Per Sylvie, il desiderio di maternità nasce da una situazione assai delicata, perché la vita non le ha regalato niente, sul versante ‘famiglia’: sua madre si era trovata incinta di lei quasi senza rendersene conto e certamente senza volerlo; era capitata in quella località calabrese per una vacanza di due settimane, tanti anni prima, ed era tornata in Francia con la coscienza di avere in sé il frutto involontario di un ‘amore stagionale’ con il bel ragazzo locale del quale non conosceva quasi neppure il nome; aveva deciso di tenere la bambina anche se non era stato facile, dati i tempi e la mentalità della piccola provincia: Sylvie era nata bella e forte, decisa ad affrontare la vita, nonostante le difficoltà in cui versava sua madre e la totale assenza della figura paterna, che alla fine le condizionò tutta l’esistenza.
Questo è il grande e fondamentale assillo di Sylvie: l’assenza perenne del padre dalla sua vita e la presenza tiepida di sua madre che non è mai riuscita ad imporre una linea di comportamento né a se stessa né alle figlie: in fondo, è solo una donna fragile e delicata, ma tenace e volitiva; dopo l’episodio che l’aveva condizionata nella prima giovinezza, ha cercato di rifarsi un’esistenza; e ci è anche riuscita, incontrando un uomo buono e paziente che l’ha sposata con grande gioia; ed hanno avuto poi un’altra figlia, Genevieve, altrettanto bella e intelligente di Sylvie.
Con grande tenacia, sua madre è riuscita a tenere la barra del timone, pur non decidendo la rotta per la quale si affida al marito che è diventato il suo faro; Sylvie però non è disposta a dimenticare del tutto il padre naturale e ne ha chiesto conto sin da quando ha cominciato ad articolare parole; è stato assai difficile spiegarle che abita a centinaia di chilometri di distanza e che sua madre neppure sa esattamente con quali artifici e sotterfugi viva; la povera donna non ha parole per fare chiarezza alle domande infinite che la figlia le rivolge sempre più pressanti a mano a mano che cresce.
Lei, per la verità, ha vissuto con leggerezza quella situazione, visto che ad un certo momento ha deciso di allontanarsi da casa e andarsene per il mondo con le sue sole forze e la sua tigna; da allora, ha rivisto la sua famiglia quelle poche volte che è riuscita a fare il viaggio fino in Francia, per incontrare la madre, che comunque adora, e la sorella alla quale è profondamente legata, essendo Genevieve nata quando Sylvie era già grandicella e se ne era, quindi, occupata quasi come una seconda madre.
Il padre naturale, che è riuscita a rintracciare, in un paesino della Calabria, dopo lunghe e dolorose indagini lo ha sfiorato in un paio di occasioni e non certamente con spirito sereno; subito dopo il matrimonio, per esempio, è andata a trovarlo con suo marito Karl, che a quel punto è diventato l’uomo di riferimento della sua esistenza, quasi per fargli capire che ha riempito finalmente il vuoto che ha lasciato per anni nella sua psiche il non avere avuto un padre di riferimento; ma, disgraziatamente, si è trovata quasi a doversi giustificare per avere sposato un tedesco.
Alla soglia dei quarant’anni, Sylvie, di tutta l’angosciosa vicenda che ha segnato la sua crescita, avverte solo il disagio che ha sentito fisicamente da sempre per questa privazione che è fondamentale nell’evoluzione di una persona: l’idea, adesso, che lei possa risultare ‘inutile’ alla vita del figlio (o, più ancora, della figlia) che spera di avere con Karl, la fa impazzire; di più, si aggiunge il terrore che il loro matrimonio, per un qualsiasi motivo, possa incontrare qualche ostacolo e fallire; l’idea stessa di un figlio sballottato come un pacco postale tra due genitori separati la terrorizza più di ogni altra cosa.
Il letto di casa è comunque l’alcova in cui si realizza concretamente il loro grande amore; ma a Karl non dispiace, quando il lavoro lo consente, sparire per un poco dalla città, dalle scadenze, dagli impegni e prendersi una vacanza da vivere in due, come, quando erano più giovani e si erano quasi appena conosciuti, amavano scomparire dalla cerchia degli amici per andarsi a nascondere da qualche parte e fare l’amore fino ad esaurirsi; adesso, più maturi e con il desiderio di fare un figlio, diventa quasi più dolce e poetico cercare ogni volta, su una spiaggia deserta in autunno o in inverno, sulla riva di un lago o alle falde dei monti, un albergo discreto, elegante, ben tenuto, dove andarsene a cenare e passare due o tre giorni di amore intenso e delicato, quello che da sempre sono abituati a consumare; lo fanno anche stavolta e spariscono per due giorni in un alberghetto al mare.
La parte calabrese delle sue radici porta Silvye ad essere intensa e focosa, quasi aggressiva nel rapporto col ‘suo’ uomo che cerca quasi di divorare nel suo amore famelico ed insaziabile; ma la parte francese delle stesse radici le fa apprezzare moltissimo la delicatezza dei modi di suo marito e la induce a godersi sensualmente tutti i preliminari di cui lui si incarica con profonda partecipazione: è quasi sempre lei che, appena chiusa alle spalle la porta della camera, lo avvolge in un abbraccio possessivo che esprime tutta la sua voglia di prenderlo in se e di fondersi in un unicum che faccia perdere la distinzione dei due corpi; ma è sempre Karl che, con estrema delicatezza, si sofferma a baciare tutte le efelidi della ‘sua’ rossa, sulla fronte, sul viso e poi giù verso il petto e il seno rigoglioso: sembra quasi che si sia costruito una mappa di quelle lentiggini e addirittura le abbia battezzate una per una, tanta è la cura che mette a baciarle singolarmente.
Davanti a tanto amore, Silvye si sente sciogliere in languore che diventa umori che scendono dalla vagina irrefrenabilmente; si sente tanto innamorata che quasi desidera morire lì e dissolversi in languore tra le braccia dell’uomo che è tutto per lei; ma la sua natura focosa scatta e desidera possederlo e sentirsi posseduta; sente il sesso di lui, quella mazza che conosce in ogni particolare e che ama come niente altro al mondo: approfittando di un momento in cui lui si è distratto dal ‘rito’ di baci, prima ancora che, come sa bene che farà, lui si attacchi ad un capezzolo, apre la cerniera del pantalone, infila la mano e conquista l’oggetto del desidero, quella verga che vuole sentire dappertutto, nella mano, prima, ma poi subito nella bocca, per succhiargli anche l’anima dal sesso, e infine nella vagina che ora urla desiderio e piacere; lui, in piena armonia, si ferma e la lascia fare; mentre si divorano in un bacio eccezionale le bocche, le lingue e si esplorano la cavità orale, lottando a chi conquista il diritto di succhiare la lingua dell’altro come un piccolo pene, lei comincia una delicata masturbazione, sensuale, intensa, saporita che fa gemere suo marito come soffrisse, ma sa bene che sta andando nel paradiso dell’amore.
Vanno avanti per un po’, baciandosi sensualmente e masturbandosi, lei con la verga ormai sua, a piena mano, carezzando, titillando, assaporando l’asta che ama tanto, e lui, che ha infilato una mano sotto la gonna, ha raggiunto il perizoma, ha aggirato la fettuccia che non copre la vulva e si è infilato con le dita nella vagina: è una masturbazione lunga, goduriosa, appassionata, piena d’amore che porta Silvye a rapidi e frequenti piccoli orgasmi che preludono a quello conclusivo, quello che le spacca il ventre e la fa urlare, ed impone invece Karl a prenderle il polso e farle rallentare il ritmo della masturbazione per non eiaculare troppo presto; poi lui sembra valutare che il ‘gioco di mani’ è durato anche troppo, rischia di provocare l’orgasmo contemporaneo senza che sia penetrato in vagina per cercare di mettere in cantiere il figlio che cercano; blocca il polso di lei ed estrae la mano dalla vagina, senza smettere di baciarla.
Ma Silvye ha troppa voglia di ‘sentire’ il suo uomo, si siede sul bordo del letto, se lo sposta di fronte, porta la verga dura come marmo davanti a se e comincia a leccarla; quando Karl accenna a prendere tra le dita un capezzolo, lo ferma con un gesto e gli indica di lasciarla fare; lecca amorosamente tutta l’asta, dai testicoli alla cappella e cerca di strappargli tutti i gemiti, i brividi e le emozioni che riesce a provocargli dalla fellatio; poi si penetra in bocca, lentamente, con cura e attenzione, finché raggiunge l’ugola e deve fermarsi per i conati di vomito: muovendo la testa, lo invita a copulare in bocca perché le piace sentire l’asta che attraversa il palato e spinge in fondo alla bocca; ogni tanto si ferma, lascia uscire parte del sesso e fa spazio alla lingua per leccare l’asta, inebriandosi delle sensazioni di goduria che le produce la consistenza serica della cappella e gioca con la punta della lingua sul frenulo, sul meato uretrale; il marito gode vibrando in ogni fibra, quasi tremando per il piacere; più volte Silvye è costretta a strizzargli i testicoli per frenare l’orgasmo in arrivo.
“Adesso tocca a me, amore!”
Suggerisce Karl e la spinge supina sul letto lasciando i piedi appoggiare a terra; le sfila il perizoma che ormai è da torcere, tanto si è riempito di umori; si accosta quasi con devozione al ventre e comincia a leccare dalla parte alta della coscia avanzando delicatamente fino alla parte destra della vulva, e comincia a ‘brucare’ nelle grandi labbra e, successivamente, in quelle piccole, per cercare di raggiungere il clitoride che pare nascosto letteralmente nel bocciolo che le piccole labbra strette sembrano realizzare; le apre delicatamente e, mentre succhia il piccolo organo al centro, la lingua spazia sulle piccole labbra: Sylvie comincia a godere e colare con intensità sempre maggiore, finché, quasi involontariamente, con un urlo disumano, esplode nel più intenso orgasmo che ricordi, che sembra quasi privarla di energie e la fa cadere in deliquio; Karl la guarda un poco preoccupato, poi si stende accanto a lei, le accarezza dolcemente il viso e sta zitto; lei riapre gli occhi, si distende e sale sull’uomo, abbracciandolo con tutto il corpo; il ‘ti amo’ le sgorga come naturale conclusione di qualcosa di meraviglioso, che non aveva mai provato; ci pensa per un attimo e conclude che forse è l’idea del figlio che fa quell’atmosfera di grande emozione; intanto Karl ha cominciato finalmente a spogliarla tutta e, quando se la trova nuda sul letto, si fionda sul suo seno abbondante e si perde a leccare, carezzare, strizzare, mordicchiare, ma soprattutto a succhiare golosamente i grossi capezzoli procurandole continui brividi di piacere.
“Prendimi Karl, ti voglio sentire dentro di me, ora.”
Non ha bisogno di sollecitazioni, il suo uomo: l’ama follemente ed è sempre nei suoi confronti dolcissimo e delicato, quasi ne rispettasse la bellezza da statuina di porcellana; ma la desidera anche, con tutto il corpo: nella sua esperienza (che non è così piccola) ha incontrato poche volte una donna capace di smuovergli i precordi con un amore puro, intatto, totalmente ideale; ma anche di stimolarlo a farglielo vivere e sentire, quell’amore, in tutto il corpo, percorrendo tutti i sentieri che l’amore e la passione possono indicare; quando fanno sesso, non si pongono limiti e Sylvie è capace di proporre e di accettare tutte le ipotesi anche più azzardate di pratiche sessuali; in questo momento il desiderio più pressante è senz’altro di avere un figlio e Karl le monta sopra, la avvolge tutta sotto di se, sistema il sesso all’imbocco della vagina e la penetra dolcemente; Sylvie geme quasi sussurrando per il piacere e, probabilmente, perché sogna anche che stavolta ci sia lo spermatozoo giusto che faccia il suo dovere fino in fondo.
Lo avvolge in un abbraccio caldo, appassionato, lo bacia con intensità e prende poi a leccargli il viso, quasi a rubarne il sapore della pelle; suo marito la cavalca dolcemente, limitando al minimo i movimenti e preoccupandosi soprattutto di comunicarle amore, baciandola su tutto il viso e seguendo le linee del volto con le dita, mentre lei sembra quasi piangere, tanto è delicato il piacere che prova sentendolo penetrare nel ventre; gli gira le gambe intorno alle anche e si attacca come un rampicante per aderire completamente col corpo al suo che la sovrasta e la riempie di piacere; quando raggiungono insieme l’apice le loro grida diventano altissime e Karl le scarica nell’utero la più ricca e soddisfacente eiaculazione della sua vita; si comporta poi come un cane: le tiene il sesso piantato in vagina quasi come il nodo degli animali per impedire la fuoruscita dello sperma; per lunghi minuti stanno così, abbracciati, fusi quasi in un solo corpo, quasi attenti ad impedire che gli umori di lei o lo sperma di lui si disperdano sul lenzuolo.
Quando si sono rilassati fino a che lui non regge e il fallo scivola via dalla vagina, si sdraiano riversi sul letto ad inseguire sogni e speranze inconfessati sul soffitto della camera; dopo un poco, lei si sporge sul suo ventre, appoggia la testa sullo stomaco, prende in mano il sesso barzotto e vi accosta la bocca; Karl sa che sua moglie adora la fellazione e che è capace di dedicarvisi per moltissimo tempo con effetti devastanti sulla sua capacità di tenuta; ma sa anche quanto piacere lui ricava dall’abilità di Sylvie a leccare il membro dalla radice ala punta, a succhiarlo come un gelato, a farsi copulare in bocca fino all’ugola, fino a conati di vomito; e la segue appassionatamente mentre lei gioca con meravigliosa libidine a leccare, succhiare, mordicchiare, spingersi in gola la mazza; fermandosi un attimo gli ordina perentoriamente di non godere e di avvertirla se lo stimolo è troppo forte; Karl non si spiega la richiesta ma intuisce che sua moglie ha qualcosa in mente; quando teme di non reggere, l’avverte; lei gli strizza i testicoli per raffreddare l’eccitazione; si sistema sotto la schiena tre grossi cuscini che in genere hanno solo una funzione decorativa; e lo induce a montarla da sopra, ma nell’ano: tanta è la passione del momento che vuole esaltarla al massimo.
Karl ha un vago, ingiustificato timore che la penetrazione anale possa incidere sull’ipotesi di concepimento che perseguono; poi si rende conto che è un assurdo e, con amore ancora più intenso e viscerale, va nel comodino a prendere il tubetto del gel che usano in quelle occasione; prima si abbassa a leccare amorosamente l’ano, passando per il clitoride e la vulva; poi passa il gel sull’orifizio e infila due dita a lubrificare il condotto rettale; quando si rende conto che la sua mano si muove liberamente nel condotto, appoggia il sesso all’ano e spinge con forza; Sylvie stringe i denti e si concentra sul piacere che riceve dalla mazza che penetra nel canale; lo ferma per un attimo, quando avverte una piccola resistenza dello sfintere; poi è lei stessa che si spinge verso di lui per far aderire perfettamente l’inguine al perineo; quando sente l’osso pelvico contro il suo, capisce che è penetrato fino in fondo e si lascia andare ad una copula straordinaria.
Superato il momento della penetrazione, si scatenano liberamente in un amplesso di grande amore: lei sente sempre meno l’ingombro della mazza nel retto ed ha perfetta coscienza che si sta stuprando volutamente, che si sta facendo amare fino in fondo, che si sta impossessando del suo uomo quanto di più non potrebbe; lui, invece, fedele alle sue abitudini di amante follemente innamorato della sua ‘bambola di porcellana’ e assolutamente delicato con lei, anche nelle pratiche più violente del sesso, continua a possederla con grazia ed eleganza, ascoltando la stretta dello sfintere intorno ad ogni centimetro dell’asta che entra ed esce dal retto; l’orgasmo arriva violento e distruttivo, quasi, per tutti e due; passano così, facendo l’amore perdutamente, il week end che si sono ritagliati e rientrano poi alle solite incombenze.
Sono settimane ormai che ci provano con tutte le energie: da quando Sylvie ha cominciato a pensare seriamente agli anni che passano, a riflettere che l’anno prossimo ‘si svolta’ perché arrivano gli ‘anta’ che poi non cambieranno più, diventa sempre più angosciante l’idea che sia quasi già troppo tardi per avere un figlio.
“Karl, ma ti rendi conto che, quando sarà nella fase più delicata della vita, verso i quattordici - quindici anni avrà accanto una donna ormai già in menopausa: se dovesse nascere una bambina, sai che problema sarà, seguirla a quell’età: sono troppo vecchia per avere un figlio e intanto neppure possiamo essere certi che lo avremo, visto come stanno andando le cose.”
“Sylvie, per favore, non stare a fasciarti la testa se prima non te la sei rotta. Sei una donna straordinariamente efficiente, sei bella, intelligente, sempre aggiornata, assolutamente in grado di occuparti di un figlio: non ti perdere in fisime senza fondamento, prova a fare qualche controllo per vedere se ci sono problemi e vedrai che prima o poi ti troverai fecondata senza neanche averci tanto pensato come fai adesso. Sii paziente e aspetta.”
Sylvie però ha ragione da vendere, a preoccuparsi della piega che gli eventi hanno preso: non lasciano passare giorno senza impegnarsi con tutta l’anima, con tutti se stessi in amplessi di grande amore, accaniti e appassionati, perché lo vogliono un figlio, a qualunque costo; tutto il suo vissuto e il dolore che ne deriva le piombano addosso ogni volta che si pone di fronte al quesito ‘perché non riesco a rimanere incinta?’; per fortuna, Karl è dotato di una pazienza estrema ed è molto innamorato della moglie, per cui ogni volta si arma di buona volontà e cerca di rasserenarla per poi arrivare, puntualmente, a fare l’amore, sperando che ‘sia la volta buona’; finché si convincono che è il caso di consultare dei medici per verificare la loro capacità di procreare: di molte persone hanno saputo che non sono riusciti ad avere figli per difficoltà fisiologiche non evidenti ma che un esame approfondito può rivelare rapidamente.
Karl si fa esaminare accuratamente e a lungo da un bravo andrologo che, dopo le analisi, sentenzia che non ha nessun problema e che la sua capacità riproduttiva è assai più che normale; il responso del ginecologo a Sylvie invece si fa un poco attendere e sono ripetuti alcuni esami, finché risulta che i suoi ovociti non sono in grado di rimanere fecondati; non vuole neanche ascoltare spiegazioni; corre a casa e si ‘nasconde’ in un divano a piangere come una fontana; per molte ore Karl se ne sta paziente ad aspettare che si calmi; quando si accorge che può toccarle una spalla senza essere cacciato via con violenza, la abbraccia e la stringe senza una parola: qualunque cosa tentasse di dire, in quel momento, risulterebbe pericolosamente fuori luogo e potrebbe scatenare reazioni imprevedibili, considerato lo stato di depressione in cui è caduta.
Per quasi un mese se ne restano a casa, chiusi in un dolore muto che li prostra: Sylvie pare diventata impermeabile a qualunque emozione; inutilmente il marito si sforza di invitarla ad uscire, a frequentare qualche vecchio amico, a svagarsi un momento: invita a casa amici per costringerla a socializzare come era solita fare, ma quasi sempre si trova di fronte ad una statua di ghiaccio che risponde a monosillabi alle sollecitazioni di tutti; la svolta la realizza lei stessa: senza avvertire nessuno, esce una sera, sull’ora di cena, e va in un bar frequentato di solito da giovinastri dai modi poco urbani; si siede da sola ad un tavolo appartato ed ordina da bere alcoolici; la volontà di ubriacarsi è evidente, ma nessuno si cura di lei e le servono a ripetizioni bicchieri di cognac; quando ormai sembra aver perso il senso della realtà, si avvicina un ragazzo molto ben piantato, muscoloso ma chiaramente non aggressivo, anzi dai modi più che cortesi: le chiede il permesso e si accomoda sulla sedia accanto alla sua; inizia a parlare chiedendole il motivo dell’evidente tristezza.
Come se improvvisamente avesse incontrato la spalla asciutta che aspettava, Sylvie si apre completamente e gli parla della sua impotenza ad essere madre, arriva ad accusarsi di non essere una donna completa e di non avere prospettive di vita; l’altro cerca di consolarla: le prende le mani, si accosta con il viso, le asciuga le lacrime e le suggerisce che, in fondo, non rischiare una maternità forse le consente anche di gestirsi la vita con maggiore libertà e, perché no, con tanto piacere da godere fino in fondo; l’osservazione colpisce la donna più di quanto si aspettasse: si trova a riflettere con nausea che in fondo, per fare la prostituta, quello sarebbe addirittura un buon alibi: nel fumo dell’alcool che le ottenebra il cervello, propone al ragazzo, di cui ignora persino il nome, di andare a copulare, a godersi un poco la vita; l’altro ha solo un attimo di esitazione, di fronte ad una donna in quello stato; poi pensa che una copula inaspettata non si rifiuta; la prende per la mano e la guida verso l’esterno, all’auto che ha parcheggiato poco più avanti; guida sicuro fino ad un quartiere popolare e si ferma ad un caseggiato dove ha il suo laboratorio artigianale e, sopra, un appartamentino ricavato in un soppalco.
Appena entrano nell’abitazione, Sylvie si rende conto subito che l’unica cosa valida, lì, è l’enorme letto; vi si siede, si toglie le scarpe e comincia a spogliarsi: in un attimo, il suo corpo statuario è esposto alla vista dell’uomo che è rimasto in slip e rivela tra le gambe una dotazione assai interessante: ricacciando indietro l’idea del male che sta facendo al suo Karl, lei lo abbraccia e si impossessa delle sue labbra avvolgendolo in un bacio a ventosa che, come molti hanno sperimentato, riesce a dare da solo un’eccitazione irresistibile; il sesso di lui risponde immediatamente, innalzandosi come fosse di cemento; lei gli sfila lo slip e porta alla luce la bestia di cui si impossessa; dà inizio alla masturbazione più sapente di cui è capace; convinta ormai che la sua vagina serve solo a dare e ricevere piacere, si gusta la manipolazione con grande passione e sente di colare umori irrefrenabili; quando lui la spinge dolcemente verso il letto, capisce le intenzioni, si siede sul bordo, porta la testa all’altezza del fallo e da il via ad una fellatio in cui è veramente maestra; l’altro non può fare altre che alzare gli occhi al cielo e bearsi di quella bocca che ingoia il suo sesso, si fa copulare un poco, senza avvertire nessun fastidio per la mole dell’arnese e, tra profonde succhiate e lunghissime leccate, movimenti di vai e vieni fino alla parte più profonda della gola, gli regala emozioni che non aveva mai provato con nessuna donna.
Poi decide di assumere l’iniziativa e la solleva per sdraiarla al centro del letto, si abbassa sul ventre e comincia lui un cunnilinguo che manda Sylvie fuori di sé per la goduria: lecca, succhia, morde e titilla, con le mani, con la lingua, con tutta la bocca e la strazia di piacere portandola più volte ad urlare per gli orgasmi che ormai si susseguono senza sosta; poi sale sul letto, le monta addosso, la penetra immediatamente, quasi con violenza e comincia a possederla; Sylvie si sente violentata da questo corpo estraneo che le riempie il ventre, ma gode anche delle stimolazioni che la copula le produce in tutto il sesso; gode squirtando più volte e si sente sempre più esaltata e quasi felice; quando lui le chiede se può eiaculare dentro riceve come una frustata e si limita a guardarlo feroce; l’altro si rende conto della gaffe e si lascia andare ad un lunghissimo orgasmo; subito dopo, si sdraia a fianco e ronfa delicatamente; la donna si rende conto che c’è solo un bagno senza servizi; si arrangia con un rotolo di carta da cucina a pulire le scorie più grosse; si riveste come un’invasata e scappa fuori; nella piazza, vede uno stazionamento di taxi e si fa portare a casa.
Karl è lì che aspetta, incapace di fare qualsiasi cosa; cammina nervosamente e non osa neppure chiamarla al telefono, per timore di farne scattare le ire: sua moglie di solito non accetta di essere controllata; in quella situazione diventerebbe feroce; sta aspettando paziente, come è nella sua natura; quando la vede entrare, si precipita premuroso e immediatamente, da come sono stazzonati gli abiti e da come è sconvolta lei, capisce che qualcosa di brutto è accaduto; la accompagna in bagno e, poiché lei si stacca nervosa, non osa neppure entrare insieme; aspetta che si lavi sotto la doccia e che esca in accappatoio; finalmente trova il coraggio per chiederle che cosa sia successo.
“Mi sono sbronzata e ho fatto sesso!”
E’ la dura risposta che lo lascia di sasso; ha solo un attimo di lucidità per chiedere.
“Perché?”
“Perché la mia vagina serve solo a copulare, ormai; ed io ho fatto il pieno di alcool e di sperma!”
Le prepara una tisana a cui aggiunse un leggero sedativo; quando lo ha bevuto, Sylvie scivola lentamente nel sonno; lui passa accanto a lei tutte le ore che le servono per smaltire la sbronza e la rabbia; passa tutta la notte e solo verso le otto del mattino lei è in grado di parlare; ma, prima ancora, comincia a piangere, a chiedergli perdono e a rinnovargli la sua passione d’amore: sa bene di averlo tradito ma quello che ha fatto è solo stupido sesso di un’imbecille che non sa affrontare le vita; Karl le spiega che una copula così non è da considerare neanche colpa, è come se avesse bevuto un bicchiere di quel cognac che le ha fatto davvero male; tutto si è dissolto sotto la doccia: quel tizio, di cui non conosce neppure il nome, si è perso nel nulla dei fumi dell’alcool; se vuole, possono riprendere a parlare, con l’amore di sempre, del loro vero problema; Sylvie ha una sola domanda da fargli.
“Mi fai fare l’amore come lo sai fare solo tu, per dirmi che mi hai perdonato e che possiamo davvero riprendere da quell’amore che nessuno potrà mai mettere in dubbio?”
Lui si limita a prenderla per la mano, ad accompagnarla sul loro letto e a fare l’amore per tutto il giorno; fa passare alcuni giorni, prima di riprendere l’argomento; e soprattutto attende che lei torni alle consuete occupazioni per sentirla pacificata con se stessa e col mondo; quando capisce che è possibile affrontare con raziocinio la situazione, invita la moglie a sedersi con lui e parte dalle radici, analizzando le ipotesi che si aprono per ovviare a qualcosa che non può essere né combattuto né curato.
La prima ipotesi che gli viene in mente è l’adozione e lo dice chiaro a sua moglie; Sylvie naturalmente non è aliena dall’ipotizzare un’adozione come soluzione al loro problema, ma le viene subito in mente che, alla loro età, è possibile l’attribuzione solo di un ragazzo già formato (sugli otto - dieci anni) che l’avrebbe privata del piacere immenso di coccolarsi una creatura sin dalla nascita, senza tenere conto che ha già molto fantasticato sulla gestazione con tutto quello che rappresenta per due sposi al primo figlio.
“Io non nascondo che l’idea di un bimbo adottato comunque mi farebbe felice; però alcune cose che non sono secondarie nella maternità vengono meno: pensa al terrore che si prova se solo si vede un colore sospetto delle urine e si teme un aborto spontaneo; prova ad immaginarti di sentire quando scalcia nella pancia; pensa alla gioia immensa di misurare il ventre millimetro per millimetro e verificarne la crescita; immaginati la tensione quando si va a fare un’ecografia; insomma, va bene l’adozione; ma se si riesce a trovare un percorso che mi consenta di sentire crescere nostro figlio nel mio ventre, di seguirlo giorno per giorno, momento per momento, se esiste un’ipotesi in questa direzione, io la sceglierei molto più volentieri.”
“Per gli spermatozoi è possibile l’inseminazione artificiale ed esiste una banca del seme dove ci si può rivolgere in caso di impossibilità per il maschio. Non so se esista qualcosa del genere per una donna; ma stai certa che, se esiste un percorso in questa direzione, lo praticheremo. Forse si possono chiedere ovociti ad una donna sana, fecondarli in vitro col mio sperma e impiantarli nel tuo utero. Dobbiamo informarci e, se è possibile, lo facciamo.”
Comincia da quel momento un’altra fase di grande frenesia, alla ricerca di particolari precisi e chiarificatori sull’ipotesi di inseminazione che sembra praticabile; le obiezioni vengono, naturalmente, da Sylvie che, a ben riflettere sull’ipotesi che intendono praticare, si accorge che la sua ‘presenza’ nel figlio da partorire sarebbe estremamente ridotta, dal momento che l’ovocito sarebbe di un’altra donna e che quindi il nascituro avrebbe il DNA costituito dai geni di un’estranea e da quelli di suo marito; a lei rimarrebbe solo l’incombenza della gestazione.
Karl capisce perfettamente che l’agitazione di sua moglie deriva dalla ‘mazzata’ che s’è presa all’improvviso, quando ha visto i suoi sogni di maternità schiantarsi contro l’ostacolo di un sua scarsa produzione di ovociti: la delusione la rende cieca, sorda e ottusa; tocca a lui, e solo a lui, aiutarla a riflettere e a ragionare con calma.
“Senti, amore, qualche giorno fa, se non ricordo male, su questa stessa poltrona una signora parlò delle difficoltà di una gestazione, di un bambino che dà colpi dall’interno della pancia della mamma, di preoccupazioni per il colore delle urine, di ecografie che danno il batticuore. Pensi che quella signora si sbagliasse o ritieni che questi elementi facciano la maternità, che costruiscano la madre naturale, che creino il legame viscerale tra figlio e madre?”
“Hai ragione, però è anche vero che il DNA ti configura e da lì prendi i caratteri …”
“Secondo te, è più padre quello che ti va a registrare all’anagrafe o quello che ti cura da piccolo?”
“Che significa …. ?”
“Se non te la senti di impegnarti a metterci tanto amore per me, per te e per il figlio che deve nascere, allora rinuncia pure e mettiti l’anima in pace: adottiamo un ragazzo. Ma se sei disposta a vivere con me quest’avventura meravigliosa, allora butta via le fisime e decidi di fare il percorso per avere un figlio che sarà sempre soltanto e tutto nostro.”
Karl invitò l’ospedale ad avviare il procedimento per trovare una donatrice compatibile; quasi per caso, il ginecologo osservò che, in quei casi, la presenza di una sorella facilitava tutto, per la coincidenza del DNA e per la disponibilità che naturalmente scatta tra consanguinei; Karl gli chiese se una sorellastra aveva lo stesso valore; il medico gli disse che il margine di possibilità era alto, e che in molti Paesi si ricorreva alle sorelle, anche se con un solo genitore in comune, con ottimi risultati; quello stesso giorno, Karl si attaccò al telefono e contattò Genevieve.
Il risultato fu che, qualche giorno dopo, Sylvie ricevette una inattesa telefonata da sua sorella.
“Ciao, sorellona, come stai?”
“Io sto bene; e tu?”
“Ho sentito che non stai affatto bene per via di una storia di ovodonazione … “
“Ah, si; ma di quel problema, tu fai meglio a non occupartene … “
“Dici? Vuoi farmi capire che il problema se mi dai o no un nipotino non mi deve interessare?”
“No, non dico questo; dico che il problema devo risolverlo io, non tu.”
“Neanche se io fossi la soluzione per il tuo problema?”
“Cosa dici, come potresti essere tu la soluzione del mio problema?”
“Forse solo perché i miei ovociti, al contrario dei tuoi, sono perfettamente validi per la fecondazione.”
“Stai dicendo che potresti essere tu a darmi gli ovociti di cui ho bisogno?”
“Ti svegli, per favore? Tu hai bisogno di una donna che ti dia qualche ovulo da fecondare con gli spermatozoi di tuo marito per impiantarli nel tuo utero e far nascere il mio nipotino. Capisci che, se ti lo do io, sarebbe in parte anche figlio mio, non come io e te da piccole che mi cambiavi pannolini e mutande, ma proprio con qualche cromosoma mio, quello della pazzia per esempio. E tu vorresti cercare da qualche altra parte?”
“No, amore mio, no; non pensavo che si potesse. Ovvio che se si può ti voglio vicino a me, voglio il tuo corpo come ho la tua anima. Vieni tu qui o vengo io da te?”
“Mi hanno detto che è un procedimento alquanto laborioso; vengo io da voi; non ho impegni e sono felice di venire a casa tua, di stare con voi e di fare insieme questa cosa meravigliosa. Mamma è felicissima di sapere che faremo questa cosa; se non avesse il negozio da badare, verrebbe anche lei per stare vicine tutte e tre; ma le ho assicurato che saremo straordinariamente brave e che tra qualche mese sarà nonna. Sylvie, ti voglio bene.”
“Anche io; non so dirti quanto; non vedo l’ora di abbracciarti.”
Karl rientrava proprio in quel momento.
“Sapevi qualcosa, tu?”
“Di che?”
“Era Genevieve al telefono … “
“Che ha deciso?”
“Parte domani, viene a stare da noi e si ferma tutto il tempo necessario.”
“Quindi sarà lei la donatrice?”
“Si; non sai quanto sono felice …”
“Sai … pensandoci … non si potrebbe inseminarla per via naturale e poi fare il trapianto?”
Karl riuscì a scappare appena in tempo per evitare la scarpa che Sylvie gli aveva tirato …
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Categorie: Etero