Ero fuoricorso ormai da due anni. Entravo nel terzo. Chiunque ha avuto un percorso universitario sa bene che, a lungo andare, gli esami restanti e il tempo passato sui libri cominciano a essere stancanti. Non vedi l’ora che tutto sia finito, che arrivi il momento in cui puoi discutere la tesi.
Uno degli esami che mi mancavano era quello di psicologia cognitiva. Non un esame chissà come complicato, proprio per nulla, solo che in facoltà c’era un professore di sessantanove anni che aveva una nomea di essere un gran chiavatore e che approfittasse del suo ruolo per ficcare quante più studentesse possibile. Naturalmente si faceva solo quelle carine. La cosa non mi scandalizzò affatto, anzi: ero contenta e speravo fosse vero.
Come detto qualche riga sopra: non avevo più tanta voglia di starmene sui libri e perciò, se questi mi avesse fornito la possibilità di prendere questa scorciatoia, avrei accettato di buona lena.
Il problema che mi si mostrava davanti era come fare per esser sicura che il gossip in giro sul suo conto fosse veritiero. Non mi sarei certo potuta presentare alla sessione d’esame e pretendere che mi facesse l’offerta lì.
Colsi la palla al balzo e mi presentai nel suo ufficio in orario di ricevimento. Gli dissi che ero prossima alla laurea, che alla prima occasione avrei dovuto affrontare la sua materia e che stavo valutando l’ipotesi di scrivere la tesi proprio sugli esperimenti di Pavlov, argomenti riguardanti il suo corso. Il vecchio non perse tempo e, con sfacciataggine, mi propose un trenta e lode se gliel’avessi data. La faccia che feci fu di stupore, stupore non per la proposta, ero lì apposta, ma per il modo in cui me lo chiese.
La prima pretesa che avanzò fu quella di farlo senza preservativo, la seconda di immortalare tutto con un video in cui si vedeva lui che mi scopava. Un p.o.v., per intenderci, in maniera tale da preservare la sua identità.
Mi obbligò a decidere lì, in quel momento, minacciandomi che non avrei mai e poi mai passato l’esame se non avessi accondisceso. Credo che si comportasse così per paura che, in un eventuale secondo incontro, avrei potuto raccogliere prove che lo avrebbero messo nei guai.
Si alzò dalla sedia dietro la scrivania e mi raggiunse, sedendosi su questa, accanto a me. Aveva già il cazzo in tiro. Non saprei dire se fossi intimidita da tanta arroganza o se fingevo talmente bene da darlo a bere persino a me stessa.
Non era un bell’uomo, esattamente l’opposto. Viso butterato, alito pesante, sciatto, con la pancia, pochi capelli tutti unti.
Ci furono degli interminabili secondi di silenzio in cui io recitavo, con la testa bassa, il ruolo della ragazza offesa. Lui, dal canto suo, se ne stava braccia conserte a fissarmi, senza mai levarmi lo sguardo da dosso.
Alzai lentamente il capo, incrocia il mio sguardo col suo e feci di sì, annuendo. L’espressione del viso del professore mutò. Da tesa divenne raggiante.
Prese a chiudere a chiave le porta dell’ufficio e a spegnere la luce, così che si pensasse che all’interno non ci fosse nessuno.
Mi si mise davanti, io stavo sempre seduta sulla sedia. Si abbassò i pantaloni, si voltò di culo, si piegò un poco, aprì le natiche e mi disse di leccare. Il buco era pieno di peli con della merda secca tutta attaccata. Non potevo più tirarmi indietro, non ne avevo intenzione, ero lì per il mio trenta e lode senza sforzo, ma non immaginavo mi sarebbe toccato anche quello.
Appena fece per avvicinarmi, lui mi fermò di colpo: si era scordato di prendere il suo cellulare e avviare il video. Mi mise il telefonino in mano e mi disse di riprendere tutto bene, che la sera, con più calma, ci si sarebbe sparato una sega sopra.
Non potei fare altro che eseguire e in quel primo piano vedevo la mia faccia dentro il piccolo schermo dell’aggeggio elettronico, mentre leccavo il buco del culo sporco di merda di un vecchio. Mi sentì un’attrice porno. L’idea mi eccitò un sacco e iniziai a ficcare la lingua sempre più dentro. Al professore piaceva che glielo facessi. Lo si capiva da come ansimava. Sembrava che gli stessi facendo male tanto mugugnava forte. Io guardavo me nella registrazione, facendo lo sguardo da porca.
Mi prese per la nuca come meglio poté e mi spinse la faccia tra le chiappe. Quasi non riuscivo a respi-rare. Mi chiamava puttana, troia e lo lasciavo fare. Spingeva l’ano come se dovesse cacare, aprendolo e permettendomi di andare con la lingua sempre più a fondo. Con la mano libera, di mia sola iniziativa, principiai a palpargli i coglioni. Erano caldissimi e grossi, pieni come quelli di un toro. Dall’eccitazione strinsi forte e gli feci male, però non mi disse nulla: stava godendo come un maiale.
Non c’è da meravigliarsi nel credere che una storia simile sia reale. Non avete idea di quante volte càpiti che ci vendiamo per qualcosa. Io lo faccio di continuo, se mi conviene e non me ne vergogno a dirlo, tant’è che lo racconto.
Era talmente tanto lubrificato il suo buco, che istintivamente levai lamano dai suoi coglioni e cominciai a fargli un ditalino. Partì subito con tre dita. Entrarono come se stessero affondando nel burro. Mi sentivo le labbra che sapevano di merda, non oso immaginare che alito potessi avere!
Il professore mi implorò di fermarmi. Stava per sborrare e non ne aveva ancora voglia. Eravamo solo all’inizio.
Si voltò e mi mise il cazzetto in bocca. Era dritto e non sarà stato più lungo di dodici centimetri, a essere generose.
Il cellulare lo prese lui e si eccitava nel vedersi nella registrazione, mentre io glielo succhiavo con gusto, vigore, voglia.
Mi colava la bava dalla bocca tanto lui spingeva forte, sempre più dentro. Mi fece venire dei conati vomito. Dovetti, per questo, fermarmi un paio di volte per prendere fiato ma lui insisteva: aveva deciso che avrei dovuto vomitare e ci riuscì. A furia di insistere con quel cazzo in gola, vomitai la colazione e mi finì tutto sulle gambe, sporcando i jeans. Mi faceva male la pancia per lo sforzo. Ricordo che mi ci portai la mano, massaggiandola e facendo una smorfia di dolore. Lui, non soddisfatto, continuò a scoparmi in bocca, facendomi vomitare una seconda volta. In tale occasione buttai fuori la bile. Aveva un sapore veramente amaro. Mi uscì addirittura dal naso!
Stanco, o comunque, appagato dalla mia pompa, mi disse di spogliarmi completamente, mentre lui riprendeva. Lo feci e mi misi a cosce aperte sulla scrivania. Fu in quell’istante che me lo ficcò dentro. Sarà stato per i conati di vomito, ma la pancia mi doleva a ogni colpo che mi veniva assestato.
Avendo il professore il cazzetto a uncino, gli andava a mezzaluna all’insù, riusciva a sfruculiarmi il punto g e a farmi pisciare un paio di volte. Non mi aspettavo che un vecchio mi avrebbe fatta godere a quel modo.
Mentre ficcava, col viso soddisfatto di chi stava spaccando a dovere la figa di un’allora ventiquattrenne, si mise due dita in culo e me li fece dapprima annusare e poi volle che glieli succhiassi. Non me lo domandò: me li calò in bocca e basta. Strizzai gli occhi per lo schifo.
Mi afferrò le guance con la mano e strinse forte, tanto da farmi male. Io aprì e lui mi ci sputò dentro quattro o cinque volte. Mi serrò le labbra con l’arto, costringendomi a ingoiare.
Prese a ciucciarmi con gusto i capezzoli. Già allora avevo i piercing a entrambi i seni. Succhiò con così tanta intensità da arrossarmeli e farmi male. Tutto questo mentre ficcava incessantemente. Constatai di persona che le voci sul suo conto che dicevano fosse un gran chiavatore, erano tutte vere. Fu una delle poche volte in cui mi sentì soddisfatta come donna.
Era perfettamente cosciente che mi stava trattando come una pezza da piedi, mi stava umiliando facendo male. Era intenzionato a comportarsi proprio a quel modo. Era un animale e io la sua puledra da montare, il suo pezzo di carne fresco.
Gli schiaffi che mi diede, sia in faccia che sulle tette, mi fecero arrabbiare ma rimasi impassibile, come se una forza mi trattenesse dal protestare. Ero soggiogata da lui e subivo il suo potere, il suo comando.
A un bel momento, il cellulare che aveva in mano, squillò. Non poté fare a meno di rispondere: era sua moglie.
Cacciò il cazzo da dentro la mia figa e cadde del liquido quando lo fece. Si portò l’indice al naso, indicandomi di stare zitta. Io annuì. Si diede una sistemata ai capelli, come se la consorte dovesse vederlo e poi rispose. Mentre lo faceva se lo menava con la mano libera, velocemente, per tenerlo in tiro.
Disse a quella poveraccia una serie di cazzate. Io avevo finalmente il tempo di prendere un po’ di fiato. Mi poggiai, sdraiandomi, con i gomiti sulla scrivania. Facevo ballare gli occhi tra lui che se lo scapocchiava a ciò ce c’era nella stanza.
Appena mise giù, tornò ad afferrarmi di forza. Mi alzò i fianchi e ficcò nel culo mentre me ne stavo a cosce aperte, così, a crudo. Il cazzo faceva fatica a entrare perché il mio buchino, usato poco, allora, era stretto e non lubrificato, ma lui, con prepotenza lo fece entrare a forza.
Si attaccò al seno mentre mi inculava con dei colpi rapidi e ben assestati. Era tutto sudato e il sudore mi colava addosso: ne ero piena!
Mi diceva un sacco di parolacce e mi sputava in faccia, dandomi qualche schiaffo.
Finalmente mi sborrò dentro. Ero esausta! Mi aveva sfiancata.
Quando si svuotò, ebbi la netta sensazione, dal grido che emise, che le palle gliele avessi prosciugate e mi piacque pensare che come aveva goduto con me non lo aveva fatto con nessun’altra. Ero stata la migliore, la più brava, anche se aveva fatto tutto lui, ma io glielo avevo sciato fare.
Tiro fuori il cazzetto ancora in tiro, accompagnato da una scia di sangue e merda: quella era mia. Mi aveva aperto il culo e mi bruciava da matti.
Mi ordinò, nuda com’ero, di pulire tutta quella sporcizia e di rimettere a posto. Eseguì, senza battere ciglio, mentre lui continuava a registrare.
Si pulì la capocchia con la mia maglietta. Fortuna che lo fece con la parte interna, così non si videro le macchie che ci aveva lasciato.
Mi lanciò i vestiti addosso, come si fa con le puttane e mi disse di andare via, che era stanco e di non preoccuparmi per l’esame.
Quando quel giorno arrivò, lui era tutto serio e ben vestito. Mi fece una domanda scema e, dopo che risposi, mi disse che ero preparata.
Mi diede il trenta e lode e io mi ritirai felice, speranzosa di trovare qualche altro professore tra quelli ancora rimastimi con cui avrei dovuto dare gli esami, che, in cambio di un voto alto, si sarebbero fatti pagare con la figa. Invece no, per quelli dovetti studiare. Lo feci poco e male e presi tra diciotto e ventidue.
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