarono a parlarsi senza bisogno di voce. Lei si mosse con una naturalezza che mi disarmava: ogni gesto era sicuro, ogni sguardo un invito a seguirla oltre.
Io mi lasciai guidare, ma allo stesso tempo sentivo crescere in me l’impulso di volerla sorprendere, di dimostrarle che quella differenza d’età non era un limite ma un ponte da attraversare insieme. Le mie mani esploravano con timidezza le sue gambe, cercando di scoprire tramite i sensi tutto ciò che mi era stato celato dal suo abbigliamento impeccabile. La mia audacia aveva il potere di variare il suo respiro e, nel farsi più intenso, un brivido correva lungo la mia schiena. Entrambi ne volevamo sempre di più.
Ci lasciammo cadere sul letto, e lì sapevamo che il mondo si sarebbe ridotto a un intreccio di pelle, calore e sospiri. La luce soffusa della lampada disegnava curve e ombre sui suoi lineamenti, rendendola ancora più magnetica. La gonna ormai non copriva più le sue morbide gambe e iniziavo a scorgere il suo intimo, immaginando con quanta cura, quella sera, lo avesse scelto. Lo sfiorai e capii che desiderava provare sensazioni che ormai non provava da tempo. Mi perdevo nel suo profumo, nella morbidezza dei suoi capelli tra le dita. Nei suoi occhi si fece vivo un lampo improvviso, come a dire: «È il momento di mantenere la promessa implicita del nostro incontro!» E alzandosi lentamente, senza mai interrompere il nostro sguardo, iniziammo a eliminare tutte le barriere che ci separavano dall’avvicinarsi dei nostri corpi, consapevoli che si sarebbero fusi in un’unica onda di passione.
La notte ci accoglieva intera, lunga e silenziosa, spezzata soltanto dai nostri respiri. Lei si mise in ginocchio sul letto guardandomi, sdraiato lì davanti a lei, mostrandole tutto il mio desiderio, come per chiedermi il consenso. Senza parlare la tirai a me, baciandola con nuovo e impaziente ardore. I battiti dei nostri cuori sembravano correre all’unisono. Le sue mani accarezzavano il mio corpo e in un attimo che sembrò eterno, la sua lingua, la sua bocca e tutti i suoi sensi erano coinvolti nel darmi piacere. Quel piacere scatenò qualcosa che in me era sopito: un desiderio incontrollabile di sentire come sarebbero stati i suoi gemiti. Mi alzai e lei mi seguì, la spinsi gentilmente sul letto guardandola per farle capire che adesso non c’era più spazio per la timidezza e che da lì a poco sarebbe tornata a vivere e a sentire tutto. Mi avvicinai con il viso alle sue gambe lisce e morbide, iniziai a baciarle scendendo sempre più giù, verso il centro del suo piacere. Volevo farle sentire quanto fosse donna in quell’istante. La mia lingua le faceva perdere il controllo, con una mano sulla mia testa dettava il ritmo mentre con l’altra stuzzicava il suo prosperoso seno, inarcando la schiena e gemendo in maniera del tutto naturale.
Fino a quel momento era stato tutto molto romantico, ma adesso eravamo guidati solo dalla passione. Ricordo che, alzandomi il viso per guardarmi meglio, con uno sguardo quasi di supplica mi disse: «Non resisto più, ne ho bisogno, sono tua… ma ti prego, fammi tua come se fosse l’ultima cosa che fai nella vita». In quel momento capii che non c’era più passato né futuro, soltanto quell’istante infinito in cui due sconosciuti diventavano complici, amanti, fuoco. La girai e lei capì subito come intendevo darle piacere. Il suo corpo aveva il potere di guidare tutti i miei istinti più primordiali. Inizialmente la penetrai con dolcezza e sentii il suo corpo reagire con una soddisfazione che per troppo tempo le era stata negata. Per me era solo il segnale che ne voleva sempre di più e con più veemenza. Iniziai ad affondare con un ritmo che avanzava in maniera regolare, tenendola con forza per i fianchi, per farle capire che non poteva sfuggire a quel piacere. Lei non ne aveva alcuna intenzione, ma anzi accolse con gioia il mio essere dirompente. Iniziò a godere intensamente e a muoversi anche lei, per farmi capire che si arrendeva al piacere e che tutto ciò che nella sua vita non funzionava, in quel momento non esisteva. Ci sentivamo esplodere e, mentre godeva, mi disse: «Sto per venire, ma voglio guardarti negli occhi per non dimenticarlo». La girai e mi misi sopra di lei. Mi baciava con una foga da far perdere la testa. I nostri corpi si scontravano, il suono del nostro ardore e l’odore del sesso riempivano la stanza, facendoci raggiungere l’apice. Al culmine del piacere si manifestò per un istante un fenomeno unico: la mia mente era completamente sgombra da tutto ciò che la vita ci propina, sensazioni che si generano solo con la passione e la giusta alchimia.
La luce del mattino filtrava dalle tende socchiuse, disegnando strisce dorate sulla stanza ancora immersa nel silenzio. Mi svegliai lentamente, con la sensazione di avere ancora addosso il calore della notte appena trascorsa. Lei era accanto a me, distesa sul fianco, i capelli un po’ scomposti e un’espressione rilassata che non avevo mai visto nelle sue foto. Dal vivo era diversa: più vera, più fragile, ancora più bella. Per un attimo rimasi fermo a guardarla, chiedendomi se fosse stato solo un sogno. Poi lei aprì gli occhi e mi sorrise, un sorriso lento, che sembrava voler dire tutto senza bisogno di parole.
«Buongiorno», sussurrò con una voce roca, ancora impastata di sonno. Le presi la mano, stringendola piano. «Non so nemmeno che ore sono, ma non vorrei muovermi da qui.» Lei rise, una risata leggera, quasi imbarazzata. «E dire che ci conosciamo appena…» «Eppure mi sembra di conoscerti da sempre.» Ridemmo di gusto.
La luce del mattino ci avvolgeva come una coperta dorata, ma invece di spegnere il desiderio lo ravvivava. Lei si stiracchiò piano, lasciando scivolare la mano lungo il mio braccio, un gesto semplice che mi fece vibrare. I suoi occhi, ancora velati dal sonno, avevano una luce nuova, più tenera e allo stesso tempo più audace. «Sai che non è finita qui, vero?» disse con un sorriso che mischiava ironia e promessa.
Non servivano altre parole. La tirai a me e la sua risata soffocata divenne subito un bacio caldo, lento, che in pochi istanti si trasformò in un vortice di desiderio. La notte ci aveva uniti, ma il giorno portava con sé un’energia diversa, più fresca, più viva. Ci muovevamo con la complicità di chi aveva già imparato a conoscersi nei dettagli, ma con la curiosità di esplorare ancora. Lei mi guardava con lo sguardo di chi la sa lunga e che adesso era al comando, per farmi capire che anche lei era in grado di guidarci entrambi verso l’orgasmo. Io ero già pronto e mi lasciai trasportare da quella donna stupenda che voleva affermare la sua esperienza, maturata negli anni. Si mise sopra di me: avevo il suo seno sul viso e iniziai a baciarlo e a leccarne i capezzoli che diventarono turgidi. Ogni carezza aveva il sapore della scoperta, ogni sguardo era un invito a lasciarsi andare senza timore. Il sole che filtrava dalla finestra illuminava i nostri corpi, rendendo ogni gesto ancora più reale, più intenso.
Il tempo sembrava scorrere senza fretta, scandito solo dai nostri respiri che tornavano a rincorrersi, dal calore che cresceva tra noi, dalla passione che ci prendeva di nuovo e non voleva lasciarci andare. Lei mi fece scivolare dentro di sé, aveva lo sguardo di una ragazzina mentre lo faceva, iniziando a muoversi sopra di me. Dopo un lungo bacio le dissi che non doveva fermarsi e incoraggiavo la sua cavalcata, schiaffeggiandole il sedere, non con troppa forza, ma si vedeva che lo adorava e che ne voleva ancora. Si avvicinò e mi disse: «Veniamo insieme». Iniziò a cavalcarmi sempre più forte, il suo odore era inebriante, il rumore del suo corpo che sbatteva contro la mia pelle mi rendeva difficile trattenermi, ma resistetti finché non iniziò a urlare di piacere, dando colpi più lenti ma più profondi. Le tremavano la voce e le gambe per il forte orgasmo. Sentendo e vedendo il suo godimento, in maniera spontanea venni anch’io stringendo con le mani il suo sedere, inondandola.
Quando finalmente ci abbandonammo esausti, sorridendo l’uno tra le braccia dell’altra, mi resi conto che non era stata soltanto una notte rubata al caso, ma un’alba che avrebbe potuto cambiare molte cose.