Erano passati cinque anni, da quando il tribunale emise la sentenza di divorzio tra me e Brigida; il suo avvocato fu cinico e spietato, riuscì a strappare concessioni inaudite, sia sul piano economico ottenendo un assegno enorme, sia soprattutto sul piano dei rapporti, perché mi obbligava a vedere i figli solo l’ultima domenica del mese, dall’alba al tramonto; l’avvocato della mia ex moglie era riuscito a far risultare che i miei comportamenti avevano frustrato e depresso la ‘povera vittima’ della mia arroganza e le aveva ottenuto il massimo possibile dei vantaggi.
Decisi che potevo anche fare a meno di subire altri ricatti biologici e nei sessanta incontri coi miei figli (tanti furono, alla fine) non cercai di stabilire con loro neanche la minima piattaforma per un dialogo: Antonio ed Elvira avevano però sedici e quattordici anni, quando la sentenza fu pronunciata; e non tardarono a rendersi conto che le frustrazioni della madre erano di ben altra natura che conseguenza della mia arroganza; addirittura, fui costretto a pregarli di non insistere sull’indagine in quella direzione, perché poteva portare solo a malanimi pericolosi tra familiari.
Per non so quale strano gioco del destino (o per quale manovra perversa della mia ex moglie) mi trovai i ragazzi davanti alla porta una mattina che mi ero appena svegliato, senza nessuna voglia di lavorare ai progetti a cui mi stavo dedicando, di rifacimento totale di alcuni territori.
“Ragazzi, qual buon vento?”
“Adesso saremo vicini di casa; mamma si è fatta spedire, dalla banca in cui lavora, a dirigere questa piccola agenzia e noi crediamo che l’abbia fatto un poco per romperti le scatole, un poco per liberarsi più spesso di noi e ricevere in casa i suoi amanti in santa pace. Sei un uomo libero o c’è una donna che domina in questa casa?”
“Ero un uomo libero fino a dieci minuti fa; adesso temo che chiunque voglia entrare in questa casa debba fare i conti con Elvira: è così?”
“Ti dispiace se io vengo a reclamare un diritto che mi è stato negato per anni?”
“Ragazza, nessuna delle donne che frequento per le mie esigenze di maschio, nessuna di quelle che posso avere amato compresa vostra madre che ho veramente amato più della mia vita, nessuna si potrà mai permettere di pensare di occupare nel mio cuore, nella mia vita, nella mia casa, il posto che spetta ad Elvira. Sono pronto ai tuoi ordini, farò qualunque cosa tu desideri: questa è casa vostra e ne fate l’uso che ritenete.”
“Ti voglio bene, papà; hai impegni per stasera? Vorremmo cenare con te.”
Presi il telefono e chiamai Rossella.
“Tesoro, mi dispiace disdire ma sono venuti da me Antonio ed Elvira; stasera mi chiedono di cenare con loro; mi dispiace ma dobbiamo rinviare … Come? … Aspetta che ti metto in viva voce e chiedi a loro …”
Rossella disse ad Elvira che avevamo spesso parlato di loro e che per lei era come se li conoscesse da sempre; spiegò che quello tra noi era un rapporto non impegnativo e non compromissivo, per cui se avessero accettato, lei avrebbe avuto piacere di invitarci a cena tutti e tre; Elvira le chiese solo se intendeva una cena con abito adatto; Rossella rise e le assicurò che il massimo che si poteva consentire era una trattoria con tovaglie di carta; i ragazzi accettarono e Antonio, alla fine, scherzò anche sulla mia suscettibilità se per caso avesse cercato di fare un po’ di corte alla mia amica; un poco mi sorpresi, ma Elvira mi ricordò che avevano ventuno e diciannove anni; che, con i costumi rilassati della madre, avevano fatto tutte le peggiori esperienze e che quindi non mi preoccupassi molto se in qualche caso andavano sopra le righe; l’unico mio cruccio era sapere se mia figlia aveva acquisito costumi troppo libertini; mi rispose Antonio.
“Papà, mia sorella è il tuo ritratto, anche in questo: lucida e determinata; fredda e appassionata; decisa ed entusiasta; non si priva di niente, se vuole una cosa se la prende e alla fine tutto deve rientrare nei limiti della sua logica o del buonsenso.”
“Tu allora hai preso da mamma?”
“Si; sono uno stupido gran sognatore sempre insoddisfatto, come lei; non so quanto sia calda lei, ma io lo sono molto.”
“Buono a sapersi, ragazzi. Mi date il tempo di fare una doccia mentre prendete possesso della casa?”
Cominciò così un capitolo nuovo della nostra storia familiare, quello in cui Brigida, quando non voleva i figli tra i piedi, li mandava da papà: non avevano bisogno di annunciarsi o di avvisare; avevano ambedue le chiavi della mia casa ed entravano liberamente quando volevano; ad Elvira che mi chiedeva se non ricevessi mai donne (la madre li obbligava a venire da me soprattutto quando riceveva dei maschi), risposi che le donne che frequentavo - che non erano poche, le precisai - erano prevalentemente donne totalmente libere e disinibite che preferivano ospitarmi a casa loro; quelle sposate (ce n’erano) sceglievano il motel fuori mano, per sicurezza; addirittura, ce n’era una col marito cuckold con la quale mi intrattenevo alla presenza di lui che si masturbava; non mi sembrò minimamente scossa dalla rivelazione, segno che aveva dimestichezza con quei casi.
“Quindi, l’unica donna che puoi ospitare a casa tua sono veramente io!”
“Si; e ti amo al di sopra di tutto; solo come figlia, naturalmente!”
“E se invece io desiderassi essere la tua donna anche in quel senso?”
“Ti prego di non dire cose al di sopra di ogni possibilità umana!”
“Il cuckold sì e un piccolo incesto no? Con quale criterio?”
“Elvira, sei mia figlia, non riesco neanche a pensarci …”
“Sono una donna bellissima, corteggiatissima, amatissima, che fa sesso da almeno sette anni e che da sempre non desidera che una cosa, finire a letto con suo padre, il maschio più bello ed eccezionale che conosca, ma anche per spregio a quella troia che lo ha messo da parte per soddisfare la sua smania di farsi sbattere da individui ignobili e senza nerbo; ho fatto sesso con molti uomini, ma uno come te è fuori da ogni target; ed invece sei qui, vicino a me e ti posso toccare, se lo desidero.”
“Una cosa è toccare tuo padre; tutt’altra è toccare un maschio col quale vuoi avere un rapporto intimo; è quel margine tra il lecito e l’illecito che fa la differenza.”
“L’ha detto Antonio: tutto deve tornare alla nostra logica; questa è la tua; posso esporre la mia?”
“Certo, ne hai il diritto e ti voglio troppo bene per importi un mio punto di vista.”
“Io non ho voglia di copulare con te, non sento la necessità di averti dentro di me, anche se da quel poco che dice mia madre e da quello che ho sentito qui dalle tue donne deve essere una cosa preziosa fare l’amore con te; io voglio sentirti vicino, appassionato, voglio farti toccare insieme a me il paradiso e sprofondare uniti all’inferno: io voglio provare un orgasmo mio ed uno tuo, sciogliermi dentro di te e vederti spruzzare l’anima dal sesso, solo per amore mio, per le mie carezze. Ti sembra così grave che io pensi ad una masturbazione reciproca, in cui ci diamo tutto l’amore del mondo?”
“Se fosse solo così, avrei torto ad essere prevenuto; ma c’è il problema del ‘poi’; che succede se decidiamo di masturbarci a vicenda? Innanzitutto, non ci arrivi a freddo, con determinazione; succede quello che stai già facendo, ti stringi a me e cerchi di sentire il mio corpo, il mio sesso, e intanto mi trasmetti tutto il calore del tuo corpo, del tuo sesso che sta bollendo: da perfetti incoscienti, ci lasciamo andare e, visto che (da quel che hai fatto capire) sei brava in queste tecniche e hai sentito che lo sono anch’io, sai già che siamo in grado di amarci come non si è mai amato nessuno; sappiamo già che sarebbe l’orgasmo più pirotecnico che abbiamo mai immaginato. E poi? Chi ti fermerà, chi ci fermerà, chi potrà impedirci di desiderarlo ancora e ancora e andare oltre e amare la tua bocca, il tuo didietro, la tua vulva. Amore, lo sai che non ci fermeremmo e forse raggiungeremmo un punto di non ritorno.”
“Hai finito di mettere il carro davanti ai buoi? E se l’esperimento dovesse fallire? Se dovessimo ritirarci dall’esperienza nauseati della nostra intemperanza, della nostra malizia, della vergogna di quel gesto? Questo mi pare che la tua logica non lo metta nel conto; come mai però il tuo fratellino sta alzando così tanto la testa nel pantaloncino? Ti va che lo accarezzo un poco? Non sai quanta voglia ho di sentirti mio, mio, mio, veramente e solamente mio; sono anni che desidero e non posso realizzare che tu mi appartieni e che io ti appartengo, che quello che scorre nelle mie vene è il tuo sangue e che il carattere che mi fa persona è il tuo carattere; ti costa così tanto lasciarti andare e sentirmi tua, completamente, totalmente e farti sentire mio, come io desidero da sempre?”
“Sai qual è la cosa peggiore, in questo momento? Che rivivo lucidamente, nitidamente, esattamente, l’emozione che provai quando sverginai tua madre: c’è lo stesso sentimento di fusione, di possesso reciproco, di quello che sapevamo per certo che era amore, anche se poi abbiamo visto che fine ha fatto.”
“E’ esattamene quello che cerco di dirti: io ti sento mio, so che mi appartieni, ma non l’ho mai potuto manifestare, toccare con mano; voglio farlo, anche fosse una sola volta; e non potrai distruggere questo momento come avete distrutto l’altro; io te lo darò, quel momento, e me lo prenderò; poi tornerò ad essere quella in cui speri di eternarti (l’hai detto tu, ricordi?) e non correremo rischi; anzi, forse si calmerà l’ansia a cercare tanti uomini e deciderò di sceglierne uno con la stessa emozione che adesso vivo con te: mi sento totalmente vergine, pura e casta; e voglio che sia tu a rompere la mia castità, prima, visto che la verginità non vuoi toccarla (ma non c’è più da un bel po’).”
“Non cercare di fare la cinica: la vedo la tua castità, la tocco la tua verginità, la conosco la tua purezza: hai sfidato il tabù più ancestrale che ci sia e siamo di fronte puri e casti tutti e due, con tutto quello che abbiamo alle spalle; io spero solo che non sia un errore irreversibile.”
Mi ripetevo che non dovevo, che era mia figlia, ma la stavo abbracciando e non da padre, stavo assaporandomi lentamente tutte le giunture del suo corpo, stavo passando le mani con un altissimo tasso di libidine sulle spalle, lungo la schiena fino alla vita e, subito dopo, sulla curva delle natiche dolci, morbide ma al tempo stesso compatte; le stringevo tra le palme e la attirai a me; le spinsi il sesso contro il pube e sentii che si agitava un poco per farlo adattare tra le cosce: mi sembrava che stesse cercando il contatto col clitoride per accentuare il titillamento; forse avrebbe potuto anche tentare di avere un orgasmo, ma non era quello che voleva; si distrasse un momento e mi tormentò il viso con baci piccoli, continui e intensi su tutto il volto: ogni tocco delle sue labbra era uno stimolo in più alla mia libidine ed ero io, adesso, a rischiare un orgasmo che non volevo; mi staccai un poco per spostarmi a baciarle la bocca.
“Posso prenderlo in mano?”
“Amore, a questo punto, fanne quello che vuoi, sono tuo, il mio sesso è tuo, fanne quello che vuoi ed augurati che non ce ne pentiremo.”
“Nemmeno per un momento, amore mio, mio mio mio; nemmeno per un istante: sia quello che vuole essere, ti ho qui tra le mie braccia e posso prendere tra le mani la tua mascolinità, la tua essenza di individuo alfa da cui voglio essere dominata. Ti amo, Nicola, ti amo da morire e non voglio neanche pensare di pentirmene; sei mio e lo resterai, sicuramente nel mio cuore se non potrò averti nel quotidiano.”
Ormai gli argini erano rotti e decisi di godere la dolcezza di quel corpo che anch’io, senza averne chiara coscienza prima, sentivo come mio e complementare alla mia vita, al mio amore, alla mia gioia di esistere; portai la mano fra le sue cosce e catturai la vulva tutta intera; spostai il medio verso lo spacco che intuivo dai leggins e, per un caso fortunato, strizzai il clitoride; urlò come ferita, mi si abbarbicò, mi salivò a lungo sul collo e gemeva un ‘ti amo’ che in breve diventò un mantra.
La sorressi, mi levai ritto e tirai fuori dal pantalone il sesso sofferente dalla costrizione, glielo appoggiai sulla mano, alzò verso di me gli occhi languidi, acquosi, quasi in lacrime: ‘posso?’ mi chiese quasi in trance; ‘è tuo’ le risposi e lei cominciò a mandare la mano per titillare l’asta facendo scivolare la pelle.
“E’ bello grosso, Nico: lo sai che hai uno di falli più belli che mi siano capitati? Me lo lasci baciare? Non ti chiedo di mettermelo in vagina o nel retto; ma posso baciartelo?”
Non me la sentivo più di obiettare e la lasciai fare; si piegò ad arco e prese in bocca la cappella.
“Mamma riusciva a prenderlo agevolmente in bocca?”
“Tua madre si è sempre rifiutata, con me, di prendere il pene in qualunque parte che non fosse la vagina … e alla missionaria; non in bocca, non in mano non nel retto. Dopo il divorzio, non so cosa abbia fatto; in sedici anni di matrimonio e tre di fidanzamento, a me non ha dato neppure una volta la gioia di farmi sentire il calore della sua bocca, il tocco della sua mano, o la consistenza del suo ano; per questo, fui costretto a cercarmi qualche ‘evasione’ che ha caricato sul conto finale.”
“Che troia! A noi ha raccontato che avevate una perfetta intesa e che tu eri troppo perverso per accontentarti di tua moglie; adesso, da quello che deduco io per esperienza, lo prende in bocca e nel retto agevolmente, anche di grosse dimensioni!”
“Hai voglia di fare un poco di amore o decidi di distruggere tutto subito?”
“Perché?”
“Amore, se mi chiarisci ancora come è lurida tua madre, mi si ammoscia e non si rialza più, almeno con te che sei sua figlia. Se vuoi avere un minimo di speranza di fare l’amore, parla solo delle tue emozioni.”
“Io voglio farti godere, con le mani adesso; se me lo consentirai, voglio farlo anche con la bocca, col retto, con la vagina; ma non ti chiedo niente, per ora.
“Dimmi solo se sei già arrivata ad un orgasmo soddisfacente.”
“Devo per forza essere bugiarda e dirti di no, perché non è ancora grosso come io lo vorrei.”
“Per quello che vorresti tu, il mio randello dovrebbe sfondarti l’utero … “
“Appunto … perché non lo fai?”
“Ti avevo detto che non ci saremmo fermati?”
“Nico, guarda che siamo ancora fermi; non abbiamo fatto niente, finora … “
“Ma io sto per eiaculare … “
“Posso farti venire in bocca?”
“Sei una vipera; stai prendendoti tutto quello che avevi in mente: succhiami, dai,. E cerca di godere anche tu … “
“Non me lo devi dire; pensa a godere dentro di me e pensa che finalmente il tuo sperma entra profondamente in tua figlia che ti ama quanto non puoi capire.”
I movimenti sapienti della masturbazione mi eccitavano allo spasimo, il calore di Elvira appiccicata al mio corpo mi mandava in paradiso, sentivo il corpo che si tendeva tutto, che assaporava il piacere come una linfa vitale ed esplosi in un orgasmo mai provato; lei aveva fatto in tempo, sugli ultimi colpi, a chinarsi sul sesso, a prendere in bocca la cappella e a lasciarsi eiaculare in gola fino all’ultima goccia.
“Amore, per tua informazione, io avrò anche una bella mazza, ma tu sei un’artista, la regina della masturbazione e della fellazione; e non lo dico per orgoglio di padre, ma per goduria di partner. Sei grande!”
Ci baciammo a lungo, appassionatamente; poi lei scappò via a casa della madre
Brigida si era creata un buon ambiente di amicizie, attraverso la banca; in particolare c’era Carmela, una signora cinquantenne non ancora acida ma con molte rinunce alle spalle e con qualche amore spezzato; la sua attività prevalente e preferita era dare consigli a chi non ne aveva bisogno, convinta come era di possedere la quintessenza della conoscenza e di dover quindi elargire luoghi comuni, detti popolari, sentenze e giudizi; tra le cose che non le andavano giù, la più indigesta risultava alla fine che io avessi le chiavi della casa di Brigida; le segnalò tante volte l’anomalia di quel fatto, assolutamente unico in coppie di divorziati, che alla fine lei esigette da me la restituzione delle chiavi della sua casa, perché non poteva rischiare che io entrassi in un momento in cui la mia presenza avrebbe rappresentato un fastidio; commise l’errore di chiedermele con insistenza in presenza dei figli, convinta che le avrebbero dato man forte; il commento di Elvira fu feroce.
“Papà, mamma ha ragione: tu non puoi tenere le chiavi della sua casa perché lei non avrebbe la libertà di fare quel che le pare; per equilibrio, mamma, tu devi restituire le chiavi del garage di papà e non metterci più la tua macchina, perché anche il garage può trasformarsi in alcova, come la tua sala da pranzo o la cucina; naturalmente, restituiremo le chiavi anche io e Antonio e andremo da papà l’ultima domenica di ogni mese: credo che i protocolli vadano rispettati da tutti e sempre.”
“No, ma io non volevo arrivare a tanto ….”
Balbettò Brigida; Elvira scattò.
“Che volevi allora? Cosa difendevi? I ca voli tuoi? Beh, mio padre ha il diritto di proteggere le sue cose da chiunque, soprattutto da te: ormai credo che siamo in grado di valutare quello che hai combinato. Papà, visto che a casa non avrà più spazio perché ci saremo io e Antonio, perché non le dai l’indirizzo di quel motel dove vai a copulare con tanta gioia con le tue meravigliose amanti?”
“Come ti permetti di pensare una cosa simile? Io non vado in giro per motel!”
“Ma il tuo macellaio a casa non te lo puoi portare. Se lo fai e vi trovo insieme, vi denuncio e chiedo io a te i danni per lo stress depressivo: non era questo che ti aveva imputato, papà?”
“Elvira, per amore nostro, per quello che riusciamo ancora a conservare di dignità, non la massacrare; non merita neppure la cattiveria; è così ingenua che considerarla in malafede è una colpa.”
“Sei davvero convinto che sia così ingenua?”
“Pensavo ad un altro termine, ma il senso è quello.”
“Posso dormire con te stasera?”
“Se vuoi, puoi dormire da me quando vuoi; non voglio le vostre chiavi di una casa che è vostra quanto è mia.”
La mia ex moglie non sembrava più in grado neppure di difendersi dalle accuse più semplici; lasciò sul tavolo le chiavi che aveva preteso con tanta forza e si ritirò in cucina; avevamo deciso di andare in pizzeria, ma Elvira, dopo la sfuriata, non se la sentì di lasciare la madre da sola e mi chiese di organizzarmi diversamente; la guardai male.
“Ragazza, non credere di poter liberamente decidere così, a sbalzi e all’improvviso, la mia vita; avevate insistito per la pizza, perché sapevate che vostra madre aveva un appuntamento con l’amante; ora lei senza un perché rimane a casa e voi mi lasciate nel vuoto.”
“E’ vero: è uno dei tratti peggiori del mio carattere, ma io seguo innanzitutto la logica; lei è più fragile, più debole, più bisognosa di te; tu sei il mio maschio, tu sei l’animale guida, non ti spaventi davanti al vuoto di una sera; scommetto che con una telefonata non rimpiangerai più la pizza; e poiché non posso essere troppo dura con la poveretta, sacrifico te; se vorrai, saprò farmi perdonare … “
“Stasera, quindi, non dormi da me?”
“No, scusami anche per questo; sta troppo giù; se la lasciamo sola, crolla; per stasera deve illudersi di avere la bella famiglia intorno.”
“Ciao, ragazzi; arrivederci anche a te, Brigida.”
Mi scattò a quel punto la più perfida delle trovate: telefonai a Carmela per chiederle se potevamo cenare insieme per parlare anche del mio fallito matrimonio; l’ipotesi di poter elargire anche a me i consigli che tanto volentieri dispensava la spinsero ad accettare senza esitazione; ci incontrammo e mi chiese di andare in pizzeria per non dare un tono troppo formale all’incontro; le confidai che avevo già una prenotazione perché dovevo andarci coi figli ed avevo dovuto rinunciare per screzi con mia moglie che aveva preteso la restituzione delle chiavi di casa.
Naturalmente si lanciò in una lunga filippica sul rispetto dei protocolli, mentre mi accarezzava le mani sul tavolo della pizzeria: capii che era l’atteggiamento proprio di chi ha voglia di sesso e cerca di comunicarlo senza parole; cambiai discorso e nel giro di pochi minuti stavamo parlando di grandi amori e di grandi progetti di vita; alla fine della pizza, eravamo già agli abbracci ed alle carezze per ora caste; le chiesi se veniva da me per un cognac; mi contrappose di andare da lei che stava più vicino; ovviamente, andai e, appena entrati, per fermare il flusso di consigli e dei giudizi che stava sparando sul rapporto mio con Brigida, la strinsi a me e la baciai appassionatamente sulla bocca.
Dovetti sorbirmi tutte le sue geremiadi sulla purezza, sulla prima volta e tutte le stupidaggini che una zitella arrapata si inventava per giustificare il suo lasciarsi andare: abituato già a certe premesse di copula, la ressi agevolmente, perché intanto la stavo spogliando a mano a mano degli abiti, per scoprire che aveva un fisico nient’affatto male, non da zitella acida come avevo sempre pensato, ma da tardona ben messa, con gambe snelle, molto lunghe ed eleganti, su cui poggiavano fianchi ben torniti ed armoniosi: le natiche erano sode e compatte, si facevano manipolare volentieri e chiedevano, anzi, di essere manipolate anche a lungo, possibilmente, e con una certa sapienza; un dito scivolò sull’ano e potei controllare che appariva restio a qualunque intrusione, segno che lì era ancora vergine: mi feci un dovere di promettere a me stesso che quella verginità colta sarebbe stata la medaglia di merito della copula.
Partii all’attacco accarezzandole lussuriosamente il seno prosperoso e dedicandomi in particolare ai capezzoli grossi come fragoloni che strofinai fra le dita a lungo, prima di artigliarli con le labbra e succhiarli spasmodicamente fino quasi a farle male; sentii che le piaceva infinitamente e che sentirsi posseduta sin dalle tette corrispondeva alla voglia che le nasceva da una lunga astinenza e dalla crisi coincidente; il bisogno di scaricare umori ed orgasmi si avvertiva soprattutto nell’odore intensissimo dei suoi umori che sgorgavano quasi a fontana dalla vagina fremente; quando appoggiai una mano sul monte di venere ed infilai il medio nella vulva, mi abbracciò con frenesia, appoggiò la testa sulla spalla e godette a lungo, gemendo e piangendo, addirittura: un poco spaventato, la staccai da me e la guardai interrogativo.
“E’ solo amore, passione, desiderio violento e represso: non temere; da troppo tempo ne avevo desiderio e non riuscivo a manifestarlo.”
“Perché stasera, con me?”
“Perché tua moglie, senza volerlo, confessa che sei un amante straordinario e instilla in chi l’ascolta il desiderio pazzo di farsi brutalizzare da te; se lo decidi, sono pronta a farmi sventrare dal drago che spaventa tanto Brigida … io è da un po’ che lo voglio dentro di me.“
La spogliai completamene, la stesi supina e mi spogliai a mia volta; quando tirai fuori la bestia, si illuminò di colpo e mi afferrò la mazza quasi per impossessarsene; un attimo dopo, la stava già manipolando scorrettamente, denunciando scarsissima o forse nessuna conoscenza della masturbazione; la interruppi, le presi il polso e la guidai lentamente a menarmelo.
“Senti come ti cresce in mano, come gode a sentirsi guidato da te; si rizza sempre di più e sempre di più desidera entrare nelle tue viscere: non temere, non ti sventra; è fatto per dare amore; usalo delicatamente, con sapienza e ne tirerai fuori un amore infinito, se saprai scegliere l’uso.”
Mi obbligò a stendermi supino e si piegò con la testa sul ventre, leccò delicatamente la cappella un paio di volte.
“Mi insegni, per favore?”
Le presi la testa e la forzai per fare entrare l’asta in bocca, ne prese una bella porzione, spostando con la lingua la punta verso la guancia; le suggerii di leccare e muovere la testa avanti e indietro come per copularsi in bocca, le dissi di spingerlo in gola fino alla sensazione di soffocamento: in pochi minuti, mi praticava una fellatio da esperta alternando i movimenti nella bocca alle lunghe succhiate della cappella, le profonde penetrazioni alle leccate su tutta l’asta; mi spinse quasi al limite dell’orgasmo e dovetti avvertirla; si fermò, la presi per la vita e, facendo perno sulla mazza nella bocca, la feci ruotare col corpo finché ebbi davanti al viso il monte di venere in tutta la sua bellezza di vulva ancora coperta di folto pelo, cosa assai rara al momento.
Le arruffai il pelo scherzosamente ma mi eccitai al contatto con la sericità di quella particolarità e mi dedicai immediatamente a titillarla, prima con le mani, sulla vulva chiusa, sulle grandi labbra carnose e roride di umori; poi sulle piccole labbra strette a bocciolo, che si apriva appena titillavo delicatamente la parte e soprattutto, quando toccai il clitoride che sembrava quasi asserragliato e difeso; mi accostai con la bocca e la succhiai tutta, prima prendendo insieme grandi labbra piccole labbra e clitoride, poi mi feci spazio tra le grandi labbra, stimolai a lungo le piccole finché si aprirono e presi tra i denti il clitoride che mordicchiai voluttuosamente; il sesso in bocca, profondamente inserito fino in gola, le impediva di urlare e trasformava tutto in un lungo gemito confuso in cui non si sapeva se pregasse, implorasse, urlasse o addirittura amasse; ma che godesse molto lo diceva il tremito del ventre teso e asciutto che sembrava percorso da una strana febbre; e lo scorrere continuo di umori vaginali che finivano diretti nella mia bocca; dopo un orgasmo particolarmente violento, si abbatté sul mio corpo e vi rimase immobile; ebbi quasi la sensazione che stesse male; ma mi rassicurò e mi chiese un po’ di tregua; poi però voleva che, appena ripresa, la sventrassi; non impiegò molto a riprendere energie: in fondo non era poi così oltre la quarantina e quindi era nel vigore massimo, poteva reggere a molti assalti; si ruotò di nuovo sopra di me e si sedette sul mio petto.
Piegandosi verso il mio viso, mi disse che voleva avere da me tutto l’amore che si può dare ad una donna che si ama; sapeva che io avevo amato davvero solo una donna e che questa mi aveva negato troppe cose; lei voleva adesso che io l’amassi, anche solo provvisoriamente, anche solo per una sera, e che le dessi tutto quello che avrei voluto dare a Brigida e che lei aveva respinto per andare a prenderselo da individui senza dignità, senza carattere, senza l’amore che trasmettevo anche a lei, che sapeva perfettamente di essere solo un’occasione.
“Senti, donna che parla troppo e spesso a sproposito; hai capito tutto perfettamente, ma una cosa non puoi sapere: io adesso calpesterò tutti i protocolli che tu hai implorato per il mio divorzio; io stasera ti amerò come l’unica donna al mondo degna di essere amata; e non lo faccio per un’elemosina a te o per una ripicca a Brigida, ma perché lo sento io come intimo trasporto: forse ti ho invitato per polemizzare e per vendicarmi di te che hai istigato certi comportamenti alla mia ex; ma, dalla pizza in poi, sei diventata il mio amore, mi stai sacrificando tutta la tua verginità ed io non posso che emozionarmi; domani, tu tornerai ad essere l’amica della mia ex e forse ti odierò: stasera ti amo, per te, per la verginità che mi stai regalando a profusione, per la bellezza di questi momenti. Chiaro?”
Non mi rispose, si abbassò su di me e si incollò in un bacio straordinario ma soprattutto acrobatico, perché intanto aveva infilato la mano tra le cosce, da dietro, aveva preso il mostro e lo dirigeva alla vagina; non potevo spingere molto, dalla posizione in cui ero, ed era lei che si lasciava penetrare lentamente dolcemente, golosamente.
“Ecco, amore, stai entrando dentro di me; mi fa addirittura male, non ho mai provato un arnese di queste dimensioni; ma lo amo come amo te e lo sento per ogni centimetro che mi viola … mi fa male … devo fermarmi un poco … ecco posso riprendere … ti amo … mi stai sfondando … non è vero che non lo farai … mi stai sventrando e sono felice di sentire che mi sventri, sono felice di sentire che ti prendi tutto di me, voglio essere tua, fino in fondo. Oh, dio, l’utero mi scoppia, lo stai massacrando … non ti fermare, non ti azzardare, ti voglio e preferisco morire che rinunciare.”
Quando il mostro fu tutto dentro, si adagiò sul mio corpo e sembrava che si fermasse a sentire i battiti del cuore, il calore della pelle, tutto quello che la sua sensibilità le faceva avvertire; le chiesi se potevo fare qualcosa, mi disse che nessuno poteva fare niente perché quel godimento era solo suo, non voleva e non poteva condividerlo con nessuno; mi consigliava di dedicarmi al mio godimento e di cercarlo con lei nell’amplesso più meraviglioso del mondo: le accarezzai la schiena fino alle natiche che afferrai con forza e strinsi fino a farle male, feci scivolare il dito medio verso l’ano e la penetrai delicatamente; mi rimproverò quasi di farla godere di più; le feci osservare che la mia mazza in quel gioco diventava sempre più dura e faceva godere infinitamente lei e me.
“Sto per venire … ce la fai a godere con me?”
Neanche a chiederlo: l’abbracciai con forza e mi strinsi sul petto quel seno ricco che mi inondò, feci scivolare una mano lungo la sua schiena e ne raccolsi i brividi di piacere che mi fecero correre scintille nel cervello, vidi negli occhi chiusi girandole di colori mai visti susseguirsi con rapidità impressionante; poi qualcosa mi scoppiò nella testa ed eiaculai, anzi liberai uno tsunami di sperma che si riversò nell’utero, riempì il canale vaginale e cadde sul lenzuolo; per un attimo io mi spaventai; ma lei mi rassicurò e mi chiese solo di rilassarci sul letto; mentre ci riprendevamo dal languore, squillò il mio telefono; il display mi dava Elvira, le risposi piccato; mi chiese se potevo andare in pizzeria, perché erano scesi per la pizza e volevano ricucire l’incidente del pomeriggio; guardai Carmela che accennò a se stessa; avvisai Elvira che ero in dolce compagnia; mi rispose che era abituata alle mie amiche e che per loro non era un problema una persona in più, vista l’anomalia della situazione, dal momento che c’era anche la loro madre; avevo messo il vivavoce e guardai Elvira; mi fece cenno che sì, si poteva fare; ci rivestimmo e scendemmo alla pizzeria; quando ci videro, la sorpresa fu enorme, per Brigida soprattutto.
“E’ lei la tua amante?”
“No, mamma, Carmela è l’ultima sua amante; prima ce n’è una schiera che non immagini neppure.”
“Sempre il solito …”
“Mamma, vuoi che andiamo a casa? …”
“Perché? Che ho detto?”
“La stessa bugia che per dieci anni hai ripetuto, anche mentre ti facevi sfondare, da uomini da niente, quello che a lui avevi negato.”
Non trovava risposte, la mia ex, abbassò la testa e finalmente capì che i figli erano in grado di capire e di giudicare.
“Papy, mi hai tradito ancora?”
“No, il mio letto è sempre là; se ti va di dormire con me, non ho problemi; Carmela con è stata a casa mia, eravamo a casa sua; sempre e solo da padre, ma posso amarti alla follia e fare quel poco che il buonsenso autorizza contro la morale.”
“Fai sesso con tua figlia?”
“No, Carmela, non ci voglio arrivare, ma lei mi dà il tormento, lo vuole ad ogni costo.”
“E allora faglielo fare; poi le passerà, ma crescerà meglio non dovendo concedersi a tanti, come fa adesso, per inseguire il miraggio del sesso di suo padre. Alle ragazze farebbe bene fare la prima esperienza col padre .. e ai ragazzi con la madre.”
“Fino a dieci minuti fa mi stavi antipatica non sai quanto; adesso ti adoro; ma Antonio non credo che abbia nel mirino la mamma … beh, lei non gli ha concesso niente ed ha vissuto passivamene il suo calore; mio fratello sarebbe più contento di mettere nel mirino un’amante di papà, quella che gli sta più a cuore.”
“Dici che quindi potrei essere io nel suo mirino … “
“Stasera sì; è ancora caldo il vostro rapporto; sì, adesso diventerebbe un toro infuriato con te.”
“Nicola, sei preoccupato?”
“No; tenete presente una cosa; nessuno di noi sa cosa offre e come lo usa; battere papà può essere difficile.
“Papy. Per la dotazione io so che c’è una bella gara e non so chi vince; per l’esperienza, vinci tu; ma se lo educo un poco … “
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Categorie: Tradimenti