Il sole accarezzava le persiane socchiuse, disegnando strisce di luce polverosa sul parquet lucido. Ogni mattina, come un orologio svizzero, Rosa entrava nell'appartamento, le chiavi che tintinnavano prima di girare nella toppa. Era la madre di Silvia, ma anche la loro colf non ufficiale, una presenza costante e rassicurante, una donna sulla sessantina, ancora prosperosa, con fianchi generosi e un seno che sfidava la gravità. Sapeva che a quell'ora, Silvia e Sandro erano già al lavoro, o almeno così pensava. Invece, quella mattina, un silenzio insolito avvolgeva la casa. Attraversò il corridoio, il fruscio della sua vestaglia di cotone l'unico suono. La porta della camera da letto era socchiusa. Uno spiraglio rivelava il disordine delle lenzuola. Si avvicinò, spingendo la porta con la punta del piede. Silvia era lì, rannicchiata tra le coperte disfatte, il corpo nudo che si intravedeva sotto il lenzuolo scivolato. "Ma non lavori?" La voce di Rosa era un sussurro, un misto di sorpresa e una punta di rimprovero giocoso. Silvia si stiracchiò, un gatto che si sveglia al sole, i muscoli tesi sotto la pelle liscia e bronzea. I suoi quarant'anni li portava con la grazia di una dea pagana, le forme piene e toniche, un corpo che aveva già conosciuto la maternità ma che il tempo aveva solo reso più succoso. "No, mamma. Oggi dobbiamo andare dal geometra. Un appuntamento di quelli che ti fanno perdere mezza giornata." "E Sandro dov'è?" Rosa entrò completamente nella stanza, gli occhi che scrutavano con una curiosità affettuosa ma penetrante. Il profumo di sesso, leggero ma inconfondibile, aleggiava nell'aria, un sentore ferroso e dolce che Rosa, con la sua lunga esperienza, riconosceva all'istante. Silvia si tirò su, appoggiandosi sui gomiti, il lenzuolo che le scivolava fino alla vita, scoprendo i seni pieni e turgidi, i capezzoli ancora arrossati e leggermente turgidi. "È sceso a prendere il giornale e a fare colazione al bar. Voleva un cappuccino vero, non la brodaglia che facciamo noi." Rosa notò il luccichio umido tra le cosce di Silvia, una traccia evidente di recenti piaceri. Un sorriso malizioso le increspò le labbra, gli occhi scuri che brillavano di una luce antica. "Ma come mai sei nuda?" Si avvicinò al letto, il suo sguardo che indugiava sulle curve di Silvia. "Hai appena scopato, non è vero?" Silvia non tentò di nascondere nulla. Un rossore le salì al viso, ma era più di piacere che di vergogna. Si morse il labbro inferiore, gli occhi che brillavano. "Sì." La sua voce era un filo di fumo. Un sospiro profondo sfuggì alle labbra di Rosa. Un sospiro carico di desiderio represso, di anni di routine e di un marito che, ultimamente, sembrava aver dimenticato i piaceri della carne. "Beata te." La sua mano, rugosa ma ancora ferma, si posò sulla coscia di Silvia, accarezzandola. "Tuo padre è due mesi che non mi scopa. Due mesi, Silvia, lo puoi credere?" C'era un pizzico di amarezza nella sua voce, ma subito si trasformò in un'altra richiesta, più audace, più urgente. "Dai, fammi sentire il profumo della sborra." Silvia non esitò. Non c'era bisogno di parole. Automaticamente, le sue gambe si spalancarono, divaricandosi con una fluidità naturale, mettendo a nudo la figa, un bocciolo carnoso e rigoglioso, le labbra esterne leggermente gonfie e arrossate, ancora bagnate. Un rivolo di umori lattiginosi e perlacei brillava sulla pelle, testimonianza del piacere appena consumato. Il profumo, intenso e muschiato, riempì l'aria, un richiamo primordiale. Rosa si chinò, il suo respiro che si fece più pesante. La punta delle sue dita sfiorò le labbra umide di Silvia, raccogliendo una goccia di quel nettare. Portò il dito alle labbra, assaporando. I suoi occhi si chiusero per un istante, un gemito gutturale le sfuggì. "Buona. Fammi bere." Senza un attimo di esitazione, Rosa si fiondò in mezzo alle cosce di Silvia. I suoi capelli scuri, con qualche filo d'argento, si sparsero sul ventre piatto della figlia. La lingua, calda e umida, si posò sulla figa, succhiando avidamente, come un al seno. Il suono dello *shlicking* umido riempì la stanza, un suono che parlava di desiderio e di una fame antica. Silvia inarcò la schiena, le dita che si aggrapparono alle lenzuola, la testa che si rovesciava all'indietro. Gemiti strozzati le sfuggirono dalle labbra, mentre la madre le prosciugava ogni residuo di piacere. Dopo aver bevuto a sazietà, Rosa si tirò su, il mento e le labbra lucidi degli umori di Silvia. I suoi occhi, ora, ardevano di un fuoco che non ammetteva repliche. "Ora tocca a me." Con un gesto deciso, si sfilò la vestaglia, lasciandola cadere a terra come una pelle morta. Sotto, il suo corpo, nonostante l'età, era una meraviglia di curve morbide e piene. La pelle chiara, segnata da qualche smagliatura antica, testimoniava una vita vissuta. Le sue forme cicciottelle ondeggiavano leggermente, la pancia morbida si adagiava sui fianchi generosi. E poi c'era il seno, una quinta abbondante, che si liberò dal reggiseno con un sospiro, i capezzoli scuri e turgidi che puntavano verso l'alto, come gemme preziose. La figa, nascosta da una peluria scura e folta, era un invito, un mistero da esplorare. Si posizionò accanto a Silvia, i corpi che si sfioravano, pelle contro pelle, un calore elettrico che le avvolgeva entrambe. Silvia si girò, appoggiandosi sul fianco, le gambe intrecciate a quelle della madre. I loro sguardi si incontrarono, una scintilla di complicità e di desiderio condiviso. "Facciamo un bel sessantanove," mormorò Rosa, la voce roca. Silvia annuì, un sorriso malizioso che le increspava le labbra. Si mossero con una sincronia perfetta, i corpi che si adattavano l'uno all'altro, come pezzi di un puzzle antico. Le loro teste si invertirono, le fighe che si offrivano l'una all'altra, un banchetto di carne e umori. Le lingue si tuffarono, esplorando ogni piega, ogni labbro, ogni angolo recondito. Il sapore di Silvia era ancora fresco in bocca a Rosa, un sapore che ora si mescolava al suo, creando un cocktail inebriante. Le labbra di Rosa, morbide e piene, succhiarono il clitoride di Silvia, che pulsava come un piccolo cuore impazzito. Silvia, a sua volta, affondò il viso nella peluria di Rosa, la lingua che si apriva un varco tra i peli, cercando la perla nascosta. I suoni umidi e gutturali riempivano la stanza, un concerto di piacere. Le mani vagavano, accarezzando la pelle, stringendo i seni, esplorando i fianchi. Il gemito di Silvia si fece più acuto, le sue gambe che si stringevano intorno alla testa di Rosa. Il corpo di Rosa vibrava, la sua figa che si apriva sotto la lingua di Silvia, rilasciando un flusso caldo e denso. Si ficcavano la lingua in tutti i buchi, non solo le fighe, ma anche gli sfinteri, le orecchie, le narici, in una danza sensuale e senza inibizioni. Ogni umore, ogni sapore, ogni odore veniva assaggiato, celebrato, inghiottito. La pelle si arrossava, i corpi si contorcevano, il piacere che montava, un'onda inarrestabile. Alla fine, con i corpi tremanti e i respiri affannosi, si separarono per un istante, solo per riposizionarsi. Si misero a fare una forbice, i corpi intrecciati, le labbra delle fighe che si sfregavano l'una contro l'altra, in un movimento ritmico e ipnotico. Il calore, l'attrito, la sensazione di carne contro carne, era un'estasi pura. I clitoridi si toccavano, si strusciavano, si schiacciavano, mandando scariche elettriche attraverso i loro corpi. I gemiti si trasformarono in urla soffocate, le unghie che si conficcavano nella carne, i denti che mordevano le spalle. In quel preciso istante, la porta d'ingresso si aprì con un leggero scatto. Sandro rientrò, il profumo di caffè e giornale fresco che lo precedeva. Di solito, a quell'ora, avrebbe trovato la casa silenziosa e vuota, magari solo il rumore della lavatrice in sottofondo. Invece, dalla camera da letto provenivano strani gemiti, un mormorio basso e vibrante che fece drizzare le antenne del suo desiderio. Si avvicinò alla porta della camera, spingendola lentamente. La scena che gli si parò davanti gli fece fermare il respiro. Silvia e Rosa, intrecciate in una forbice sensuale, i corpi nudi, sudati, le facce contorte dal piacere, le fighe che si strofinavano con un ritmo frenetico. Il suo sguardo cadde sulla figa di sua moglie, tumida e gocciolante, e poi su quella di sua suocera, più matura, folta, ma altrettanto invitante. I suoi occhi si spalancarono, un misto di shock e di eccitazione primordiale. Senza pensarci due volte, Sandro si spogliò al volo. La camicia volò via, seguita dai pantaloni e poi dalle mutande. Il suo cazzo, già turgido e pulsante, si ergeva fiero, desideroso di unirsi alla festa. Si buttò nella mischia, la sua presenza che ruppe l'incantesimo delle due donne. Silvia aprì gli occhi, un lampo di sorpresa e poi di malizia nel suo sguardo. "Sandro!" La sua voce era un gemito, un sussurro roco. "Scopa la mamma che è in astinenza di cazzo." Rosa si girò, gli occhi che brillavano di un fuoco selvaggio. La richiesta di Silvia era un comando, un invito che la liberava da ogni inibizione. Si posizionò a pecora sul letto, il culo tondo e sodo che si offriva in un invito irresistibile. Le sue enormi mammelle penzolavano, come quelle di una vacca da mungere, i capezzoli scuri e gonfi che sembravano chiedere di essere succhiati. La figa, era già gocciolante, aperta, quasi supplicante, pronta all'uso. Il profumo di sesso e di desiderio riempiva l'aria, un afrodisiaco potente. Sandro non aspettò un secondo. Il suo cazzo, turgido e fremente, si posò sulla figa bagnata di Rosa. Un solo spinta, e il mio cazzo entrò subito, scivolando in quella caverna umida. Era così aperta, così ricettiva, che il cazzo quasi ci ballava dentro, un'impressione di spazio e di morbidezza avvolgente. Il gemito di Rosa fu profondo, un suono che veniva dal profondo della sua anima. Mentre Sandro scopava la madre, Silvia non rimase inattiva. Si posizionò sotto, le sue mani che si mossero velocemente per strizzare le palle di Sandro, bagnate dagli umori vaginali della mamma. La sua lingua si allungò, accarezzando la base del suo cazzo, leccando via il pre-cum che già fuoriusciva. Il piacere era così intenso, così inaspettato, che Sandro sborro quasi subito, un'esplosione di calore che si riversò nel ventre di Rosa. Rosa ansimò, il suo corpo che si contraeva intorno al cazzo di Sandro. "No... no... non smettere!" supplicò, la sua voce strozzata. "Continua... per favore... voglio di più..." Sandro, con uno sforzo, riuscì a mantenere l'erezione, stimolato dalle mani e dalla lingua di Silvia. Il suo corpo, ora, era un tutt'uno con quello di Rosa, i suoi fianchi che si muovevano in un ritmo antico, spingendo dentro di lei con forza e decisione. Le palle schiaffeggiavano il culo di Rosa, un suono umido e carnoso che riempiva la stanza. Silvia, non volendo essere da meno, si posizionò davanti alla madre, le sue gambe che si aprivano in un invito silenzioso. "Mamma, leccami," disse, la voce un sussurro rauco. Rosa, ancora ansante per il piacere, si chinò, la lingua che si posò sulla figa di Silvia. Il sapore della figlia, ora mescolato al mio seme, era una delizia per i suoi sensi. Leccava, succhiava, affondava il viso tra le labbra tumide di Silvia, mentre Sandro continuava a scoparla da dietro. Sandro passò dalla figa al culo di Rosa, il suo cazzo che si insinuava lentamente nell'apertura stretta e calda. Il dolore iniziale si trasformò rapidamente in un piacere acuto, mentre il cazzo si adattava, spingendo sempre più a fondo. Le palle sbattevano sulla figa di Rosa, un ritmo costante che la faceva gemere. Le sue mani afferrarono i capezzoli di Rosa, tirandoli, torcendoli, come per mungerla, un atto di possesso e di desiderio primordiale. Il suo corpo si contraeva sotto le mie spinte, un gemito continuo che le sfuggiva dalle labbra. Andammo avanti per un paio d'ore, un vortice di carne, sudore e piacere. Provammo di tutto: posizioni intricate, baci profondi che si scambiavano saliva e umori, masturbazioni reciproche, esplorazioni anali e orali. I tre corpi si intrecciavano e si scioglievano, in un balletto senza fine di desiderio. Sandro scopava ora l'una, ora l'altra, alternando i ritmi, i corpi che rispondevano a ogni stimolo con gemiti e urla di piacere. Le mani di Silvia accarezzavano il culo di Rosa, mentre le mie labbra succhiavano il suo clitoride. I fluidi si mescolavano, il profumo di sesso che si faceva sempre più intenso, quasi palpabile. La stanza era un santuario di carne e piacere, un luogo dove ogni inibizione era stata abbandonata, dove solo il corpo e il desiderio regnavano sovrani. I corpi si muovevano, si strusciavano, si spingevano, in un'orgia di sensi che sembrava non voler finire mai.
Racconto fatto da Eros 74@Presidente2020
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Aggiunto: 2 settimane fa
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Tradimenti

«Mmmmmmm ohhhhh magnifico mi hai fatto rivivere tutto e il mio cazzo durissimo è esploso di sperma al ricordo del mio incesto.»