Da quando mi sono lasciato andare a raccontarle della mia vita passata, Bea è diventata quasi ossessiva: l’idea di scavare nella mia storia e di confrontarsi con le donne della mia esperienza sembra prenderla con un entusiasmo degno di ben altri impegni; ma lei è fatta così: fanciullescamente, si cala in tutte le situazioni che la intrigano e si sente per lungo tempo protagonista della vicenda di cui si è innamorata; è capitato con le eroine e i personaggi della letteratura o della cinematografia, con i fumetti, con qualunque cosa la scuota dalla ‘normalità quotidiana’ e le consenta di sentirsi ad un tratto proiettata in una dimensione ‘altra’ da quella che sta vivendo.
Ascoltare i miei racconti, immedesimarsi nelle persone che ho frequentato, che ho amato, con le quali ho vissuto lunghe o brevi esperienze, le dà il senso di entrare a piedi uniti nella mia vita e di poterla dominare, cercando di riproporre le situazioni che le descrivo e di farmele rivivere con quelle atmosfere, con quella sensibilità: non credo neppure che si sia semplicemente innamorata di me; per quello, basterebbe forse decidere di frequentarci un poco di più, andare a convivere più stabilmente, fino ad esaurimento della sopportazione reciproca; ma in realtà lei è poco interessata a me come persona; le piace assai di più l’atmosfera che lei stessa costruisce intorno alle vicende che racconto; di mio, ci metto già una certa capacità affabulatoria e la volontà di renderla partecipe, visto che mi sono accorto che si fa coinvolgere alla morte; e la cosa che più mi affascina, in fondo, è la sua volontà, alla fine di ogni racconto, di riproporre la stessa situazione in termini di attualità e di porsi al centro come protagonista della vicenda ai giorni nostri.
Per questo, non riesco a rifiutarmi quando mi invita ad andare da lei, pur sapendo perfettamente che mi stuzzicherà sui miei amori passati per arrivare a farmi confessare qualcosa che la ecciti; e quando sono a casa sua, non mi sottraggo ai tentativi di concupirmi per farmi parlare: stasera mi chiede espressamente quale sia stata l’occasione della rottura con mia moglie e se ci sia stata una donna alla radice della separazione: ‘Cherchez la femme’ non è un’invenzione letteraria e, normalmente, dietro la rottura violenta di un matrimonio, c’è un’altra donna o un altro uomo; non posso nascondere che effettivamente anche nel mio caso ci sono stati sia una donna, per me, che un uomo, per lei; ma che le ‘ostilità’ le avevo aperte io.
Dopo la vicenda con Olga e la conclusione difficile, con la mia confessione, avevo cercato di starmene calmo per un po’, ma non ero riuscito ad evitare qualche fugace ‘innamoramento’ per lo più solo platonico con ragazze che giravano nell’ambiente di lavoro e che quasi sempre erano disponibili con il collega più anziano, ma giovane e prestante, famoso per la sua capacità di equilibrare le situazioni più squilibrate, per appianare i dissensi, per diffondere serenità e amore nell’ambiente; per molte, l’amore era anche quello interpersonale e finivano davvero per perdere la testa.
Dopo alcuni anni di andazzo, nel corso dei quali avevo anche sperimentato la difficoltà di rapportarmi con mia moglie, aspirante femminista e desiderosa di essere partecipe da protagonista di attività pubbliche, mi trovai a frequentare con una certa insistenza la fidanzata di un mio amico, per di più nipote di uno dei maxi dirigenti di una delle aziende con cui lavoravo che, a sua volta, avendo perso (era morta di leucemia) un’amate ‘storica’ di cui tutti sapevamo, aveva trovato conforto nella spalla asciutta di mia moglie che, a mia totale insaputa, aveva cominciato ad avere con lui un dialogo significativo e determinante.
Ero fin troppo preso da Marina e dalle sue ansie esistenziali (aveva solo vent’anni e i suoi problemi erano soprattutto l’eleganza, lo sport e il fisico), per riuscire a rendermi conto di quel che mi succedeva intorno e in breve mi trovai faccia a faccia con la ragazza che non esitò a baciarmi e, in qualche modo, a violentarmi: lo fece una notte che ci trovammo in un vagone a cuccette in viaggio verso un convegno al nord: il suo fidanzato, con mamma e zio potente, erano andati con auto ufficiali di servizio di cui non potevano fruire un semplice impiegato ed un’accompagnatrice; ci trovammo così, io e Marina, nel corridoio del treno a parlare di tutto e di niente, ma soprattutto di suggestioni visive nel paesaggio notturno visto dal treno in corsa; ci volle poco per scivolare a fantasticare di letteratura e di citazioni; lei tirò fuori un quadernetto su cui appuntava pensieri e frasi romantiche, me lo diede da leggere, vi trovai poesia e miele a profusione, me ne incantai e a malapena mi accorsi che ci stavamo baciando, presi nel vortice dell’amore che leggevamo.
Forse, mi sarei fermato anche a quel punto, se avessi solo voluto o se avessi riflettuto sulle reciproche posizioni, lei fidanzata ufficialmente col mio amico, nipote di un potente padrone di quelli che è meglio non offendere, come noi invece stavano facendo concretamente; io regolarmente sposato con già tre figli a carico e con una moglie che di recente era entrata nelle grazie del potente padrone in seguito ai rapporti che io stesso per deformazione professionale avevo favorito: insomma, un garbuglio assai contorto che sarebbe stato bene lasciare in un angolo e che invece io e lei stuzzicammo prima con un bacio poco più che leggero, solo con la punta della lingua che lambiva le labbra dell’altro; poi con una foga maggiore, con le bocche che aspiravano con forza la lingua dell’altro e la succhiavano in un sorta di anomala fellazione; infine, fu lei a suggerire di stenderci in due su una sola cuccetta: i posti erano quattro, ma gli occupanti degli altri due russavano alla grande e noi ci stringemmo allo spasimo per poterci accoppiare nello spazio minimale di un sedile di treno.
Marina non era una silfide: sportiva accanita, praticava varie specialità, anche ad alto livello dilettantistico, ed era dotata di una struttura fisica imponente, con larghe spalle, seno non eccessivo ma decisamente muscoloso, fianchi pieni e cosce statuarie, insomma una femmina da letto di grande richiamo: mi fece montare sopra di lei e quasi mi sentivo perso con la mia figura magra, da ‘reduce da Mauthausen’; ma lei non mi sentiva affatto perso, quando allungò la mano tra di noi e si impossessò dell’asta che mi si era indurita sotto il suo ventre: avendone avvertito la consistenza, mi aprì immediatamente e rapidamente i pantaloni, abbassò lo slip e afferrò la mazza con mano sapiente.
Da quel momento, tutto lo splendore dell’amore romantico celebrato nelle poesie che avevamo letto con enfasi nella prima ora di viaggio si trasferì, per me, nella voluttà di un sesso eccitato fino a dolermi e, per lei, in un voluttuoso desiderio di orgasmo che sollecitò guidando la mia mano, che avevo stretto sulla sua vulva da sopra il vestito leggero, in maniera che le stimolassi il clitoride decisamente indurito dalla voglia e la portassi il più rapidamente possibile ad un orgasmo soddisfacente: quando esplose, dovette soffocare l’urlo di piacere che le sgorgava dal petto e lo risolse in un lungo mugolio, in un gemito quasi di sofferenza che mi risultò assai più eccitante di qualsiasi urlo; al colmo della lussuria, mi sussurrò.
“Mettimelo dentro, ti prego; ti voglio dentro adesso.”
Sollevai la gonna fin sopra al seno, staccandomi leggermente da lei, infilai la mano nella vulva, spostando di lato il leggero slip di trina, e accompagnai la cappella all’imbocco della vagina; un solo colpo di reni e affondai nel piacere puro della vulva assai più morbida, ampia e accogliente di quella di mia moglie che, dopo tre figli, sembrava ancora stretta quasi verginalmente.
“Non hai un preservativo?”
Mi chiese; ma non ne avevo e non ero abituato a farne uso (forse anche questo spiegava i tre figli); le sussurrai che ero in grado di frenarmi e godere fuori.
“Però non mi sporcare molto.”
Si raccomandò; preparai dei fazzolettini a portata di mano; non dovetti copulare a lungo; dopo pochi colpi, mi prese la vertigine dell’amore e sentii che stavo per esplodere; la avvertii che non avrei retto molto; infilò una mano tra di noi e si martellò rapidamente il clitoride; esplose in un nuovo orgasmo, soffocando ancora il suo urlo; io mi ritrassi velocemente, appoggiai sulla cappella un fazzolettino e lasciai scatenare la mia eiaculazione; la feci ruotare su un fianco e riuscimmo a stare faccia a faccia sul breve spazio del sedile, mentre le carezzavo lussuriosamente le natiche e i seni perdendomi completamente nel godimento; a gesti, mi fece inginocchiare all’altezza del suo viso e prese in bocca l’uccello: due colpi furono sufficienti a fargli riprendere vigore e dimensione.
Cominciò allora la fellazione più saporita, lunga e densa che abbia mai ricevuto nella mia vita; Marina si rivelò maestra nel genere e mi fece toccare tutti i vertici del paradiso con l’abilità della sua lingua che accompagnava alla masturbazione in parte sull’asta ma soprattutto sui testicoli che accarezzava, torturava, leccava e prendeva in bocca con una capacità straordinaria e con una lussuriosa partecipazione chiaramente evidente nei gemiti ch lanciava, nell’impegno con cui manipolava il clitoride, con l’enfasi con cui si faceva penetrare fino nel profondo della gola; l’orgasmo simultaneo ci sorprese piacevolmente e tutti e due dovemmo soffocare l’urlo di piacere e trasformarlo in gemito di dolore; poi Marina mi leccò tutta l’asta pulendola a fondo; subito dopo, mi invitò a spostarmi sulla mia cuccetta e dormimmo fino all’arrivo.
Con quel viaggio surreale cominciò una storia altrettanto incredibile, perché capitò assai spesso che ci trovassimo a cena io, Marina, il suo fidanzato e sua madre: naturalmente, i discorsi assumevano sempre significati paradossali ed io e lei ci scambiavamo opinioni e commenti con riferimento alla nostra clandestinità, in presenza dei due che vivevano la dimensione ‘normale’ della coppia con suocera annessa; quando poi eravamo in attesa di incontrarci segretamente perché avevamo concordato una copula straordinaria, evidentemente i paradossi si sprecavano; la stessa cosa, naturalmente, avveniva quando ci si incrociava subito dopo che avevamo avuto un momento di sesso particolarmente felice.
A Marina piaceva molte fare quelle cose che spiazzassero tutti, che nessuno potesse prevedere neppure con la massima lungimiranza o con la sfera di cristallo; e la cosa che la stravolgeva di più era la mia capacità di starle dietro, di tenerle bordone, di esserle complice in qualsiasi follia le girasse per la testa; una mattina che stavo andando al lavoro, la trovai che mi aspettava sulla strada che percorrevo necessariamente, quasi avesse premeditato di incrociarmi; mi chiese se accettavo di marinare il lavoro e di portarla da qualche parte a godersi la giornata; l’idea, anche stavolta, di non regalare una bella giornata al padrone mi solleticò e non esitai un attimo; telefonai in segreteria per accusare un improbabile malessere, andai a prendere la macchina, feci salire Marina e la portai verso il mare; cominciò la più folle e più straordinaria giornata della mia vita, quella in cui il mio spirito di scugnizzo emerse in tutta la sua potenza e mi spinse a fare cose che mai avrei ritenuto potessi neanche pensare, alla mia veneranda età (un trentenne a quel tempo era per definizione un ‘matusa’, un matusalemme), sposato e con tre figli a carico.
La prima cosa che mi chiese, quando fummo al lido vuoto e semi-abbandonato, fu naturalmente di toglierci scarpe e calze, di correre a piedi nudi sulla sabbia e lungo la battigia ed infine di entrare in acqua fino almeno alle caviglie, evitando di bagnarmi il pantalone, visto che lei aveva una gonna ampia a pieghe; io ci misi poco a sfilarmi scarpe e calzini; lei invece dovette sollevare la gonna fin sopra l’inguine per sganciare le calze dal reggicalze, sfilarsele, sistemarle nelle scarpe e avventurarsi sulla sabbia, prima e nell’acqua fin quasi al ginocchio, poi; quelle corse libere, i giochi spontanei con la sabbia e con l’acqua erano solo l’esplosione violenta del nostro fanciullismo, di quello spirito di scugnizzi che in fondo ci accomunava; anche le urla scomposte e i baci approssimativi che ci scambiammo erano l’esplosione di gioia di vita, di libertà, esatto contrario dei condizionamenti a cui venivamo sottoposti quotidianamente tra casa e lavoro; avrei voluto fare l’amore lì stesso, sulla sabbia, anche bagnata; ma un pizzico di buonsenso diceva che non era pensabile.
Ci guardammo negli occhi e tutto fu lampante; Marina accennò alla pineta che qualche tratto più avanti forse uno o due chilometri, ancora reggeva; la presi per la mano, indossammo le scarpe sui piedi nudi e ci dirigemmo all’auto; non ci volle molto a raggiungere la pinetina che rasentava la spiaggia, trovammo un varco con un sentiero e subito dopo una piazzola di sosta, in quella stagione desolatamente vuota, dove ci fermammo; il terreno coperto di aghi di pino non invitava a scendere a piedi nudi; ma in auto avevo un plaid e decidemmo di uscire, stenderlo per terra e usarlo per fare l’amore: il buonsenso suggeriva che fosse folle esporsi così al’aperto, in pieno giorno; ma il demone della libidine suggeriva che era assai più affascinante fare l’amore all’aria aperta, anche col rischio di sorprese sgradite, ma con tanta tensione amorosa, sessuale ed anche noir, perché no?.
Ci sedemmo sul plaid proprio come bambini che si apprestano a montare una costruzione o a vestire delle bambole; io mi limitai a rovesciare Marina e a baciarla con una voglia che ormai sfiorava la follia; le divoravo la bocca, le massacravo la cavità orale percorrendola con feroce libidine, succhiavo la sua lingua quasi a strappargliela; ma lei mi rispondeva con la stessa lussuriosa violenza e alla fine ci trovavamo a sbavare d’amore, a percorrerci con mani vogliose tutto il corpo, a strapparci quasi di dossi gli abiti per arrivare ai sessi, finché una mia mano fu sulla sua vulva mentre l’altra pastrugnava un seno e tormentava il capezzolo; lei mi aveva preso il sesso in mano e lo manipolava con una voglia mai avvertita; mi rovesciò sulla coperta, mi bloccò i movimenti e si abbassò a prendere in bocca la mia asta; quasi terrorizzato, osservai che ne faceva entrare fino in gola quasi tutta la lunghezza, lei che normalmente succhiava goduriosamente solo la cappella; e cominciò la fellatio vera e propria fatta di risucchi, di leccate, di ingoi e di rigurgiti che mi mandavano ai pazzi.
Resistendo energicamente alla pressione di orgasmo che dalla prostata spingeva all’eiaculazione, le presi il viso tra le mani e le spostai la bocca per baciarla appassionatamente; percorsi con tocchi delicati delle labbra tutto il viso, dalla fronte al mento, e mi abbassai a succhiare i capezzoli; allora Marina si sdraiò sulla coperta e mi attirò su di sé; mentre ci baciavamo golosamente mi chiese in un sussurro di prenderla dietro; le sfilai il delicato slip di trine, la feci sistemare carponi, mi piegai dietro di lei fino a raggiungere con la bocca il suo ano e la leccai a lungo, il più profondamente che potevo: non avevo lubrificante e la avvertii; mi disse che non c’erano problemi; avrebbe retto; accostai la cappella, spinsi con delicatezza e continuità, mi chiese un paio di volte di sostare ed alla fine fui tutto nel suo didietro; la montai con una voglia smisurata, mentre i testicoli picchiavano duro sulla vulva e lei si agitava fremendo mentre si tormentava con le dita il clitoride e la vulva; l’orgasmo che esplose fu certamente anale e lo squirt mi inondò il basso ventre; anche io esplosi nel suo intestino una lunga, densa, ricca eiaculazione che mi lasciò quasi senza forze; per qualche momento ci abbandonammo insieme sul plaid, io col sesso piantato dentro di lei; poi a mano a mano ci rilassammo, uscii e lei corse a tamponare con un fazzolettino lo sperma che usciva dall’ano dilatato.
“Cavoli! Ci avete dato dentro, però! Com’è andata a finire?”
“Malissimo! Quella fu solo una delle occasioni di follia; era chiaro però che la cosa più pericolosa era il nostro comportamento; il fidanzato alla fine ci scoprì, si appostò, mi braccò e ce le demmo anche; però fu con mia moglie che il rapporto si ruppe definitivamente e dopo qualche mese chiedemmo la separazione che è diventata divorzio.”
“Però … ti divertiva proprio fare il ragazzino immaturo!?!? O eri semplicemente un Peter Pan che non è mai cresciuto?”
“Non sono io che posso spiegartelo; alla peggio, la diagnosi la pronunci tu; io so che mi piaceva e mi piace vivere un poco al bordo, fare quelle cose che un attimo più avanti sono stupide.”
“Per esempio?”
“Rubare le mele da un albero; andare al mare in pieno in inverno, non per fare il bagno ma per correre libero sulla sabbia, spiare due persone che fanno sesso, queste cose qui, insomma … “
“E adesso io cosa mi invento con te?”
“Bea, non è necessario che ti inventi per forza qualcosa; non possiamo amarci naturalmente, come due persone normali?”
“Scusa, chi sarebbe la ‘persona normale’? Tu che, sposato con tre figli fai l’amore con la fidanzata del tuo amico, tu che salti una giornata di lavoro per andare a fare sesso in pineta?”
“Aspetta, ma avevo ancora meno di trent’anni …”
“E credi che sia un’attenuante? Oggi la tua veneranda età sarebbe un’attenuante, se tu decidessi di portare me, povera ragazzina finita nelle tue grinfie, a fare l’amore in pineta … quando ci andiamo … Puoi adesso?”
“Bea, ma sragioni? Non so nemmeno se c’è più quella pineta, se è ancora praticabile, se dà le stesse emozioni … “
“Qui l’unico che sragiona sei tu, quando ti aggrappi a tutti gli specchi per inventarti una scusa che mi impedisca di vivere momenti ad alta potenza emotiva solo perché sei diventato più pigro di un bradipo, anzi assai peggio, perché quello almeno vive sugli alberi, nella natura; tu invece incartapecorisci nel cemento.”
“Senti, ragazzina dei miei sogni, io non incartapecorisco, non ho rinunciato a niente; sono solo preoccupato delle delusioni; vuoi provare l’ebbrezza dell’amore in pineta? Bene, andiamo a cercarne una e ti farò emozionare assai più di Marina mezzo secolo fa. Vieni, maledetto amore mio!”
Sorride sorniona e capisco che ancora una volta ha ottenuto il suo vero scopo; fare l’amore come l’ho fatto, con una donna che ho amato, pericolosamente anche, tanti decenni fa: non so se avere timore di questa sua passione per la mia storia o se cedere alla gioia di sentirmi ripercorrere gli stessi sentieri di emozione; stavolta però marca male; percorriamo la litoranea in lungo e in largo, alla ricerca di almeno un residuo della pineta che la costeggiava per decine di chilometri, in fondo solo qualche anno fa; ma di vegetazione nemmeno l’ombra; le uniche strutture sono quelle dei lidi attrezzati o dei parchi - giochi.
“Per la miseria! Hanno distrutto proprio tutto, qui! Dobbiamo accontentarci di passeggiare sulla spiaggia deserta; ma a quello non rinuncio, perbacco; almeno sentire il piacere dell’acqua di mare sui piedi, a costo di congelarmi, lo voglio!”
Non sono gran che convinto, ma il ricordo della passeggiata sulla battigia con Marina è troppo vivido, a questo punto, per non sovrapporre la memoria di lei alla certezza di questa donna, adesso, che amo, in maniera forse diversa (gli anni pesano) ma con una forza non inferiore; e adesso anche io voglio fare l’amore con lei, col mio passato e col ricordo di una donna che mi ha sconvolto; si tratta solo di capire che cosa posiamo fare per ricostruire quell’emozione straordinaria; passeggiare sulla spiaggia e sull’acqua bassa a piedi nudi può andare benissimo anche per Bea; ma ho idea che lei voglia costruirsi qualcosa da ricordare.
Entro nella zona dei lidi attrezzati e parcheggio nell’area destinata, d’estate zeppa come un uovo e adesso totalmente libera; non ho ancora spento il motore, che un’altra auto si viene a sistemare nel parcheggio, qualche piazzola più a destra della nostra, e ne scendono due persone non più giovanissime (avranno forse sui cinquant’anni), ma certamente in forma e toniche; sembrano anche abbastanza su di giri e dalle poche frasi si deduce che anche loro erano passate da quelle parti quando ancora c’era pineta; dal sorriso che spontaneamente faccio, capiscono che il loro linguaggio mi è familiare e si presentano per l’appunto come due cinquantenni appassionati del vintage che erano venuti a cercare forse i segni dei falò che ancora qualche anno fa si facevano sulla spiaggia ed erano l’ideale per imboscarsi in pineta e fare l’amore.
Bea è affascinata da quei discorsi e chiede lumi; Ester, la donna dei due, spiega che la sera si raccoglievano in gruppo sulla spiaggia, davano fuoco a legna raccolta, suonavano, ballavano, fumavano spinelli, bevevano e quasi sempre finivano per fare l’amore in coppie o in gruppi nella pineta, dietro le barche o dietro le cabine; indica a Bea esattamente lo spazio dietro le cabine (ora in muratura; al tempo erano in legno) dove si imboscò con l’attuale compagno, Rolando, ed ebbero il loro primo rapporto; Bea vuole sapere se sono tornati per rivivere quell’esperienza; lui nicchia un poco, lei ammette che, si, sono venuti a riproporre quella sera ma , nel caso, non disdegnerebbero condividere l’esperienza con una bella coppia desiderosa di solennizzare quel momento e quella esperienza.
“Vedi che, se hai fede, le cose ti vengono da sole?!”
Il commento di Bea è chiarissimo: Ester ha trovato la partner per il gioco che si è prefissa e forse per tutti e quattro si apre la possibilità di vivere un’esperienza ricca di fascino e degna poi di essere ricordata; ci spostiamo sulla piattaforma dove d’estate c’è il bar, sistemiamo quattro sedie intorno a un tavolo, Rolando tira fuori una bottiglina con whiskey e a quel punto mancherebbe solo la musica d’epoca; ma sono attrezzati, in un MP3 hanno raccolto una playlist dei successi degli anni migliori e quella diventa la nostra base musicale; Ester vuole provare una nuova esperienza e mi si viene a sedere sulle ginocchia: sento il suo sedere morbido e sodo accarezzarmi direttamente la mazza e stuzzicarla; in un niente reagisce e si indurisce contro le sue natiche; si gira a baciarmi con molto languore.
“Hai un fratellino bello grosso e molto reattivo lì sotto; mi ci fai giocare?”
“Certo; in cambio, io giocherò con la tua sorellina finché non mi dirai che sei stanca: ti va?”
Beve il suo sorso di liquore, mi prende per la mano e mi porta dietro le cabine, dove presumibilmente il suo ragazzo (ora suo compagno) la sverginò; scuote dalla polvere due assi di legno che sono lì appoggiate e si stende supina invitandomi a raggiungerla; mi inginocchio accanto a lei e comincio a palparla, prima sui seni carnosi e abbondanti, poi scivolo lungo il ventre pieno, morbido, ma non grasso, finché artiglio la vulva da sopra al pantalone e punto direttamente al clitoride, lo stuzzico con la punta del medio e sento che vibra, segno che ho colpito giusto; mi tira addosso a lei e mi bacia, facendomi scivolare sul suo corpo in modo che il mio sesso si vada a collocare fra le sue cosce, esattamente sulla vulva; simulo una copula per stimolarla e sento che si inarca per ottenere il massimo del contatto tra i sessi.
Mentre mi do da fare con Ester, inevitabilmente il mio sguardo cerca Bea che è rimasta sulla piattaforma con Rolando; li vedo che bevono dalla bottiglietta: so che lei non regge molto i superalcoolici e, dopo qualche bicchierino, diventa quasi incontrollabile; ma, a quel punto, non si può fare niente per impedire che le cose prendano il loro corso naturale: in fondo, la situazione intrigante si è creata e somiglia abbastanza a quella, di mezzo secolo prima, che lei guardava con una certa invidia; l’idea di una copula in spiaggia, specialmente se accanto ad un falò e con la musica giusta, è decisamente super; se si esclude il falò, al momento poco opportuno, l’atmosfera è la stessa, con persone eccitate e leggermente brille, tanta voglia di sesso e di amore ed una location molto opportuna; le faccio cenno con una mano se va tutto bene; mi rassicura con un gesto e mi indica che poi ne parleremo.
Mi butto sulla mia occasionale compagna e decido di farmela alla grande, quasi fossi ripiombato indietro, in un’atmosfera ormai irripetibile; le sfilo il pantalone e lo slip di trina modello anni ruggenti e metto a nudo le cosce piene e nervose, ma ancora belle toniche, e i fianchi opimi, ma non grassi, col ventre leggermente in carne, appetitoso più che altro, e la vulva seminascosta da un ciuffo biondastro; le monto sopra, sistemo la bestia fra le cosce e comincio a penetrarla con foga: sento che le manca alquanto l’abitudine alla penetrazione, perché il canale vaginale risulta asciutto; mi stacco da lei, arretro un poco e mi chino a leccarle la vagina, con l’intento di lubrificarla, visto che non ho con me nessun adiutore opportuno; sento che vibra alquanto; la guardo con aria interrogativa.
“E’ un bel po’ che non prendo una mazza così; non ti preoccupare; questione di un momento poi ti assorbirò tutto: mi piace un casino sentirmi penetrare da te!”
Comincio a pensare che Bea rischia una bella incavolatura, se il partner momentaneo dovesse essere così poco valido per una donna calda come lei; mi giro un attimo a spiare e mi accorgo che sono ancora ai preliminari e lei lo sta stuzzicando come sa fare di solito; quando ritengo che si possa riprovare, mi abbasso su Ester, le pianto la mazza all’imbocco della vagina e spingo con forza: penetra fino ai testicoli, senza problemi e lei geme a lungo, sensualmente; premo contro l’osso pelvico e me ne sto lì fermo, qualche attimo, a farle sentire il bastone fin sulla cervice dell’utero: sento che le piace, che mi stringe contro il ventre e che spinge il bacino quanto è possibile contro il mio; le porto le gambe dietro la schiena e si rende conto che, così, aderisce perfettamente con le grandi labbra ai miei testicoli: spazio non ce n’è più per la penetrazione: restiamo per un poco quasi immobili a sentire i sessi che mettono in azione i muscoli vaginali, lei, e i corpi cavernosi, io, per ottenere l’amplesso più soddisfacente, più libidinoso, più entusiasmante di sempre; ad un certo punto, Ester esclama.
“E’ la copula più bella che io abbia mai fatto in tutta la mia esperienza.”
Mi bacia con una passione straordinaria e sembra trattenermi per prolungare quel piacere all’infinito; poi si rilassa ed io comincio a cavalcarla con foga; mi bastano pochi colpi, in definitiva, per arrivare ad un orgasmo impensato e incontrollato, perché la libidine e la tensione sono andati assai oltre i limiti di controllo; mentre ci rilassiamo, sentiamo qualche strillo proveniente dalla piattaforma; Ester sembra risvegliarsi da un sogno.
“Porca miseria, quell’imbecille non ha preso la pillola, prima; ed ora avrà fatto la solita figuraccia!”
Sono preoccupato più di lei e mi precipito, coi calzoni in mano, da Bea che sta urlando improperi al povero Rolando, contrito, ripiegato in due su una sedia.
“Amore, che succede’”
“Quest’imbecille sembrava che dovesse sventrarmi e alla fine si ritrova con un mollusco informe col quale non è in grado di fare niente; tu, la troia, l’hai fatta urlare, si sentiva anche da qui; adesso fai godere anche me, più di lei, più della tua Marina, più di qualunque altra donna, capisci?”
“Bea, perché te la prendi per così poco; a un poveretto può capitare di avere una defaillance; se avesse previsto di avere a che fare con un vulcano come te, si sarebbe premunito con una pastiglietta; non ci ha pensato; ma tu non perdoni niente!!! …”
“Ma che diavolo c’è da perdonare?!?!... Voglio fare l’amore, sei in grado di capire? Ho bisogno di qualcuno che mi faccia fare l’amore, te lo devo tatuare sul sesso?”
“No, ti ho capito; vieni con me; adattati alla situazione; dammi un po’ di tempo perché ho la mia età e vedrai che ti farò urlare come una gallina sgozzata, ti prosciugherò tutta.”
Torniamo verso Ester che se ne sta ancora sdraiata sulle assi che ha sistemato per terra, nuda dalla cintola ai piedi e con la vulva slabbrata grondante di umori suoi e di sperma che le gocciola fuori ancora dopo il mio precedente orgasmo.
“L’hai trattata bene, la signora. Dimmi, vi è piaciuto?”
“Bea, abbiamo fatto quello che ci veniva in mente e nel cuore; niente altro; ma tu non resterai a secco, vedrai!”
Ester la sta invitando a sdraiarsi accanto, Bea si arrende e, sfilatasi il pantalone e il tanga, si butta su di lei in un focoso abbraccio saffico che l’altra accoglie senza problemi ed anzi ricambia con passione, con libidine ma anche con molto affetto.
“Da giovani queste esperienze ci caricavano infinitamente … “
Sussurra nell’orecchio di Bea e le infila dentro la punta della lingua; l’altra si scuote tutta, freme e denuncia una prima attiva partecipazione, forse un lieve orgasmo; approfitto della disposizione per inginocchiarmi ai loro piedi e piegarmi a baciare sensualmente le natiche di Bea che mi trovo offerte meravigliosamente; le divarico leggermente e approdo con la lingua alle grinze dell’ano; cerco di passare alla vulva ma sento che stringe i glutei.
“Devi riempirmi l’ano, di sesso e di sperma!”
Dichiara perentoriamente, con la voce impastata dalla lingua di Ester che sta succhiando come un piccolo fallo; subito dopo, l’altra con mosse degne di un’acrobata, ruota sotto di lei e si porta con la bocca sulla vulva, offrendo a Bea la sua da leccare.
“Voglio assistere quando la penetri nell’ano; non l’ho mai visto da vicino!”
Mi viene in mente il detto popolare in veneziano che più o meno suona ‘se non sono matti, non li vogliamo’; io devo averlo scritto nel destino che ho bisogno di matti intorno a me, per essere felice; Bea che forse ha intuito la mia emozione si limita a sollecitarmi.
“Anche lei è pazza come te e me; ma tu adesso preoccupati di tornare in forma e di riempirmi come devi!!!! …”
Non si può rifiutare, di fronte ad un invito così bello e perentorio: le sue natiche sembrano parlare e chiedermi di violarle, di maltrattarle anche, se necessario, ma di farla godere, … tanto; ed io mi do immediatamente da fare: approfittando che l’erezione è tornata almeno accettabile, lecco lungamente il forellino esterno e cerco di penetrare quanto posso nel canale rettale; infilo un dito opportunamente lubrificato in bocca, poi lo sostituisco con due e infine con tre: la voglia di Bea favorisce la penetrazione e la dilatazione; Ester, da sotto, mi aiuta leccando con gioia; comincio a penetrarla lentamente, facendo assaporare ad ambedue il passaggio; addirittura, l’altra, da sotto, accompagna con la lingua, alternativamente, l’asta nella progressiva penetrazione e l’ano ogni volta che lo vede più sofferente per la dilatazione; guardarle copulare così armoniosamente mi eccita terribilmente; Bea se ne accorge e sembra toccare il cielo della libidine con tutte le mani, non solo con un dito; quando sprofondo definitivamente in lei, mi impone uno stop e si ferma a contrarre i muscoli, sottoponendo il mio sesso ad un’autentica ‘mungitura’ che rischierebbe di farmi esplodere di colpo, se non mi controllassi e se Ester, accortasi della cosa, non mi stringesse i testicoli a frenare l’azione.
Poi mi scateno a montarla e in pochi colpi raggiungo un orgasmo che mi scuote tutto; ma la stessa emozione prende Bea che raggiunge un suo spaventoso orgasmo che la fa tremare a lungo come tarantolata, sulla bocca di Ester che si lascia travolgere dalla libidine ed esplode nel suo orgasmo; impieghiamo un bel poco a riprenderci dalla fortissima emozione e, alla fine, recuperiamo anche il povero Rolando rimasto completamente fuori dalla meravigliosa cavalcata, a cui ha assistito da spettatore masturbandosi disperatamente quanto inutilmente perché non ce la fa.
“Bea, sei stata la compagna di copula più affascinante che mi sia capitata; peccato averti incontrato per caso e in un’occasione così fuggevole; mi sarebbe piaciuto fare ancora tanto amore con voi due: siete una coppia straordinaria!”
“Senti, ragazzina, mi fai il favore questa volta di non chiedermi stupidi confronti?”
“Sei pazzo? E dove va a finire, allora, il piacere di fare cose così meravigliose? Ester ha già detto che questa avventura vale forse quelle che ha vissuto tanti anni fa; tu perché non vuoi pronunciarti?”
“Perché, te lo ripeto, sono cose profondamente diverse, ciascuna immensa nella sua dimensione: questa di oggi, è una realtà che supera qualsiasi fantasia: abbiamo fatto ‘poesia del sesso libero’ non nella pineta, dove era naturale, ma nel cemento, dove non è tanto naturale. Cosa vuoi di più?”
“Che mi fai fare ancora tanto, tanto e poi tanto amore come oggi, come le altre volte, che ti arrendi e che dichiari formalmente che sono l’amante migliore della tua vita!”
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