Dopo avermi fatta scopare con il cameriere del servizio al piano, mentre mio marito fingeva di dormire nello stesso letto, gli feci giurare che non mi avrebbe più chiesto di farmi fare simili porcellate, perché io lo amo alla follia e mi sembrava di tradirlo ugualmente, sebbene lui fosse mio complice.


Ciò, però, non mi avrebbe impedito di creare io qualche situazione piccante con altri uomini, così da eccitarlo e portarlo a scoparmi come un forsennato.


Sabato mattina, verso le dieci, stavo ancora dormendo profondamente: la sera precedente eravamo stati a ballare ed eravamo rientrati tardissimo. Manuel, invece, era già sveglio e assatanato, tant’è che prese a tampinarmi, accarezzandomi ovunque.


Io, pur essendo totalmente addormentata, mi accorsi dei suoi approcci e mi rigirai un paio di volte, cercando di farlo desistere. Niente: i suoi toccamenti divennero sempre più insistenti, così decisi di lasciarmi fare. A lui piace tantissimo fare i suoi porci comodi mentre sono assopita, ed io non sono capace di negargli nulla.


Prese a baciarmi un fianco, poi scese sulla coscia estera, quindi infilò la testa tra le mie gambe e risalì, fino a piazzare la sua bocca sul mio sesso ancora chiuso. Il calore della sua lingua impiegò pochissimo a farlo dischiudere. Quando ritenne che ero pronta ad accoglierlo, mi allargò le cosce, vi si inginocchiò davanti e puntò il suo cazzo contro il mio fiore.


Con delicatezza, lo fece scivolare dentro, quindi prese a darmi dei lenti affondi. Nonostante stessi dormendo, lo sentivo penetrarmi vigorosamente, ma non avevo forze per partecipare alla scopata come avrei voluto. Lui non se ne preoccupò e proseguì a scoparmi per alcuni minuti, poi mi scaricò dentro la sua abbondante crema, dandomi ancora qualche pompata.


Quando fu soddisfatto, lo tirò fuori, venne a darmi un bacio, poi tornò a sdraiarsi al mio fianco. Io continuai a dormire ancora per circa un’ora. Quando mi svegliai, avevo le cosce impiastrate del suo sperma che, in parte, si era già incrostato e, in parte, mi era colato tra i glutei e sul lenzuolo di raso nero, che avevo messo proprio il giorno prima.


“Sei un bel porco!” gli dissi, alzandomi per andare in bagno a pulirmi da quel casino e a recuperare una spugna bagnata per smacchiare il lenzuolo.


Tornai in camera e gli chiesi: “Avevi proprio tanta voglia? Non potevi aspettare una mezz’oretta?”


Lui si alzò, mi diede un bacio molto appassionato e mi rispose: “Grazie amore, ti amo tanto.”


Le sue parole, e la dolcezza con cui le pronunciò, mi fecero dimenticare il lenzuolo macchiato e il suo piccolo egoismo.


La giornata trascorse pigra, tra relax e nuotate nella nostra piscina. In questo modo passammo anche la domenica, fino al tardo pomeriggio, quando decidemmo di andare a mangiarci la pizza in una delle pizzerie giù in paese.


Alle diciannove, andai a farmi la doccia e a prepararmi. Mentre mi lavavo, venni pervasa da una prepotente voglia di sesso. Ma avevo desiderio di qualcosa di diverso dalle, seppur appassionate, scopate con mio marito. Avevo voglia di qualche stimolo un po’ trasgressivo, che mi avrebbe portata a livelli di eccitazione fuori dal normale, eccitazione che avrei poi comunque sfogato con il mio Amore.


A differenza del solito, non chiesi a Manuel come avrebbe preferito che mi vestissi. Decisi che mi sarei agghindata in modo molto provocante, per attizzarlo fuori misura. Così, indossai un completino intimo bianco, con reggiseno e mini-perizoma, praticamente trasparenti, adornati con alcuni piccoli strass luccicanti.


Mi infilai i miei jeans bianchi, attillatissimi e, anche loro, piuttosto trasparenti, sotto i quali si notava perfettamente il perizomino che disegnava puntigliosamente il mio pube. Come camicetta, optai per quella a righine bianche e azzurre, con le maniche a pipistrello, trasparente al punto che il reggiseno si vedeva benissimo, e non troppo lunga, così che il mio strepitoso culo fosse ben in vista.


Trucco degli occhi intrigante, rossetto, sandaletti Swarovski tacco dodici, nuovo taglio dei miei biondi capelli ed ero la monumentale strafica che tanto piaceva a mio marito… e ad ogni uomo che avrei incrociato.


Quando mi presentai a lui, rimase esterrefatto: “Ma vestita così, per andare alla pizzeria in paese?” mi chiese.


“Beh, cos’è che non va?” ribattei, con aria finto-innocente.


“No, non c’è niente che non va, se andassimo in un altro posto, ma sai come sono le malelingue?”


“Dai, tanto non ci conosce praticamente nessuno in paese. Non farmi cambiare, amore.” Con queste mie parole, lo convinsi e uscimmo.


Inutile stare a descrivere le reazioni e gli sguardi dei clienti e del personale della pizzeria, vedendomi entrare raggiante nel locale, dare il nome della prenotazione e attraversarlo completamente, fino al nostro tavolo, ubicato nel giardino esterno. Per combinazione, quella sera, ad un tavolo vicino al nostro, c’era anche il sindaco, con moglie e prole, che mi salutò ossequiosamente. Lui mi conosce bene, in quanto collaboro con il Comune ad alcune iniziative in ambito sociale.


Non me ne preoccupai e cenammo tranquillamente, discorrendo delle nostre cose.


Pagato il conto e usciti dal locale, dissi a mio marito che non mi andava ancora di tornare a casa, per cui gli chiesi di portarmi a bere qualcosa in qualche locale. Dalle nostre parti, alla domenica sera, la scelta non è vastissima. Non avevamo voglia di andare fino a Como, così Manuel mi propose di provare un locale a meno di sei o sette chilometri di distanza.


Il posto è un lounge bar molto grande, con un bellissimo e ampio giardino. Di giorno, specialmente nei fine settimana, è gremito di gruppi e famiglie che vanno a gustarsi gelati e bevande fresche ma, di sera, la clientela cambia completamente e si popola di baldi giovani (e non) a caccia di donne, belle donne (e non) a caccia di polli, belle coppie (e non) a caccia di un po’ di tutto.


Parcheggiata la nostra auto, lanciai a mio marito la proposta che rimuginavo fin da quando ero sotto la doccia: “Ti va se entriamo separatamente e vediamo cosa succede?”


Manuel mi guardò stupito: non si sarebbe mai aspettato una tale richiesta da parte mia. Avevo voglia di sorprenderlo e ci riuscii.


“Ok, ma cosa hai in mente?” mi chiese con aria complice.


“Ti fidi?”


“Certo amore che mi fido.”


“Allora lasciami fare. Aspetta cinque minuti prima di entrare e siediti ad un tavolo diverso dal mio.” Conclusi con voce rassicurante. Non dissi altro e mi diressi decisa verso l’ingresso del locale. Mentre i miei tacchi facevano scrocchiare la ghiaietta del parcheggio, sentivo il suo sguardo divorarmi.


Quando entrai nel locale, vidi diversi clienti al bancone che parlavano e scherzavano ad alta voce, con in mano i loro bicchieri.


Si fece silenzio in un istante.


Sotto gli sguardi di tutti, mi avvicinai anche io al bancone, ordinai un Mojito e chiesi al barman di farmelo servire ad uno dei tavoli esterni. Mi diressi verso il giardino e mi accomodai in uno dei salottini, con tanto di piccola abat-jour sopra ogni tavolino. Essendo domenica, il locale non era molto affollato.


Dopo un paio di minuti, mi venne servita la fresca bevanda che iniziai a sorseggiare, mentre attendevo con ansia di veder entrare anche Manuel. Trascorsero i cinque minuti che gli avevo imposto, ma niente, non lo vidi.


Ne passarono inutilmente altri cinque. Iniziavo a preoccuparmi, così mi alzai dal divanetto e andai verso l’uscita. Guardai fuori e di mio marito non c’era traccia. Rientrai, chiedendomi dove cazzo era finito, quando un tizio, sui quarant’anni, belloccio e ben vestito, mi chiese: “Aspetta qualcuno?”


Abbozzai una risposta che non rivelasse le mie intenzioni: “No, nessuno. Ho verificato se avevo chiuso la macchina.”


“Capisco. Posso offrirle qualcosa, signora? O signorina?” mi domandò sorridendomi.


“Sto già bevendo un Mojito, ma se vuole farmi compagnia, volentieri…” risposi. Il tipo aveva un aria tranquilla, ero in un locale mezzo vuoto, così ero piuttosto sicura, se non fosse che continuavo a chiedermi dove fosse finito Manuel. Quasi stavo per incazzarmi e mandare a monte tutto.


Feci strada al tipo fino al mio tavolo, sicura che stesse ammirando il mio culo che dondolava per via dei tacchi.


Mi sedetti e lui si accomodò alla mia destra, ci presentammo e disse di chiamarsi Marco. Iniziò a farmi qualche domanda un po’ diretta, chiedendomi come mai una bella donna come me, la domenica sera, era da sola in un locale, se ero sposata (ovviamente dissi di no) e via discorrendo. Non vedendo arrivare mio marito, mi mantenevo un po’ fredda e distaccata, senza dargli troppa corda.


Alla buon’ora, vidi arrivare Manuel, che si accomodò strategicamente ad un tavolo poco distante, voltato verso di noi. Finalmente potevo rilassarmi, così continuai, con atteggiamento più amabile, la conversazione con il tizio. Non che mi interessasse qualcosa di quanto mi raccontava, ma mi finsi molto interessata a qualsiasi cosa mi diceva e assunsi qualche posa un po’ provocante, tipo accavallare le gambe, girata verso di lui, con il braccio proteso verso la sua schiena.


Di tanto in tanto, sorseggiavo il mio drink e ne approfittavo per lanciare sguardi verso mio marito, che mi osservava con occhi raggianti e aria sorniona, sicuramente chiedendosi fino a che punto mi sarei spinta con il tizio, che si dimostrò piuttosto intraprendente, visto che, con nonchalance, approfittando di una sua battuta alla quale risi, mi accarezzò velocemente una coscia. Poi, poco dopo, ebbe la premura di allontanare una zanzara dai miei capelli, senza farsi mancare di accarezzarmeli, ma complimentandosi per la mia pettinatura.


Ad un certo punto, estrasse dalla giacca un pacchetto di sigarette a fece per accendersene una, al che, dato che odio il fumo, lo invitai ad andare a fumare lontano. Lui accettò di buon grado il mio invito, si alzò e andò in un angolo del giardino, un po’ meno illuminato, e si mise a trafficare con il cellulare.


Approfittai della sua assenza per guardare Manuel e sorridergli. Lui ricambiò mandandomi bacetti, ma non perse la sua aria interrogativa sulle mie intenzioni. Devo ammettere che, prima di conoscere mio marito, con il tizio, una scopata al motel me la sarei anche fatta, data la voglia che avevo in quel momento…


Voltai lo sguardo verso di lui che, finita la sigaretta, era rimasto laggiù a guardare il cellulare. Mi alzai e mi ci diressi, camminando con passo lento e seducente: Marco si accorse che mi stavo avvicinando, così gli sorrisi e gli dissi: “Mi hai lasciata sola…”


Lui mi rispose: “Scusami, dovevo rispondere ad un messaggio.”


Mi finsi gelosa e curiosa, piazzandomi davanti a lui con le gambe leggermente divaricate: “Chi ti scrive, a quest’ora, di domenica?”


“No, niente, un collega per il turno di domani…” Era, evidentemente, una palla. Glielo lessi chiaramente in viso, ma, per i miei scopi, ovviamente, non mi importava nulla se aveva una moglie o una fidanzata.


Approfittando della penombra di quell’angolo di giardino, osò di più e mi mise una mano su un fianco, tirandomi più vicina a sé. Compresi che voleva baciarmi, così, istintivamente mi irrigidii e non lo assecondai, mantenendo però un atteggiamento seducente, dato che volevo far proseguire ancora un po’ il gioco e tenere ancora sulla corda il mio Amore.


Dal fianco, la mano si spostò sul culo, tanto che la infilò nella tasca posteriore dei miei jeans.


“Certo che vai veloce, tu!” esclamai, senza togliergli la mano da dove l’aveva messa.


“Credi? Non dirmi che ti dispiace. Mi sembrava che aspettassi solo questo…” replicò con aria di sfida.


Stetti ancora al gioco, sfidandolo a mia volta. Qualsiasi cosa avesse fatto dopo la mia replica, avrei concluso il gioco, piantandolo in asso. Ormai ero eccitatissima e non vedevo l’ora di saltare addosso a mio marito, così dissi: “Non mi dispiace, ma voglio proprio vedere fino a che punto oserai arrivare, in un luogo pubblico.”


Al che, veloce come un fulmine, mi ritrovai la sua mano che stringeva la soda rotondità della mia patatina attraverso il sottile tessuto dei miei pantaloni. Lo guardai con simulata sorpresa, sottolineando il mio disappunto, spalancando le labbra: “Come osi, maleducato! Cosa credi, che sia una puttana?” esclamai ad alta voce, fingendo indignazione.


Quindi, girai i tacchi e andai velocemente verso il mio tavolo, recuperai la borsetta e mi diressi verso l’uscita. Passando davanti a Manuel, gli feci i miei occhi scintillanti e un grande sorriso che lui ricambiò entusiasticamente.


Allontanandomi, notai che Il tizio era rimasto nel suo angolo, con l’espressione abbacchiata di quello che pensa: “Quanto sono stato pirla!!!”


Arrivata alla cassa, lasciai dieci euro, senza attendere lo scontrino. Attraversando la porta, sentii chiaramente qualcuno che disse, volendo farsi sentire: “Madonna che figa, ma da dove è arrivata?”


Voltato l’angolo, mi accertai che Manuel mi stesse seguendo. Vedendolo uscire pochi passi dietro a me, lo attesi, protendendo la mano verso di lui, in attesa che me la prendesse.


“Amore, quando vuoi, ne fai cento più del demonio” mi disse ridendo.


“Ti è piaciuto il giochetto, amore?”


“Certo che mi è piaciuto, soprattutto perché lo hai inventato tutto da sola, sorprendendomi in ogni momento.”


Raggiungemmo la nostra auto, salimmo e, senza dovercelo comunicare a parole, arrivammo alla conclusione che casa nostra, sebbene a pochi chilometri di distanza, era troppo lontana in proporzione all’incredibile voglia di sesso che avevamo addosso. Così, come due adolescenti infoiatissimi, decidemmo di farlo lì, in macchina, nel parcheggio del locale, nemmeno troppo defilati dal passaggio.


Iniziammo a baciarci e a toccarci senza ritegno. Manuel fu abilissimo a sfilarmi gli attillati pantaloni, mentre io gli slacciavo i suoi e mi impossessavo del su cazzo pulsante e durissimo. Mi sfilai le mutandine ma, prima di lasciarmi penetrare, volli prenderglielo in bocca.


Lui si portò sopra il mio sedile, scavalcandomi. Mi ritrovai il suo potente membro davanti al viso, spalancai la bocca, resa ancora lucida dal rossetto, lo imboccai e gli diedi alcune potenti pompate, tirandolo a me per i glutei, poi abbassai lo schienale del sedile e lo implorai di scoparmi animalescamente.


Piazzai il mio piede destro sul parabrezza e l’atro sul volante e, in un attimo, finalmente, mi sentii riempire di cazzo.


Non ho idea di quanto durò quella furiosa scopata, ma ricordo chiaramente che, ogni tanto, sentivo sulla ghiaia il rumore scrocchiante dei passi di altri clienti del locale, e vedevo le luci di altre automobili che parcheggiavano o manovravano.


Quella situazione era l’apoteosi di quanto mi eccita di più, così venni una prima volta, senza curarmi di a che punto fosse Manuel. Sentendomi venire, lui ci diede dentro con gli affondi con ancora maggior lena, quindi mi avvisò che mi avrebbe riempita come un bignè.


“Dai, amore, sborra, dai…, dai… Riempimi tutta, sì… daiiii…” furono le mie ultime parole, prima che esplodessi in un orgasmo devastante, appena sentii i fiotti di sperma del mio Amore arrivarmi all’utero.


Manuel si scaricò abbondantemente, favorito dai movimenti laterali che imprimevo mio bacino, poi crollò su di me, esausto.


Lo strinsi a me ancora per parecchi istanti. Peccato che, in quella posizione, non poté vedere la mia espressione di estasi totale, a suffragio della nostra incredibile complicità, oltre che all’immensa goduta che mi aveva procurato.


Lui si alzò da me e ritornò al sedile di guida. Eravamo completamente disfatti, senza forze e sudati all’inverosimile. Dovemmo attendere una decina di minuti per recuperare un po’ di fiato e iniziare a sistemarci.


Constatai l’ennesimo casino da ripulire: lo sperma mi era sgorgato dalla patatina e aveva imbrattato il sedile della macchina nuova. Come per le lenzuola di raso, due giorni prima, avrei dovuto lavorare di gomito per togliere ogni traccia.


Al momento di rivestirmi, si presentò il problema che, essendo completamente ricoperta di sudore, non riuscivo ad infilarmi i jeans, che non ne volevano sapere di scorrere, così decisi che avrei fatto il viaggio di ritorno in mutandine e reggiseno, per la gioia di Manuel, che guardò più me della la strada, sperando di non incorrere nei posti di blocco che, dalle nostre parti, alla sera, sono molto frequenti. 


 


Protagonisti di questo racconto sono Monica e suo marito Manuel. Potete trovare altri racconti delle loro bollenti avventure erotiche e cuckold nel volume “Mia moglie Monica – Vita lussuriosa di una amazzone - Libro II” di Manuel Drake, in vendita su Amazon. 


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Attenzione: per i temi trattati e i contenuti sessualmente espliciti, le descrizioni e il linguaggio senza censura, questo libro è severamente vietato ai minori di 18 anni.


In questo secondo volume, la bellissima Monica e suo marito Manuel proseguono il racconto delle loro vicende amorose e sessuali più piccanti e trasgressive che li hanno visti protagonisti durante i quasi diciotto anni del loro rapporto.


Monica è una donna di una bellezza sconvolgente e di una classe fuori dal comune. Con un passato di ballerina della televisione, del Crazy Horse di Parigi e di attrice in numerose produzioni internazionali, è devotissima e innamoratissima di suo marito, ma ciò non le impedisce, con la sua complicità, di concedersi qualche “diversivo” con altri uomini, donne e coppie.
Grazie alla sua avvenenza, alla sua esperienza e abilità nelle pratiche sessuali, ha tutti gli uomini ai suoi piedi ed è un’autentica dea del sesso, che per lei è gioia, fantasia, curiosità e lo vive senza alcun pudore o limite. In vacanza o nei weekend, Monica e suo marito vivono il loro amore e la loro complicità all'insegna di un sesso spinto, coinvolgente, solare, allegro e intrigante, dove non mancano splendide ambientazioni, tanta malizia, esibizionismo, ironia, commenti divertenti e dialoghi brillanti.
Monica cura maniacalmente il proprio aspetto fisico e il proprio abbigliamento, che descrive sempre con dovizia di particolari per il piacere dei più raffinati feticisti, attirando su di sé le attenzioni e le bramosie degli uomini che incontra, mantenendo continua e vivissima la tensione erotica anche con suo marito che la coinvolge in alcune esperienze che nemmeno lei, che in fatto di sesso ne ha visti di tutti i colori, si sarebbe mai immaginata di vivere specialmente dopo sposata e con lui come regista delle sue trasgressioni.