Era una afosa giornata di agosto e Martina si stava preparando per recarsi in università in vista di un importante esame che avrebbe sostenuto in tarda mattinata; avendo ricevuto una soffiata riguardo chi sarebbe stato l’assistente che l’avrebbe esaminata decise di recarvisi con largo anticipo e abbigliata in modo decisamente provocante sperando di avere un incontro fortuito con il suo esaminatore e di ottenere così favori in vista dell’esame.
Dopo averci riflettuto a lungo la sera prima Martina decise di indossare una magliettina bianca che le lasciava scoperte le braccia abbinata ad una minigonna esageratamente corta; mise inoltre ai piedi i suoi stivali a gamba lunga preferiti, sfidando il caldo torrido e i sorrisini di scherno che già immaginava campeggiare sui volti delle sue perfide compagne di università.
Non si era mai posta particolari problemi sul modo di vestire a dire il vero, ma sebbene se ne infischiasse sempre del giudizio delle altre ragazze questa volta sentiva che c’era qualcosa di diverso; sapeva bene lei stessa che, una volta più che mai, il suo modo di vestire sarebbe stato totalmente e vergognosamente fuori luogo ed ambiva ad un evidente secondo fine.
Il primo a vedere Martina fu un suo amico che avrebbe sostenuto l’esame quello stesso giorno e venuto a prenderla in macchina per accompagnarla all’università.
Martina si fece trovare già pronta sulla strada sotto casa dopo aver ricevuto un messaggino sul cellulare dall’amico che le diceva sarebbe arrivato di lì a pochi minuti.
Quando arrivò sotto casa di Martina fece fatica a credere ai suoi occhi vedendola vestita come un’autentica sgualdrina, tanto che la prima cosa che si chiese dentro di se era come potesse una ragazza essere così spudoratamente troia.
Abbassò dunque il finestrino e accostò davanti a lei; “Solo bocca quanto vuoi?”, le disse ridendo.
Martina aprì la porta, salì in macchina e richiuse con forza la portiera.
“Coglione!”, disse ridendo a sua volta colpendolo con un pugno sulla spalla.
“Stai andando all’esame o a farti sbattere da qualcuno?”, proseguì lui visibilmente eccitato.
Sebbene scherzasse sull’averla scambiata per una prostituta, qualche soldo per darle una botta glielo avrebbe sganciato più che volentieri; del resto la ventitreenne Martina era decisamente una ragazza bella ed attraente e per il suo amico risultava esserlo ancora di più da quando si era fatta accorciare i capelli e portava la frangia, mosso anche dalla sua personale convinzione che le ragazze con la frangetta fossero le più porche in assoluto
Arrivata presso l’istituto Martina salutò i pochi conoscenti già presenti sul posto; mentre i ragazzi già se la scopavano con gli occhi le ragazze si lanciavano occhiatacce a vicenda, pronte a commentare il modo in cui Martina aveva deciso di vestirsi non appena lei si fosse allontanata.
E così fu; nonostante Martina non riuscisse a sentire ciò che i ragazzi e le ragazze si dissero, ebbe un misto di eccitazione e vergogna immaginando i discorsi degli stessi su di lei mentre si allontanava verso i corridoi dell’istituto alla ricerca del suo esaminatore.
Nella sua testa rimbombavano ipotetici dialoghi che si stavano scambiando su di lei; quante volte avrebbero utilizzato il termine puttana, sgualdrina, succhiacazzi, rottainculo, il tutto contorniato da risolini di scherno.
La cosa che probabilmente la eccitava ancora di più è che quel giorno sentiva di meritarsi ogni singolo insulto come mai le era capitato prima.
Martina si ridestò dai suoi pensieri quando finalmente riuscì a scorgere il suo esaminatore intento a parlare con altri docenti.
Si trattava di un uomo sulla trentina, alto, magro e con una folta barba; era proprio come le era stato descritto, non poteva che trattarsi di lui; ad una prima visione Martina non ne rimase granché entusiasta paragonandolo subito nella sua testa ad un di quei manifestanti del movimento no-global, di quelli che vanno in giro a fare casino nelle piazze per difendere i propri ideali.
“Buongiorno”, le disse imbarazzata avvicinandosi a lui e sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio non appena il suo esaminatore si fu congedato dai suoi interlocutori.
“Buongiorno signorina”, rispose lui squadrandola da capo a piedi.
Martina era ora imbarazzatissima ben sapendo di essere vestita in maniera poco consona rispetto al luogo in cui si trovava.
“Ho saputo che seguirà lei il mio esame”, disse Martina rossa in volto sfoderando il suo sorriso migliore; “chi le ha detto questo, signorina?”, rispose lui schiarendosi la voce.
“Mah…un uccellino”, rispose lei ancora sorridente; “deve averne presi tanti lei di uccellini”, replicò lui quasi sottovoce tornando a squadrarla con lo sguardo.
Martina fece finta di non aver capito ma quelle parole la fecero eccitare in modo particolare sebbene non si sentisse per nulla fisicamente attratta dall’uomo che aveva dinnanzi a se.
“Mi dica il suo nome prego”, le chiese; Martina gli riferì quindi nome e cognome.
“Ebbene sì, seguirò io li suo esame”, disse quindi l’esaminatore alzando leggermente il tono di voce dopo aver controllato un plico di fogli che teneva in mano; “ma non si aspetti che le dica le domande che ho intenzione di farle”, aggiunse ridendo.
“Non sono qui per questo…volevo solo…ehm…solo vedere che tipo di persona era, tutto qui…sa…sono un po’..ansiosa”, disse Martina con la voce che a tratti le tremava.
“Non si preoccupi, stavo scherzando”, rispose l’uomo; “venga, mi segua”, aggiunse facendo cenno con la mano alla ragazza di seguirlo.
L’esaminatore accompagnò Martina in una piccola aula e si chiuse la porta alle spalle, quindi prese posto su una sedia di fronte ad una scrivania mentre Martina rimase in piedi di fronte a lui.
“Mi dica signorina…quante ragazze pensa abbiano provato ad usare i suoi stessi trucchetti con il sottoscritto?”, le domandò; “non capisco…di cosa parla?”, replicò Martina.
“Sa benissimo di cosa parlo”, ribatté l’esaminatore accendendosi una sigaretta in barba al cartello di divieto che campeggiava sopra la sua testa ed appoggiando i piedi sulla scrivania.
“Perché si è vestita così?”, le chiese quindi appoggiando l’accendino sulla scrivania di fronte a se e cominciando a dondolarsi sulla sedia senza staccarle gli occhi di dosso.
“Per gli stivali dice? Beh perché mi piacciono…diciamo che è il mio stile”, rispose lei cercando per l’ennesima volta di nascondere un imbarazzo che risultava essere sempre più evidente.
“Risposta sbagliata”, disse l’esaminatore prima di un lungo tiro di sigaretta; “se questo fosse il suo esame partiremmo decisamente male..provi ancora, su”, aggiunse.
“Beh, perché…perché mi piace essere un po’ provocante…al centro dell’attenzione, ecco”, replicò lei sentendosi incalzata.
“Adesso cominciamo a ragionare”, rispose l’esaminatore spegnendo la sigaretta sulla gamba della scrivania e gettando il mozzicone a terra.
“Lo sa cosa serve per venire in un’università vestita così?”, le chiese;“non saprei…cosa serve?”, rispose Martina.
“Me lo dica lei cosa serve, signorina, avanti”, replicò lui indispettito.
Martina rimase per un attimo a pensare guardandosi intorno ed avvicinando l’indice della mano destra alla bocca; “beh…ehm…coraggio?”, ipotizzò rompendo il silenzio della stanza.
“Coraggio?”, ribatté il professore come incredulo della sua risposta; “ehm…no?”, replicò lei titubante.
“Quindi secondo lei per conciarsi così in un luogo pubblico ci vuole coraggio..”, disse lui; “lo sa cosa ci vuole invece, secondo me?, aggiunse.
“Non saprei…che cosa?”, disse Martina impaurita ed eccitata allo stesso tempo immaginandosi la risposta che avrebbe ricevuto di lì a poco.
“Beh secondo me…”, cominciò a dire l’esaminatore accendendosi un’altra sigaretta; “secondo me serve essere proprio una gran troia“, riprese a dire soffiando poi il fumo in direzione della ragazza.
“Lei crede?”, rispose Martina fingendosi risentita; “lo credo…eccome se lo credo…”, replicò lui aspirando l’ennesimo tiro.
“Allora, mi dica…quanto le piacerebbe prendere all’esame?”, le chiese poi l’esaminatore.
“Beh…sono una che punta sempre al massimo…30 ovviamente”, rispose Martina con aria di sufficienza.
“30…”, ribatté il professore sorridendo senza toglierle lo sguardo di dosso; “e magari vuole anche la lode”, aggiunse ridendo.
“È una incontentabile lei…si vede subito”, disse ancora; “crede di essersi preparata a dovere per ottenere il massimo dei voti?”, aggiunse.
“Credo di si, insomma…”, rispose lei; “crede di essersi fatta abbastanza il culo per meritarsi un 30?”, la incalzò lui posando lo sguardo sul fondoschiena di Martina costretto nella sua corta minigonna.
“È strano, lo sa?”, proseguì lui alzandosi in piedi; “di solito le ragazze che vengono da me a implorare pietà più che essersi fatte il culo sono disposte a farselo fare”, proseguì con un basso tono di voce che per Martina risultò essere molto sensuale al punto che le sembrava quasi di iniziare a sentirsi bagnata.
“Adesso mi dica”, continuò lui; “cosa è disposta a fare per ottenere il massimo?”, disse.
“Quello che vuole lei, professore…”, rispose Martina avendo capito che i suoi intenti erano ormai chiari ed abbassando lo sguardo verso terra.
“Mi guardi negli occhi signorina”, la rimproverò subito l’esaminatore; “si metta bene in testa una cosa…io non costringo nessuno, se vuole uscire ora quella è la porta”, disse indicandole l’uscita.
“Se vuole se ne può andare, avrà comunque la possibilità di prendere il suo cazzo di 30 facendo un esame impeccabile..se non si sente abbastanza preparata invece, rimanga pure qui…ma sappia in ogni caso che si tratta sempre e solo di una sua scelta…allora, cosa ha intenzione di fare?”, proseguì.
Martina rimase esitante per un momento, ferma immobile davanti all’esaminatore che manteneva fisso lo sguardo su di lei.
“Se rimango qui cosa…cosa dovrei fare?”, rispose Martina; “cosa pensi che possa volere da una ragazza come te?”, le rispose lui sorridente guardandola negli occhi.
“Aggiunga il fatto che sono scapolo”, disse ancora ridendo mentre Martina restò impassibile sopraffatta della situazione in cui si era cacciata.
“Sarebbe riduttivo dire che vorrei del sesso orale, signorina”, disse ancora l’uomo; “più che altro, mi piacerebbe giocare un po’ con lei..”, aggiunse.
“Va bene”, rispose Martina con un filo di voce abbassando nuovamente lo sguardo verso terra.
“Le ripeto per l’ultima volta che è libera di andarsene quando vuole, ma se vuole continuare a giocare le regole del gioco le impongo io, intesi?”, replicò lui.
“D’accordo”, rispose Martina.
“Adesso si metta a quattro zampe”, le disse l’esaminatore; “c-cosa?”, rispose Martina.
“Partiamo male signorina…molto male”, disse lui scuotendo la testa in tono rassegnato; “ha capito benissimo, avanti”, aggiunse.
Martina si prese qualche secondo per pensarci, quindi si piegò sulle ginocchia e come da richiesta si posizionò a quattro zampe sul pavimento.


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