Qualche settimana dopo il telefonino si mise a squillare, distrattamente guardai chi era e… rimasi di ghiaccio. Mi stava chiamando uno dei miei violentatori. Pensai di non rispondere ma poi, quasi seccata da tanta spavalda arroganza, decisi di rispondere per dire a quel bastardo tutto quello che non gli aveva potuto dire mentre mi sentivo minacciata.
Riconobbi subito la voce del capo che, fermandomi ancor prima che potessi pronunciare una sola frase e senza giri di parole, mi disse subito che: “il comandante vorrebbe conoscerti. Se ti va vieni in caserma vestita da troia per un colloquio.”
Rimasi letteralmente spiazzata e tutti gli improperi che volevo proferire mi restarono in gola perché mai e poi mai mi sarei aspettata quella telefonata dai miei aguzzini e, presa dal panico, chiusi la conversazione.
Rimasi immobile a fissare il telefonino abbuiarsi e continuai a fissarlo prima di sedermi sconcertata sul divano. Rimasi per un’ora buona a pensare richiamando nella memoria le immagini di quanto era successo e ripetendo le scarne parole sentite al telefono. Rivissi i momenti di paura e disagio, il sesso forzato ma, incredibilmente, furono i ricordi del profondo piacere che quella violenza mi aveva procurato a prendere il sopravvento e, alla fine, decisi di richiamare.
Anche questa volta l’interlocutore non mi diede il tempo di dire nulla e rispose: “hai fatto bene a richiamare. Lo sapevo che lo avresti fatto. Le troie come te amano il cazzo e se invece di uno ne trovano tanti non sanno più farne a meno.”
Non risposi, rimanendo in silenzio perché quell’uomo aveva proprio indovinato: nella mia vita avevo preso talmente tanti cazzi che qualcuno in più non mi spaventava affatto, anzi pensai che poteva essere quasi una sfida. 
“Come dicevo, devi venire in caserma ma chiama prima che il comandante non è a tua disposizione” e riagganciò.
Questa volta rimasi un pò male per il tono autoritario e, nella mia testa, rimisi in discussione tutto, cercando di valutare gli aspetti positivi e quelli negativi e mi presi qualche giorno per pensare ma alla fine decisi di richiamare e di presentarmi.
Mi vestii da donna ma non da troia, preferendo un look semi sobrio: gonna corta ma non troppo, collant grigio e una camicetta leggermente scollata.
Come mi feci annunciare capii subito che ero attesa e venni scortata da un solerte ragazzo nell’ufficio del comandante.
Per tutto il tragitto sentii lo sguardo di parecchi militari addosso.
Mi fecero accomodare in una saletta d’attesa per alcuni minuti e poi fu ricevuta dal comandante che, come mi vide, per prima cosa si scusò per quanto mi avevano fatto dicendo che, saputo dell’aggressione: “ho redarguito duramente quei sei che sono stati puniti adeguatamente. Purtroppo qui siamo spesso consegnati e dopo mesi di isolamento certi elementi assumono dei comportamenti del tutto inappropriati.”
Continuò per un po’ finchè non gli risposi accettando le scuse.
A quel punto il colloquio cambiò tono e quel signore incominciò una lunga chiacchierata per capire quanto fossi davvero troia e se fossi disponibile per… soddisfare le loro voglie concludendo con un: “qui è sempre meglio che entri una troia, almeno la paghiamo e ci possiamo fidare dei suoi servizi.”
A quel punto, sempre più incredula, decisi di stare al gioco e accavallando le gambe in modo assai malizioso replicai, con un sorriso complice, che quel gioco poteva anche interessarmi: “purché la tariffa sia adeguata al carico di lavoro.”
A quel punto il comandante concordò con lei una specie di tariffario chiedendole infine di dare una dimostrazione delle sue capacità e, continuando a darmi del lei, “anche per vedere se è in grado di soddisfarli tutti senza cedere per stanchezza.”
A questa affermazione feci una faccia stupita e allo stesso tempo mi dimostrai incuriosita su cosa avesse in mente: “semplice, ti scopano in venti, metà in bocca e metà nel culo. Se ce la fai sei fatta per questo lavoro e diventi la nostra troia. Se lo concludi ti prendi anche duecento euro. Sei pronta?” concluse passando al tu.
“Venti! Venti!” ripetei fra me e me. “Al massimo lo avevo fatto con cinque prima che quei sei mi prendessero con la forza. Con venti? Come posso reggere con venti?”
Ma all’idea di avere tutti per me venti cazzi si fece forza e accettai la sfida.
Mi condusse in una stanza vicina dove era già stata preparata una specie di cabina chiusa con quattro fori, uno per ogni lato e aperta in alto per far passare un po’ di luce, insomma una specie di di gloryhole.
“Ti chiudiamo dentro e faccio venire i miei uomini. Prima dieci, poi altri dieci. Come finisci con uno passi ad un altro. I primi te li scopi in bocca e bevi tutto. Non voglio vedere macchie per terra. Inghiotti tutto. Chiaro?”
Feci di si con la testa.
“Poi ne mando altri dieci e da questi ti fai scopare nel culo.”
A quel punto chiesi se usassero dei preservativi ma anche questa volta la risposta fu che loro hanno l’obbligo di un controllo ogni due settimane e che quindi non c’è nulla da temere.
“Tu, piuttosto, hai un certificato?”
Ovviamente lo avevo perché, anche se non con la frequenza di quegli uomini, un controllo lo faccio con costanza.
“Si, tutto a posto. Possiamo cominciare. Spogliati nuda che ti chiudiamo dentro. Appoggiandomi su una sedia mi denudai sotto lo sguardo attento dell’ufficiale e, rimanendo solo con la parrucca e con le scarpe con il tacco, andai dentro quell’improvvisato riparo.
Poco dopo sentii dei passi rimbombare nella stanza e una voce che ordinava ai presenti di spogliarsi indicando loro cosa avrebbero dovuto fare. Un attimo dopo comparvero i primi quattro cazzi.
A quel punto mi diedi un gran daffare succhiando, aspirando e leccando al meglio delle mie possibilità e stando attenta, al momento dello schizzo, di averlo ben dentro la bocca. Anche se alcuni furono particolarmente lenti, altri arrivarono subito e in meno di un’ora avevo finito. Me ne accorsi perché tutti i buchi rimasero vuoti. Mi pulii le labbra guardando se avessi sporcato per terra ma il pavimento sembrava asciutto. Seppur stanca ed indolenzita per la posizione in cui ero rimasta, quel turbinio di cazzi e di sborrate mi era piaciuto assai, una scorpacciata di sborra come questa non l’avevo mai fatta. In ogni caso mi sedetti per terra per sgranchirmi e per riprendere fiato anche se quella calma durò poco perché un altro comando riecheggiò nella stanza facendo apparire, quasi per magia, quattro nuovi piselloni. 
L’altezza dei fori mi consentì di sistemarmi piegata a novanta e, dopo essermi passata del lubrificante nella fighetta anale, aiutandomi con la mano, mi infilai il primo nella fighetta anale. Mi accorsi subito che anche in quella posizione riuscivo sia a muovermi che a seguire le loro spinte senza farmelo uscire anche se dovetti appoggiarsi con le mani sul pavimento per non cadere in avanti. Questa volta fu assai più faticoso per la scomoda posizione in cui dovevo rimanere, riuscendo ad alzarmi solo per pochi secondi mentre mi spostavo da un soldato all’altro.
Durante questa performance persi la cognizione del tempo gustandomi al massimo quelle portentose spinte che mi fecero vibrare dal piacere. Senza volerlo cominciai a gocciolare godendo di culo come spesso succede, solo che questa volta non finiva mai.
Alla fine, quando tutto intorno a me si fermò, mi sembrò incredibile esserci riuscita. “Venti, venti, venti” mi rimbalzò nella testa e mi sembrò impossibile: avevo soddisfatto e fatto godere venti uomini, venti. Di scopate durate tutta una notte ne avevo già fatte e qualche volta ne ero uscita con il culo in fiamme ma non ne avevo mai presi così tanti… tutti diversi, e soprattutto non avevo mai ingoiato 10 sborrate e ricevute altrettante dentro la figa anale dalla quale cominciavo a colare parte della sborra che mi avevano iniettato.
Improvvisamente sentii la voce del comandante che lasciando cadere dentro la cabina i miei abiti mi ordinò di rivestirmi mentre cominciò a domandare ad ognuno un giudizio sulla prestazione ricevuta. Tutti furono positivi ed alcuni perfino entusiastici.
“Puoi uscire. Come voto sei quasi al dieci, ci manca poco." apri e mi trovai davanti un gruppo di ragazzi, alcuni giovani, ma la maggioranza sulla trentina o poco più che rimasero come interdetti nel veder comparire una milf trav e per giunta nemmeno giovanissima. I commenti di stupore riecheggiarono nello stanzone ma poi furono sovrastati da quelli che si complimentavano per il look, per quello che avevo fatto, per quanto bene ci ero riuscita e, spontaneamente, partì un applauso, un lungo applauso.
Un altro ordine, impartito in maniera secca e decisa, e tutti se ne andarono lasciandomi sola con il superiore.
“Superato l’esame? E’ andata bene mi pare. Erano contenti.”
“Sembra di si.”
Quindi dissi sfacciatamente al comandante: “che dici? Vuoi farti un giro anche tu… Così ti togli la voglia e tocchi con mano. Vedo sai come mi guardi.”
L’uomo annuì e si sbottonò i pantaloni lasciando libertà alla nuova troietta della caserma di dimostrargli quanto fossi abile con la bocca. Infatti lo succhiai così bene che lo vidi contorcersi dal piacere prima di offrirgli la fighetta anale ancora piena di sborra dei ragazzi dove, dopo una bordata di possenti colpi che sentii fin dentro la pancia, mi liberò un abbondante dose di nettare bianco. Come finì mi chiese di pulirlo per bene: “con tutto quello che hai dentro, guarda come me lo hai ridotto.” Si riferiva al suo cazzo che stava letteralmente gocciolando di umori. Ubbidiente e servile lo leccai come fosse un meraviglioso gelato e quando smisi, anche se ormai un po’ ammosciato, sembrava uscito fresco fresco da una doccia.
“Brava, una vera troia, una professionista.”
Mi consegnò in mano i duecento euro pattuiti e ne aggiunse altri cinquanta informandola che mi avrebbe contatta per un nuovo incontro con i ragazzi, mentre io precisai che la mia disponibilità poteva esser al massimo di due volte al mese.

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