Che la nostra fosse una relazione aperta lo avevamo stabilito da subito, sin dal primo giorno in cui ci eravamo messi insieme. Lo aveva voluto Fabiola, la mia grassa porcella puttana e insaziabile.


“Tu mi piaci davvero e voglio stare con te – mi aveva detto – Ma io mi conosco: non sono fatta per la monogamia. Non è che scoperò un uomo diverso al giorno, ma se ne ho voglia nemmeno mi tirerò indietro. A te sta bene?”


Io avevo risposto senza neanche pensarci.


“A me sta benissimo – le avevo risposto – A condizione che me lo dici e non mi fai le cose alle spalle”.


Così avevamo stretto il patto e tutto era andato benissimo. Le volte in cui Fab si era scopata qualcuno che non fossi io – un collega di lavoro, un commesso del negozio dove comprava i suoi vestiti extra large, un ragazzo abbordato in un locale – mi aveva confessato tutto serenamente, e io l’avevo presa piuttosto bene. Fab era così, libera e assetata di sesso, e avevo scoperto che il suo corpo così grasso aveva un eccezionale numero di estimatori. Quindi perché rovinarsi la vita con della stupida gelosia? Un paio di volte l’avevo condivisa con altri in incontri di sesso a tre davvero entusiasmanti e una volta lei si era data a me insieme a Claudia, la sua migliore amica, dal fisico over size anche lei.


Adesso, da tre mesi circa, il nostro ménage si era consolidato. Io e Fab scopavamo sempre tantissimo, ma non più tutti i giorni come all’inizio della nostra storia. Nei giorni in cui non ci vedevamo lei si vedeva con Vincenzo, un mio caro amico che le avevo offerto per darle un diversivo che mi restituisse un po’ di fiato, e io trombavo con Claudia, di nascosto, dato la loro profonda amicizia.


Una sera in cui Fab era impegnata con Vincenzo ma Claudia era ko per una brutta influenza, decisi di andare da solo all’Alibi, un locale trasgressivo di Testaccio. Non avevo un piano particolare, solo la voglia di farmi qualche drink guardando la folla variegata – etero, gay e transgender – che popolavano quel posto. Il posto però era quasi vuoto e non trovando nulla che mi interessasse, dopo un paio d’ore decisi di bere l’ultimo bicchiere e di andarmene.


Mentre bevevo un gin tonic appoggiato al bancone notai tre persone sedute su un divano a pochi metri da me. Erano una coppia, una ragazza e un ragazzo che si stavano baciando, e una ragazza che aveva l’aria smarrita di un cucciolo abbandonato per strada. La contemplai con attenzione perché, come la mia Fab e come Claudia, era davvero grassa. Indossava un vestito leggero che le conteneva a malapena i seni enormi e le lasciava scoperte le cosce polpose. Il viso era incantevole, da bambola: certo, era più che paffuto, ma spiccavano delle labbra carnose, un nasino all’insù e degli stupendi occhi azzurri, il tutto incorniciato da una cascata di capelli rossi che le arrivavano oltre le spalle.


Malgrado io la fissassi con insistenza lei non alzava gli occhi, come se fosse in penitenza. Ma fu l’amica ad accorgersi di me, tra un bacio e l’altro col suo ragazzo. Intercettato il mio sguardo, mi fece l’occhiolino indicando con la testa la tipa che evidentemente era sua amica, come ad incitarmi a sedermi accanto a lei. Al secondo cenno che mi fece decisi di buttarmi e di vedere cosa sarebbe successo. Così mi avvicinai al divano, salutai i tre e mi sedetti accanto alla ragazza. Lei continuava a guardare il pavimento, quindi sfacciatamente e a rischio di prendermi uno schiaffo, le presi il mento tra le dita di una mano, la costrinsi a voltarsi verso di me e mi feci sotto per darle un bacio.


La ragazza si lasciò guidare, mansueta, e per un bel pezzo stemmo a slinguazzarci senza dire una parola. Quando la mia mano le palpava le tette, lei si limitava a fare un sospiro, fino a quando non mi accarezzò il pacco duro che spiccava in un bozzo sotto i pantaloni. Andammo avanti per un’ora buona, fino a quando l’amica e il ragazzo non si alzarono per andare via.


“Ciao! – mi disse la ragazza – Accompagni tu a casa Svetlana?”


Guardai la mia bella cicciona e annuì.


“Certo, non c’è problema”, dissi.


Così uscimmo dal locale tutti e quattro e ci salutammo. Mentre raggiungevamo la mia macchina scambiai per la prima volta due chiacchiere con Svetlana.


“Non sei italiana?”, le chiesi.


“Sono ucraina”, mi rispose lei con un forte accento straniero.


“E dove abiti?”


“Faccio le pulizie in una pensione vicino alla stazione Termini e ho una stanza tutta per me”.


In breve fummo a destinazione e, mentre si preparava a scendere, Svetlana si voltò. Mi fece il suo primo sorriso, dolce e davvero bello.


“Vuoi salire in camera mia?”, mi chiese.


Cinque minuti dopo eravamo già nudi nel letto della sua stanzetta.


Impegnato ad affondare la testa nelle sue tette enormi e a succhiarle i capezzoli, paragonai istintivamente il suo corpo con quello di Fab. Svetlana era più alta di almeno dieci centimetri e questo le conferiva un’aria appena più slanciata. Ma per il resto era un’esplosione eccitante di grasso davanti alla quale il mio cazzo era diventato di marmo. Nei fianchi rotondi e molli come cuscini la pancia si divideva in due grossi rotoli per condurre al ventre ampio dove partivano le gambe dalle cosce lardose e striate di smagliature e spiccava la figa rosa completamente depilata. Leccai e baciai ogni centimetro di quel tripudio di carne e le feci un cunnilingus profondo, lento e minuzioso. Lei gemeva a ogni movimento della mia lingua e a un certo punto mi staccò, per farmi sdraiare e piegarsi per farmi un pompino. Come se sapesse quali fossero le mie voglie, prima di cominciare si girò per darmi le spalle e lasciare il suo culone fantastico a portata delle mie mani. Le labbra di Svetlana regalavano carezze di sera che mi facevano impazzire. Poi, messa definitivamente da parte la timidezza, si staccò dal mio uccello e ci si sedette sopra. Mentre sussultava a ogni colpo del mio cazzo il suo corpo tremava e le tette oscillavano pesanti. Quando la mise a pecora lei protestò con un sussurro roco.


“Così vengo subito”, mi disse.


Io non le diedi ascolto e la penetrai, aggrappandomi alle sue chiappe fantasmagoriche. Bastò un minuto perché venissimo entrambi e io le schizzassi un bel po’ di sborra calda.


Quando ci pulimmo e mi rivestii per andare via ci scambiammo i cellulari.


“Ci vediamo ancora?”, mi chiese Svetlana.


“Contaci”, le risposi.


Tornato a casa, incontrai Vincenzo che nel parcheggio stava per salire in macchina.


“Avete finito adesso? – domandai – Tutto bene?”


Vincenzo sorrise.


“Tutto benissimo come sempre – mi rispose – Fab ogni volta è più scatenata che mai”.


Io risi.


“E tu calmala a colpi di cazzo”, dissi.


Anche Vincenzo rise.


“Volentieri – mi salutò – Faccio tutto il possibile”.


Entrato a casa mi affacciai in camera da letto. Fab era sotto le coperte e mi aspettava sveglia.


“Ciao, amore”, mi disse.


“Ciao, piccola. Mi preparo e sono da te”.


Mi feci una doccia rapida, mi asciugai e mi misi a letto, completamente nudo come lei.


“Ti sei divertita?”, le chiesi.


“Sì, e tu? Che hai fatto?”


“Sono andato all’Alibi a Testaccio a bere qualcosa”.


Fab conosceva bene il locale e mi sorrise.


“Fatto conoscenze interessanti?”, mi chiese.


Io volli essere sincero. Non si trattava di tenerle nascosta la storia con la sua amica Claudia, ma di raccontarle un’avventura con una perfetta sconosciuta.


“A dire il vero sì – le risposi – Una ragazza ucraina di nome Svetlana”.


Fab non batté ciglio.


“E avete scopato?”, mi chiese.


“Sì, a casa di lei”.


Contrariamente a quanto mi aspettavo, Fabi era curiosa riguardo la mia avventura.


“E che tipo è?”, mi chiese.


“Una ragazza come te, molto molto formosa”, risposi senza pensarci.


Fab, allora, con mio assoluto stupore, si mise seduta e le lenzuola caddero via, lasciando scoperte le tutte enormi.


“Hai scopato con una come me?”, mi chiese palesemente incazzata.


Io feci l’indifferente malgrado non sapessi che cosa risponderle.


“Sì, perché? Che male c’è? Tu ti stavi scopando Vincenzo… O vuoi dirmi che sei la sola a potere andare anche con altri?”


Fab era furiosa, come non l’avevo mai vista.


“Va beh, ma che c’entra scoparsi una come me? Con tutte le donne che ci sono, proprio una cicciona dovevi sbatterti? Hai sempre detto che io sono la sola e invece ti fotti una sconosciuta grassa come se niente fosse? Io devo essere l’unica!”


Cercai di rabbonirla.


“Amore, ma tu per me sei l’unica…”


Fab si sdraiò di nuovo e mi diede le spalle.


“Vaffanculo!”, mi disse con la voce rotta dal pianto.


Rimanemmo in silenzio per qualche minuto. Poi mi avvicinai e con voce dolce le parlai all’orecchio.


“Questa cosa non me lo avevi mai detta – le dissi – Scusami, non potevo immaginare. Non succederà più, te lo prometto. Mai più”.


Fab piangeva in silenzio.


“Lo so che puoi scopare anche con altre – piagnucolò – ma io devo sapere che per te sono l’unica. Ti amo perché adori il mio corpo come nessuno ha mai fatto. Non voglio che ti avvicini ad altre col mio stesso fisico”.


Io a quelle parole mi intenerii.


“Hai ragione – le disse – Ho sbagliato. Ma ti giuro che è stata la prima e l’ultima volta. Tu per me sei la sola, e voglio il tuo corpo più di tutto. Solo il tuo corpo. Ti desidero oltre ogni limite, amore, e non c’è nessuna che posso volere più di te”.


Fabi si voltò. Il viso era rigato dalle lacrime, ma adesso non piangeva più e mi guardava con la tenerezza di sempre.


“Me lo giuri?”


“Te lo giuro”, promisi.


“Vai con chi ti pare, ma niente ragazze grasse”.


“Niente più ragazze grasse. Te lo prometto”.


Allora sentii Fab stringersi a me. Il suo corpo era bollente e le tette si schiacciarono sul mio petto. Allungai una mano sotto le coperte e le toccai la figa. Era bagnata, pronta ad accogliere il mio cazzo.


“Hai scopato tutta la sera con Vincenzo ma ne hai voglia ancora?”, le chiesi ridendo.


Anche lei rise.


“Non è che ne voglio ancora, è che voglia di te”, mi rispose.


Scesi sotto le coperte e appoggiai la bocca su quella figa che bramavo. La leccai sentendo Fab gemere e poi mi concentrai sul clitoride, schiacciandolo e premendolo assaporando il suo turgore. Fab tremò e con le braccia mi tirò su.


“Mettimelo subito nel culo”, mi disse.


Lei sapeva quando adoravo incularla, e non me lo faceva fare troppo spesso, malgrado quando lo facessi lei venisse quasi subito.


“Davvero?”, le chiesi stupito.


Fab si girò e si mise a carponi, lasciando che le coperte scivolassero di nuovo. Anche io buttai via il lenzuolo e mi godetti lo spettacolo di quel culo bianco e gigante. Mi chinai a leccarle i solchi della cellulite e lo aprii per lasciare il buco scoperto a disposizione della mia lingua. Dopo averlo baciato e ammorbidito, mi tirai su e ci appoggiai sopra la cappella.


“Sei pronta, amore?”, le chiesi.


Fab soffiava pronta ad accogliermi.


“Giurami ancora che non andrai più con altre ragazze grasse”, ansimò.


Cominciai a spingere la cappella nel culo, appena un poco.


“Te lo giuro, amore, non lo farò mai più”.


Fab voltò la testa verso di me. Mi sorrise, negli occhi il solito sguardo da porca assatanata di nerchia.


“E allora inculami! – ordinò – Sfondami tutta! Sbatti la tua troia maiala!”


Non me lo feci ripetere due volte e cominciai a martellarla come un fabbro. Lei gridava assatanata a ogni botta del mio uccello e io gridavo insieme a lei. Venimmo insieme dopo pochi minuti.


“Sborrami dentro! Sborrami in culo!”, gridò Fab.


Mi svuotai dentro di lei, travolto dal piacere, mentre il suo corpo tremava. Quando ci calmammo, ci abbracciammo sereni scambiandoci qualche coccola, e poi spegnemmo la luce. Prima di addormentarmi pensai a quanto era appena successo. Poi pensai anche a Claudia e a Svetlana, e ai loro grassi corpi tutti da godere. Tre donne obese a mia disposizione: davvero dovevo rinunciare a tanto ben di Dio? Non ero sicuro di volerlo e, del resto, la mia Fab da parte sua continuava a collezionare cazzi malgrado fossimo una coppia stabile, e sebbene tollerassi la cosa non è che facessi una festa all’idea di saperla sbattuta da altri. E poi, ammisi, mi era piaciuto vederla gelosa e dipendente da me, una volta tanto. Nella mente rividi Claudia, che mi chiavavo con diletto, grassa quanto Fab e porca come lei. E vidi anche Svetlana, stupenda mentre era a cavallo sul mio uccello e la sua ciccia sembrava quasi brillare di luce. No, mi dissi, non potevo prendere una decisione simile in quel momento. Così mi rilassai aspettando l’arrivo del sonno. Non si dice del resto che la notte porta consiglio?

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