Ho conosciuto Sabrina ad un evento organizzato ad un museo nei pressi del centro di Roma.
Per ragioni e provenienze lavorative diverse, ci siamo incontrati e abbiamo condiviso la partecipazione all'evento in questione. Come spesso accade in situazioni di questo genere, c'è stato uno scambio di contatti.

Dopo quell'occasione ci siamo sentiti davvero sporadicamente, anche perché i nostri lavori non ci davano occasioni di collaborare, e soprattutto, fino ad un certo punto, i nostri contatti erano davvero solo per lavoro.

Una sera mi è capitato di visualizzare una sua storia su Whatsapp, e le ho risposto ironicamente. Abbiamo quindi iniziato uno scambio di messaggio ironici, che poi ha lasciato spazio a condivisioni di tipo lavorativo e professionale.

Sabrina è una donna più grande di me, anche se non di molto: 5 anni. Ma sono 4 anni importanti, che separano un trentatreenne da una quasi quarantenne.

Ad ogni modo, in maniera lenta e tranquilla la conversazione si snoda per qualche giorno, quando ad un certo punto si arriva al fatidico “potremmo anche vederci per parlare di questo progetto”.
La conversazione prosegue, e quell'imput resta lì, indisturbato e incontestato.


Registrato. Entrambi d'accordo, ma senza accalorarsi sul dove e quando.

Ma dopo quel particolare e chiaro “poi”, i messaggi hanno iniziato a prendere una piega particolare. La discesa verso le confidenze personali si è fatta sempre più manifesta e meno timorosa.

Non c'è dubbio che fossimo (e siamo) molto diversi, come visione della vita, delle cose, del lavoro. Ma qualcosa ci attirava l'uno all'altro, sempre più e sempre più palesemente.


Programmiamo di vederci a metà della settimana successiva, anche se c'era di mezzo un weekend.

Il sabato sera le chiesi, come mi era già capitato di fare qualche volta, cosa stesse facendo.


Mi rispose che stava preparando la cena, e che probabilmente si sarebbe annoiata perché quella sera doveva rimanere a casa, non avendo programmi. Sabrina è una donna dalla vita fortemente mondana: esce spesso, frequenta locali al centro, sempre di un certo livello.

Ci giro un po' intorno, e le dico che anche io passerò una serata simile.


“Se vuoi puoi venire a cena qui, tanto dove mangia uno, si mangia bene anche in due”.

Le rispondo che per me non c'è problema, se le fa piacere la raggiungo da lei.
E così faccio, dopo che mi da conferma.


Ho guidato per un'ora e sono arrivato a casa sua, un po' fuori città, seguendo le indicazioni del navigatore.

Quando mi ha aperto la porta, l'ho trovata davvero buffa: con un vestitino di lana leggera, color blu elettrico, calze nere e scalza. Una mano libera e l'altra con un guanto da forno e una cucchiarella.
Della serie “mi metto quasi in tiro anche dentro casa per preparare una zuppa”.


Lei era come me la ricordavo, anche se, data la situazione in casa sua, un po' meno ingessata e rigida (impostazione che invece aveva all'evento).
Non altissima, capelli castani appena sotto le spalle.


Ciò che non ricordavo o non avevo avuto modo di mettere a fuoco nella precedente occasione era la bellezza delle sue gambe, che ora, avvolte da queste calze, si allungavano fuori dal vestitino blu.
Inoltre, la forma tondeggiante del suo lato B.


Rompere il ghiaccio non era necessario, o almeno non più del dovuto.
Nei pochi minuti che mancavano al metterci seduti per mangiare nella sua piccola cucina, le ho gironzolato intorno per vedere come cucinava, chiedendo se le occorreva una mano, e iniziando ad avvicinarmi.

Lei non mi respingeva, anzi, mi guardava e rispondeva sorridendo quasi maliziosa, con quei suoi occhiali con le lenti troppo grosse per il suo volto.

Iniziamo a cenare, chiacchierando del più e del meno, e stavolta è lei che fa molte domande, di vario tipo.


Mentre ceniamo mi chiede se voglio del vino, fissandomi negli occhi e accarezzando la bottiglia del vino con la mano... su e giù. Vede che la vedo, e non mi stacca gli occhi di dosso, sorridendo. Rifiuto il vino.

La serata prosegue abbastanza tranquilla per un po', fin tanto che decidiamo di accomodarci nel soggiorno, sul divano a chiacchierare con la tv accesa.
Esaurite le chiacchiere di lavoro, decidiamo di guardare un po' di tv. Mentre fa zapping, si accuccia addosso a me.

Certo che... senti qui che pettorali. Hai capito il ragazzino!
Sì, le era preso a chiamarmi ragazzino, per scherzosamente rimarcare la nostra differenza di età.


Le spiego quindi che anche se non sono altissimo, faccio come sport lotta, e quindi ho una certa fisicità. Sorpresa di questa cosa inizia a scherzare e fare battute.


Inizio quindi ad essere anche io più generoso con le carezze un po' affettuose, e le faccio piccoli massaggi sul collo e sulla schiena.


La situazione si scalda e finalmente ci scambiamo i primi baci, un po' timidi. Ma basta davvero poco per avvampare in baci molto più ardenti e che alludono a ben altro.

Dopo questa parentesi di fuoco, comunque, ci rimettiamo a guardare la tv; lei sempre accucciata a me, e io sempre con massaggi dolci. Con la mano inizia a massaggiarmi il petto. Poi inizia a scendere.


Anche se non mi scompongo, tra le mie gambe inizia a erigersi una colonna di marmo. Quando arriva lì con la mano, mi guarda esterrefatta.


Hai capito il ragazzino?” - La guardo sorridendo e senza dire nulla.


Mi sbottona i pantaloni e mi abbassa le mutande, per ritrovarsi davanti al mio membro assolutamente al massimo del vigore.


Lo prende in mano come aveva fatto con la bottiglia di vino a cena e inizia un lentissimo movimento su-e-giù, come per capirne bene la dimensione.


La sua mano fredda contro tutto il calore possibile del mio membro duro. Un piacere nel piacere.


Poi, da quella posizione mezza sdraiata accucciata a me, con ora la testa poggiata sul mio petto, e lo sguardo rivolto alla tv davanti a noi (quindi in realtà mi stava dando quasi le spalle) pronuncia una sola domanda:
Posso giocarci?”

Le rispondo “certo che puoi.


La sua testa si è mossa verso il basso e il suo corpo si è steso per sdraiarsi lungo sul divano, tutto in un unico movimento.


Ho chiuso gli occhi ed ho percepito la sua lingua calda e le sue labbra morbide inghiottire la mia cappella, per poi tenerla in una soffice morsa per per diversi secondi, come quando succhi forte un calippo per sentire che sapore sale, solo che lei non stava succhiando forte, bensì dolcemente. Le sue labbra erano serrate alla base della cappella, tenendo questa chiusa nella bocca ed il resto fuori. Dentro, la lingua faceva cose incredibili.


 

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Categorie: Confessioni Etero