Mi aggiro in questo posto senza una meta, confusa.


Dove mi trovo?


Mi sembra di essere all’interno di un casinò. Vedo gente ubriaca scommettere e vincere, ridere e divertirsi. Lascio alle mie gambe il compito di condurmi dove vogliono; sembra conoscano la strada. Guardo in basso.


Perché sono nuda?


Pizzico un capezzolo per accertarmi di non essere ospite della mia stessa dimensione onirica. Il dolore mi fa barcollare. No, non sto di certo sognando. Un croupier troppo zelante mi chiede se sto bene. Indossa dei pantaloni neri e una camicia scarlatta che fa da pendant al resto dell’ambiente: alla moquette soffice che mi accarezza i piedi, al muro cui mi appoggio per non cadere, persino alla luce soffusa che emana dalle poche lampade che illuminano le stanze. Svolto a destra superando un paio di amanti intenti a scambiarsi effusioni e il mio istinto mi dice di fermarmi alle slot machine. Mi siedo, avvertendo il fastidioso contatto della pelle dello sgabello sulle cosce. Inserisco una moneta e tiro la leva.


Ritenta, sarai più fortunata.


Ripeto l’operazione. Il primo rullo si ferma sul simbolo di uno strap-on. Il secondo lo imita. Il terzo si accoda. Ho vinto. Sento un tintinnio di campanelle attorno a me; la slot machine sputa una vetusta videocassetta: il mio premio. Non riesco a leggere ciò che c’è scritto sull’etichetta, l’inchiostro rosso è troppo sbiadito. Mi volto, accanto a me trovo un vecchio televisore con videoregistratore annesso.


Prima non c’era!


Inserisco la videocassetta e, improvvisamente, nello stesso istante in cui il titolo del film riempie lo schermo, tutti attorno a me s’immobilizzano e iniziano a fissarmi, silenziosamente. Mi sento a disagio.


Che cosa vogliono?


Il croupier di poco fa si avvicina. Un sorriso invadente gli si disegna sul volto. Mi guarda e, senza dire una parola, indica il televisore.


Decido di accontentarlo.



LO STRANO CASO DI MR. S. JEKYLL E LADY HYDE



Il cielo stava piangendo già da parecchie ore. Il servizio meteorologico, d’altronde, l’aveva previsto: sarebbe stato un weekend piovoso.
Una donna sulla trentina sedeva su una vecchia seggiola scricchiolante, fumando una sigaretta e leggendo un libro.
Il portone sì aprì di colpo e sulla soglia apparve una giovane ragazza, fradicia da capo a piedi. Attraversando a grandi passi la hall, si scusò in continuazione per le pozzanghere che stava abbandonando sul linoleum scheggiato. Arrivò al bancone, regalò un sorriso cordiale alla dirimpettaia e si presentò.


«Salve, sono Emily. Stavo viaggiando verso sud, quando sono stata sorpresa dal maltempo. E’ stata una fortuna trovare questo hotel. Avete una camera libera per la notte?»


La receptionist rimase in silenzio, fissando per qualche secondo la giovane donna e i suoi occhi da cerbiatta.


«Sono quasi tutte libere. Mi serve un documento.»


Emily le diede quanto richiesto. Per qualche secondo, il raschiare della penna sul foglio fu l’unico sfidante di un altrimenti invitto silenzio imbarazzante.


«Quest’albergo è suo… lady Hyde?», domandò la ragazza, osservando la targhetta appuntata sulla divisa della receptionist.


«Chiamami pure Melissa, sono più grande di te solamente di qualche anno. Sì, lo gestisco insieme… a un’altra persona. Camera ventisei. Ti servono altri asciugamani?», le domandò, porgendole le chiavi e indicandole i vestiti bagnati e i capelli fradici che si erano appiccicati su fronte e collo.


Emily annuì e fu quindi indirizzata all’ascensore; poi, al secondo piano, subito a destra. Gli asciugamani le sarebbero stati recapitati direttamente in camera, di lì a poco. Ringraziandola nuovamente, si avviò verso camera sua e abbandonò la hall.


*​


La stanza era spaziosa, dotata di un grande armadio e di un letto matrimoniale. Un vecchio telefono riposava sul comodino.


«Temevo peggio!», si rivolse a nessuno in particolare.


Emily premette l’interruttore accanto alla porta e una luce giallastra inondò la stanza, sfarfallò per qualche secondo, poi si spense del tutto.


«Fantastico!», commentò infastidita.


Accese la luce del bagno; per quanto soffusa, era pur sempre meglio del buio totale. Stese gli indumenti bagnati sul bordo della vasca, rimanendo vestita solamente della pelle d’oca. Rimosse velocemente gli abiti dalla valigia, per evitare di farli inumidire, e nutrì l’armadio. Pensò di fare una doccia, quando sentì bussare.


«Un attimo, sono nuda!»


Indossò in fretta una lunga e bianca camicia da notte e aprì la porta.
Melissa attendeva pazientemente in corridoio. Su un carrello di servizio, davanti a lei, c’erano poggiati due asciugamani, una logora scatola di cartone e un bicchiere contenente un liquido color rosso rubino.


«Ti ho portato altri due asciugamani. Quello è un tonico, devo berlo ogni sera alla stessa ora; poiché sono in giro a sistemare alcune cose…», si affrettò a precisare lady Hyde, notando lo sguardo curioso dell’ospite che, prontamente, si scusò, afferrò gli asciugamani e la invitò a scambiare due chiacchiere. Melissa accettò, ruotò il carrello e con esso s’infilò nella camera, accomodandosi poi sulla poltrona.


Emily si sedette sul letto e iniziò ad asciugarsi i capelli. Le donne conversarono di futili argomenti per un po’, poi il caldo iniziò a farsi asfissiante. La ragazza sollevò un po’ la camicia da notte e scoprì le pallide gambe affusolate, mirando a qualcosa che sicuramente non era un tentativo di rinfrescarsi. Allargò le cosce, cercando di sedurre lady Hyde che, dal canto suo, non sembrava indifferente a ciò che stava succedendo.


Melissa si alzò di scatto dalla poltrona e colse l’invito, peraltro poco celato, di unirsi a lei in un bacio peccaminoso, liberandola poi dalla prigionia della camicia da notte. Strinse le mani su quel seno prosperoso, ne tastò la consistenza e si avvicinò per baciarne i capezzoli. In pochissimo tempo le labbra, la saliva e il calore del suo fiato riuscirono a destarli dal letargo in cui si erano rifugiati.
Emily aiutò l’amante a svestirsi. A differenza sua, nessun ripido declivio digradava dal torace di lady Hyde; solo due piccole e docili collinette si ergevano ai fianchi di ciò che altrimenti sarebbe stato solamente una distesa pianeggiante.


Erano entrambe nude, adesso, e distese sul letto: Melissa quasi del tutto prona, Emily sdraiata sul fianco destro, le bocche comunicanti. Si avvicinarono un altro po’, le cosce delle ragazze si toccarono e le loro mani iniziarono a esplorare le curve dei glutei, pavide di scoprire ciò che già sapevano.
La giovane ragazza ruotò leggermente il corpo e allargò le gambe, invitando lady Hyde ad abbandonare qualsiasi timore. Così fu. Melissa allungò la mano e raggiunse la fica già umida della sua ospite. Ne accarezzò le forme e iniziò a massaggiare, facendo peregrinare le dita dalle grandi labbra alla cuspide di carne e ritornando di nuovo al luogo d’origine; entrando senza bisogno di chiedere permesso, sicura di essere ben accetta.


Emily mosse il bacino, seguendo il ritmo delle carezze man mano che queste iniziarono a farsi più intense, rendendo ben visibile la forma dell’osso iliaco sotto la pelle. Le sue mani, dalle lunghe dita affusolate, accarezzavano la nuca dell’amante, bagnandosi del suo sudore.
Le dita di lady Hyde si fecero audaci e prepotenti, poi si fermarono.


«Scusami, è l’ora del tonico.»


La proprietaria dell’albergo si alzò, bevve il rosso liquido e l’istante dopo si chinò per il dolore.


Emily, presa alla sprovvista, non seppe come reagire. Ebbe appena il tempo di capire ciò che stava succedendo, quando la donna le comunicò che quei crampi erano normali.


«Mi sono preoccupata. Ritorna qui.»


Melissa rimase immobile, in silenzio, un manichino privato della vita.


«Tutto bene?»


La voce di Melissa cambiò appena, diventando più roca.


«Lady Hyde è andata a dormire. Ci sono io adesso: Mr. S. Jekyll. Samuel Jekyll.»


Emily domandò spiegazioni, credendo si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto, ma quella rimase in silenzio, si diresse verso il carrello, aprì la scatola ed estrasse un fallo artificiale circondato da una serie di cinghie.


«Non devi aver paura», grugnì.


Il proprietario dell’albergo si avvicinò a lei, la baciò nuovamente ed Emily riconobbe la passione gentile che aveva conosciuto qualche minuto fa. Decise di fidarsi.


Mr. Jekyll si sdraiò e domandò alla ragazza di aprire le gambe. Iniziò a leccarle la vulva, le grandi labbra e il clitoride. Emily, in breve, fu di nuovo pronta e accogliente. Gli strinse la mano, facendogli capire che era il momento. Samuel si alzò, si diresse dall’altra parte del letto e la trascinò vicino al bordo. S’infilò lo strap-on, agganciò le cinghie, afferrò le gambe pallide dell’ospite e le fece appoggiare le caviglie sulle sue spalle.


Iniziò a penetrarla dolcemente; il fallo di gomma entrò senza nessuna fatica. Mr. Jeckyll cominciò a muoversi piano, le mani saldamente ancorate alle ginocchia della ragazza.
La stanza iniziò presto a riempirsi dei gemiti di Emily. La ragazza abbandonò le spalle dell’amante, desiderosa di provare qualcosa di diverso. Si sfilò da lui, lo costrinse a sedersi sul letto, e si accomodò su quel fallo umido d’ambrosia.


I colpi si fecero più fulminei, i bacini trovarono la giusta sintonia e iniziarono a muoversi complementarmente. Emily portò le mani sul collo di Samuel e lo baciò con passione, continuando quella danza, accompagnando ogni steccata e chiedendone un’altra. L’intensità dei mugolii aumentò, la vetta era in vista, la scalata quasi finita. La ragazza allagò le cosce di Samuel pochi secondi dopo, stremata e soddisfatta.


Si separò senza alcuna fretta da Mr. Jekyll e gli chiese di distendersi. Gli sganciò lo strap-on, lo rimosse e iniziò a baciare dolcemente la vulva. La carne sfidò a duello altra carne, la lingua vinse e il clitoride dovette pagare pegno. Mr. Jekyll tremò per pochi secondi, poi si dichiarò felicemente sconfitto.
Emily, contenta di aver portato a termine il suo compito, si accucciò al suo fianco.


«Samuel, posso farti una domanda?»


Il proprietario dell’albergo fu scosso dai brividi, calciò via lo strap-on facendolo cadere ai piedi del letto e poi, con voce notevolmente più femminile, rispose.


«Melissa Hyde è tornata.»


FINE.


Il video è terminato, i giocatori hanno ricominciato a giocare.
Mi alzo, ancora nuda e soprattutto eccitata per ciò che ho visto, e torno a girovagare per quelle stanze, senza una meta.
Poi, all’improvviso, mi sento attratta da una voce:


«Ventuno, signore e signori, il banco vince di nuovo!»


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