«Cosa hai detto? Cosa cazzo hai detto?». 


Nella sua macchina, urlavo istericamente, chiedendogli spiegazioni. Ero impazzito, ma chi non lo sarebbe dopo una proposta del genere? Lui non rispondeva, mi lasciava urlare. L'uomo, per giunta sposato, di cui da mesi ero l'amante, che mi viziava regalandomi completi intimi e che diceva di amarmi, mi aveva appena proposto di fare sesso con un tale per ripagargli un debito di gioco. 


«Come cazzo puoi chiedermi una cosa simile?». 


Lo accusai di essere uno stronzo, di avermi umiliato, di avermi preso per il culo; poi frenò bruscamente e disse: 


«Ora basta. Ne ho le palle piene. Lo sai cosa sei tu? Una puttana viziata». 


«Io sarei viziata? Ho sempre fatto tutto quello che volevi». 


«Perché è questo il tuo dovere! Fare tutto quello che ti dico di fare e stare zitta! Sei qui per farmi sborrare e nient'altro!». 


Rimasi di stucco. 


«Userai il tuo culo per pagare il mio debito o no?». 


«No», risposi con decisione. 


«Allora vaffanculo, coglione! Frocio!». 


Lui mi aprì la portiera e mi spinse giù dall'auto, poi rimise in moto e sfrecciò via. 


Ero a piedi, al freddo, in quella strada poco trafficata e lontana da casa. Ci ero cascata di nuovo. Di nuovo mi ero invanghita del maturo che mi usava solo per svuotarsi le palle. 


Mi incamminai verso casa nella notte. Volevo piangere ma, in fondo, sapevo che era tutta colpa mia, che mi facevo troppe illusioni. 


Arrivai all'ingresso della metropolitana. Mi muovevo piano a causa dei tacchi alti e del vestito succinto. Imboccai il sottopassaggio. Notai tre uomini che venivano in direzione opposta alla mia; sapevo che non sarei passata inosservata, dato che indossavo un vestitino e delle scarpe rosa shocking, infatti mi guardarono ridendo tra di loro e scambiandosi parole straniere. Dovevano essere dell'est Europa. 


Uno di loro mi urtò e mi fece cadere sbattendo il fondoschiena. Poi si avvicinò – davvero troppo – mettendomi il pacco all'altezza della faccia. Sul momento mi sembrò una bella visione quell'uomo muscoloso con dei jeans attillati, che gli facevano delle palle e un cazzo enormi. Pensai che volesse scusarsi, ma lui, chinandosi, mi disse in faccia, in un italiano stentato, «sbruffoncella, non guardi dove vai?». 


I suoi due compari si erano già posizionati alle mie spalle e mi sollevarono da terra afferrandomi con forza per le braccia. Odoravano di alcol e deodorante, dovevano aver passato la serata in una discoteca della zona. I tre sono più alti di me di una ventina di centimetri, massicci, con tutta probabilità gente abituata al lavoro pesante. Si stringono attorno a me, ridono. I maschioni mi guardano allupati, mi palpano, mi strizzano, mi mettono le dita in bocca, mi sollevano il vestitino e a turno mi schiaffeggiano il cazzetto. Sono intimotita, ma anche eccitata. 


Dovrei aver paura, ma mi scopro a civettare con loro. Mi spintonano verso il bagno della metropolitana, lontani dalla vista di possibili passanti, comunque rarissimi a quell'ora della notte. Parlano nella loro lingua, ma riconosco alcune parole italiane: «frocio» e «pompino». 


Mi fanno inginocchiare tra due orinatoi a muro, sul pavimento sporco, schizzato di piscio, si slacciano i pantaloni e a turno mi ficcano il cazzo in bocca. La usano come un mero buco per le loro voglie. Mi sbattono i membri sulla fronte e le guance, li sento ridacchiare sommessamente. Ricevo numerosi sputi, uno in particolare mi prende in pieno occhio sinistro, impedendomi di vedere. Mentre succhio quei cazzi, mettendoci impegno, eiaculo nelle mutandine di pizzo. 


Uno di loro mia afferra per la gola per farmi alzare e mi sbatte contro il muro. Poi si toglie la cintura dai pantaloni. Penso voglia picchiarmi, ho un moto di orrore, ma la usa per legarmi le mani alle tubature di uno dei dei cessi a muro. Mi ritrovo piegata «a novanta», bloccata, con la testa praticamente dentro il cesso e il culo esposto alle voglie dei tre sconosciuti. Uno mi strappa le mutandine e me le conficca in bocca poi, dopo avermi sculacciata, mi lubrificano la rosellina anale con del sapone e mi sodomizzano. 


Mi scoparono forte, facendo sfregare i loro cazzoni contro il mio retto e dilatandomi non poco. Le loro cappelle picchiavano duro contro la mia prostata, mandandomi in estasi, non avevo mai goduto in modo così selvaggio. Qualche volta, uno dei tre, schiacciava il bottone dello sciacquone e l'acqua che ne fuoriusciva mi bagnava i capelli e il viso. Dalla mia bocca ostruita non uscivano che pochi rantoli di piacere e qualche urletto per via delle sculacciate. La posizione in cui ero costretto era estremamente scomoda e sentivo le gambe cedermi sotto i colpi di cazzo degli energumeni. 


Non so quanto tempo passo in quella posizione, ma poi mi slacciano i polsi e se ne vanno, lasciandomi in uno stato pietoso. Dopo alcuni minuti da quando i tre se ne andarono, mi misi a gattoni e piano piano mi alzai su due gambe. Mi sentivo in qualche modo felice. Il mio ano spampanato e frusto continuava a pulsare facendo uscire fiotti di sperma che mi colavano tra le cosce, macchiando le autoreggenti strappate all'altezza delle ginocchia. 


Arrivai a casa con grande fatica. Per fortuna era tardi e non c'era anima viva in giro. Arrivai al portone di casa, presi le chiavi dalla tasca e le avvicinai alla serratura, ma le feci cadere. Mi chinai per raccoglierle, senza pensare che piegandomi il quel modo e con quel vestitino, si sarebbero viste la mie piccole palle penzolanti e il culo. Sentii il rumore della chiusura di uno sportello dietro di me. 


Era il mio vicino di casa. Non so bene cosa ci facesse lì a quell'ora, ma a giudicare dal suo sguardo ero certo che avesse capito che fossi e che ero quasi nudo. Rosso in faccia, aprii di scatto il portone e me lo chiusi pesantemente alle spalle. Mi vergognavo tantissimo, ero stato scoperto. Entrai nel mio appartamento, mi trascinai in camera e mi sdraiai a letto. Ci pensai ancora qualche minuto, poi caddi, sfatta com'ero, in un meritato sonno ristoratore.

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