II.
 
Passato il turbamento, dedicai a quell'evento imprevisto svariate seghe. Sfiancato, quella notte dormii come un sasso.L'indomani, svegliandomi, la situazione vissuta mi parve al limite dell'assurdo. 
 
Uscendo per andare al lavoro, degli scatoloni del giorno prima neanche l'ombra. Anche la lavatrice era sparita. Passai la mattinata cercando di non pensare a quella donna in deshabillé, intenta a toccarsi sulla sua poltrona di vimini. 
Al rientro, per il pianerottolo non incontrai nessuno. Più tardi quella sera, durante la doccia, mi masturbai richiamando alla mente la mia nuova vicina: Aurora, dagli occhi castani e le labbra sottili. <Mi chiedo quanti anni abbia...>
Il mattino seguente, per le scale, me la ritrovai davanti. Stava risalendo, in senso opposto al mio; alzò la testa e mi vide: "Buongiorno"
"Buongiorno" risposi, facendomi da parte per farla passare.
"Grazie." mi passò a fianco. Portava un vestito a fiori e ai piedi gli zoccoli bianchi che ricordavo.
"Sa, non l'ho ancora ringraziata per l'altro giorno..." ammiccò, portandosi una mano al petto. Notai che in mano teneva la posta.
"Oh per così poco..." riuscii appena a dire. Cercai d'indossare l'espressione più neutra possibile, temendo che potesse capire quante seghe mi fossi fatto pensando a lei. Ero preoccupato che qualcosa trasparisse: una paura stupida, ma in quel momento reale."Sta andando al lavoro?" mi chiese.
"Sì"
"Quando torna passi da noi."
"Certamente volentieri" mi scappò in modo automatico. Lei mi sorrise "A più tardi allora" e si girò riprendendo le scale. Io trottai giù tutto euforico.Le ore di lavoro passarono lentissime. Le lancette dell'orologio a muro non volevano camminare. Non facevo che chiedermi cosa mi dovessi aspettare. Cercavo di non dar corda a fantasie e desideri. 
Timbrata l'uscita, saltai in macchina e feci la strada di casa più velocemente che potei. Aperto il portone, salito le scale due a due, mi ritrovai davanti alla porta di Michele e Aurora col fiatone. Decisi di andare prima a casa, per darmi una sistemata. Mi sciacquai, mi lavai i denti, mi cambiai la camicia e uscì nuovamente sul pianerottolo. Il cuore in gola. Facendomi coraggio, premetti il campanello, sentendolo trillare al di là della porta. Attesi di sentire qualcosa. Nulla. Risuonai e ascoltai la coda di quel trillo propagarsi e spegnersi per le stanza celate ai miei occhi.
Aspettai un'altra ventina di secondi, poi, ricordandomi che quel giorno la porta non era chiusa a chiave, provai ad aprirla. Ma la maniglia si piegò a vuoto. Rinunciai. Mi sentii un perfetto idiota.
Mentre facevo scattare la serratura di casa, sentii l'ascensore aprirsi, mi voltai e ne vidi uscire un cane grigio, di media taglia, e dietro il cane, alla fine d'un guinzaglio teso, Aurora, con in mano delle borse di carta. "Oh! Sei arrivato adesso? Perfetto! Avevo paura che fossi passato mentre ero fuori col cane". Indossava un cappottino color panna, dei jeans blu e delle scarpe nere coi tacchi. "Ho fatto più veloce che potevo, ma sai, hanno i loro bisogni... come noi" rise. Con un rapido gesto della mano, tirò fuori le chiavi dalla tasca del cappotto ed aprì la porta con un tintinnio. Quindi si chinò a sganciare il collare del cane, che subito corse dentro casa; poi si voltò a guardarmi, indicandomi l'ingresso col palmo aperto, in un muto invito. Io richiusi casa e la seguii. 
La donna poggiò le borse e continuando a camminare si tolse il cappottino: "Chiudi la porta mi raccomando, sennò il cane esce"; così mi voltai per assicurarmi d'averla chiusa bene. Intanto lei era andata in sala e aveva gettato il soprabito sopra un divano già ricoperto di vestiti. Quindi, come se non ci fossi, si sfilò la maglietta, disvelando una pancia piatta ed un petto prosperoso, avvolto da un reggiseno bianco, di pizzo. "Vado a mettermi comoda, tu fa come fossi a casa tua" e sparì nel corridoio. Da quello stesso corridoio arrivò trottando il cane: la lingua a penzoloni, mi girò attorno un paio di volte, quindi s'infilò in cucina. Dopo qualche secondo, sentii dello sgranocchiare di crocchette. La voce di Aurora mi chiamò. "Mi faresti un favore? Mi porteresti le borse che ho lasciato all'ingresso?". Mi accorsi in quel momento che Aurora adesso mi dava del tu. Presi le buste e m'inoltrai un poco esitante lungo il corridoio. Il cane mi passò di fianco come una saetta, raggiunse la porta sul fondo, fece inversione e mi schivò di nuovo, sparendo alle mie spalle. Le porte ora erano tutte chiuse o socchiuse. L'unica semiaperta era quella da cui la vidi toccarsi. Avanzando accennai un "Permesso..." sperando in qualche indicazione sul da farsi. "Vieni vieni. Poggiale qui." la voce proveniva proprio da quella porta mezza aperta. La raggiunsi: come avevo immaginato qualche giorno prima, era la camera da letto. Le pareti erano ora riempite di mobili; su d'una cassettiera, qualche scatola poggiata. Il materasso contro il muro era sparito, trovando posto in un letto a due piazze dalle lenzuola a fiori. Sulla destra, mezza nascosta dalla porta, una finestra dalla tapparella semiabbassata faceva entrare la luce, filtrandola attraverso una tenda gialla, sottile. Intravidi Aurora che compariva e scompariva dal bordo della porta. D'un tratto fece un passo indietro, e la potei vedere bene: di spalle, la schiena completamente nuda e il sedere contenuto da delle mutandine bianche. Era come contornata dal leggero bagliore dorato proveniente dalla finestra. Poi sparì nuovamente alla vista. Bruciante di curiosità, stavo per affacciarmi oltre la porta, quando mi comparve davanti: indossava il negligé che ben ricordavo. Nella trasparenza potevo intravederle i cerchi dei capezzoli, più scuri. M'indicò la cassettiera lì a fianco: "Lasciale pure lì, grazie mille". Io riposi le buste e guardai il triangolo bianco del suo sedere aderire a quella gonna leggera, tesa mentre si stava piegando a prendere qualcosa da un cassetto. Riconobbi la vestaglia rossa. Ci infilò le braccia e se la tirò sulle spalle. Stava per chiudersela sul davanti, quando notò d'esser osservata. Con tutta probabilità, la stavo fissando spudoratamente. Quindi mi guardò con occhi furbeschi e, aprendosela sul petto, così giù fino alle gambe nude, mi disse: "Ormai non ti scandalizzi più vero?". Io non sapevo che risponderle. Mi passò accanto, strusciando la sua mano sul mio ventre: "Andiamo di là, che ti ho fatto un budino".
Il cane stava accucciato a terra, col muso poggiato sulle zampe distese, e mi osservava con sguardo malinconico. Io m'infilavo cucchiaiate di budino in bocca per avere una scusa per non parlare. Non sapevo proprio che dire. Stavamo seduti a un tavolino da campeggio, di quelli pieghevoli in metallo, uno di fronte all'altro, sorvegliati dal cane. Il resto della cucina era sconnessa: il frigo sporgeva dall'incasso; il forno stava in un angolo, lontano dal vano in cui doveva essere inserito; le ante sopra la cappa erano spalancate e vuote; il lavello era affollato di posate e tupperware colorati. Anche la lampadina sopra le nostre teste era nuda e spoglia.Ad un tratto la donna si alzò e andò al piano cucina. Il cane si tirò su e le satellitò attorno, eccitato. Poi zampettò verso la sala e sparì. Dandomi la schiena, la intravidi prendere un pacchetto di sigarette dal gocciolatoio e, scovato un accendino vicino ai fuochi, accendersene una. Si volse, poggiandosi al ripiano; fece una profonda boccata, quindi si puntellò il gomito alla mano dell'altro braccio, che le cingeva la vita, e con la sigaretta sospesa vicino al viso, le dita chiuse in un leggero pugno, soffiò via il fumo guardandomi. "Ti piace il mio budino?"
"E' buonissimo." risposi, deglutendo la cucchiaiata che avevo in bocca.
"Sono contenta che ti piaccia" disse, avvicinandosi. Senza aggiungere altro, s'infilò fra me e la tazza ormai quasi vuota; e si poggiò col sedere al tavolino, che indietreggiò un poco. Solo adesso mi rendo conto che quell'affare instabile avrebbe potuto cedere in qualsiasi momento; ma allora, ogni pensiero era ammutolito nella contemplazione di quel corpo che mi stava dinnanzi. L'ombelico velato dalla stoffa sottile respirava all'altezza dei miei occhi. Col batticuore a palpitarmi in gola, alzai lo sguardo lungo le colline morbide dei seni, sù fino quegli occhi castani. Mi fissavano con un'intensità assetata. 
Senza smettere di guardarmi, la donna si portò la mano libera sulla coscia, e lentamente sollevò un lembo del negligé. Intravedevo il biancore delle sue cosce aumentare, al margine del campo visivo, poiché non riuscivo a staccare gli occhi dai suoi. "C'è altro che ti piace, oltre il budino?" sussurrò, contraendo appena le palpebre, in un sorriso. Trovai la forza per abbassare lo sguardo sulle sue gambe nude. La mano risalì ancora un poco, disvelando quelle mutandine bianche, orlate di pizzo. Il picchiettio d'uno sgambettare annunciò l'arrivo del cane, che fece un giro della cucina, e poi tornò di là, eclissandosi di nuovo. Nel mentre, io non avevo mosso un muscolo, e nemmeno lei. Continuando a guardarmi, sfilò un piede dallo zoccolo e, piegando la gamba, me lo poggiò sulla coscia. Poi prese a strofinarlo avanti e indietro piano: procedeva verso il mio bacino, per poi tornare indietro. Ero ipnotizzato da quel movimento. A pochi centimetri dalla frizione del suo piede, il mio cazzo spingeva contro i pantaloni. Lei notò la mia erezione, e sorrise soddisfatta. "Allora -" la sua voce suadente venne sovrastata dallo scattare della serratura.
Dall'ingresso, si sentì armeggiare nella toppa. La donna schizzò in piedi e con un gesto rapido si coprì con la vestaglia, io pure m'alzai in piedi, senza un motivo specifico: l'improvvisa adrenalina m'aveva irrorato i muscoli delle gambe. Fece appena in tempo ad annodarsi la cintura di panno, che suo marito comparve all'ingresso: "Non capivo perché non girasse la serratura, e invece la porta era aperta!". Poi mi vide, tentennante in mezzo alla cucina: "Buongiorno! Qual buon vento?". Non feci a tempo a rispondere al saluto che la voce della donna s'affrettò a dire: "E' passato per chiedere se avevamo ancora bisogno d'una mano per gli scatoloni. Sperava di trovarti in casa". Michele entrò in cucina: "E qui sono!" allargò le braccia. Poi mi si avvicinò: "Oh abbiam già fatto tutto, un lavoraccio!" poi mi diede una pacca sulla spalla: "Venga a vedere" e m'accompagnò fuori dalla porta, verso la sala: "Certo, c'è ancora del lavoro da fare ma...". Oltre al divano ingombro di vestiti che avevo intravisto entrando in casa, altri mobili riempivano ora lo stanzone. Alle pareti due quadri. "E guardi qui, la riconosce?" l'uomo mi indicò, con un ampio gesto da prestigiatore, una grossa televisione sopra ad un mobiletto dalle ante in vetro. "Bella eh?" ammiccò orgoglioso. "Molto" ammisi. Quindi prese il telecomando e l'accese. "Guardi che colori... è stupenda!". Mentre delle moto variopinte passavano una dietro l'altra, flettendosi lungo una curva, io non potevo che vedere, in un'aiuola scura a bordo pista, nell'angolo dello schermo, il riflesso di Aurora, che fumava nella sua vestaglia rossa, alle nostre spalle.
Visualizzazioni: 2 308 Aggiunto: 6 giorni fa Utente:
Categorie: Etero
Tag: casa vicina