La decisione di passare con Carlo il fine settimana mi esalta più del lecito: stavolta si tratta di una vera trasgressione, di un tradimento che va anche al di là delle stupide imprese di Pasquale con le ragazzine sempre nuove che, nonostante gli acciacchi, continua a cercare in ogni dove; in qualche modo, la mia è una prima vera fuga da tutto, anche dai figli.
Quando torna da me, dopo aver salutato la madre, gli chiedo dove pensa di andare e allarga le braccia: bisognerebbe sapere quali sono le nostre intenzioni; un posto per innamorati, gli dico subito, con un ristorante possibilmente tipico e un albergo discreto dove amarci pienamente e liberamente.
Mi accenna ad un paesino di pedemontana dove c’è un laghetto semiartificiale, insomma un posto dove alcuni amici si sono trovati meravigliosamente e che, per fortuna, non dista molto, solo una trentina di chilometri.
Prima di andare al lago, confesso una mia idea: gli dico che, prima della sfuriata, avevo pensato di andare coi miei figli a fare un giro di shopping al centro; di fronte alla sua faccia meravigliata, devo spiegargli che per la mia attività non riesco ad andarmi a comprare nemmeno le calze o le mutande, che devo acquistare tutto su catalogo e per corrispondenza o, in casi particolari, affidarmi a una segretaria che lo faccia per me; quasi per giustificarmi, gli chiarisco che anche per questo ero arrivata così tardi a ‘scoprire’ l’esistenza di slip, perizoma, tanga e brasiliane: vista la mia lentezza ad approdare a certe cose, forse è già superato l’intimo che indosso.
Sorride, naturalmente, ma con la bontà che dimostra sempre mi dice che è sufficiente visitare un centro commerciale, che per fortuna è di strada e mi posso sbizzarrire; ma mi precisa.
“Non è vero shopping perché non sono negozi di lusso, ma locali popolari dove corre la gente media.”
“Amore mio (oggi me lo permetto; oggi sei l’amore mio), io posso mandare una ragazza ad una sfilata di mode e farmi mandare a casa il capo che lei ha fotografato e mi ha mandato col telefonino; posso acquistare un negozio di lusso per avere una borsa: non voglio fare shopping di lusso, quello di Nicla, per intenderci; voglio girare tra i banconi e, nel caso, provare i capi.”
“Se scegli l’intimo, voglio verificare le prove in camerino.”
“Ma se ero nuda con te due ore fa?!”
“E vuoi mettere il gusto di guardare la faccia dei presenti quando mi apparto con una bellissima per ammirare in privato il suo intimo?”
“Insomma, vuoi esibirti?”
“No, sto scherzando; ma sono sicuro che ti divertirai anche tu.”
Il primo negozio che visitiamo è proprio di intimo, molto elegante e particolare; e, quasi per un destino fatale, la scena è quella che ha anticipato Carlo, scelgo un combinato brasiliana e reggiseno, davvero un po’ arditi, in verità; la ragazza al banco mi guarda ammirata e commenta che me lo posso permettere, col mio fisico; Carlo dice qualcosa sul colore e sul fruscio del materiale che dà il senso di una sua specifica competenza; la ragazza obietta che è proprio ideale per l’incarnato ‘della tua ragazza’; Carlo, stranamente, la riprende, ma per quel ‘tua’ che non accetta e non per il commento.
“Tina non è mia né di nessun altro; è solo una persona meravigliosa, come te che non devi sentirti di nessuno, se non di te stessa.”
“Hai ragione: è stato un mio lapsus; sai, l’abitudine; come preferisci che dica?”
“Tina è solo il mio amore.”
“Allora il tuo amore è così bella che può indossare qualunque cosa, le pietre della strada si gireranno a guardarla.”
Chiedo di provare la combinazione; me la consegna e mi indica uno sgabuzzino di compensato con un grande specchio dove mi spoglio nuda e indosso i due pezzi: mi trovo favolosa; chiedo a Carlo se può venire a verificare: in pratica, faccio il gioco che aveva minacciato e mi ci diverto pure; entra e si blocca sbalordito, ma non per finta.
“Sei straordinaria; e non solo per la combinazione che sembra disegnata apposta per te, ma perché tu sei immensamente bella e desiderabile.”
“Non fare lo stupido: entra e chiudi bene quella tenda.”
Entra e mi abbraccia con foga: l’avverto che se ci spingiamo troppo avanti, io rischio di rovinare la brasiliana con il flusso di umori e lui non può più uscire per l’evidente erezione; ridiamo come scemi e lui esce, ma una piccola folla ha tempo per vedere di sfuggita il mio corpo seminudo; si leva un mormorio vivace.
Esco indossando gli indumenti; li pago e metto in una borsa quelli di prima; a Carlo, che con gli occhi mi chiede perché, dico.
“Li hai scelti tu, piacciono a te, li indosso per te.”
Mi bacia delicatamente sulla guancia e sento tanto amore sprizzare dagli occhi.
Compriamo altre cose e dovunque mi ammirano per la mia bellezza; non mi capita spesso di essere oggetto di tanti complimenti, anche perché non ho una gran vita fuori della fabbrica; e vedo Carlo quasi orgoglioso delle frasi di adulazione che rivolgono a me, quasi fosse lui ad avere il merito della mia bellezza; ma questa mattina, almeno quello della gioia che forse mi fa più bella ce l’ha solo lui.
Mi deve strappare a quel pellegrinaggio strano tra i negozi: fosse per me, ci perderei la settimana; ma se vogliamo andare a pranzo al lago, bisogna muoversi.
Filiamo via velocemente, non c’è traffico su quella strada provinciale e in mezz’ora siamo sul posto, banalmente pittoresco, raccolto e silenzioso, con il laghetto e le montagne che vi si specchiano: un posto non da favola, ma da innamorati, come testimoniano le coppie che, numerose, si fanno ritratti e selfie sullo sfondo del lago; Carlo mi guarda furbetto e mi fa.
“Sarebbe troppo impegnativo il selfie per noi due?”
“Non credo proprio. Se e quando scoppierà lo scandalo, ci vorrà ben altro per dimostrare che questa gita è stato un grave tradimento.”
“Se parli di scandalo, devo ritenere che sarò il tuo giovane amante segreto?”
“Ti sta bene o ti va stretto?”
“Ti amo, dovunque mi sistemi ti amerò. Cercherò di esserti anche fedele, ma non posso prometterlo, specie se dovrò stare nell’ombra per lunghi periodi. Ma l’intensità del mio amore non potrà scalfirla niente.”
“So che stiamo costeggiando un burrone; ma stavolta il desiderio di amore è più forte della paura. Spero solo che non sarai la mia prossima delusione.
“E’ perfettamente inutile giurare ed anche solo parlarne; sono qui, sono tuo, anche se ho protestato contro quel possessivo, puoi farmi quello che vuoi e chiedermi la luna. Quanto durerà? Certamente non fino a una moglie megera. Forse tutta una vita. Chissà! Voglio farti ascoltare una canzone popolare spagnola: il testo è riferito a una donna matura che parla a un giovane nella sua giovinezza che lei ha amato e che sta per lasciarla … “
“Conosci ‘una noche mas’?”
“La conosci anche tu?”
“Già; e qui dovrei essere io ad elemosinare da te una notte in più, una bugia in più … “
“E invece sarò io, certamente, perché tu non potrai sottrarti ai doveri della famiglia e mi chiederai di farmi da parte.”
“Ti ho avvisato che non lascio mio marito.”
“Non mi preoccupa lui; ma i tuoi figli si, sono carogne autentiche, tu non li conosci ancora, ma temo che ti scontrerai e forse ci faremo anche male.”
“Quanto pensi che si possa dover lottare per conquistare una fabbrica e difenderla dagli avvoltoi? Io lo faccio tutti i giorni; se questa larva d’amore che stiamo coccolando anche con reggiseni e brasiliane dovesse diventare una torre da difendere, sappi che non temo nemici e non ho pietà: per il mio amore sacrifico tutti, anche i figli che mi hanno spezzato il cuore. Adesso facciamoci un selfie e andiamo a mangiare!”
Ci scattiamo un’istantanea col telefonino e la guardiamo subito, per scoprire il fascino di un grande amore dietro la luce negli occhi, nel viso, nello sguardo; ci sediamo a tavola e mangiamo con gusto pietanze tipiche affascinanti; al momento di pagare, un’ombra attraversa il viso di Carlo.
“Amore, è un dato di fatto: io sono quella che ha i soldi e sono felice di pagare, un reggiseno bello che tu hai scelto per me ed ammirato per primo, oppure un pranzo meraviglioso consumato amorevolmente in un ambiente da veri innamorati. Ti prego di non farti problemi; non mi stai sfruttando e caverò gli occhi a chiunque lo insinui!”
Ho già avvisato per la camera e il cameriere mi porta la chiave, insieme al conto; gli consegno una carta di credito e dico di pagare da lì tutto quello che ci competerà; prendo Carlo sottobraccio e mi avvio alla porta dell’hotel.
“Vuoi riposare o fare l’amore?”
“Voglio fare l’amore, ma a modo mio che sono certo sarà anche il tuo.”
Entriamo nella camera e Carlo si spoglia da una parte del letto, io dall’altra; sistemiamo gli abiti ordinatamente e ci stendiamo sul letto di vecchio stile con testiera in ferro; stiamo per un po’ a guardare il soffitto, poi mi giro verso di lui e lo guardo per capire cosa vuol fare; mi prende per un braccio, mi tira a sé, mi abbraccia e mi fa accoccolare contro di lui, rannicchiata in posizione fetale.
“Per un poco voglio fare l’amore così, ascoltare il calore del tuo corpo vicino al mio, abbracciarti e toccarti dappertutto tranne che su punti erogeni, voglio comunicarti tutto il bene che ti voglio, attraverso la pelle a contatto con la tua, senza nessuna necessità di entrarti dentro o di stimolare la tua sessualità; fra poco potremo anche accarezzarci sensualmente e cominciare ad amarci con tutto il corpo; per ora voglio stare così, come questo posto, in bellezza e dolcezza assoluta, silenziosa.”
“Ti amo. Posso baciarti?”
“Ti amo. Posso accarezzarti tutta?”
Ci scateniamo all’improvviso come due ragazzini in tempesta ormonale: le sue mani corrono sulla mia pelle e la carezzano lievemente nei punti più segreti, più nascosti; mi bacia sotto le ascelle, dietro le ginocchia, sotto le natiche, sulle spalle, lungo la spina dorsale; poi mi sale addosso e si distende completamente su di me facendo coincidere ossa muscoli e ghiandole; ho provato quasi vergogna mentre mi baciava punti che nessuno mai prende in considerazione, ascelle, ginocchia e dita dei piedi; e mi sento stranamente veleggiare mentre verifico le distanze tra il suo corpo e il mio, mani, gambe, fianchi, ventre, ombelico, torace e viso; ha un modo di amare, quest’uomo (questo ragazzo, forse) che mi sconvolge e rischia di farmi sentire sempre più innamorata; lo ribalto a forza, lo pianto sul letto e mi impalo sul sesso che ha sempre tenuto immobile tra le mie cosce.
“Ti amo, Carlo. Prendimi, fammi fare sesso, amami, fammi fare l’amore; fai tutto quello che sai per farmi sfiorare il paradiso; l’inferno lo troveremo a casa, dopo. Ora siamo solo io, tu e il nostro amore. Non avrei mai pensato di arrivare a tanto; eppure ci sono e non nessuna voglia di tornare indietro: fammi sentire il tuo amore in tutto il corpo!”
Ci eravamo ripromessi di limitarci ad amarci dolcemente, senza aggressività, solo ascoltando il calore del corpo dell’altro; passiamo l’intero pomeriggio a letto, senza uscire un attimo nemmeno al balcone; Carlo deve fare appello a tutta la sua esperienza di amante, che non è stata nemmeno tanto piccola, per farmi attraversare tutto il noto e l’ignoto del sesso e mettere in pratica tutte le alternative possibili alla penetrazione in vagina: ogni volta quasi mi spavento di fronte alle nuove proposte; ed ogni volta mi scopro a desiderare di ripeterle: nel mio delirio di innamorata, attribuisco questa mia adesione entusiastica alla dolcezza di lui; e più volte deve ricordarmi che le cose non vengono fuori se non le abbiamo dentro.
Quando gli chiedo perché non siamo riusciti a restare al di qua del sesso, dentro il nostro amore puro, irreale, astratto, mi ha spiegato che, come è disumana l’idea stessa del sesso senza amore che molti giovani sostengono (tra i cui i miei figli), allo stesso modo è improponibile l’amore senza sesso, come d’altronde si legge già nei classici per i quali ogni cosa perfetta è fatta di materia e spirito insieme.
“L’amore troppo spirituale diventa letteratura; se si carica di sesso, di materialità, diventa umano: per questo, mentre ti proponevo un amore etereo, ideale, in certo modo astratto, sapevo che i corpi mi avrebbero sconfessato e cercato la fisicità che rende vivo l’amore.”
“A questo punto, cominci a farmi rabbia tu e mi odio io per aver sacrificato la tua cultura alla fabbrica!”
“Amore, mia madre ha bisogno del mio aiuto; io ti ho chiesto di farmi assumere; anzi, per mia fortuna te lo ha chiesto Nicla che adesso rimpiangerà di averci fatto conoscere; lei sapeva che sono in pessime acque e che mamma fa sforzi enormi per rimanere a galla. Anche per questo il nostro amore è un assurdo: come minimo, penseranno che recito il Romeo per farmi foraggiare e risolvere i miei problemi economici. Ma io, oltre a vergognarmi quando vedo che devi pagare sempre tu, ti avverto che se solo ti azzardi ad offrirmi un centesimo, giuro che ti cancello dalla mia vita.”
“Cosa succederà se un giorno incontro tua madre?”
“Succederà che scopri che c’è una donna che mi adora come tu non potrai mai fare e che sta consumando i suoi giorni aspettando che io trovi il mio posto nel mondo.”
“Quello, a sentire i tuoi capi, ce l’hai già per le tue qualità e per i tuoi meriti, senza dover copulare con la padrona. Oltre a scoprire che ti ama alla follia, cosa devo aspettarmi da una donna a cui rischio di rubare il figlio prezioso?”
“Troverai un vecchia che ha la tua età e il fisico di tua nonna, perché si è logorata tutta una vita; troverai la saggezza e l’equilibrio in una persona che non perde mai la calma e che ha sopportato con pazienza tutti i colpi della vita. Troverai l’unica persona che può essere mia madre, ti assicuro.”
“Io spero proprio di incontrarla, prima o poi, e comunque si evolverà la storia del nostro amore.”
Il week end si consuma in un autentica sarabanda di suoni, di colori, di corpi che si intrecciano, di sesso che esplode da tutte le parti del corpo; nella notte di sabato, mancano solo i fuochi di artificio che però noi sentiamo e crediamo di vedere mentre ci amiamo come bestie allo stato brado che sfruttano le poche ore dell’estro della femmina per accoppiarsi quante più volte è possibile; facciamo sesso come se non ci dovesse essere un domani e veramente rischiamo di restarci per un infarto, alcune volte.
Poi anche la ‘bella vacanza’, come tutte le cose, finisce e rientriamo ciascuno a casa sua; trovo Pasquale mezzo intontito dall’alcool che si rivolta in bagno nel suo stesso vomito; mi chiedo perché non decido di lasciare persone così squallide come lui e i nostri figli per costruirmi una nuova vita altrove, in un’isola ai Caraibi, per esempio; ma poi ci rifletto e capisco che è solo l’impietoso confronto che mi rende tanto insofferente; quando mi sarò calmata, anche il tasso della mia pazienza sarà più alto.
E’ passato quasi un anno dalla mia vacanza sul lago: io non ho lasciato Pasquale anche se diventa più insistente la domanda ‘perché non ti decidi’, di fronte alle miserie di cui si rende protagonista; Nicla ha trovato lavoro in un’azienda concorrente alla mia (naturalmente, me l’aspettavo); Francesco si lamenta con suo padre che i soldi non gli bastano, ma non mi ha più rivolto la parola, come sua sorella; Carlo è il mio giovane amante sempre meno segreto, visto che ormai in tutte le fabbriche che dipendono da me ogni operaio, ogni impiegato, tutti sanno con esattezza dove quando e come ci incontriamo per fare l’amore e nessuno trova checché da ridire, anche perché professionalmente lui è impeccabile e dimostra ogni giorno di più di meritare il ruolo che svolge.
L’aria di crisi che avanza ingombra ormai tutti gli spazi di attività e diventa sempre più difficile tenere insieme una struttura che si fonda su piccole unità consociate; le richieste di assorbimento e di ristrutturazione si fanno pressanti e comincio a temere che dovrò cedere; su consiglio subdolo dei miei legali, comincio ad accumulare in banche offshore capitali per assicurarmi una buona vecchiaia, se la crisi dovesse prendermi alla gola: so che non è corretto e forse è anche disonesto; ma à la guerre comme à la guerre e cerco comunque di salvare il sedere: forse, la soluzione meno dolorosa sarà cedere tutto ad una multinazionale, quanto meno per appianare i debiti e forse per garantire l’occupazione.
L’episodio più duro, però, in quel frangente, è la morte della mamma di Carlo, stroncata dalle fatiche di tanti anni di stenti, proprio quando il figlio sarebbe stato in grado di garantirle la vecchiaia; la notizia mi coglie tra capo e collo e mi stronca, per un momento; chiamo Carlo e gli chiedo come sta; sta male, inutile dirlo specialmente a me che so quanto amore avesse per lei, certo più che a me; mi precipito a casa sua e lo trovo circondato dagli amici, perfino i miei figli; appena mi vede, lascia tutti con uno strattone e mi si precipita in braccio; lo bacio con tutto l’amore che provo e che sento di dovergli; lo accarezzo a lungo sulla testa che ha appoggiato sulla mia spalla mentre piange.
“Amore, so che non è il momento, ma devo dirtelo. Non ce la faccio più senza di te. Ora che tua mamma non c’è, non hai scuse; noi andiamo a ricostruirci una vita da un’altra parte, in Svizzera per esempio, così potrai venire spesso a farle visita al cimitero. Ma adesso ti voglio tutto per me e, se mi ami, devi venir via con me.”
“Tina, lasciami sfogare il dolore, abbi pazienza qualche giorno; poi andremo via insieme e, stavolta, in barba alla filosofia libertaria, tu sarai solo mia ed io sarò solo tuo, per sempre. Ti amo, Tina; e so che mamma mi approverebbe.”
“Anche io ti amo, con tutto il cuore.”
Lo lascio andare e sento che Nicla borbotta qualche cosa, ma non mi curo di capire.
La guerra è solo agli inizi e già i colpi arrivano pesanti da ogni parte; comincio dal lavoro e mi organizzo per la cessione ad una multinazionale, operazione che richiede tempo, astuzia, delicatezza e segretezza: nessuno deve sapere niente fino alla firma dei protocolli, per evitare manifestazioni di protesta, interventi dall’alto e cose simili; ma devo difendermi anche dai miei perché alcune avvisaglie mi dicono che mirano ad attaccare il patrimonio mio personale, ignari che da qualche mese è già al sicuro nel caveau di una banca svizzera; e devo badare anche alle malelingue che cominciano a far serpeggiare strane, malefiche notizie tese a disturbare i rapporti tra me e Carlo: non escludo che dietro ci sia lo zampino di Nicla e telefono a Carlo per metterlo sull’avviso; mi rassicura e mi dice che fra due giorni, se voglio, posso dare il via alla nostra fuga: ha deciso e viene a vivere con me, con la speranza di restarci per sempre.
Mesi di estenuanti trattative hanno portato vicino all’esito favorevole della cessione dell’Azienda ad una multinazionale ma mi rendo conto che tutta la pratica mi ha decisamente debilitata, esaurendo tutte le mie energie; avrei urgente bisogno di riposarmi, quando mi arriva la telefonata di Pasquale che mi invita a un colloquio chiarificatore in casa a cui parteciperanno anche i nostri figli; gli rispondo piccata che in quella casa io ci vivo da sola da anni ormai, visto che lui passa le notti nei locali più malfamati della città ed i figli non ricordano neppure più l’indirizzo; comunque, ci sarò anch’io, in buona compagnia; avverto il capo dell’ufficio legale e gli chiedo di essere presente alla riunione; chiedo a Carlo se se la sente di essere con me all’ultimo atto della sceneggiata familiare; naturalmente, accetta: è molto più combattivo di quello che credevo, il mio giovane amore!
Passo la mattinata a studiare con l’avvocato le possibili soluzioni della vertenza e concordiamo il piano d’azione; nel pomeriggio, assemblea generale del personale al quale viene comunicata la cessione dell’Azienda alla Multinazionale, fatti salvi i livelli occupazionali, i quadri e le remunerazioni; per buona sorte, tutti dichiarano che l’accordo è conveniente e risolutivo; naturalmente, l’unica che perde ruolo e posto sono io, ma era tutto calcolato nella mia strategia; quando se ne rende conto, Carlo mi guarda sorpreso: gli faccio cenno di avvicinarsi e gli sussurro.
“Tra qualche giorno partiamo per Lugano; ho già preso una casa. In fondo ci perdo la liquidazione perché su quella gli avvoltoi si lanceranno, ma dovranno accontentarsi. Non preoccuparti e fidati.”
“Tina, io non sono disposto a fare il mantenuto, né in Italia né in Svizzera né in capo al mondo.”
“Evidentemente, non è vero che il cavalier servente è disposto a tutto per la gentil donzella: c’è sempre qualcosa al di sopra dei suoi limiti.”
“Ti prego, amore, non ricattarmi così!”
“Stupido! Che ricatti?!?! A Lugano stanno già svolgendo le pratiche per aprire una mia piccola attività; tu, per non essere ancora mio subalterno, hai un colloquio fissato con un’altra industria: sei così bravo che potranno solo prenderti. Così non dipenderai da me e potrai lasciarmi quando vorrai.”
“Ma che storie vai dicendo?”
“No, amore, non sono storie. In questa vicenda chi rischia tutto sono io. In Svizzera, se tu decidessi di lasciarmi, mi troverei senza famiglia, senza affetti e sola col mio lavoro. Ma io so che non mi lascerai o forse lo spero tanto che ne sono convinta; e se anche dovesse succedere, credo che resterò abbastanza combattiva almeno per molti anni a venire. Adesso cerchiamo di pensare alla grande battaglia che ci aspetta. Sei sicuro di voler essere al centro dello scontro?”
“Si; forse hai la sensazione di una mia debolezza, ma è solo sensazione. Il mio amore per te è saldo e convinto più del primo giorno; se c’è da lottare, lo faremo, insieme, con ogni energia; e stai certa che, se non ci uccidono fisicamente, non vinceranno.”
Alle due del pomeriggio faccio un ultimo giro per salutare i collaboratori più stretti e lascio definitivamente il mio ufficio, accompagnata dalle lacrime di qualche segretaria; all’ingresso mi aspetta Carlo che mi chiede cosa voglio fare; l’appuntamento con i miei è alle cinque, ma so che la casa è vuota: gli propongo di andare a imboscarci nella camera degli ospiti, dove già siamo stati una volta; per lui va benissimo; saliamo in macchina ed in una mezz’oretta sono a casa mia e andiamo direttamente nella camera degli ospiti; mi vado a sedere sul letto e gli tendo le braccia: capisce che voglio amore; chiude a chiave la porta, mi viene vicino e si siede accanto a me; sappiamo tutti e due che mi addolora profondamente quello che sto per fare: mi bacia dolcemente il viso, per comunicarmi che è con me e che da quella distruzione sta per nascere la nostra nuova vita; ho bisogno di sentire che è mio, che gli appartengo e che stiamo per essere felici, forse.
Lo faccio alzare, gli sbottono i pantaloni, li faccio scorrere a terra con i boxer e afferro il sesso, che mi spalmo sul viso, ne aspiro l’odore maschio e lo lecco delicatamente per sentirlo vibrare sulle labbra; lo spingo in bocca, oltre i denti e lo assaporo per sentirne il gusto eccitante; muove il bacino e me lo spinge verso la gola; lo lecco tutt’intorno mentre lo lascio scivolare verso l’ugola; comincio a muovere la testa per farmi montare in bocca ricavandone l’eccitazione che sempre mi dà e gli orgasmi, lievi, frequenti, che mi provoca con il sapore forte e i nodi che stimolo continuamente.
“Vuoi che godo nella tua bocca?”
“No; fai quello che senti, ma se ti riesce, cerca di toccarmi tutti i punti erogeni del corpo, fammi sentire che ti appartengo, fammi godere con tutte le fibre.”
Mi possiede in bocca con forza e quasi mi soffoca; sento che mi domina e mi sottometto volentieri alla sua aggressione; non l’ho mai sentito così volitivo e così potente; alzo lo sguardo e incontro il suo mentre mi pompa in bocca: ha negli occhi un amore infinito che mi trasmette attraverso il sesso; prendo a masturbare fuori dalla mia bocca e gli tengo tra le labbra solo la cappella; lo sento tendersi, scuotersi, tremare; temo che stia per eiaculare e rallento il ritmo, tiro fuori la verga e gliela titillo con le mani, partendo dalla radice e accarezzandolo fino al frenulo.
“Hai deciso di farmi morire? Non vuoi che ti penetro in vagina?”
“Si che ti voglio; adesso prendimi da dietro e fammelo sentire nel ventre come lo hai fatto sentire in bocca.”
Finisce di spogliarsi e spoglia pure me buttando gli abiti dove capita; mi solleva, mi fa girare e mi piega il busto verso il letto; gira dietro di me, sollecita con il dito medio la fessura, la apre, mi titilla un poco il clitoride e, quando mi sente bagnata, infila il membro in un sol colpo fino a farlo sbattere contro la cervice; urlo di passione un ‘ti amo’ che risuona per la casa.
“Eccoti tutto il mio amore, Tina, ti voglio, sei mia, prendi!!!!”
L’eiaculazione è lunga, intensa, piena d’amore; ed io la assaporo con la gioia che solo l’amore con Carlo mi sa dare; sento un languore che mi scioglie il corpo, che mi ribalta stomaco e ventre, che mi fa urlare e piangere, all’improvviso; si spaventa, mi solleva, mi torce la testa e mi bacia gli occhi.
“Perché piangi, amore?”
“Non lo so; piango per me, per te, per noi, per la nostra vita nuova; e forse piango anche per l’azienda che ho dovuto cedere, per questi anni di lavoro che ho dovuto cancellare; forse piango perché sto per fare del male a persone che per venti anni sono state la mia vita. Non lo so perché piango. Lasciamelo fare; poi forse scopriremo perché. Soprattutto, però, sono profondamente innamorata di te e piango di gioia perché finalmente mi possiedi e ti possiedo come sogniamo da ormai due anni.”
Qualcun altro deve essere entrato in casa perché si sentono sordi rumori dal salone; deve essere Pasquale, perché non so se i figli siano ancora in possesso delle chiavi e non si è sentito il campanello.
Dico a Carlo di non curarsene e di farmi ancora tanto amore quanto ne ha; mi accarezza dolcemente e si dedica alle mie tette; le accarezza e le lecca, succhia i capezzoli mi bacia sulla bocca; mi perdo dentro le sue carezze e riesco solo a tenermelo stretto quasi temessi di perderlo; mi stringe al petto, quasi a scaldarmi e mi torna in mente l’albergo, al lago, e il tentativo di amarci senza fare sesso: impossibile, mi dimostrò allora; ed anche stavolta membro e vulva reagiscono al’unisono, lui rizzandosi allo spasimo; e lei vibrando fino a inondarsi di nuovo di umori.
Riprende a possedermi, stavolta carponi sul letto; mi chiede se lo voglio nel didietro; gli dico di si; mi lecca a lungo l’ano, raccoglie gli umori della vagina e li usa per lubrificare il canale rettale; poi mi penetra delicatamente; gemo e respiro assorbendolo nel ventre; un colpo alla maniglia è il segno che Pasquale cerca di entrare in una stanza che non ha mai frequentato.
“Tina, sei qui?”
“Si, sono qui e ho da fare. Vattene!”
Si allontana in silenzio; spero che abbia capito, anche se per la sua mentalità non è possibile che io abbia un altro uomo e che ci stia facendo l’amore nella nostra casa; faccio segno a Carlo di non badare e di farmi fare l’amore; picchia con foga e passione per un po’, poi mi allaga l’intestino; non possiamo più imboscarci e decidiamo di uscire allo scoperto; apro la porta e andiamo nel bagno di servizio per lavarci; torniamo nella camera, ci rivestiamo e andiamo nel salone dove troviamo lui seduto poltrona.
“Allora, è questo il tuo amante?”
“Questo è il mio compagno ed il mio amore vero. Domani chiedo la separazione e in due anni avrò il divorzio.”
“Ti farò una guerra che non t’immagini: non riuscirai a liberarti di me a poco prezzo e rapidamente.”
“Chiederò la separazione per colpa e presenterò i referti degli investigatori che per anni ti hanno intercettato, fotografato, filmato; come si dice al paese che una volta era il nostro, te ne andrai con una mano davanti a una dietro; e non avrai un centesimo da me, quando dimostrerò quanto hai sperperato del denaro che io guadagnavo e tu consumavi con le quattro sciacquette che ti abbindolavano.”
“Vedremo chi è meglio.”
“Già … detto da uno che ricorre al Viagra a poco più di cinquant’anni, promette bene.”
“Io non prendo il Viagra!”
“I filmati e le foto dicono di si.”
“Mi hai fatto sorvegliare?!?!”
“Già, poveretto: sei stato anche sorvegliato.”
Bussano alla porta; sono i figli e chiedono di cominciare; dico che non si può, manca qualcuno; bussano e il mio legale entra; ci sediamo intorno al tavolino per i dolci e chiedo chi vuole cominciare: come prevedibile, apre il fuoco Nicla.
“Visto che hai deciso di fare un’altra vita, chiudi con la vecchia e facciamo i conti.”
“Avvocato, relazioni.”
“Non c’è da relazionare; l’Azienda è fallita ed è stata venduta; la signora ha perso il posto e tutto il suo patrimonio; resta solo la liquidazione, quando sarà erogata. Anche le case, tutte quante, sono state vendute per fare fronte al fallimento, quelle a Milano occupate rispettivamente da ciascuno di voi e quella al mare.”
“Come? Hai venduto la mia casa?”
“Se fosse stata tua non avrei potuto; poiché il documento di proprietà diceva che era mia, come quella di tuo fratello e questa che abitavamo io e tuo padre, ho potuto vendere tutto e salvare la faccia nel fallimento.”
“Quindi, adesso che fai?”
“Me ne vado altrove, forse all’estero e vado a rifarmi una vita.”
“Col tuo ganzo?”
“Col mio amore!!!!!”
Francesco ha gli occhi lucidi.
“Mamma, non puoi lasciarci così!”
“Ti ho già pregato, per questo: in certi casi, chiamami Tina, chiamami prostituta, chiamami troia ma non azzardarti a sporcare il nome di mamma che sulla tua bocca diventa eresia!”
“No, tu sei mia mamma e sei stata anche mia amica; anche Carlo è mio amico e non ho niente contro di voi; ti voglio bene, vi voglio bene e me ne vado, ma solo vorrei che per un’altra volta mi considerassi tuo figlio, mi perdonassi le stupidaggini che ho fatto e mi abbracciassi come un figlio. Solo questo ti chiedo.”
Naturalmente, l’intervento di Francesco mi spacca il cuore e non avrei il coraggio di tenere la posizione; ancora più ovviamente, è Carlo a spiazzarmi; va verso Francesco e gli tende la mano, l’altro si alza e l’abbraccia; Carlo lo spinge verso di me.
“Stupido, devi essere tu ad abbracciarla e non ti respinge, lo sai bene.”
Viene ad abbracciarmi e lo accarezzo sulla testa.
“Hai avuto quel posto di lavoro?”
“Si, mamma; grazie per l’aiuto; adesso ho anche una fidanzata che amo tantissimo; se la casa è venduta, vado a vivere con lei dai suoi. Mi piacerebbe che la conoscessi.”
“Forse un giorno … Chissà … “
Nicla scatta.
“Che storia è questa?”
“L’ho già detto a tuo padre. Da domani mi trasferisco in Svizzera dove ho un’offerta per ricominciare. Chiederò separazione e divorzio. Vado a vivere con Carlo. Non so se tornerò mai più; non c’è niente che mi lega all’Italia, adesso.”
Carlo non sa stare zitto.
“Per favore, non dire cose non vere; potresti pentirtene. Ti lega a Milano la tomba di mia madre che io visiterò spesso e vorrei che tu fossi con me, sempre. Ti lega a Milano Francesco che avrà una famiglia che tu vorrai conoscere, specialmente se dovesse venire un nipote. Ti lega a Milano Nicla, che ami e al tempo stesso odi troppo per dimenticarla. Andremo a stare a Lugano e in due ore puoi essere qui anche ogni settimana. Il sangue lo puoi masticare, ma non illuderti di poterlo sputare.”
“Maledetto il giorno che vi ho fatto incontrare e la scommessa stupida che facemmo.”
“Che stai dicendo?”
“Hai dimenticato che Carlo te l’ho presentato io? Avevo scommesso che ti avrei fatto fare sesso con Luigi, ma questo imbecille si innamorò appena ti vide ed è andato sempre peggiorando; fra poco mi toccherà chiamarlo anche papà se, dopo il divorzio, doveste decidere di sposarvi. Te l’immagini, Carlo, io che ti chiamo papà?”
“Un momento, porca miseria: tu scommettevi sulle corna che mi avresti fatto fare a tuo padre? Sei stata proprio una grande troia, permettimi. E tu veramente ti sei innamorato a prima vista e me l’hai detto solo quando ti ho costretto?”
“Senti, mamma, e bada che stavolta non mi va proprio di chiamarti Tina: sto per perderti e non voglio che te ne vada odiandomi; dunque, mamma, io ho fatto enormi stupidaggini, che ho nascosto sotto stupidaggini più grosse da nascondere sotto stupidaggini disumane; poi, come vedi, emergono tutte come la cacca quando si scioglie la neve, mi pare che al tuo antico paese si dica così; le ho fatte e non c’è rimedio; a parziale scusante, hai imparato ad amare, hai trovato il tuo uomo, quello vero, non la larva che avevi sposato, e ti ho costretto a cambiare qualche cosina, per lo meno il tipo di mutande o il pelo dell’inguine. Non sono capace di chiedere perdono, neanche quando il torto é marcio e conclamato. Però non ti azzardare a pensare che non ti voglia bene: non avrei potuto ispirarti l’amore se non ti avessi amato sul serio. Non mi abbandonare per sempre; lasciami un margine per sperare che litigheremo ancora. Se vi sposate, non mi invitare. Non ci verrei.”
(continua)
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