Chiara e Cristian erano fratello e sorella, gemelli. Da sempre avevano vissuto un attaccamento morboso tra loro che non permetteva a nessuno di potersi intromettere, nemmeno tra le persone della stessa famiglia, né tra la ristrettissima cerchi di amici, se così si possono definire..


   Crescendo avevano perpetrato l’abitudine, bizzarra, vista la loro età, sedici anni, di continuare a fare il bagno assieme come avevano sempre fatto sin da bambini. I genitori non ci vedevano nulla di male in questo. Consideravano che tali atteggiamenti fossero dovuti al fatto che i due avevano perennemente condiviso ogni cosa, ogni esperienza, in quanto erano inseparabili.


   Fino a quel momento non avevano consentito ad alcun loro coetaneo di allontanare l’uno dall’altra, impedendo a questo o quel ragazzo o ragazza, di avere una, seppur breve, storiella d’amore, invaghimento, come naturale nel periodo dell’adolescenza.


   Inutile girarci attorno: i gemelli si soddisfacevano, già da tempo, in segreto da tutti poiché perfettamente coscienti che era una cosa sbagliata, tra di loro. Avevano scoperto i piacere del sesso a quattordici anni e da allora, costantemente, ogni giorno, più volte al giorno, notte compresa, appena potevano e avevano voglia, ci davano dentro.


   Chiara, così come suo fratello, sapeva come si faceva a rimanere incinta e quindi aveva solo e sempre concesso il culo a Cristian, che glielo spaccava con foga.


   La figa vergine di Chiara era una garanzia ulteriore, soprattutto per i genitori quando la portavano a fare le normali visite ginecologiche, che la giovane non avesse ancora avuto rapporti sessuali, non la penetrazione, almeno, tantomeno col fratello. Padre e madre ignoravano totalmente in che turbinio di perversioni si erano infilati i loro figli.


   Tutto cominciò quando Chiara chiese a Cristian di masturbarsi assieme a lei mentre guardavano un porno in rete. La ragazza non aveva mai visto un cazzo in tiro dal vivo e quello del fratello la eccitò moltissimo, tanto che glielo prese immediatamente in mano, piano piano, non sapendo come maneggiarlo e poi, subito dopo, in bocca, succhiando solo la cappella gonfia e rossa. Cristian, imbarazzatissimo, a differenza di sua sorella che sembrava piuttosto sciolta, si lasciò comunque fare ogni cosa, godendo quasi subito nella bocca di lei, che prima tossì e soffocò, non aspettandosi uno schizzo con un getto tanto forte, e poi vomito sulle gambe nude del fratello. Questi pianse. Si vergognava tantissimo per quello che era successo ma ormai era avvenuto e non si poteva tornare indietro: non si poteva raccogliere il latte versato.


   Chiara era mortificata. Aveva agito d’istinto e il vomito era scaturito non tanto per la sborra che gli era finita in gola, ma per aver preso coscienza dell’incesto a cui avevano partecipato. Era piaciuto a entrambi ma il sentimento contrastante li aveva messi davanti a un bivio e il passo decisivo verso la strada malata era già avvenuto. Non volevano pensare che non sarebbero mai più potuti tornare indietro.


   Si abbracciarono e rimasero così per un bel po’, in silenzio, riflettendo sull’accaduto. Cristian ebbe una seconda erezione. Il cazzo si scappellò mentre arrivava a essere in tiro e si poggiò contro la pancia di sua sorella che, accortasene, abbassò gli occhi e vide il piacere di suo fratello cominciare a far fuoriuscire dall’uretra del liquido. La desiderava ancora e per Chiara era lo stesso.


   Glielo accolse tra le tette mentre lui se ne stava seduto e cominciò a scappellarglielo col seno andando su e giù sempre più velocemente, sempre più velocemente. Cristian si alzò in piedi e principiò a sbattere le tette della sorella dandole dei colpi ben assestati. Lei gemeva e lo guardava negli occhi, lui a stento riusciva a reggere il suo sguardo, però lo stesso continuava a ficcare la cappella tra le morbide tette. La prese per le braccia e la tiro su, girandola e facendole prendere posto sulla sedia sulla quale stava seduto. Chiara ci si poggiò con un ginocchio, reggendosi con le mani dallo schienale. Fu lì che Cristian, senza lubrificare l’ano, glielo mise dritto in culo per la prima volta, sverginando la sorella da dietro. Sin da subito cominciò a uscire del sangue misto a merda. Lei si faceva male, tanto male, e cercava di trattenere la spinta del bacino del ragazzo, con la mano destra. A Cristian non importava nulla che l’altra stesse provando un dolore cane e continuava imperterrito a punirla a sangue.


   Lei gemeva e si mordeva il labbro, restando sottomessa. D’improvviso si tirò via e un filo di merda liquida le colò dal culo, finendo a terra. Cristian tornò a tappare il buco col cazzo e diede gli ultimi colpi prima della seconda sborrata, che fu più piacevole e al contempo, imbarazzante della precedente.


   Sfilò il cazzo. Era marrone e rosso, sporco di sangue e feci ma ancora dritto. Chiara andò a prendere in bagno un panno umido e ripulì il fratello che la guardava dall’alto in basso. Lei lo segò ancora e lui le sborrò in faccia. La spirale dentro la quale finirono non li avrebbe mai più lasciati andare via.


   Da quel giorno smisero di ridere e il loro atteggiamento con gli altri cambiò radicalmente. Non si poteva non notarlo. Se ne accorsero, infatti, i genitori e li portarono da uno specialista il quale, però, non riuscì a cavare un solo ragno dal buco. I gemelli si difendevano a vicenda. Difendevano il turpe segreto celandolo in uno scrigno fatto di dolore e vergogna. Stavano male per ciò che compivano e seguitavano a scopare proprio per stare male e castigarsi per le loro perversioni.


   Chiara era dimagrita tantissimo ma aveva conservato la sua bellezza eterea, diafana. Per coprire le smagliature del suo corpo era ricorsa a dei tatuaggi, dei piccoli tatuaggi che i genitori acconsentirono facesse proprio nella speranza di vederla tornare su di morale.


   Stanca del ruolo passivo in cui era stata relegata dal fratello, lo obbligò a sottomettersi, concedendole a sua volta il culo. Da internet avevano comprato uno strap-on, uno di quei falli in lattice che le lesbiche legano alla vita per scopare la propria partner.


   Chiara affondava dei possenti e duri colpi ditti nell’ano del fratello, allargandoglielo oltre modo. Il pene che aveva scelto era più grosso della media e lungo oltre i venti centimetri. Senza toccarlo o masturbarlo, in quell’inculata, Chiara riusciva, solo stimolando col cazzone la prostata di Cristian, a farlo venire.


   Durante i rapporti in cui era lei a tenere le redini del gioco, la ragazza amava guardarsi allo specchio e vedere ciò che faceva al fratello come se stesse guardando un porno in rete. Amava osservare il cazzo dritto di lui mentre, come un bastone, faceva su e giù a ogni affondo nell’ano da parte di lei con la sua minchia finta. Il cazzo di Cristina sbatteva sulla sua stessa pancia e il TAC, TAC, TAC, ritmava il tempo dell’inculata come un metronomo.


   Non sempre Chiara voleva farsi il fratello girandolo di schiena, speso, anzi, lo voleva a cosce aperte, così da poterlo guardare negli occhi e baciarlo, leccarlo e sputargli, facendo scendere lentamente la saliva dentro la bocca, mentre lo possedeva a sangue.


   Il cazzone era talmente grande che quando Cristian veniva sbattuto ed era stato posizionato supino, a pancia su, sopra il letto, il pene che lo penetrava si poteva vedere camminare nel suo ventre. Chiara ci metteva la mano sopra e godeva tantissimo nel farlo. Era come se stesse scopando e contemporaneamente masturbandosi.


   Non potendo lei raggiungere l’orgasmo, La giovane poteva permettersi di ficcare a lungo e con foga costante. Per Cristian era un piacevole supplizio che durava più di un’ora e al quale non poteva ribellarsi. Visto che i due facevano solo sesso anale quando se lo ficcavano dentro, in sostanza l’una si vendicava della brutalità dell’atto sessuale dell’altro.


   Man mano che il tempo passava e più i due si avvicinavano l’un l’altra attraverso le loro esperienze sessuali, più queste diventavano monotone e i gemelli erano alla continua ricerca di altro. A guidarli in ciò c’era internet.


   Chiara venne obbligata a mangiare la merda del fratello, mangiarla tutta. Le conveniva non vomitare quando lo faceva o avrebbe dovuto ingurgitare gli escrementi appena rimessi. Le feci le venivano anche cosparse sul corpo e la faccia, sulla quale Cristian avrebbe pisciato subito dopo, lasciando che l’urina finisse in bocca della sorella e che questa bevesse tutto quanto le veniva versato in gola.


   Dei tagli cominciarono ad apparire sui corpi di entrambi. Si infliggevano ferite corporali per punirsi. Non sarebbero durati a lungo se avessero continuato per la strada che avevano intrapreso da qualche anno.


   I genitori erano sempre più disperati non conoscendo la causa, e forse era meglio così, del declino dei figli. Loro non proferivano parola con chi viveva nel mondo che li circondava. Si erano chiusi a riccio e non accettavano intromissioni. Avevano deciso di punirsi per quello che erano e facevano, prevedendo che questa punizione, prima o poi, li avrebbe condotti alla morte!


  In assoluto segreto, madre e padre dei ragazzi, installarono delle videocamere nella stanza dei gemelli per sentire i loro discorsi, sapere quel di cui parlavano e sperare di riuscire così ad aiutarli. Era la sola maniera per poter entrare nella loro dimensione dalla quale avevano fatto uscire tutti quanti.


   Fu già dalla prima sera che i coniugi capirono la reale situazione del male stare della propria prole. A occhi spalancati assistettero, impotenti e indiretta, a una rude chiavata tra fratello e sorella. In quegli attimi la coppia si trasformava. Erano selvaggi ed esprimevano forza, energia. Cristian lo ficcava in culo alla sorella e Chiara chiedeva di essere presa a pugni in faccia. Il fratello l’accontentò e incominciò a picchiare sempre più forte. Il sangue volava via dalla bocca della giovane che era ormai tutta un livido. Non le importava come avrebbe fatto a giustificare il suo aspetto il giorno dopo.


   Temendo il peggio, il padre si precipitò nella stanza dei gemelli. Erano come sotto l’effetto di una droga. Cristian non si fermò un attimo né rallentò nell’inculare la sorella, che aveva l’interno cosce sporco di sangue e merda. Il ragazzo aveva un’erezione incredibile che aveva allargato fino a spaccarlo, l’ano della giovane.


   L’uomo fu costretto a levare con la vigore Cristian da dentro Chiara. Il primo si ribellò alla cosa e tentò di ficcare il pene in bocca al padre, che lo colpì con un pugno. Chiara intervenne in difesa del fratello. Aggrappatasi a suo padre con tutte le forze, gli leccava la faccia e rideva, ormai aveva perso la ragione, mentre coi piedi gli sfruculiava il cazzo da sopra i pantaloni.


   Li raggiunse la madre, tentando di separare i due. Fu Cristian, a questo punto, che, col cazzo ancora in tiro, alzò la sottoveste di sua madre e ficcò la minchia nella figa di lei, dando due colpi ben assestati e sborrandole dentro. La donna si mise a urlare e piangere. Cadde al suolo. In volto non c’era più alcuna espressione umana per quello che aveva visto e quanto avesse appena subito.


   Si rannicchiò in un angolo, rannicchiandosi in posizione fetale. Suo marito, alle prese ancora con Chiara, cercando di dimenarsi, perse l’equilibrio e, cadendo a terra, batté la testa, perdendo i sensi. I gemelli, prendendo fiato, si avvicinarono alla donna, la loro madre, e, con lei inerme, a turno, per svariate ore, la seviziarono e violentarono, costringendola anche a guardarli mentre si chiavavano a vicenda.


   I vicini, sentendo le urla, avevano chiamato la polizia che arrivò in mattinata.


   Lo spettacolo che si trovarono davanti era raccapricciante. Un uomo incosciente e una donna, sua moglie, distesa in un angolo, senza vita negli occhi. Un involucro che conteneva un’anima oramai ridotta uno straccio o neanche più quello. I gemelli erano nudi, abbracciati l’uno all’altro, col cazzo di Cristian nel culo di Chiara.


   Entrambi non rispondevano alle stimolazioni che venivano fatte loro dagli agenti che li avevano soccorsi. Una triste vicenda fatta di incesti e conseguente disagio e autodistruzione che quelle scopate avevano generato, che lasciarono un profondo segno in tutta la comunità, appena la cosa si venne a sapere, diventando pubblica.