dal diario di Claudia: febbraio 1994


Il volo Alitalia AZ 611 parte puntualmente alle 19.15 di un tardo e piovoso fine pomeriggio di febbraio dal JFK di New York. Finalmente torno a casa, mi dico, per nulla dispiaciuta di lasciare la Grande Mela dopo lo stage e gli allenamenti in World League. Non ho voglia di ripercorrere con la mente queste due ultime e intense settimane della mia esistenza. Sebbene vagamente compiaciuta dei risultati ottenuti, mi sento stanca e svuotata, satura di pallanuoto. Mi slaccio la cintura di sicurezza e mi sistemo nel confortevole sedile di prima classe dell’aereo che mi sta riportando in Italia.
Una hostess molto carina mi sorride e mi chiede se desideri qualcosa da bere, prima che sia servita la cena.
"No, grazie signorina" le rispondo, ricambiando il suo sorriso. Noto nei suoi occhi quel lampo di malcelata invidia che spesso noto nelle donne che mi guardano. Anche se non m’interessa molto il mio aspetto fisico, so di avere un bel viso e un bel corpo, ma non capisco perché un’altra donna attraente debba provare quella strana e sottile gelosia nei miei confronti. Ho trascorso metà dei miei 27 anni a difendermi o ad accettare gli sguardi, i complimenti e le avances, talvolta grossolane e dirette, dei maschi. Ed ora ci si mettono anche le donne!
Scaccio anche queste futili riflessioni e chiudo gli occhi. Immediatamente mi si presenta l’immagine di Federico, il mio fidanzato da un anno, che rivedrò tra otto ore al teminal C dell’aeroporto di Malpensa. Per l’ennesima volta mi domando se sposarlo subito e in così berev tempo non sia un errore, se la complicità particolare non mi ha fatto correre troppo nelle decisioni; lo amo davvero ma ci sono dubbi, e come sempre, non riesco a darmi una risposta convincente.
Un lievissimo rumore alla mia sinistra mi sottrae ai miei pensieri. Ancora non ho fatto ben caso alla persona che occupa la poltrona accanto alla mia, quella verso il finestrino dell’aereo. L’uomo, del quale non riesco a vedere la faccia nascosta dalle mani, emette dei tenui singhiozzi ed il suo corpo è appena scosso dal tipico tremore di chi piange.
Sono incerta se continuare a badare ai fatti miei o interessarmi al mio occasionale vicino. Prevale infine il mio istinto di buona samaritana e la mia naturale curiosità: è così raro vedere un uomo che piange!
"Signore, signore..." gli sussurro, toccandogli delicatamente il braccio.
L’uomo scuote appena il capo e, tenendosi le mani sul volto, riesce a biascicare "...mi scusi signorina..."
"Qualcosa non va? Non si sente bene?" domando.
L’uomo si sforza di trattenere il tremito. Con il fazzolettino del taschino della giacca si asciuga gli occhi appena arrossati dal pianto e mi guarda. Lo guardo anch’io: è un bell’uomo sulla quarantina, con un viso da antico romano e folti e ricciuti capelli neri tagliati corti, cui fanno delizioso contrasto due occhi azzurri come il cielo. Anche se ancora velati dalle lacrime, quegli occhi sono davvero stupendi, innocenti come quelli di un fanciullo.
"Mi perdoni signorina, non volevo infastidirla..." mormora con voce appena rinfrancata, ma dal tono morbido e virile come ci si può aspettare da un tipo così affascinante.
"Mi scusi lei" riesco a farfugliare, profondamente turbata, "sono mortificata..."
"Oh no, lei è stata gentile a preoccuparsi per me" soggiunge il giovane. "E’ stato un momento di malinconia e di tristezza."
"E’ normale" ribatto, "forse ha lasciato una persona cara?" non mi trattengo dal chiedere.
"In un certo senso si... ho lasciato una persona cara, anzi tre persone... Ma sono state loro a lasciarmi, per sempre..." risponde gentilmente uomo, la cui voce appare ora meno sicura. Capisco che è molto scosso e sento l’irrefrenabile bisogno di consolarlo.
"Me ne vuole parlare? Qualche volta sfogarsi anche con una persona appena conosciuta può far bene."
"Ha ragione, signorina. Vede, ho detto che tre persone care mi hanno lasciato, ma non è esatto. Si tratta di mia moglie e delle mie due piccole gemelline di cinque anni. Sono morte... mi hanno lasciato per sempre..."
Il giovane si porta nuovamente in fazzolettino agli occhi e si sforza di ricacciare indietro le lacrime.
Poso la mia mano sul suo braccio e lo stringo con delicatezza, per esprimergli la mia solidarietà umana.
"Grazie signorina, lei deve essere molto buona e comprensiva" mormora, guardandomi con infinita tristezza.
"Mia moglie, americana, era andata a Boston con le bimbe a trovare i suoi genitori che non vedeva dal giorno del nostro matrimonio. Era così felice..."
Lo guardo e non oso interromperlo.
"Viaggiavano tutte tre nella macchina dei miei suoceri. E’ stato un attimo. Un grosso camion ha sbandato ed ha invaso l’altro senso di marcia. E’ andato a sbattere contro l’auto. Non c’è stato nulla da fare. Non si è salvato nessuno... nessuno... tutti morti sul colpo: mia moglie, le gemelline, i miei suoceri..."
Continuo a tenere la mia mano appoggiata sul suo braccio. Sento i suoi muscoli irrigidirsi. Ha stretto il pugno nel ricordare quel terribile momento.
"Ero in riunione nel mio ufficio a Genova. Mi hanno detto che c’era una chiamata da Boston per me. Ricordo che mi sono alzato sorridendo dal tavolo e mi sono scusato con i miei collaboratori: ah, queste mogli, ho detto, non possono stare un giorno senza sentire i mariti lontani! E invece era la polizia... Tutti morti, mi hanno detto, cercando d’essere gentili... Ecco, la mia vita è finita in quel momento.
"Si faccia coraggio, sua moglie e le sue figliolette non vorrebbero vederla così triste." Non riesco a trovare qualcosa di meno banale da dire a quel giovane uomo così provato dal dolore.
"Lo so, lo so..." mormora lui, fissandomi, ma con lo sguardo perso nel vuoto.
"Non mi sono ancora presentato" dice improvvisamente, come scuotendosi dal torpore, "Sergio " e mi porge la mano.
"E io Claudia" rispondo, lasciandomi stringere la mano dalla sua. E’ una mano forte, ma nello stesso tempo morbida, asciutta e fresca. Quel contatto mi procura un brivido.
Per distogliere l'uomo dal suo immenso dolore, inizio a parlare di me, del mio lavoro e delle mie recenti esperienze nella Grande Mela. Pian piano la nostra conversazione pare sopire la tristezza di Sergio e rianimarlo.
Mi dice che lui è un ingegnere, che è titolare di un’azienda di Genova, specializzata in trasporti eccezionali, che ha 41 anni, che vive a Genova.
Gli rispondo che siamo quasi vicini di casa e che abito in una villa a Lerici. Non so neppure io perché gli dia questa informazione: forse per quello strano feeling che si è creato fra me e questo uomo così provato dalla sventura. Mi mostra, con comprensibile commozione, la fotografia della moglie e delle gemelline: Patricia, una bella ragazza bionda dallo smagliante sorriso, con i capelli tagliati cortissimi; le due bimbette simili come due gocce d’acqua, bionde come la madre, paffute e sorridenti. Restituisco la fotografia, che il giovane ripone con cura nell’elegante portacarte di pelle.
"Sono stato fortunato ad avere una vicina di posto come lei, signorina Claudia. Non so come avrei potuto resistere a queste otto ore di volo che mi riporteranno in una casa vuota e silenziosa..."
"Puoi darmi del tu, se vuoi" mi sorprendo a rispondergli.
"Grazie, Claudia. Sei una ragazza così dolce e comprensiva ed io ti sto affliggendo con le mie disgrazie..."
"Non ci pensare Sergio. Sono felice di poterti far compagnia e darti un po’ di conforto, anche se mi rendo conto che le parole, in certi casi, valgono ben poco."
"Oh no, sapessi quanto bene mi fa la tua presenza e la tua disponibilità. Ho bisogno di non pensare, di levarmi dalla mente quest’incubo che mi sta ossessionando."
Mentre parliamo ho nuovamente posato la mia mano sul suo braccio. Sergio posa la sua mano sulla mia, stringendola delicatamente, come per farmi capire la sua riconoscenza. Ad un tratto le mie dita s’intrecciano con le sue e ci guardiamo, nella penombra. Le luci sono state smorzate perché stanno programmando un film sullo schermo. Mi sento pervadere da una tenerezza infinita verso questo giovane uomo già così provato dalla sorte. Vorrei saperlo consolare stringendolo tra le mie braccia, cullarlo come fosse un bimbo e guardarlo nei suoi profondi e innocenti occhi azzurri, fargli sentire un calore capace di sciogliere il gelo del suo cuore.
Sergio si accosta il più vicino possibile a me ed io faccio altrettanto. Adesso sento il profumo muschiato del suo dopobarba e l’odore delicato e maschio della sua pelle. Avverto un lungo brivido lungo la schiena. Avvicino la mia bocca al suo orecchio e mi sento mormorargli "rilassati, cerca di dimenticare tutto per un attimo, sono qui vicina a te..."
Lui mi stringe forte la mano e appoggia il capo sulla mia spalla. Non riesco a vincere l’impulso di accarezzare quei capelli ricci che sanno di buono.
"Come sei cara..." mi sussurra con voce calda. Il suo alito sfiora il mio collo come una tiepida e dolcissima brezza. "Dio mio, cosa mi sta succedendo?" mi dico, avvertendo un improvviso languore.
Mi allontano da lui, quasi bruscamente, spaventata dalla emozione che quell’uomo mi sta provocando.
"Claudia, cos’ho fatto?" mormora con tono stupito e con gli occhi tristi che mi fissano, luccicando, nel buio della cabina.
"Non è nulla, scusami. E’ stato un momento di..." e le parole mi muoiono in gola.
"Ti capisco, sai. Anch’io ho provato..." e neppure lui termina la frase.
"Lo so, ma è tutto così assurdo..."
"No, non c’è nulla di assurdo. Ho incontrato un angelo. Ti prego non lasciarmi anche tu."
Entrambi ci rendiamo conto che sta succedendo qualcosa. Qualcosa che ci turba, che ci spaventa, ma che non riusciamo ad evitare.
"Stai tranquillo, Sergio, non ti lascio, te lo prometto... Va tutto bene... va tutto bene" sussurro accarezzandogli i capelli.
Intorno a noi c’è silenzio. Sono accese solo le luci notturne nella vasta cabina di prima classe. Riesco a malapena a distinguere il passeggero che sta alla mia destra, oltre il corridoio centrale. Ha reclinato la sua poltrona e sta dormendo.
Afferro il plaid di cui tutti i passeggeri sono stati forniti e mi copro fino alle spalle. Lui mi imita.
E’ pazzesco quello che sto facendo, ma non me ne importa nulla. Cerco di giustificare il mio comportamento con il desiderio caritatevole di portare un po’ di sollievo al mio occasionale compagno di viaggio. So di prendere in giro me stessa, perché questa situazione l’ho spesso concepita con la fantasia nei meandri del mio giardino segreto e ora, per la prima volta, la sto vivendo perché lo desidero, perché sono restata stregata da quegli occhi azzurri, da quei capelli ricci, da quel volto da antico romano, da quelle mani morbide, forti ed asciutte.
"Lasciati andate, non pensare a nulla, vedrai...hai diritto ad un attimo di felicità..." sussurro all’orecchio di Sergio.
Lui risponde con un bacio, tenero ma con un che di disperato, come volesse aspirare da me una vitale boccata d’ossigeno. Poso lentamente una mano sul suo inguine e, sotto la morbida stoffa dei pantaloni, avverto l’aggressiva protuberanza del suo membro. Sono eccitata come non mi succedeva da tempo: i seni mi si gonfiano ed il mio sesso sboccia come una rosa di rugiada. Quando stringo il suo pene, emette un sospiro, mi bacia con veemenza e mi afferra un seno.
Gli abbasso lentamente la zip e il membro, finalmente liberato dalla prigionia, scatta in avanti, pronto ad essere afferrato dalla mia mano. Lo sento pulsare ed ingrossarsi sotto le mie dita. Lo stringo con forza poi inizia a masturbarlo con dolcezza, rispondendo con passione al suo bacio. Le nostre lingue si cercano, le nostre labbra succhiano golose, i nostri denti mordicchiano con tenera voluttà.
Sergio mi infila la sua mano tra le mie cosce socchiuse e finalmente si posa sulle mutandine, madide dei miei umori. Sollevo il bacino per consentirgli di abbassarmi gli slip ed offrigli il dono del mio sesso, un frutto maturo pronto per essere colto.
"Ne ho tanta voglia" sospira al mio orecchio, interrompendo per un attimo di baciarmi.
"Anch’io, " riesco a rispondergli, accelerando il ritmo della mia mano sul suo membro.
Sono eccitata da morire e desidero solo provare piacere e donarlo al mio amante. L’orgasmo giunge improvviso e violento sotto lo strofinio sapiente delle sue dita, che si riempiono dei miei umori.
"Continua... ti prego... non ti fermare..." gli ordino con un grido soffocato di piacere.
Dopo pochi secondi godo nuovamente, con un orgasmo prolungato che sembra non avere mai fine e che mi precipita in un vortice di sensazioni meravigliosamente appaganti. Sergio ferma i miei mugolii di piacere con una bacio dolcissimo. La sua mano avvolge tutto il mio sesso gonfio e l’altra, infilata sotto la camicetta, stringe i miei seni nudi ed i capezzoli induriti dal godimento.
Mi accorgo di tenere il pene serrato tra le dita ferme. Lo sento fremere e pulsare.
"Oddio... scusami, " gli sussurro, riprendendo a masturbarlo, con lentezza e con improvvise accelerazioni che fanno eccitare il mio amante. Poi infilo il capo sotto il plaid e bacio quella meravigliosa verga. Lecco con voluttuosa ingordigia il glande turgido, che immagino lucido e rosso. I calzoni sono leggermente abbassati e riesco ad afferrare con delicatezza lo scroto, toccare i testicoli gonfi e farli leggermente ballonzolare mentre la mia bocca accoglie il membro, succhiandolo golosamente.
Sento che sta per raggiungere l’orgasmo, ma capricciosamente non voglio privarmi del piacere di trastullarmi ancora con il suo cazzo. Prolungo il gioco fino a farlo spasimare dal desiderio. Se fossimo soli, so che urlerebbe e mi supplicherebbe di farlo godere. "Ora basta, gioisci mio amante..." penso, mentre le mie labbra eccitano il membro che cui contrazioni diventano convulse e finalmente accolgo lo schizzo violento del suo seme tiepido nella mia bocca.
Resto ancora sotto il plaid, madida di sudore, a succhiarlo, con tutta la tenerezza e la dolcezza che il mio languore mi suggerisce e finalmente emergo con la testa, aspirando voluttuose boccate d’aria.
Sergio mi guarda con i suoi profondi occhi azzurri appena velati dall’appagamento. Nessuno, intorno, pare essersi accorto di quanto è appena successo.
"Sei stata semplicemente meravigliosa, Claudia"
"E’ stato bellissimo anche per me. Adesso scusami, devo andare alla toilette."
Mi ricompongo alla meglio e scosto il plaid che ha coperto il nostro imprevedibile gioco. Recupero il beauty-case e mi avvio, con un lieve senso di vertigine, verso la toilette.
Passa meno di un minuto e sento un discreto picchiettare sulla porta.
"E’ occupato, " reagisco.
"Sono io, apri per favore" mi dice la voce soffocata di Sergio.
Lo faccio entrare.
"Non ti ha visto nessuno?", gli domando ansiosa.
"Non credo, ma se anche fosse non me ne importerebbe nulla. E a te?"
"No, neppure a me..." rispondo rannicchiandomi contro il suo petto largo e virile.
Si è tolto la giacca ed è rimasto in camicia e cravatta. Non mi ci vuole molto per liberarlo di quegli indumenti. C’è una sorta di frenesia nei nostri gesti, mentre anche lui mi spoglia velocemente.
"Ne ho ancora voglia." mi sussurra stringendomi a se. Sento il suo membro premermi con forza contro il ventre.
"Anch’io, prendimi, ti prego" riecco a biascicare con la voce rotta dal desiderio.
Mi appoggio al lavandino della minuscola toilette e divarico le gambe. Lui entra in me lentamente ma con decisione. I muscoli della mia vagina si contraggono nel ricevere quel gradito e sospirato ospite. L’orgasmo non tarda a mandarmi in paradiso, ma non avverto il suo seme spandersi dentro di me.
Sergio raccoglie un po’ di sapone liquido dall’erogatore del lavandino e me lo spalma tra le natiche.
Capisco le sue intenzioni e ne sono impaurita e imbarazzata: 
"Lasciati andare, tesoro..." mi suggerisce lui.
Chiudo gli occhi mentre sento la punta del suo membro che cerca di farsi strada nella mia fessura. Provo un po’ di dolore sotto quella spinta delicata ma decisa. E' molto gentile e si arresta più volte per darmi la possibilità di accogliere il suo pene. Finalmente lo sento tutto dentro di me e lentamente una sensazione di piacere sostituisce l’iniziale dolenza.
Quando inizia a muoversi dentro di me, facendomi sentire sulle natiche il cadenzato tamburellare dei suoi testicoli, un’onda di libidine pervade tutto il mio corpo. Dimeno le natiche assecondando il ritmo sempre più intenso dei suoi movimenti. L’orgasmo che provo è indescrivibile e si prolunga quando sento l’uomo godere dentro di me.
Un lieve picchiettio alla porta della toilette mi riporta dallo stordimento del piacere alla realtà.
"Va tutto bene?" dice una voce gentile che suppongo appartenga alla hostess.
"Si... si... è tutto a posto, grazie..." riesco a rispondere con la voce ancora ansimante.
Mi pare di sentire, di là dalla sottile porta, un risolino soffocato e sento le gote avvampare per il disagio. Sergio, per nulla turbato, mi rassicura.
"Non ti preoccupare, il personale di volo deve essere molto discreto."
Mi bacia teneramente e ci ricomponiamo in fretta. Quando usciamo dalla toilette, noto, in fondo al piccolo corridoio, la sagoma delle nostre due hostess. Nonostante le luci notturne, vedo i loro occhi che brillano maliziosamente.
Dopo essermi riseduta accanto mi rilasso lentamente e il mio cuore, a poco a poco, riprende il suo battito normale. Un piacevole torpore invade tutto il mio corpo e mi rannicchio accanto a Sergio. Mi addormento quasi subito.
Mi sveglio quando ci viene servita la prima colazione. Sergio mi guarda con un’espressione serena e mi dà il buongiorno con un leggero bacio sulla bocca. Sorseggio con piacere una tazza di caffè bollente e sgranocchio avidamente un paio di pasticcini.
Mi sento bene, rilassata e felice, come non mi succedeva da molto tempo. Sergio è premuroso e gentile. Anche lui appare rasserenato e con una gran voglia di parlare con me.
"Claudia, adesso che ti ho conosciuta non voglio perderti" mi bisbiglia teneramente.
"Neppure io. Sei stato tanto caro. Mi hai fatto vivere momenti meravigliosi"
Gli ho già raccontato di Federico e della decisione che vorrei prendere ora di rimandare il matrimonio più avanti, di aspettare. Sa che lui sarà ad attendermi all’aeroporto e non obietta quando lo prego di non starmi vicino all’uscita del terminal.
"Devo dirgli con calma che preferisco aspettare un anno, maturare il nostro rapporto e intanto io e te continueremo a vederci e vedremo cosa capiterà, non voglio farlo soffrire. Almeno questo glielo devo."
"Ma certo, Claudia, ti capisco. Noi ci rivedremo prestissimo. Telefonami appena sarai libera."
L’aereo atterra senza sobbalzi sulla pista . Vicino al portellone ci sono le nostre due hostess, quelle che poche ore prima erano nei pressi della toilette. Mi rivolgono un sorriso stereotipato.
"Grazie di aver volato con la nostra compagnia" mi dice la più giovane delle due, "spero che il volo sia stato confortevole" aggiunge, facendomi un occhiolino malizioso e poi ridendo apertamente di fronte al mio imbarazzo.
Le operazioni di sbarco procedono con la solita esasperante lentezza e finalmente mi posso recare verso l’uscita per terminal C, dove alcune persone sono in attesa dei viaggiatori.
Scorgo immediatamente Federico, che, con il suo metro e novanta, sovrasta la piccola folla. In prima fila c’è una bella ragazza bionda con i capelli cortissimi e il sorriso smagliante, che tiene per mano due gemelline anch’esse bionde e sorridenti che fanno ciao da lontano al papà.
Mi giro e incrocio lo sguardo di Sergio. Lui allarga le braccia con un gesto che mi illumina, poi allunga velocemente il passo per riunirsi alla sua famigliola. Non si volta nemmeno, mi sento stupida, usata, presa in giro da uno scopagalline. Mai per un attimo avevo dubitato della sua sincerità e invece ho fatto parte di un suo giochetto preconfezionato.
Resto stordita, incapace di pensare e di muovere un passo. Federico mi si avvicina preoccupato.
"Tesoro, che ti succede?" grida venendomi incontro per abbracciarmi.
"Non è nulla, solo un po’ di stanchezza..."
Lui mi bacia sulle guance, ma non sento neppure il contatto delle sue labbra. Mi sussurra "buon San Valentino" all’orecchio. Senza attendere una risposta che non mi sento di dargli, afferra il carrello con le mie valige e mi precede verso l’uscita.
Lo seguo come una cagnolina bastonata. 


 

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