III.
 
Passai la serata a chiedermi come sarebbe finita se il marito non fosse rientrato a casa. Volevo tornare al più presto per scoprirlo, ma mi serviva una scusa plausibile. Inoltre avere un vicino appena conosciuto in casa così spesso sarebbe stato davvero sospetto. Per di più non avevo idea se Aurora volesse ancora vedermi: magari si era spaventata per il rischio corso, ed aveva capito che non ne valeva la pena. O forse aveva giocato con me solo per noia, e manco ci pensava più. Forse aveva un amante col quale giocare. O più di uno. Cercai di non pensarci: anche quando mi masturbavo, la sera, mi sforzai di ripiegare su altro. Temevo che la cosa fosse finita lì, e non volevo rimanerci deluso.
 
 
Un paio di giorni più tardi, aprendo la finestra del bagno dopo una doccia calda, notai fra il vapore che si rarefaceva una figura sul balcone dei vicini. Era Aurora, in piedi, intenta a stendere i panni. Aveva una maglietta arancione, e sotto le gambe nude: quando si piegava in avanti per pinzare le lenzuola con delle mollette, le si intravedevano le mutandine. Erano azzurre. Ai suoi piedi, disteso a prendere il sole, stava il cane. Volevo sporgermi e richiamare la sua attenzione, farle capire che mi ero appena fatto una doccia, e che dietro il davanzale ero completamente nudo. Ma non lo feci. Per qualche motivo, non mi pareva un momento adatto. Forse era il vederla indaffarata, o forse il fatto che fosse all'aperto, come dire allo scoperto... non so. Sta di fatto che mi trattenni e, stando un poco al riparo dietro lo stipite, rimasi ad osservarla stendere: piegarsi sul catino, tendersi oltre la ringhiera, allungare una mano verso la cesta delle mollette, becchettare il filo dello stendino... Ad ogni suo movimento, l'azzurro del suo sedere affiorava e s'immergeva sotto l'arancio della maglia. Intanto, in basso, mi sentivo il cazzo ingrossarsi.
 
 
Il pomeriggio seguente, mentre rientravo dal lavoro, sul portone incrociai il signor Michele, che stava uscendo. Esuberante come al solito, mi travolse col suo slancio: "Buon pomeriggio! Come andiamo oggi? C'è chi va e c'è chi viene eh?! A proposito, senta, mia moglie vuole cambiare la disposizione dei mobili: dice che se non lo facciamo adesso che siamo in ballo, non lo faremo più. Mi sta facendo una testa così! Beato lei che è ancora giovane! Non si sposi mai dia retta a me! Eheheh... Comunque, non le andrebbe di darmi una mano? Per pietà verso un povero marito succube dei capricci della moglie?"
"Be' io..."; mi diede una pacca sulla spalla: "Perfetto! L'aspetto fra un paio d'ore d'accordo? Ora mi scusi ma devo proprio sbrigarmi", e sgambettando verso l'auto mi salutò con la mano: "A più tardi allora!". Rimasi davanti al portone, con le chiavi ancora in mano. <Fra qualche ora. Mobili. Aurora. Tutto chiaro.>
Mangiai qualcosa, mi feci una doccia, mi misi l'unica camicia nera che avevo <Così non si vedranno le macchie di sudore, se ci sarà da sfacchinare>, e mi presentai al loro campanello. Dopo qualche secondo dal trillo, m'aprì la signora Aurora. Questa volta aveva una vestaglia blu scuro, da cui sbucava il collo d'una maglietta bianca. I piedi nudi nei soliti zoccoletti candidi. "Eccola qui. La stavo aspettando..." m'accolse con tono suadente, quasi mormorando. Già mi sentii i polmoni irrigidirsi dall'emozione. Spalancò la porta facendomi gesto d'entrare: "S'accomodi. Mio marito è già all'opera." pronunciò l'ultima parola con un'intonazione un poco ironica. Era tornata a darmi del lei. <Sicuramente per via del marito>. "Permesso..." m'introdussi nell'appartamento.
Il signor Michele stava spingendo il divano al centro della sala. "Venga venga. Aspettavamo lei per il pezzo forte!" e indicò con due colpetti di pollice il grosso armadio a muro. Sperai che almeno fosse vuoto. Si vede che dalla mia espressione intuì quel mio pensiero, perché subito precisò: "Non tema, è vuoto.", poi rivolgendosi alla moglie: "Su quella parete giusto?"
"Sì, alla parete opposta" confermò lei. Quindi s'accese una sigaretta e andò a sedersi sul divano, nel centro della stanza.
Il mio compagno di sventura, s'asciugò naso e baffi con un gesto della manica e s'appoggiò allo spigolo dell'armadio, studiando il da farsi. "Allora, facciamo così... Io da qui lei da lì, lo facciamo scivolare da un lato e poi dall'altro, facendo leva. Come a volerlo ruotare, insomma. Ha capito no?"
"Sì credo di sì". Quindi m'appoggiai allo spigolo opposto al suo, cercando di scaricare tutto il mio peso sul legno: "Io vado eh".
Facemmo slittare l'armadio con sudore e bestemmie strette fra le labbra, mentre la donna ci osservava dal divano: la sigaretta in bocca, le gambe nude a sbucarle dalla vestaglia blu. Dopo ci fece spostare quattro volte una lampada a stelo, poi il mobiletto del televisore, quindi s'alzò per farci spingere il divano contro il muro. Poi venne il turno d'un tavolo circolare, che era assente all'ultima mia visita: doveva andare nel centro della stanza, dove poco prima stava il sofà. 
Quando fu terminato il lavoro, restammo tutti e tre a contemplare il risultato: noi due uomini col fiatone, la signora con la testa piegata un poco sul lato, a verificare se tutto era nel posto desiderato. "Direi che va bene, sì..." concluse. 
Stanco, stavo per congedarmi, che Michele mi dette un colpetto alla spalla: "Forza, la camera ora". Mi caddero le braccia. Aurora mi lanciò un'occhiata, con quel suo sguardo ammaliante, e disse in direzione del marito, con un tono dolce da mamma chioccia: "Aspetta un momento, lascialo riposare un attimo...". <Nuovamente il tu>. Quindi poggiò per un istante il palmo della sua mano al mio petto ansante dalla fatica: "Sedetevi un poco in cucina, che vi preparo un po' di tè freddo", e ci fece strada. Il tavolino da campeggio era sparito ed al suo posto ce n'era uno vero, di legno, quadrato. Sopra vi stava una cesta di frutta: banane, qualche arancia, due mele verdi. Mi sedetti. Anche le sedie ora erano di legno. Michele fece il giro del tavolo e mi si mise di fronte; Aurora aprì il frigo e ne estrasse una caraffa tonda, colma di tè. La poggiò sul piano cucina, capovolse due bicchieri che stavano sul gocciolatoio, quindi aprì il freezer, prese la vaschetta del ghiaccio e ne fece cadere un paio di cubetti a testa; infine versò il tè. Noi due la osservammo in silenzio compiere quelle operazioni. Lei si volse e mi porse uno dei bicchieri, sorridendo: "Salute" ammiccò ironicamente. Prendendolo dalle sue dita affusolate, lo scoprii già ricoperto di condensa. Poi porse l'altro al marito. "Salute!" brindò giocondo questo, sollevando il braccio. E se lo scolò tutto d'un fiato. "Sù, al lavoro!" si rialzò dalla sedia sfregandosi le mani. Io avevo il bicchiere pieno per due terzi, ma poco importava.
Mentre lasciavamo la cucina, intravidi con la coda dell'occhio Aurora prendere il mio bicchiere e portarselo alle labbra, facendo un sorso.
Il corridoio era ingombro di comodini e bauletti messi lungo il muro. La prima camera, vuota. C'era solo una poltrona di vimini, abbandonata in un angolo. La riconobbi subito: era quella che stava nella camera da letto, quel giorno. Con sopra Aurora. Che si masturbava.
Michele volle cominciare dai bauli, ma appena sollevammo il primo, dal nulla comparve il cane. Prese a volteggiarci attorno festoso, strusciando contro le pareti e issandosi con le zampe sui jeans di Michele. "Aurora, vuoi portare via 'sto cane prima che ci fa cadere per la madonna?!". Lei ci venne in soccorso in un volteggiare di maniche blu: "Lo chiudo in bagno, così non vi disturba", e chinandosi afferrò la bestia per il collare. Io sentivo la sua coda frustarmi ritmicamente un polpaccio. Il problema era come farli passare. "Voi intanto andate in camera, ed io lo porto in bagno". E così facemmo. Mentre voltavo l'angolo, entrando nella stanza, vidi la donna passare col cane con un secco zampettare ritmato: aveva ancora, nell'altra mano, il mio bicchiere.
Al nostro terzo viaggio, mentre portavamo uno dei comodini, ritrovai Aurora in camera, seduta sulla sua sedia di vimini. Sorseggiava il mio tè, e ci osservava trasportar dentro il mobilio. Poi ci diede qualche indicazione, mentre ci dedicavamo ad un tetris con l'arredamento. Mentre, inginocchiati sul parquet, spingevamo avanti e indietro comò e bauletti, mi sentivo gli occhi della donna addosso. Piegato ad incastrare un tavolino da notte in un angolo, mi voltai e la vidi sulla sedia, che mi fissava il culo con aria assente. Una mano, posata al poggiolo, teneva mollemente il bicchiere ormai trasparente di ghiaccio. L'altra, spariva sotto un bordo della vestaglia, inabissata fra le sue cosce. Sentendomi il viso avvampare, mi voltai subito verso pomello del cassetto davanti a me. <Il singolo pomello del singolo cassetto. Ben lucido d'ottone...> cercai d'allontanare la mente dall'inturgidimento che cominciavo a percepire fra le gambe. 
"Abbiam finito. Complimenti a tutti!" s'issò in piedi con un lamento il signor Michele. Io attesi un attimo e m'alzai a mia volta, cercando di celare il rigonfiamento dei pantaloni.
All'ingresso, la donna insistette che venissi una volta a cena. Con una mano mi sfiorò il bicipite: "E' il minimo, con tutta la fatica che le abbiamo fatto fare."
"Certo certo! Ma non oggi cara. La prossima volta." suo marito mi strinse vigorosamente la mano: "Caro mio, non finirò mai di ringraziarla!". Quindi mi aprì la porta e facendomi un gesto di saluto con la mano mi liberò: "A buon rendere!". La porta si chiuse, ed io girai i tacchi e andai a casa mia.
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