La violenza subita da Stefano mi ha fatto passare la notte peggiore della mia vita. Mi sentivo ingannato, umiliato, offeso e sminuito, per di più da un dipendente del mio team che avrebbe dovuto rispondere alla mia autorità, non riuscivo proprio ad accettare questo strambo ribaltamento dei ruoli.


Ma la cosa che mi faceva più male era intuire che, nel profondo, quello che era successo mi era piaciuto. Stefano mi piaceva troppo e il modo brutale con cui mi aveva inculato era sicuramente diverso da come lo avevo fantasticato, ma aveva acceso delle mie corde intime che mi erano nuove: mi aveva offeso, mi aveva fatto male, non si era minimamente preoccupato del mio piacere ma ehi, mi aveva scopato proprio lui, e io avrei voluto farlo riaccadere.
Cosa mi succede? Io non sono così.


I miei dubbi della notte dovevano restare chiusi in un cassetto perché, la mattina dopo, avrei dovuto presentare la mia strategia di marketing al più grande congresso europeo del mio settore, pur essendo giovane e con poca esperienza.


Nonostante le poche ore di sonno, le lacrime e il turbamento emotivo, la presentazione va alla grande: parlo perfettamente inglese, sono sciolto, coinvolgo benissimo la platea e al termine del mio discorso ricevo un lungo applauso.
Scendo dal palco e ricevo abbracci e applausi dai tanti colleghi, italiani e non, intravedo Stefano con la coda dell’occhio ma non mi fila di pezza. Ci pensa la mia collega Claudia, malauguratamente, a coinvolgerlo nei festeggiamenti:


Claudia: “Simoooo, sei stato bravissimo, lo sai già cosa penso, tu farai una grande carriera”.
Io: “Grazie Claudia, sei sempre troppo buona con me”.
Claudia: “Non fare il modesto. E tu Ste, cosa fai lì in disparte? Congratulati con il tuo manager, la strategia che ha presentato porterà visibilità a tutto il vostro team”.
Stefano: “Certo”.


Stefano avanza verso di me e mi abbraccia in modo estremamente virile, con tanto di pacca sulle spalle, poi si avvicina al mio orecchio e mi sussurra “mi fai solo schifo”. Fa un passo indietro, mi mostra il suo miglior sorriso, come se in realtà mi avesse fatto il più gran complimento del mondo e va via verso altri colleghi.


Io resto impietrito, l’enorme felicità di quel momento viene spazzata via in un attimo: sono il più giovane manager di sempre a salire su quel palco, sono stato apprezzato da tutti, ma nella mia testa risuona solo quel “mi fai schifo”. Non lo capisco, mi mette tanta tristezza e detto da lui è come se fosse una pugnalata, vorrei tanto tornare al bel rapporto che avevamo un tempo.
E la tristezza resta la mia cifra delle ultime ore a Londra, tutti a far festa e a divertirsi, mentre io resto silenzioso in disparte.


Rientrati in ufficio, i miei rapporti con Stefano sono a dir poco freddi. Parliamo il minimo sindacale, tra l’altro solo di lavoro, e mi capita spesso di incrociare il suo sguardo severo, quasi carico di odio.
Mi mancano tantissimo le nostre pause caffè, sentirmi cercato da lui, il suo splendido sorriso che mi metteva di buon umore, mi manca il vecchio Stefano che tanto mi aveva attratto in precedenza.


Non comprendo neanche la radice del suo odio: si, io gli avevo fatto capire chiaramente che mi piaceva, ma mi ero limitato a qualche sguardo di troppo. Era stato lui, invece, a tendermi la trappola dell’intimo femminile, al massimo dovevo essere io quello risentito e incattivito.


Ricambio la sua poca considerazione con altrettanta indifferenza, anche perché non riesco a trovare la chiave giusta per relazionarmi a lui, finché non mi segnalano un suo errore abbastanza grave, sul quale devo necessariamente intervenire. Mi avvicino alla sua scrivania:


Io: “Ste, ciao, mi segnalano che avresti dovuto consegnare ieri questo report ma non è stato fatto, come mai?”.
Stefano: “Il viaggio a Londra ha fatto accumulare tante lavoro, dovevo scegliere cosa lasciare indietro ed è toccato al report”.
Io: “Eh no, ma non si lavora così. Quel report era atteso dalla direzione commerciale, non puoi decidere di non farlo senza avvisare nessuno. Adesso, per favore, lascia perdere quello che stai facendo e manda urgentemente il report”.
Stefano: “Si, ok”.


Ritorno al mio posto e lo vedo uscire nervosamente dall’ufficio, visibilmente infastidito. Mi dispiace ma quel ragazzo si deve dare una regolata, non può fare quello che vuole, e poi sono fiero del mio comportamento, l’ho gestito con fermezza e professionalità. Stefano rientra dopo 15 minuti, si avvicina a me con il suo splendido sorriso di un tempo, non mi sembra neanche vero, mi chiede di accompagnarlo fuori a fumare per capire come gestire insieme questa criticità.


Lo accompagno volentieri, mi sembra una bella svolta nel suo comportamento, lungo il tragitto mi elenca con calma tutte le sue perplessità sul report e io inizio ad elargire i miei consigli. Prima di uscire fuori a fumare mi dice che deve fare un salto in bagno e mi chiede di accompagnarlo per non perdere il filo del discorso, io non mi pongo il problema e continuo a spiegargli il mio punto di vista sull’errore.


Entriamo nell’antibagno e, mentre io continuo a parlare come se niente fosse, lo vedo aprire le 4 porte che danno sulle 4 toilette, per controllare che non ci fosse nessuno. Sono tutte vuote, ne lascia aperta una, e mi fa un cenno con la testa per chiedermi di entrare. Smetto subito di parlare e realizzo che ero stato solo tanto ingenuo, non gliene fregava proprio niente di parlare del suo errore.


Ripete il cenno con la testa, ma io resto ancora immobile a fissarlo, facendolo spazientire. Mi prende per un braccio, con una forza che non credevo avesse, e mi trascina dentro la toilette, entra con me e chiude subito la porta a chiave. Con la stessa forza mi sbatte con le spalle al muro e poggia le sue mani e i suoi piedi contro la parete, impedendomi completamente il passaggio. In quel momento potrei pensare tante cose ma mi focalizzo solo sulla sua altezza, i 15 centimetri di differenza tra noi si vedono tutti ma adesso mi sembrano molti di più, lo vedo tanto imponente.


Stefano: “Non permetterti mai più di correggermi davanti agli altri. Io non prendo ordini da te, sappi che andrò via da qui oppure chiederò di essere spostato in altri team”.
Io: “Fin quando resti con me fai quello che dico io, soprattutto se sbagli”.
Mi molla due schiaffoni ben assestati, uno di dritto e uno di rovescio, come aveva fatto in hotel a Londra, sembra essere il suo marchio di fabbrica.
Stefano: “Tu non sei né autoritario né autorevole e soprattutto non sei un uomo, io non prendo ordini da uno come te”.


Ripartono due schiaffi, se possibile più forti dei precedenti. Dovrei reagire, spingerlo o urlare ma non riesco, resto immobile a guardarlo dritto negli occhi, quegli occhi bellissimi color ghiaccio, che tanto mi avevano colpito il giorno del suo colloquio e che continuano ad attrarmi anche adesso, nonostante la sua violenza. Cosa mi succede? Io non sono così, sono una persona risolta, ho sempre avuto relazioni normali, perché gli permetto di farmi tutto questo? Riesco solo a dire, con un filo di voce, che si, certo che sono un uomo.


Stefano: “E adesso lo vediamo quanto sei uomo”.
Con entrambe le mani e con l’aiuto della gamba destra mi spinge verso il basso, costringendomi a restare in ginocchio. Sbottona i pantaloni, tira fuori l’uccello e inizia a darmi delle pisellate in faccia: sugli occhi, sulle guance, sulle labbra, ad ogni colpo sento il suo cazzo diventare sempre più duro, mentre il suo sguardo è tornato ad essere carico di odio.


Dopo le pisellate, me lo infila in bocca, non pongo nessuna resistenza, istintivamente inizio a succhiare: faccio scorrere lentamente le mie labbra lungo il suo cazzo, dalla cappella vado giù fino a prenderlo quasi tutto, oddio quanto mi piace, ha un cazzo perfetto, sa di maschio, sa di virile ma è anche pulito, lo adoro.
Mentre lo spompino lo guardo dritto negli occhi, dal basso, incrociando il suo di sguardo deciso.


Neanche lui distoglie lo sguardo da me ma le differenze sono sostanziali: io, con il suo uccello duro tra le labbra, lo guardo con occhi dolci, sperando di intravedere in lui almeno una smorfia di piacere per il servizietto che gli stavo facendo.
Viceversa, lui mi guarda con aria di sfida, con tanta durezza, quasi come se mi giudicasse per quello che stavo facendo. Ma in quel momento non mi importava proprio niente del suo giudizio, adoravo avere la sua mazza dura tra le labbra, mi piaceva sapere che il mio corpo lo stava eccitando.


Provo a tirare fuori il suo cazzo dalla bocca e ad instaurare un contatto con lui, azzardando un “ti piace?”. Non lo avessi mai fatto, mi arriva una nuova sberla, stavolta più forte, tanto da lasciarmi il segno e mi incalza: “ti ho detto che puoi parlare? A me non piace, ti ho già detto che mi fai solo schifo”.


Mi forte per i capelli, fino a farmi emettere un urlo di dolore, ne approfitta per buttarmi il cazzo in gola e iniziare a scoparla. Muove il bacino, mi da colpi di cazzo decisi, arriva fino in fondo alla gola e mi fa emettere conati, che però non lo fermano, anzi sembrano quasi incitarlo ad andare più forte.


Continua a fottermi la bocca ancora per un po’ fino a quando decide di tirare fuori il cazzo dalla mia bocca e a darmi delle pisellate in faccia, il suo cazzo è talmente tanto duro che sembrano delle frustate. Di puro istinto tiro fuori la lingua, la colpisce con il cazzo e poi scuote la testa: “ma non vedi come ti sei ridotto? Vuoi comandare e invece elemosini cazzi tra le mura di un cesso, dovresti farti schifo da solo”. Ma io non stavo elemosinando nulla, non avrei fatto niente di tutto questo con nessun’altro in azienda, io volevo solo lui, mi piaceva tutto di lui e quello purtroppo era l’unico modo con cui mi stava concedendo attenzioni sessuali, che bramavo da lui e solo da lui.


Il mio silenzio lo spinge a rificcarmi il cazzo in gola, appoggia una mano sul muro e mi fotte la bocca. Dal canto mio lo spompino sempre più forte, sono estasiato dal suo cazzo e dal suo modo di fare virile, gli ciuccio la cappella bel po’.


Non capisco più nulla, sono ai suoi piedi, in ginocchio, mi sta scopando la bocca come se fosse una figa e la cosa mi provoca un’eccitazione che non avevo mai provato prima, sono completamente focalizzato sul suo piacere, non sul mio.
Continuano i colpi di cazzo, ho le sue palle che mi sbattono sul mento, fino a quando si interrompe con un gesto preciso: con una mano mi tira i capelli e con l’altra mi punta il cazzo in faccia, iniziando a venire copiosamente.


Mi inonda completamente la faccia e poi volutamente mi riempie anche la camicia della sua sborra, sono completamente sporco del suo seme, faccia inondata e chiazze enormi sulla camicia.
Stefano: “Voglio proprio vedere adesso come torni in ufficio, finocchio. Magari è la volta buona che tutti scoprano la tua vera natura”. Si ricompone e va via in fretta, lasciandomi lì in ginocchio, completamente zuppo della sua sborra e con un’amara consapevolezza, ancora più dura da digerire rispetto all’umiliazione subita: io non gli piaccio, Stefano è solo un sadico.


Continua.

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