Guardavano la televisione o leggevano, nelle lunghe serate invernali: la Fata si piazzava sul divano e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma, pur di starle vicino. Le loro gambe, celate sotto la coperta, iniziavano a strusciarsi, il suono del tessuto che frusciava eccitava entrambe. Ad Alba non mancava mai la scusa adatta: ora per lo spasso, ora per la paura, ogni pretesto era buono per stringersi alla Fata di Ferro. Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole dita sottili cominciavano a frugare. La ragazza abbracciava la donna in cerca d’affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva. Vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra roselline sul fondo nero, altre, cogliendo le margherite della vestaglia lilla; e più la Fata taceva, più le mani si prendevano delle confidenze.


Dapprima voleva sfiorare con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontanee e senza scopo. Ma poi l’eccitazione aumentava; i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi. Quelle mani “possedevano”, letteralmente, il corpo della grossa fata.


Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora, di piatto, si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine. Poi tornava su, cercava le mammelle e tirava, e premeva, e giocava con il seno abbondante. I capezzoli si rilevavano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto matronale. Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi… La fata moriva lentamente di languore. Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.


Il plaid faceva da complice.


La ragazza iniziava col lamentarsi di aver caldo e, da sotto la coltre, faceva scivolare via la gonna dalle gambe di gazzella e restava solo in mutandine e calzettoni.


La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, scivolava sulla seta e trovava, infine, la pelle dell’altra. E quando la carne s’incontrava, per entrambe era il tripudio.


Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto. Il silenzio falso della fata faceva fremere la giovane principessa. A ogni momento temeva di essere scoperta e quindi allontanata, scacciata. Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi! Doveva bere a quella fonte.


 


Ogni sera si riprometteva di resistere a quella sete ma, il pomeriggio successivo, i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno. Che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto! Spesso si ritrovava con le mutandine bagnate ma dal fuoco della lussuria.


 

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