IL RICATTO – prima parte (1/3)


(ALESSANDRO BARDI)


 


Per arrivare al momento in cui salimmo in auto diretti al club privè scelto dalla Benny, mia moglie, dovemmo attraversare quattro giorni fatti di dubbi, paure e ripensamenti continui, ma alla fine decidemmo: “Andiamo!”


Quella sera, prima di uscire, passammo almeno due ore a prepararci. Provammo e riprovammo un sacco di vestiti, e sembrava che di tutto quello che avevamo in casa, nulla potesse essere adatto alle situazioni alle quali stavamo andando incontro.


Finimmo con lo scegliere il classico. Ci saremmo presentati al mondo delle perversioni in modo elegante, probabilmente convinti che questo ci avrebbe consentito di affrontare con più sicurezza le paure che ci stavano attanagliando, o che, quanto meno, stavano attanagliando me.


Dopo lunghe incertezze, scelsi un abito grigio chiaro al quale abbinai una camicia bianca che lasciai discretamente aperta sul petto, e fu con questi abiti addosso che passai i secondi di attesa più intensi dei miei trentacinque anni di vita.


Quando vidi la Benny attraversare la porta della sala e venirmi incontro, mi alzai d’istinto, come per rendere omaggio a tanta bellezza.


Il ghiaccio azzurro degli occhi di mia moglie avanzava verso di me lasciandosi accompagnare da un corpo minuto e perfetto, incorniciato in un abito a tubino nero che la fasciava appena sul seno e che scendeva fino a poco sopra il ginocchio, terminando in un piccolo spacco che permetteva di intuire la sensualità della coscia sinistra.


Le sue spalle non mi erano mai sembrate così attraenti, e feci una fatica pazzesca per resistere all’istinto di leccargliele, soffermandomi particolarmente sul tatuaggio che le marchiava la scapola destra. Rappresentava un pegaso che volava in mezzo a un arcobaleno; un simbolo di fantasia e di libertà, mi aveva detto la prima volta che l’avevo visto.


E quando i miei occhi scesero sui suoi piedi, non vollero più tornare indietro, catturati dai sandali che aveva indossato, completamente aperti, con tacco a spillo, e che ora si stavano avvicinando a me un passo dopo l’altro.


Erano neri come l’abito. Un colore che esaltava al massimo la luce che emanavano i suoi capelli corti e biondissimi. Le caviglie erano legate da un cinturino di pelle nera, con il quale immaginai di poterla imbrigliare tutta, mentre a sinistra aveva indossato una cavigliera d’argento che rendeva i suoi piedi, se possibile, ancora più sensuali.


Aveva tinto le unghie, anche quelle delle mani, di un rosso tanto intenso che mi parve di sentire la temperatura aumentare improvvisamente.


Quando riuscii a rialzare gli occhi e a guardarla di nuovo nella sua interezza mi parve fosse passato un secolo, e solo allora mi accorsi che aveva messo un paio di orecchini molto raffinati. Dai suoi lobi pendevano due strisce sottili e verticali, impreziosite da piccoli diamanti. Erano il regalo che le avevo fatto per il compleanno dell’anno precedente, e mi ritagliai un momento per pensare a quanto diverso fosse quello che le stavo facendo adesso.


Era bellissima; il simbolo vivente della discreta e silenziosa raffinatezza. Una donna schiva ed elegante, che quella sera si sarebbe lasciata possedere dal primo sconosciuto che avesse avuto la bravura e la fortuna di accorgersi che in fondo a quegli occhi trasparenti stava bruciando un fuoco indomabile che ora era pronto ad esplodere così come la natura aveva voluto.


Il borbottio che sibilò fuori dalle mie labbra era un suono sorpreso e tremolante.


“Cazzo…”


“Ti piaccio?”


Non riuscii a rispondere.


“Allora, Vale, che dici? Vado bene?”


“Porca troia, Benny… sei la ventinovenne più figa che abbia mai visto!”


Non resistetti al suo sorriso e provai il bisogno di tornare a sedermi, mentre lasciavo che i miei pensieri si trasformassero in parole.


“Non posso credere che stasera ti farai scopare da un altro uomo. Cazzo, non so se riuscirò a guardare.”


Mi sorrise, ma non mi rispose, e pochi minuti dopo eravamo in auto diretti al locale che ci avrebbe dato il benvenuto nel mondo del peccato.


Le luci confuse che illuminavano quella sera di primavera facevano da cornice ai nostri pensieri. Eccitati i suoi, molto più cupi i miei. La guardavo con la coda dell’occhio e immaginavo che stesse fantasticando sull’identità dell’uomo dal quale stava andando a farsi penetrare, ma nonostante diversi tentativi, non riuscii a trovare il coraggio per parlarle e per chiederle di lasciarmi entrare in quelle sue fantasie.


Erano da poco passate le undici, quando parcheggiai l’auto a un centinaio di metri da una palazzina di due piani che sembrava abbandonata.


Ci guardammo un po' in giro. Eravamo soli. Un’auto passò alle nostre spalle e tirò dritta, come se la palazzina che aveva appena superato fosse stata una qualunque.


Andai a pescare un respiro al centro della Terra, e soffiai: “Suono?”


Dovetti rifare la domanda, prima di avere una risposta.


“Benny, che faccio? Suono davvero?”


“Sì…”


Schiacciai il pulsante, e quando vidi la porta che cominciava ad aprirsi, ebbi chiara la sensazione che una vita stava finendo per lasciare spazio a un’altra, sicuramente più incerta e pericolosa.


L’uomo che ci stava aprendo era un ragazzo sulla trentina, molto elegante nel suo abito grigio scuro.


Ci accolse con un tono di voce caldo e profondo.


“Prego signori, venite.”


Ci ritrovammo immersi in una musica lenta e languida, che faceva da sottofondo a quello che, a prima vista, poteva sembrare un locale come tanti altri.


Mezz’ora dopo eravamo seduti su un divanetto in pelle nera e mi stavo ancora guardando in giro, quando il mondo mio e della Benny cambiò improvvisamente.


Successe nel momento in cui, dopo aver lungamente fissato due donne che si stavano baciando su un divanetto sotto gli occhi di un paio di maschi eccitati, che stando seduti in parte a loro non perdevano occasione per allungare le mani sulle grosse tette che entrambe facevano di tutto per mettere in mostra, mi voltai improvvisamente verso mia moglie e mi accorsi che, durante l’assenza del mio sguardo, un uomo spuntato dal nulla si era seduto in parte a lei, e tenendole una mando dietro la nuca, le aveva sbattuto la lingua in bocca e la stava baciando appassionatamente davanti a tutti.


Era un signore maturo, distinto. Avrà avuto almeno una cinquantina d’anni, ben portati. I capelli brizzolati e pettinati con attenzione gli davano un tono di discreta eleganza, completata da un paio di occhi neri, profondi, e da una statura che superava sicuramente il metro e ottanta.


Stavo ancora inquadrando la sua espressione di piacere, quando mi sentii improvvisamente osservato. Se inizialmente immaginai che a guardarmi fossero tutte le persone che ci circondavano e che, pensai, mi stessero bollando come “il cornuto”, mi accorsi subito che, invece, nessuno stava facendo caso a me, tranne una signora molto elegante e sensuale che si trovava in piedi, davanti sconosciuto nuovo amante della Benny.


Nonostante la paralisi di tutti i miei neuroni, capii al volo che doveva trattarsi di sua moglie.


La signora che avevo di fronte era il simbolo vivente della raffinatezza e della femminilità. Calcolai che dovesse avere più o meno l’età di suo marito, anno più, anno meno.


Era leggermente più alta della Benny, forse un metro e settanta. I capelli lunghi e nerissimi, come gli occhi, mi fecero provare un brivido in tutto il corpo, quando spostò leggermente il volto facendoli muovere come se un’onda di vento li avesse improvvisamente colti di sorpresa, spingendoli ad alzarsi e a roteare delicatamente. Si trattò di un movimento tanto carico di desiderio che mi parve di sentire sulla pelle l’aria che quei capelli avevano appena spostato.


Indossava un completo nero che, pensai, dovesse essere stato disegnato da uno tra gli stilisti più esclusivi del momento, e che probabilmente non avrei mai potuto regalare a mia moglie. Sotto la giacca nera faceva la sua discreta comparsa una maglia dello stesso colore, che copriva a mala pena un seno pieno e prosperoso. Ma nonostante la scollatura fosse molto spinta, e nonostante che nulla coprisse la parte superiore del petto e le spalle, l’immagine complessiva che quella donna trasmetteva era tutto tranne che volgare.


Sotto il seno, la maglia era molto sottile, semi trasparente, e regalava al fortunato osservatore quell’effetto di vedo e non vedo che dava al ventre della donna che lo indossava un’ulteriore aurea di distaccata e inarrivabile sensualità. 


Quella che stavo guardando era una signora che aveva sicuramente passato i suoi cinquant’anni a curarsi il fisico, tanto da presentarsi una sera in un club privè nella periferia di Milano senza nemmeno un chilo di troppo. Aveva una linea decisamente invidiabile, resa ancora più evidente dai pantaloni che completavano la sua mise.


Erano neri, come tutto quello che indossava, fatti di un tessuto morbido che si stringeva sulle ginocchia per allargarsi leggermente verso il basso, fino alle caviglie.


E una volta arrivati lì, i miei occhi si riempirono della vista di un paio di scarpe nere con i tacchi a spillo, altissimi, sottili e in acciaio. I piedi di quella splendida signora erano ingabbiati in una rete di lacci di pelle nera che si intrecciavano ripetutamente per tutta la loro lunghezza, dalle caviglie alle dita, che aveva tinto di un bordeaux molto scuro.


Ci misi qualche secondo di troppo per alzare lo sguardo e per tornare sul suo sorriso, reso ancora più attraente dal colore rosso fuoco che aveva scelto quella sera per le labbra. E quando mi accorsi che stavo sorridendo anch’io, me la trovai davanti, a non più di dieci centimetri


Coprì molto velocemente la distanza che ci separava e per sedersi al mio fianco, e prima ancora che fossi riuscito a dire qualcosa, le sue mani si erano posate sulle mie cosce, e le sue labbra rosse mi stavano sfiorando il collo.


“Buonasera.”


Questa fu l’unica parola che mi dedicò, trasportata nel vento da una voce tanto calda che sentii la pelle andare a fuoco. Non disse nient’altro. Non ce n’era bisogno. Era tutto molto chiaro, almeno per lei.


Suo marito stava ancora baciando mia moglie, mentre le palpava la fica da sopra l’abito. E questo era sufficiente per convincere l’elegantissima cinquantenne, che la cosa più normale da fare fosse quella di chinarsi leggermente su di me e cominciare a leccarmi delicatamente il collo.


Quando la sua lingua prese contatto con la mia pelle sentii una bomba esplodermi dentro, e per un attimo pensai di aver avuto un infarto.


Ma quando mi accorsi di essere ancora vivo, mi ritrovai abbracciato a lei, sconvolto dal profumo caldo e speziato che la sua presenza si portava addosso e dal piacere che la sua lingua mi stava regalando.


Non so quanto tempo rimasi a limonare come un ragazzino con quella splendida ed elegantissima signora cinquantenne, ma so che a un certo punto avvertii in modo confuso un paio di mani che mi accarezzavano le spalle e la nuca, frusciandomi nei capelli, e poi improvvisamente, ma in modo chiaro e inequivocabile, mi accorsi che un’altra mano si era legata con forza alla mia e mi stava trascinando via.


Riaprii gli occhi e in una frazione di secondo compresi che quella che stavo stringendo era la mano della Benny. Il suo uomo si era staccato da lei e la stava portando con sé. Il ricordo di dove ci trovassimo e del perché fossimo lì mi colpì al centro del cervello e riaccese in un colpo solo tutti i miei neuroni.


Mia moglie stava per appartarsi con uno sconosciuto, ma aveva scelto di coinvolgermi e mi stava tenendo unito a lei, rendendomi complice di quel folle momento.


La sua voce irruppe inaspettata nella mia testa.


“Amore, vieni… andiamo…”


Mi staccai immediatamente dalla bocca di quella sconosciuta con una velocità colpevole, sentendomi improvvisamente colto in flagranza di reato dalla ragazza alla quale avevo giurato fedeltà.


Ma il mio senso di colpa sparì non appena lei completò la frase.


“Edo mi vuole portare in un motel. Ha detto che mi vuole scopare.”


In una frazione di secondo venni sconvolto da mille domande alle quali non ebbi il tempo di dare risposte. L’uomo che si chiamava Edo si era già alzato, e tenendo per mano la Benny aveva fatto alzare anche lei. Un secondo dopo le aveva allungato il braccio dietro la schiena e la stava stringendo a sé tenendole la mano sul fianco, come fosse stata cosa sua.


Incrociai gli occhi di lei, che nella semi oscurità di quel locale mi parvero ancora più chiari di quanto non ricordassi.


Mi sorrise, prima di insistere.


“Dai, vieni.”


Anche la moglie di Edo stava sorridendo, e pochi istanti dopo stava dicendo: “Seguiteci, vi portiamo in un posto qui vicino.”


Ci ritrovammo sul marciapiede quasi senza che me ne fossi accorto, con le luci dei lampioni troppo lontane per consentirmi di dare un contorno definito ai due signori che ci stavano parlando mentre tenevo per mano mia moglie, come per riaffermare un senso di proprietà che avevo perso troppo a lungo.


Alle nostre spalle la porta del club privè si era richiusa e ci aveva lasciati soli. Quattro persone che si scambiavano poche parole condite da molti sorrisi e da un’unica espressione perplessa; la mia.


Fu solo quando quei due entrarono in una Mercedes nera, elegante quanto loro, che riuscii a sbloccarmi.


“Benny, cazzo, ma sei impazzita?”


Il suo sorriso era disarmante.


“Dai, Vale. Facciamolo.”


“Ma Benny…”


“Me l’hai promesso. È il mio regalo.”


“Sì, ma…”


“E poi mi sembra che ti possa divertire anche tu. Quella donna è bellissima.”


Non riuscii a dire nient’altro. La Mercedes aveva iniziato a illuminare la nostra presenza con un paio di lampeggiate dal significato inequivocabile, al quale mia moglie rispose prendendomi per mano e tirandomi di peso dietro di sé, diretta alla nostra auto.


“Dai, andiamo. Hanno detto di seguirli.”


Non me ne ero nemmeno accorto.


Non potevo ancora crederci, ma pochi minuti dopo stavo guidando nel cuore della notte dietro a una Mercedes nera, diretto non so dove, sperduto nella più anonima periferia milanese e con un’unica certezza in testa: di lì a non molto avrei visto la donna che amavo godere tra le braccia di uno sconosciuto cinquantenne che l’avrebbe impalata davanti ai miei occhi.


Non ci mettemmo più di dieci minuti ad arrivare al luogo che quell’uomo aveva scelto come destinazione.


Dieci minuti che io e la mia dolce metà passammo in un silenzio carico di tensione. Non ci dicemmo assolutamente nulla. Le uniche parole che riuscii a dire furono: “Stiamo facendo una cazzata” ma la mia affermazione non suscitò nessuna reazione, e il silenzio tornò padrone del nostro abitacolo.


Eravamo diretti a un Motel che si chiamava “Mercurio”, un nome assurdo per un posto equivoco.


Ci fermammo davanti a una sbarra, e vidi che dal finestrino anteriore sinistro dell’auto che ci precedeva stava spuntando una mano intenta a digitare un codice. Le luci della mia auto stavano illuminando un Rolex che non mi sarei mai potuto permettere, quando la sbarra si alzò lasciandoci passare.


“Conoscono il posto” sussurrai sperando che rendere evidente il fatto che quei due ci stavano usando come semplici giocattoli erotici, esattamente come dovevano aver fatto con chissà quanti altri prima di noi, potesse in qualche modo scoraggiare mia moglie. Ma la mia considerazione non la indusse ad alcun ripensamento. Il sorriso malizioso con il quale mi rispose mi sparò addosso una carica erotica tanto intensa da farmi ghiacciare il sangue nelle vene.


Seguimmo gli sconosciuti che avevamo eletto a guide procedendo a passo d’uomo per un centinaio di metri, fino a quando vedemmo la Mercedes girare a sinistra ed entrare in un garage la cui saracinesca si stava alzando, come se ci stesse aspettando.


Il garage era grande a sufficienza per garantire un parcheggio a entrambe le macchine e per preservare la privacy delle quattro persone che ne stavano uscendo, tre delle quali con un largo sorriso stampato sul volto.


“Prego, venite. Seguiteci.”


La voce dell’uomo che aveva passato mezz’ora con la lingua nella bocca della donna sbagliata e che si apprestava a scoparla, era profonda e calda. Denotava una sicurezza che gli invidiai.


Stavo ancora stringendo la mano di quella stessa donna, nel disperato tentativo di riaffermare il mio ruolo, quando varcammo la porta che separava il garage da una camera enorme.


Evidentemente il Motel “Mercurio” offriva ai suoi distinti frequentatori un accesso esclusivo e riservato. Direttamente dall’auto al letto, lontano da occhi e da sguardi che nessuno avrebbe voluto incontrare.


Fu ancora Edo a parlare, e il tono confidenziale delle sue parole non mi aiutò a sciogliere la tensione che mi stava divorando.


“Benvenuti nel nostro piccolo angolo segreto. Sono sicuro che qui avremo modo di divertirci.”


Lo disse fissando troppo intensamente la Benny, i cui occhi azzurri come il ghiaccio più puro stavano esplorando curiosi l’ambiente nel quale eravamo stati accolti.


A farla da padrone era un letto matrimoniale abbastanza anonimo, se non fosse stato per le lenzuola di seta nera che gli davano un senso di peccaminosa eleganza. Era esattamente davanti a noi, con la testata appoggiata alla parete opposta rispetto alla porta dalla quale eravamo entrati.


Alla nostra sinistra c’era un grande divano grigio fatto a forma di “L”, con un lato che sarà stato lungo più di due metri e con l’altro che non era molto più corto. Il divano seguiva il perimetro della stanza e praticamente chiudeva l’angolo che il muro che avevamo di fronte disegnava con quello di sinistra.


La parete di destra, invece, dava spazio a un paio di quadri anonimi quanto il letto, in mezzo ai quali c’era una porta chiusa. Interpretando correttamente la domanda che i miei occhi stavano trasmettendo, Edo ci disse che al di là c’era un piccolo corridoio dal quale si accedeva al bagno e alla porta che metteva in comunicazione la stanza con il resto del Motel.


Restammo alcuni lunghi istanti a guardarci in giro, senza sapere esattamente cosa dire o cosa fare.


“Beviamo qualcosa?”


La voce della donna che mi aveva fatto omaggio della sua bocca ruppe l’attimo di silenzio che si era creato prima che potesse diventare imbarazzante.


Fu spostando lo sguardo su di lei, che mi resi conto del fatto che alla mia destra c’era un piccolo bancone da bar con due sgabelli, dietro al quale il padrone di casa si diresse quasi correndo, come se gli avessero sparato in mezzo ai piedi. Si abbassò scomparendo un attimo alla nostra vista, e quando si rialzò stava tenendo in mano una bottiglia molto meno luminosa del suo sorriso.


“Un bicchierino di Porto bianco?”


“Perché no?”


La risposta di mia moglie fu tanto pronta quanto inaspettata.


“Ma tu non eri astemia?” le chiesi con un tono che avrei voluto fosse più leggero.


“Non stasera. Non in compagnia di Edo e di…”


Lo disse puntando il suo sguardo celeste negli occhi neri della signora elegantissima, il cui ardore avevo avuto il piacere di conoscere, e che ora le stava rispondendo prontamente: “Eleonora. Ele, per gli amici.”


La Benny le andò incontro e le strinse la mano con una sicurezza che, pensai, fosse dovuta all’alcool che le stava scorrendo nelle vene.


“Io mi chiamo Benedetta. Benny, per gli amici” e scoppiò in un’allegra risata che contagiò i due signori, che ormai non erano più sconosciuti ed erano entrati velocemente nella cerchia degli amici più intimi.


“E lui è Valerio” disse completando le presentazioni.


Fu Edo, a fare la battuta del secolo.


“Diciamo Vale… per gli amici.”


Il sorriso che abbozzai all’uomo che ci aveva portato lì con l’intenzione di possedere mia moglie mi costò una fatica pazzesca, e fu accompagnato dalla risata collettiva alla quale quei tre stavano dando vita.


Il secondo bicchiere che bevvi mi aiutò a sciogliermi più di quanto non avesse fatto il primo, e pochi minuti dopo ci ritrovammo seduti tutti e quattro sul divano. I due padroni di casa sul lato lungo, e io e la Benny su quello un po' più corto.


Lui aveva fatto partire una musica lenta e morbida, che ora risuonava in tutta la camera trasmessa da un insospettabile sistema di filodiffusione. 


“Bello qui” stava dicendo la mia dolce metà. “Ci venite spesso?”


Le rispose la sua amica Ele.


“Qualche volta. Quando incontriamo persone che ci sanno stimolare.”


“E noi vi stimoliamo?”


Glielo chiese con il tono curioso e speranzoso di una bambina che domanda ai genitori di poter avere un gelato.


“Tesoro, non sempre siamo così fortunati da trovare una coppia come voi.”


“In che senso, come noi?”


Le rispose Edo, che anticipò sua moglie: “Nel senso di… una coppia con lei bellissima…”


E mentre l’allegria prendeva possesso di quella stanza, Eleonora completò la frase del marito rivolgendosi a me.


“Anche tu non sei male, naturalmente, ma piaci solo me… mentre tua moglie piace a tutti e due.”


Lo disse mentre allungava una mano sul ginocchio della Benny, che seguendo un istinto fino ad allora sconosciuto, allargò leggermente le gambe, favorendo la delicata carezza che molto velocemente si era spinta fino all’interno coscia.


Vidi la mano di quella splendida signora sparire sotto la gonna della ragazza che credevo di conoscere perfettamente, e che fino a quel momento avevo sempre considerato una timida cronica.


Stavo ancora tenendo il bicchiere in mano e lo sguardo ipnotizzato sulle sue cosce, quando Eleonora si alzò sussurrando: “Fammi sedere vicino a te.”


La Benny si spinse verso sinistra, contro di me, obbligandomi a spostarmi di mezzo metro più in là. Lei seguì il mio movimento, e si ritrovò con l’elegantissima cinquantenne alla sua destra e io alla sua sinistra.


Le due donne si guardarono per un istante velocissimo, poi Eleonora mise il braccio sinistro dietro le spalle di mia moglie, e tornò a infilarle la mano destra in mezzo alle gambe, accarezzandola delicatamente.


Il soffio che le regalò mi bruciò la pelle.


“Tesoro… togliti le mutande…”


Stavo iniziando a non stupirmi, quando vidi la Benny allungare entrambe le mani sotto la gonna e sollevarsi leggermente dalla seduta del divano per fare quello che le era stato suggerito.


Se le sfilò velocemente e in modo un po' maldestro, e quando tornò in posizione me le mise in grembo senza nemmeno voltarsi verso di me. Aveva sprofondato i suoi occhi celesti in quelli neri che la stavano fissando.


“Brava…”


La voce di quella donna era tanto penetrante da poter attraversare la Terra.


Vidi la sua mano sparire di nuovo e spingersi in profondità, sotto la+ gonna di mia moglie che si era abbandonata sullo schienale del divano, chiudendo gli occhi e aprendo le cosce, manifestando così la sua totale disponibilità.


Eleonora si chinò sulla sua spalla destra e prese a leccarle il tatuaggio col disegno del pegaso e dell’arcobaleno, e pochi istanti dopo la sua lingua aveva completato un lento e caldissimo percorso che l’aveva portata fino al collo.


Ebbi chiara la percezione del fatto che in quella stanza qualcuno avesse alzato la temperatura e cominciai a sudare, mentre quella voce sconvolgente si fece largo in mezzo al suono della musica che continuava a riscaldare l’ambiente uscendo dai muri come una nebbia inebriante.


“Mmhhh… Benny… sei tutta bagnata…”


Quando la mano di quella signora cominciò a muoversi velocemente sotto la gonna, lei aprì le gambe in modo osceno e spalancò la bocca come non aveva mai fatto, mugolando sommessamente: “Mmmhhh… mmmhhh…”


Era la cosa più eccitante che avessi mai visto, e rimasi paralizzato a guardare la ragazza che avevo sposato lasciarsi masturbare da una donna matura sotto gli occhi miei e quelli di suo marito.


Salì con la lingua fino ad arrivarle sulla bocca, e poi vi si tuffò dentro.


Non avevo mai visto due lesbiche baciarsi, se non in qualche film porno, e vederlo fare a mia moglie mi sparò in corpo tanta di quella adrenalina che mi ritrovai col cazzo duro come l’acciaio.


Edoardo doveva essere nelle mie stesse condizioni, perché mi accorsi con la coda dell’occhio che aveva allungato la mano destra in mezzo alle gambe e aveva iniziato a toccarsi da sopra i pantaloni.


Non potei evitare di pensare che il membro che intravvedevo sotto quel tessuto grigio scuro sarebbe presto entrato nella bocca della ragazza che aveva giurato di essere solo mia, così come ora stava facendo quella lingua che sembrava volerle arrivare fin nello stomaco.


Questo affievolì un po' la mia eccitazione, che tornò a scoppiare come una bomba quando vidi la mano sinistra della Benny allungarsi sul grosso seno di Eleonora per palparlo con forza.


Lei le soffiò dritto in bocca, senza nemmeno staccarsi.


“Brava tesoro. Ti piacciono le mie tette, èh?”


“Mh… sì…”


“Oddio amore… sei bellissima.”


Andarono avanti a baciarsi e a toccarsi a lungo, mentre noi uomini restammo immobili e inerti, silenziosi spettatori di un momento pazzesco che ci stava facendo esplodere il sangue nelle vene.


Un po' alla volta il respiro della mia metà divenne profondo e assordante. Mi sembrava incredibile, ma cominciai a rendermi conto che farsi masturbare da una donna la stava portando all’orgasmo.


Aveva le cosce talmente spalancate che il suo ginocchio sinistro era finito sopra il mio destro. Glielo stavo accarezzando delicatamente quando le vidi allungare improvvisamente entrambe le mani in mezzo alle gambe.


Impugnò con forza il braccio della signora che la stava penetrando, come per cercare di fermare quel movimento, ma senza riuscirci.


Un secondo dopo venne colpita da un fulmine invisibile. Inarcò la schiena in modo innaturale e si puntò decisamente con i piedi per terra, sollevando leggermente il culo. L’urlo che sparò dritto in bocca alla sua amante non aveva nulla di umano.


“Aaaahhh!!! Aaaaahhh!!! Aaaaahhh!!!”


Fu un grido assordante, straziante. Molto più alto della musica che ci stava circondando. Sperai che il Motel nel quale ci trovavamo garantisse la privacy dei suoi ospiti anche tramite un sistema di insonorizzazione dei muri, e rimasi sbalordito a guardare mia moglie che veniva sulla mano di quella donna elegantissima.


Istintivamente strinsi con forza la coscia che stavo accarezzando, e quando mollai la presa, un’infinità di secondi dopo, la Benny teneva con entrambe le mani il braccio che si stava muovendo lentamente in mezzo alle sue gambe.


Aveva smesso di urlare ma se ne stava ancora con gli occhi chiusi, ansimando tanto profondamente che, pensai, sarebbe stato utile darle dell’ossigeno per aiutarla a riprendere una respirazione normale.


Eleonora si era staccata da lei e mi stava guardando con un sorriso largo come ne avevo visti pochi. Era la rappresentazione vivente della felicità.


Mi dedicò poche parole: “Tesoro, ci stai regalando una ragazza veramente caldissima. Ha un lago nella fica…”


Poi tolse finalmente la mano da sotto la gonna, se la portò al naso, socchiuse gli occhi e passò alcuni secondi ad annusare gli umori che la ricoprivano. E quando se ne fu riempita, diede un bacio leggero alla Benny, sulla guancia destra, e le regalò un sussurro.


“Amore, il tuo profumo è buonissimo. È dolce… senti…”


Così dicendo le mise la mano davanti agli occhi, che si stavano riaprendo lentamente.


Ormai non mi stupivo più di niente. Non mi stupii nemmeno quando vidi che la ex ragazza timida che avevo sposato stava socchiudendo le labbra per succhiare le due dita lunghe, affusolate e con le unghie bordeaux, che aveva davanti al viso.


Gliele leccò con passione, ingoiandole completamente, fino alla base, lasciandosi accompagnare da quella voce caldissima alla quale ci eravamo ormai tutti abbandonati.


“Brava amore… riempiti del tuo sapore…”


“Mmmhhh…”


“Ti piace?”


“Mmmhhh…”


“L’avevi mai assaggiato?”


“No…”


Glielo soffiò direttamente sulle dita, che riprese immediatamente a leccare intensamente.


Eleonora la lasciò fare per alcuni secondi, poi le tolse la mano dalla bocca e gliela rimise in mezzo alle gambe. Potevo vedere il suo braccio muoversi delicatamente, sotto la gonna.


Le sussurrò: “Vedrai quante cose che possiamo insegnarti, io e mio marito.”


“Mmmhhh…”


“Hai voglia di imparare cose nuove?”


“Sì…”


“Brava. E adesso… fagli vedere la fica.”


 


(…continua…)


 


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