Capricci e follie


Non stavo poi male, con Elvira, la ragazza che mi aveva abbordato in un bar e, dopo mezz’ora, si stava spogliando nel letto di casa sua e stava facendosi scopare alla grande; non c’era nessun sentimento tra noi, solo un’attrazione fisica assai violenta che ci portava a collocare il rapporto tutto sul sesso, in maniera quasi bestiale; frequentava l’università, anche con profitto, e doveva, col sussidio che le passavano i suoi, provvedere alla casa e agli studi.


Io mi ero da tempo laureato ed avevo un posto ben retribuito da tecnico in una fabbrica della città; la convivenza si rivelò per lei un toccasana, perché poté lasciarsi passare qualche capriccio in più e assai rapidamente si adagiò nel ruolo della mantenuta; a letto era una tempesta ogni volta, non era mai contenta e sperimentò tutto lo sperimentabile; molto spesso, scherzando, diceva che, prima o poi, mi avrebbe travolto in situazioni al limite e non mi sarei sottratto.


Ritenendoli giochi intellettuali e parolai non le rispondevo neppure e valutavo le ipotesi che formulava come incentivi a se stessa per un’eccitazione mentale che favorisse e accentuasse il piacere fisico delle scopate; altrettanto tra il serio e il faceto, le dicevo che il giorno che mi fosse venuta a noia sarei scomparso senza avvisare; rideva delle mie ‘minacce’ ed asseriva con convinzione che ormai dipendevo dalla sua figa e non sarei mai riuscito né a negarle qualcosa né a lasciarla.


Talvolta frequentavamo un bar di studenti come lei e, tra le altre figure, mi aveva colpito quella di una ragazza assai poco appariscente, al punto da scomparire addirittura nei confronti di Elvira che aveva una personalità decisa, una disinvoltura al limite, ed oltre, della spudoratezza ed un fisico decisamente ammirevole che sottolineava con abiti corti a livello di natiche, tacchi che portavano in cielo il suo culo scultoreo e magliette che, senza reggiseno, spingevano i capezzoli a bucare l’aria.


Ines però aveva una dolcezza infinita che emergeva dagli occhioni azzurro mare, dalle labbra carnose atteggiate sempre ad un sorriso dolce, dall’aria di monella trasandata con gonne zingaresche spesso fino alle caviglie e magliette o maglioni che coprivano, abbondando, tutto il corpo annullando ogni curva; eppure, si intravedeva ogni tanto un corpo tonico, tornito, elegante, bello senza dubbio.


In un paio di occasioni mi ero trovato da solo con lei, perché Elvira era impegnata a farsi corteggiare da tutti oppure, come poi mi avrebbe confessato, a farli godere con i suoi pompini meravigliosi, anche se frettolosamente concessi nei bagni del bar; qualche volta mi aveva confessato di essersi fatta anche scopare a pecorina, in piedi con una sveltina rapida consumata con le mani appoggiate alle pareti del bagno; la avvertii che potevo anche stancarmi dei suoi eccessi.


Con Ines, invece, i discorsi erano di tutt’altro tenore; mi confessò che i suoi vestiti erano un deterrente contro gli approcci troppo veloci e insignificanti, che il suo desiderio era un amore completo, sentimento e passione, spirito e corpo; mi disse chiaramente che aveva cominciato a guardarmi con intensa emotività sin da quando ero comparso a fianco ad Elvira, che provava una certa tristezza sapendomi legato ad una donna incapace di amare e che non disperava in un miracolo.


Quando mi accorsi che i modi della mia ragazza cominciavano a infastidirmi, perché la sua voglia di essere autonoma da me la portava spesso ad imporsi con violenza, senza lealtà né sincerità, fui tentato veramente di piantarla in asso; capivo che il suo desiderio di alzare il muro del decisionismo contro la presunta prevaricazione maschile la portava ad esagerare nel libertinaggio; ma cercai anche di spiegarle che, se avessi contrapposto orgoglio a orgoglio, finiva male.


Era certa che avrei ceduto sempre davanti alla sua arte amatoria e mi disse fuori dai denti che presto o tardi mi avrebbe piegato alla sua libidine ed alle sue esagerazioni; l’avvertii che rischiava di scontrarsi contro un muro più duro del prevedibile; raccolsi le mie poche cose in uno zaino e lo depositai nel bagagliaio della mia macchina, l’unica che usavamo, con la convinzione che, alla prima occasione, non sarei neppure passato da casa sua per recuperare le mie cose.


Lo dissi ad Ines, la volta che mi parlò del suo amore e della sua illusione che potessimo avere una storia nostra, d’amore e di passione; le precisai che non intendevo affatto rompere con Elvira che mi era comunque cara, almeno finché non rompeva gli argini; che sentivo per lei un affetto profondo, al quale non riuscivo a dare la dimensione dell’amore che mi chiedeva; mi rispose che, quando avessi deciso che la misura era stracolma, sarebbe bastato avvertirla e sarebbe venuta via con me.


Anzi, mi precisò che sarei stato io ad andare con lei, visto che disponeva di un appartamentino di due camere e non sarebbe stato necessario che ne affittassi un altro; non volli impegnarmi, ma le feci vedere lo zaino nel portabagagli e le rivelai, provocatoriamente, che portavo con me ogni cosa, ‘omnia mea mecum’, per cui sarebbe bastato farla montare in macchina e si sarebbe aperta per noi una strada maestra; era necessario solo che mi convincessi del mio amore per lei.


Elvira non allentò di un micron la sua condotta libertaria e libertina; ancora per qualche mese, accettai senza protestare le sue ‘libertà di sesso’ che si trasformavano in tradimenti spesso volgari, che mi raccontava subito dopo ma solo perché era convinta che godessi a sentire il racconto delle mazze che le sfondavano l’utero o le spanavano il culo, dei grandi pompini che lei praticava ingoiando mazze fin oltre i venti centimetri, delle seghe fatte davanti al bancone del bar, sotto gli occhi di tutti.


Forse c’era davvero in me qualcosa di masochistico; ma in realtà non avevo nessun interesse emotivo per quella donna; Elvira era solo una serie di buchi che potevo riempire se me ne veniva voglia, una esibizionista che mi procurava l’invidia di chi la vedeva strusciarsi addosso, specialmente quando doveva convincermi ad accettare un suo assurdo capriccio, una compagna di letto per non dormire solo, passando sull’odore violento di sesso che spesso mi portava sotto le coperte.


Non l’avevo amata; me ne disamoravo ancora più evidentemente a mano a mano che lei si esibiva con maggiore sfrontatezza nelle sue pratiche preferite; mentre lei si confermava sempre più nell’idea di avere lo slave al suo servizio, io mi attaccavo sempre più tenacemente allo zaino nel portabagagli ed alla generica promessa di Ines di un rapporto umano più alto e gratificante; in pratica, solo l’inerzia e la pigrizia ci tenevano insieme; ma lei non accettava di rendersene conto.


Fino a che arrivò il giorno che ruppe tutti gli argini; non c’era nessuna previsione di impegno e avevamo davanti una giornata tutta per noi da vivere almeno in affettuosità, in mancanza di amore; ma, appena usciti di casa, alle nove e mezza, mi avvertì che aveva un impegno inderogabile in cui dovevo accompagnarla ad ogni costo e nel quale dovevo accettare tutto quello che mi avrebbe imposto; ero il suo uomo e non potevo rifiutarmi di accontentarla solo per un arido maschilismo da cavernicolo.


Non tentai neppure una obiezione; ma qualcosa nel tono misterioso ed imperativo della comunicazione mi fece nascere terribili sospetti; ero certo che aveva accettato qualche proposta, o avanzato qualche ipotesi, o formulato un progetto, insomma aveva fatto qualcosa in cui mi sarei trovato enormemente a disagio e voleva che mi impegnassi a non interferire, a non discutere e, peggio di tutto, a non tentare di impedire o di sindacare quello che il suo libertinaggio aveva deciso.


Mi diede l’indirizzo di una struttura nella zona industriale che scoprii rapidamente essere uno strano e mai sentito centro televisivo; solo quando parcheggiamo e scendemmo, attraversando la hall, vidi da alcuni manifesti che si ‘creavano pornostar’; mi prese un pugno allo stomaco; sapevo di quelle sedute nelle quali troie come Elvira si facevano sbattere come tappetini e si facevano riprendere per realizzare video da mettere in rete.


La guardai schifato; mi respinse scocciata affermando che di qualche scopata si trattava e che se ero così aperto come dichiaravo la cosa non mi avrebbe dovuto affatto scuotere; non riuscivo a provare nemmeno pena per la stupidità della libertaria che veniva a svendersi per affermare un principio di autonomia, non sapevo quale; decisi di tacere, ma già la mente correva allo zaino nel portabagagli e ad Ines che era certamente al bar.


L’enorme sala conteneva solo un letto ampio e, in un angolo, un divano bianco; in compenso, una folla di telecamere si aggirava in una metà del teatro di posa con registi, cameraman, addetti alle luci e personaggi vari; una ragazza in abbigliamento piuttosto discinto accolse Elvira con gioia e la intervistò a lungo; lei mi presentò come l’uomo con cui scopava senza nessun legame né diritto; alla richiesta se avrei partecipato, mi guardò con aria interrogativa, negai recisamente.


Alla mia richiesta di uscire immediatamente, mi fu obiettato che la mia presenza era prevista; se fossi andato via, il progetto crollava ed Elvira disse fuori dai denti che mi avrebbe castrato se non avessi accettato quella prova; mi sedetti rassegnato ed assistetti impotente allo spogliarello che lei esibì alla telecamera; prima mostrò il viso, giocando coi capelli e atteggiando la bocca a baci e pompini più che volgari; poi giocò col seno e lo presentò in tutte le varianti.


Si palpò le mammelle, le faceva sobbalzare evidenziandone la compattezza e la plasticità, si titillò i capezzoli fino a farli diventare chiodi duri; simulò più volte una spagnola saporita senza cazzo; poi cominciò a carezzarsi languidamente il ventre fino all’ombelico; alla figa e al culo dedicò numerosissimi primi piani in cui era possibile ammirare il rosa dell’interno della vagina fin quasi all’utero, esibito dilatando con le mani le grandi labbra fino al dolore, credo.


Quando fu la volta del culo, allargò le natiche fino a portare in primissimo piano il buco con tutte le pieghette frementi, le allargò con la dita e mostrò l’interno rosa; le lanciarono dei vibratori e con quelli si masturbò a lungo, in figa, in culo e contemporaneamente in tutti e due i fori; infilò sia in figa che nel culo anche due vibratori contemporaneamente; la regia sembrava estremamente soddisfatta dello spettacolo offerto.


Entrò poi il protagonista, il mandingo, un ragazzo di colore di almeno un metro e ottanta, spalle da armadio a più ante, muscoli segnati e cazzo di almeno venticinque centimetri, pendente sulle cosce; Elvira non mosse un muscolo, afferrò la bestia e cominciò una masturbazione che io sapevo letale; ma il tipo era del mestiere e accolse con serenità le manipolazioni di lei; quando accostò la bocca alla punta, le prese la testa e la premette a fare entrare la mazza tutta nella gola.


In condizioni normali, avrei tremato per l’incolumità della mia donna; a quel punto, decisi di spostare la mente altrove, esattamente nell’appartamento di Ines, tra le sue braccia e nel suo amore; giurai a me stesso che l’avrei scopata solo quando saremmo stati tutti e due ansiosi di farlo; non le avrei mai né proposto né imposto di fare alcunché che non nascesse dal desiderio di entrambi; sentii che mi innamoravo di lei e della sua dolcezza.


Per conseguenza, mi passò davanti agli occhi, come fotogrammi stantii dei tanti video porno che consumavamo quando eravamo a scopare, l’immagine di Elvira che masturbava il cazzo per la parte fuori della bocca mentre succhiava come un’idrovora quella, grossissima, che riusciva a mandare in gola; era solo una che faceva un pompino ad un supercazzo; quando lui la spinse sul letto e si mise a leccarle la figa strappandole gemiti di piacere, era solo la scena di un video di bassa categoria.


La stronza cercava in ogni modo di coinvolgermi, quanto glielo consentiva la tenuta scenica, urlando verso di me, allungando le braccia; nemmeno una vaga traccia di erezione appariva dal mio pantalone; la nausea mi soffocava; tornai a pensare a Ines e all’amore con sesso che le avrei dedicato da qual momento; quando Elvira si fece montare alla missionaria, ammirai il bastone enorme che le sfondava il ventre, sentii il dolore, vero, che provava la puttana e il piacere infinito successivo.


Ma non mi fece né caldo né freddo, neppure quando la fece girare, la mise a novanta gradi e le infilò la mazza fino a che i testicoli, grossi come albicocche, batterono sulla figa; urlò ancora, prima di scatenarsi nel piacere; ma non mi fecero né caldo né freddo né gli urli di dolore né quelli di piacere; la sbatté come un tappetino per un tempo infinito e lei ogni volta tornava ad ingoiare quanto più poteva la mazza in gola.


Venne il turno del culo, che il mandingo preparò con una lunghissima leccata; usò poi un gel assai efficace e le infilò in culo fino a quattro dita; temetti che facesse entrare tutta la mano e la devastasse; ma era cedevole e godeva; la mazza entrò nel retto senza esitazione, nonostante la violenza dell’inculata; diede il via ad una monta che a me apparve disumana ma per Elvira risultava di una dolcezza infinita, a giudicare dagli incitamenti che rivolgeva al mandingo, di sfondarla ancora.


Mi trovai a riflettere che quell’essere che si faceva straziare in tutti i buchi, in tutto il corpo, era la donna che viveva con me e che pretendeva, addirittura, di parlarmi d’amore; ormai ero cauterizzato ad ogni emozione e cacciai il pensiero triste; non riuscivo neppure ad eccitarmi; mi accorsi che lei, in un intervallo tra un’inculata e una scopata, mi fece segno con la mano di masturbarmi; le mostrai la patta liscia, senza emozione; per un attimo sembrò pentirsi di avere esagerato; riprese imperterrita.


Eravamo entrati nel teatro di posa alle dieci circa; all’una stavano ancora scopando e il nero non dava segno di cedimento; Elvira era malconcia, ma la sua tigna la teneva sul posto imperterrita; il regista, anche per i tempi sforati, dovette ordinare al nero di concludere; le chiese dove volesse la sborra, lei indicò il volto e dopo qualche secondo una pioggia di crema bianca le inondò viso, occhi, bocca, gote, fino ai capelli; lei si rilassò sorridendo felice; mi avviai all’auto.


Dovetti aspettare ancora una mezzora mentre lei si lavava la sborra dal corpo; poi la vidi arrivare che si trascinava perché aveva forzato tutti i muscoli; per evitare di ascoltarla, avevo già scelto una stazione radio con musica hard rock; accesi lo stereo appena entrò e misi il volume al massimo; accennò a toccare la manopola; le artigliai il braccio con violenza e con uno sguardo le imposi di stare ferma; si sedette in silenzio; colse un momento di intervallo per mormorare.


“E’ stata solo una bella scopata.”


Non la degnai di una sola sillaba per tutto il percorso fino al bar; appena parcheggiai davanti all’ingresso, lei si fiondò fuori per raccontare alle amiche le sue gesta; vidi in un angolo Ines immersa nei suoi libri; mi avvicinai, mi abbassai e le depositai un bacio leggero su una guancia; ‘adesso so che cosa significa amarti!’, le sussurrai; mi guardò con occhi da cocker; ‘è il momento?’ chiese; le feci ceno dì si; raccolse i libri, sistemò la borsa e si avviò; la precedetti e la feci salire in macchina.


Mi indicò il percorso e in dieci minuti fummo a casa sua; mi fece parcheggiare in uno spazio numerato, forse quello del suo appartamento, e mi precedette sulle scale; non ci eravamo scambiati una sola frase, ma la mano che cercò la sua per tutte le rampe disse quello che avrei voluto; quando varcammo la soglia, la fermai e la strinsi tra le braccia; non ebbi nemmeno voglia di baciarla, mi bastava sentirla viva contro di me; avvertivo quasi i battiti del cuore.


“Mi dai almeno un bacio o scivoli nel bigottismo opposto?”


La baciai e trovai il sapore imprevisto di una carne fresca, giovane, inesperta, quasi verginale; giocai con la lingua a percorrere la bocca e mi sembrava di scoprire, come quando ero adolescente, il sapore della saliva, degli umori, della passione, dell’amore; la abbracciavo forte e il seno quasi prepotente mi colpì il torace, sentii il ventre adattarsi al mio e inondarlo di calore, avvertii la durezza dell’osso pubblico e, finalmente, sentiti il cazzo indurirsi, farsi quasi prepotente; mi staccai.


“Ines, ho capito come e quanto ti amo; non voglio fare ancora l’amore con te; vorrei che ci arrivassimo insieme, al momento giusto; è ora di pranzo, andiamo a mangiare qualcosa?”


“Senti, amore mio, finalmente posso dirlo, proprio perché ti amo da sempre e perché capisco bene che ti sei rassegnato all’amore, ti avverto che non farai mai niente che non abbiamo deciso insieme; non accetterò di fare niente che non sia condiviso, anche se valesse il mio futuro; ti insegnerò a soffrire per amore e tu mi insegnerai a godere di quello fisico; vorrei sapere tutto quello che ti è capitato e che, evidentemente, ti ha fatto decidere; ma ho fame anch’io, e non soltanto di te come recitava una vecchia canzone; qui sotto c’è una taverna; forse un piatto possiamo concedercelo.”


“Ines, non sono uno studente squattrinato come voi; posso permettermi qualcosa di più; posso invitare a pranzo la donna che amo?”


“A patto che non lo intenda come pagamento dell’amore che poi ti darà con tutta se stessa.”


“Quella sarà un partita di giro; riceverai per quanto darai ed io farò lo stesso.”


Squillò il telefonino; Elvira chiese dove fossi finito.


“Eri stata avvertita, hai fatto traboccare la misura; io evaporo dalla tua vita.”


“Per una scopata?”


“Per slealtà contro di me; comunque, lo sapevi.”


“Non possiamo parlarne?”


“Non credo che il mio amore accetterebbe serenamente che cercassi di ricucire con te … “


“Sei già con un’altra?”


“E’ da mesi che le appartengo; oggi tu mi ha indotto a renderlo ufficiale.”


“Passerai da casa a ritirare almeno le tue cose?”


“Ero evaporato già da mesi; solo la tua presunzione ti ha impedito di accorgertene; non c’è più niente di mio nella tua casa; da mesi, tutto è stato trasferito nel portabagagli ed è stato sempre con me. Addio.”


Chiusi la comunicazione e innescai il rifiuto di chiamata.


“Quindi, davvero è da mesi che pensavi ad oggi?”


“Si; ora che ti racconterò, capirai come mi sono deciso e quanto ho imparato prima di decidere … “


“Per esempio?”


“Che ti amo, ma che voglio fare l’amore con te, non scopare o sbatterti; che voglio esserti leale e sincero e che mi aspetto lo stesso da te, che non voglio una storia a termine, vorrei che sognassimo con i ‘sempre’ e con i ‘mai’; sogno troppo?”


“Non lo so se è troppo; certamente è esattamente il mio stesso sogno; dopo pranzo, a casa nostra, ora possiamo dirlo, sapremo cosa ne pensano anche i nostri sessi; la chimica tra noi non è assicurata.”


“Stai dicendo che l’unico bacio non ha ancora dato indicazioni?”


“Beh, quelle sono ancora nelle mie mutandine; non le ho cambiate … “


“Allora, c’è chimica e noi la coltiveremo.”

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