Era già da un bel po’ di tempo che mi preparavo a quel momento ed ero piuttosto nervosa. Non avevo mai fatto sesso prima di allora. Lui era più grande di me e lo avevo scelto non perché fosse chissà come bello, tutt’altro, ma solo per togliermi da dosso quel peso della verginità che mi faceva sentire in imbarazzo con le amiche. Tutte loro dicevano di averlo fatto. Non avevano motivo di mentire. Solamente io non sapevo cosa significasse sentire il pene duro di un uomo dentro di sé. Per l’occasione mi ero messa in tiro più del solito. Essere guardata, desiderata, mi è sempre piaciuto. Lui mi venne a prendere in macchina. Al tempo vivevo ancora in casa dei miei e non dissi loro nulla del mio appuntamento “galante”. Dato che era sabato e vedendomi vestita con una gonna così corta (cosa che mio padre disapprovava), pensarono che sarei andata a ballare, come sempre facevo, assieme alle mie amiche. Indossavo un tubino nero, aderente, che mi evidenziava i fianchi. Era scollato quel tanto che bastava per mettere in evidenza il canale delle tette, che rimanevano raccolte dentro il tessuto, restando alte e sode. Non porto mai il reggiseno, tantomeno quella volta lo indossai. Le scarpe avevano il tacco alto, che mi rassodavano il culo. Misi un rossetto rosso, per l’occasione, che rendeva ancor più carnose le mie labbra. Scesi in strada appena ricevetti il messaggio di lui. Non mi aveva mai veduta in quella maniera! Era abituato a incontrarmi la mattina, quando salivo sull’autobus che mi portava a scuola. Lui era l’autista, faceva questo di mestiere. Le voci che circolavano erano che fosse un gran chiavatore e che se ne fosse fatte parecchie di studentesse, ma si trattava solo di voci, voci che, però, avevano fatto sì che io mi interessassi a lui per lo scopo che mi ero prefissata. Sì, mi sarei potuta trovare un fidanzato, cose così. Uno col quale fare l’amore, non solo sesso. Come si dice: la prima volta è bene farlo con chi si ama. Io non la pensavo in quel modo, neppure adesso. Non volevo impicci. Desideravo solamente che qualcuno mi penetrasse, tutto qui, per togliermi, come detto pocanzi: il peso della verginità da dosso. A bordo della vettura gli sorrisi e ci scambiammo un tenero bacio sulla guancia. Mi accorsi all’istate che era già eccitato! Non potevo non notare il rigonfiamento che si vedeva tra le sue gambe. Il cuore principiò a battermi forte. Avevo perso la sicurezza iniziale e faticavo a ostentarla, anche solo per finta. Già allora fumavo. Un po’ per calmarmi, un po’ per dimostrare, mentendo, che sapevo ciò che volevo, mi preparai una sigaretta. Soffiavo il fumo dal finestrino, cercando in ogni modo di evitare il suo sguardo. Quando tornavo a guardare davanti a me, con la coda dell’occhio mi accorgevo che mi fissava le cosce. La cosa mi eccitava e divertiva ma, al contempo, aumentava il mio nervosismo. Soffiai dal naso l’ultima nuvola di fumo e buttai la sigaretta. Si vede che anche lui voleva andare al sodo senza perdere tempo e infatti non ci recammo al locale dove ci aspettavano gli altri, ma mi portò in un parcheggio poco illuminato. Giunti sul posto, appena la vettura si fermò, il cuore mi arrivò quasi in gola. Senza dire nulla mi si avvicinò e, con gentilezza, portò la sua bocca sul mio collo. Rimasi ferma, impietrita, non come comportarmi! Mi piaceva quello che mi stava facendo, anche se un po’ mi dava sentore di schifo, perché leccava come se fosse un cane! A un dato momento mi prese la mano nella sua e la portò sul pene, ancora chiuso nel pantaloni. Era durissimo e potevo avvertire che era bagnato poiché aveva inumidito il tessuto, tanta era la voglia di me. Una volta che poggiai l’arto sul cazzo, rimasi bloccata come una statua di sale. Lui mi aiutò a masturbarlo, stringendomi il polso e facendomi fare su e giù con le dita. Ansimava. Mi tirò fuori le tette. Mi fece male, non di proposito, ma me le fece uscire da sopra il vestito. Passò a succhiarmi i capezzoli che erano turgidi e dritti come chiodi. Succhiava come stesse succhiando il latte. Trovai la cosa buffa, lo ammetto, ma lo lasciai fare: ero troppo impacciata per permettermi di prendere io l’iniziativa. Intanto la mia mano restava stretta attorno al suo membro, sempre dentro i pantaloni. Lo sentivo pulsare. Sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. Lui si agitava, muovendo il più possibile il bacino, facendo in modo che la minchia si scappellasse. Levò l’arto da sopra il mio e lo condusse tra le mie gambe che erano chiuse, strette. Fece forza solo un po’, poi le allargai, permettendogli di divertirsi con la mia figa. Ero bagnata e ciò sembrava piacergli. Speravo, o meglio: mi ero immaginata più volte quella situazione e non mi ero vista così impacciata e ferma ma, anzi, ci davo dentro di brutto e mi auguravo di trovare quel coraggio che me lo avrebbe permesso! La realtà, però, era ben diversa. Mi infilò… credo fossero tre dita, dentro la vagina. Entrarono senza difficoltà. Quando me l’allargò provai un po’ di fastidio perché lo aveva fatto con più foga di quando lo facevo io, in bagno, masturbandomi o guardando un porno sul cellulare. Mi morsi il labbro inferiore e ribaltai gli occhi indietro dal piacere. Ebbi il mio primo orgasmo procuratomi da un’altra persona. Non so per quanto tempo si divertì a giocare con le mie tette e la mia figa, so solamente che, dopo un po’ si rimise seduto, si slacciò i pantaloni e lo tirò fuori. Rimasi un pochino delusa, a dire il vero, perché ce lo aveva molto piccolo. Quando lo vidi gonfio da sopra i calzoni, mi aveva dato l’idea di un pene, non enorme, ma almeno di proporzioni medie. Da un lato, però, mi sentì più tranquilla, supponendo che non mi avrebbe fatto troppo male infilandomelo dentro. Le sue buone maniere avevano lasciato spazio ai suoi modi più rudi. La voglia eccessiva agiva per lui. Mi prese il capo e me lo abbassò di colpo. Mi ritrovai in bocca il suo cazzetto. Me lo spingeva tutto in gola. Mi sentivo soffocare. Mi uscirono le lacrime dagli occhi perché faticavo a respirare ma a lui questo non importava e lo spingeva dentro finché poteva. Il rossetto gli rimase sulla cappella. Mi stava letteralmente scopando la bocca. Quando finalmente fu soddisfatto, mi lasciò la testa e fui libera di tirarla su, prendendo fiato. Perseveravo a tacere e a fargli fare quello che voleva, convinta che era così che doveva succedere. Ero nelle sue mani! Non piegò neppure il sedile dove stavo. Mi allargò di poco le cosce, mi si mise sopra, con un po’di fatica si infilò nel mezzo delle gambe e mi penetrò con foga. Mi fece un male incredibile. Non credevo sarebbe stato così doloroso, considerando le dimensioni del suo membro. Spingeva come se non ci fosse un domani. Nel giro di venti secondi circa, lo tirò fuori e mi sborrò in faccia e un po’ ovunque. Istintivamente aprì la bocca, lo avevo visto fare mille volte alle attrici porno nei film. Essere io in quella situazione mi piacque parecchio. Il sapore dello sperma faceva schifo, ma ingoiai lo stesso qualche goccia, così, per sentirmi più donna, più porca… non saprei. Aveva un sapore tra l’acido e il salato. Molto caldo. Quando ebbe finito si pulì la cappella sul vestito, senza chiedermi il permesso. Era tutto macchiato e le chiazze, a contatto con la luce della luna, luccicavano sul quel nero. Non mi disse nulla e io non gli dissi nulla. Non ci furono coccole. Mi diede solo un fazzolettino per ripulirmi. Quando mi guardai allo specchio, notai che il trucco era tutto sbavato e la faccia era sporca: quella visione mi eccitò da morire. Andammo dai nostri amici, raggiungendoli con un po’ di ritardo e sul finire della serata, prima di riaccompagnarmi a casa, mi sverginò anche il culo, ma questa è un’altra storia.
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