Al termine di una faticosa giornata lavorativa andai subito a casa e dopo aver cenato mi sdraiai sul divano con l’idea di bermi una bella birra ghiacciata davanti alla tv.
Non avevo infatti altri impegni in programma per la serata, almeno finché il mio cellulare non squillò; erano le 22.00 circa.
Il numero sul display era sconosciuto.
“Pronto?”, risposi.
“Quello stronzo è uscito con gli amici!”, disse la voce dall’altra parte.
Non poteva che trattarsi di Marta; sembrava piuttosto alterata.
“Ciao, eh!”, le dissi sottolineando il fatto che non mi avesse salutato.
“Così gli ho detto che avrei invitato a casa qualche amica per passare anch’io la serata…”, disse lei.
Capii immediatamente quello che aveva in mente, ma feci comunque finta di nulla; “va bene..fai la brava…divertitevi…”, risposi.
“Cretino…secondo te perché ti ho chiamato?”, rispose lei.
“Fammi indovinare…vi serve un toro che vi monti tutte quante, una per una?”, dissi ridendo.
“Certamente, proprio per questo ti ho chiamato..per caso conosci qualcuno che possa fare al caso nostro?”, disse prendendomi velatamente in giro.
“E comunque ti informo che ci vuole ben altro di un solo toro per soddisfare la sottoscritta”, aggiunse maliziosamente Marta.
“Ma se ancora non ti sei ripresa dall’ultima volta che te l’ho messo in culo!”, ribattei.
“Brutto bastardo, te lo faccio vedere io se non mi sono ripresa…sono pronta a dimostrartelo…ti va o ti tiri forse indietro?”, disse provocandomi.
Eccome se mi andava, il mio cazzo era pronto e determinato a fotterla in quel medesimo istante.
Decisi comunque di farla stare un po’ sulle spine.
“Non saprei…avrei un po’ di impegni, sai..cose da fare…”, dissi mandando giù un sorso di birra.
“Davide non tornerà prima dell’una. Ti aspetto da me tra 20 minuti, non fare il coglione”, fu l’ultima cosa che disse prima di attaccarmi il telefono in faccia.
Mi misi a ridere da solo; non c’era nulla da dire, ci sapeva fare la troia e sapeva esattamente come ottenere quello che voleva.
Pochi secondi dopo un suo sms completò la nostra conversazione; “e riportami la ciabatta, stronzo”.
Il fatto che mi insultasse rendeva la situazione ancora più eccitante.
“Continua pure ad insultarmi, stasera ti inculo così forte che la prossima volta non ci penserai due volte prima di chiamare il sottoscritto, ma dieci”; decisi di risponderle così mandandole un sms a mia volta.
Naturalmente sarei andato da lei, non c’era alcun dubbio su questo.
Mi feci dunque una rapida doccia, misi una camicia e scesi in macchina per poi avviarmi verso casa di Marta.
Impiegai più di mezz’ora per arrivare da lei e sembrò subito non perdonarmelo.
“Ti avevo detto 20 minuti…sappi che sarai punito per questo”, tuonò la sua voce già al citofono.
Salii al terzo piano; quando le porte dell’ascensore si aprirono apparve Marta vestita soltanto di un paio di calze a rete ed un reggiseno nero.
Non erano semplicemente un paio di calze a rete; erano delle calze a diamanti larghi che le arrivavano fino alla vita e che sotto di esse le lasciavano le gambe completamente nude, di quelle che mi era capitato di vedere soltanto in qualche video porno addosso alle attrici alle quali solitamente vengono strappate all’altezza degli orifizi prima di essere brutalmente penetrate.
Sotto le calze la vagina depilata faceva bella mostra di se dal momento che Marta non si era degnata nemmeno di indossare un paio di mutandine.
Non feci però in tempo a pregustare mentalmente il momento in cui io stesso avrei strappato le calze di Marta in quanto lei mi prese per il colletto della camicia e mi trascinò in casa quasi strozzandomi.
“Quanto tempo credi di avere? Pensi che faccia piacere a quel cornuto del mio ragazzo trovarti a letto con me?”, mi rimproverò chiudendosi la porta alle spalle.
“Non ti vergogni ad uscire sul pianerottolo conciata così?”, le risposi sorridente.
“Così come, scusa?”, replicò lei risentita.
“Così..da troia”, le risposi io; “guardati…sembri una puttana tirata su dalla strada”, dissi indicandola da capo a piedi.
“No che non mi vergogno…pensi che i miei vicini non si siano già accorti di quanto sia zoccola? Credi forse che non abbiano sentito le mie urla da cagna in calore dell’altra sera?”, rispose lei.
“La mattina dopo ho incrociato Simona in ascensore..dovevi vedere con che faccia e con che sorriso mi ha guardata…non ti dico l’imbarazzo..beh, non che lei sia una santa comunque..”, proseguì.
“Immagino che Simona sia la tua vicina di casa”, replicai.
“Si..è simpatica, ha la nostra età..convive con il suo ragazzo nell’appartamento qui di fronte..ogni tanto ci danno dentro anche loro, secondo me anche lei deve essere una porca di prima categoria…dai rumori che spesso sentiamo dev’essere una a cui piace farsi sbattere fino allo sfinimento…certo non sarà mai vacca quanto me, ma non si può dire che non ci metta l’impegno”, rispose Marta ridendo.
“Comunque basta parlare, sei venuto a scopare o a fare salotto? Muoviti”, aggiunse con tono strafottente.
“Stai calma, Marta..”, replicai io cercando di riportare serenità nell’ambiente; “Quanto tempo pensi possa impiegarci per scopare fino allo sfinimento una puttanella arrogante come te?”, le sussurrai all’orecchio avvicinandomi.
Ricevetti come risposta uno schiaffo non forte ma deciso sulla guancia.
“Cos’è, prima mi implori di venire a scoparti e adesso ti ribelli?”, dissi io.
“Mi ribello perché stai perdendo tempo…ho voglia di cazzo, come devo fartelo capire? Se fossi un vero uomo mi avresti già presa di peso appena le porte dell’ascensore si fossero aperte e sbattuta sul letto, sul tavolo, per terra, dove cazzo vuoi, cominciando a scoparmi senza nemmeno degnarti di chiudere la porta”, disse Marta tutto d’un fiato.
“Ah è così che la signorina vuole essere trattata? Sappi che la prossima volta te lo troverai in bocca ancora prima che tu possa comporre il numero per chiamarmi”, le risposi.
La sollevai quindi di peso come da suo stesso esplicito desiderio e la misi a sedere sopra il tavolo della cucina.
Marta aprì spontaneamente le gambe con la naturalezza di chi lo fa ormai per abitudine, quindi mi inginocchiai di fronte a lei e cominciai a leccarle la vagina attraverso le calze a rete scoprendola già bagnata fradicia.
Anche lei era uscita dalla doccia da pochi minuti, potevo chiaramente sentire il profumo del bagnoschiuma sulla sua pelle.
Mi alzai dunque in piedi e la baciai, poi le diedi un leggero schiaffo sulla guancia riportandomi in pari.
Mi slacciai la camicia, poi i pantaloni, abbassai i boxer e dopo aver maneggiato il membro per qualche secondo le appoggiai la cappella sulla vagina e glielo spinsi dentro fottendola per qualche minuto.
La sollevai quindi nuovamente di peso e la condussi verso il divano del salotto facendola piegare a novanta gradi con il ventre appoggiato al bracciolo dello stesso.
“Apri grande”, le dissi con tono autoritario.
Marta capì al volo cosa intendevo e portandosi le mani alle natiche le allargò al massimo che le era consentito dalle calze mostrandomi il suo splendido ano.
“Ne vale la pena?”, le chiesi riprendendo il membro in mano.
“Cosa ne vale la pena?”, rispose giustamente lei.
“Farselo sbattere nel culo, godere per pochi attimi per poi provare dolore per giorni anche al solo pensiero di potersi sedere”, dissi io.
“Proprio perché non voglio più provare dolore voglio che tu mi ci faccia abituare…e sarà meglio che ci sarai sempre quando avrò questo desiderio”, disse Marta.
“Perché dici questo?”, replicai io.
“Perché è vero che se aspetto che quel cornuto del mio ragazzo mi soddisfi a dovere faccio in tempo a morire, ma è vero anche che il mio culo potrebbe avere centinaia di potenziali clienti…soprattutto perché sono disposta a darlo anche gratis”, rispose lei.
Strinsi il membro fra le mani e senza che lei dicesse altro glielo spinsi direttamente su per lo sfintere anale; perdere la priorità sul suo bel culetto era infatti l’ultima cosa che volevo.
Marta cacciò un urlo udibile fino al piano terra.
“Ma allora sei stronzo!”, tuonò. “Non sono ancora pronta così!”, aggiunse.
Oh certo, il lubrificante, come potevo essermene dimenticato.
Mi recai in camera, aprii il cassetto del comodino di Marta e lo recuperai, quindi tornai da lei e glielo spalmai preparandola a dovere alla penetrazione; questa volta però ne utilizzai decisamente meno della volta precedente.
L’obiettivo da raggiungere era infatti quello di abituare il suo ano all’ingresso di corpi estranei in modo da renderlo predisposto alla penetrazione in qualsiasi occasione anche senza particolari accorgimenti quale era l’utilizzo del lubrificante.
Solo così Marta sarebbe potuta diventare la troia sempre disponibile che desideravo diventasse e che lei stessa desiderava divenire.
Il mio viso si illuminò di un sorriso raggiante quando fu pronta e potei cominciare a spingerglielo nel culo sempre più forte.
“Sai, l’altra volta potevo pensare che tu fossi un po’ ubriaca ma oggi mi hai tolto ogni dubbio…sei veramente una puttana!”, dissi continuando a fotterla.
Marta ansimava senza sosta.
Dopo diversi minuti decisi di toglierglielo per un momento dal culo e le dissi che se voleva che continuassi a incularla avrebbe dovuto implorarmi.
“Continua…per favore…”, disse con un tono di voce che ritenni troppo basso.
“Non ti ho sentito, cagna…”, le risposi.
“Lo voglio ancora dentro, ti supplico!”, disse alzando il tono. C’eravamo quasi, ma anche questa volta non lo ritenni sufficiente.
“Più forte, zoccola!”, replicai rifilandole un sonoro schiaffo sulla natica.
“SBATTIMELO NEL CULO, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!”, disse urlando come più non poteva mettendo sicuramente al corrente di ciò che stava succedendo anche Simona e relativo fidanzato, sempre se erano in casa, ovviamente.
Preso dall’eccitazione del momento prima di ricominciare a fotterla decisi di fare quello che avevo appunto più volte visto in svariati video pornografici. Le strappai le calze all’altezza dei buchi con i quali tanto mi stavo divertendo. Marta se le lasciò stracciare senza dire nulla; del resto credo che una ragazza che indossi calze del genere non aspetti altro che il momento in cui le vengono strappate violentemente per fare libero spazio a un grosso cazzo caldo, specialmente se si tratta di Marta.
Ripresi a scoparla alternativamente in culo e nella vagina, ogni tanto per non farmi mancare nulla smettevo per un momento di prenderla da dietro e mi avvicinavo a lei per permetterle di prenderlo anche in bocca.
Le riempii le natiche di schiaffi facendola urlare di piacere e di dolore, insultandola costantemente; cagna, puttana, rottainculo erano solo alcuni dei termini con cui mi rivolgevo a lei mentre la fottevo senza ormai più pormi limiti.
Ogni tanto strozzavo le sue urla mettendole una mano sulla bocca, altre volte era lei che decideva autonomamente di silenziarsi prendendo in bocca e stringendo il copridivano tra i denti.
Le slacciai il reggiseno senza smettere di spingerglielo dentro e glielo avvicinai alla bocca; lei lo strinse tra i denti facendolo oscillare avanti e indietro seguendo il ritmo della spinta.
Quando ritenni di averle scopato culo e figa a sufficienza la feci sdraiare in verticale sul divano a testa in giù, con i piedi in alto e i capelli che toccavano terra.
Allargai le gambe e, posizionandomi sopra la tua testa, cominciai lentamente a scendere sopra di lei.
Indirizzai il membro verso le sue labbra; Marta prese in bocca la cappella e cominciò a succhiare, poi tirò fuori la lingua strofinandola avanti e indietro leccandomi tutto il pene.
La sua lingua scese poi cercando il mio scroto, mi abbassai ulteriormente per permetterle di leccarlo e di prenderlo in bocca.
Quando ormai mi trovavo praticamente seduto sul suo viso Marta infilò la lingua nel mio ano leccandolo come un lecca lecca, spingendola sempre più in profondità.
“Stupida latrina”, le dissi palpeggiandole nervosamente i seni. Sapevo che in quel momento non c’era cosa migliore che lei volesse sentirsi dire; del resto, se c’era una cosa che avevo capito di Marta era che si sentiva di gran lunga più gratificata dagli insulti piuttosto che dai complimenti.
Più si sentiva troia tantopiù si sentiva in pace con se stessa.
Le infilai due dita nella vagina e cominciai a muoverle velocemente dentro di lei fino a portarla all’orgasmo, quindi mi sollevai leggermente e avvicinando il membro al suo viso le schizzai il mio sperma bianco latte dritto in faccia.
Guardai lo sperma colarle su tutto il viso fin sopra i capelli, quindi mi spostai permettendo a Marta di scendere dal divano.
Rimasi per un attimo immobile a guardarla mentre seduta a terra, impacciata e con le calze totalmente disintegrate cercava inutilmente di darsi una sistemata ripulendosi il volto con le mani.
Aveva i capelli completamente arruffati mentre lo sperma le creava decine di filamenti trasparenti tra le dita che Marta si divertiva a spezzare con la lingua.
“Sembri uscita da una foresta piena di cazzi”, dissi ridendo.
“Fanculo!”, rispose lei divertita.
“Lascia che ti aiuti”, dissi ancora, quindi avvicinandomi a lei raccolsi il suo reggiseno e glielo strofinai sul viso ripulendola dagli schizzi. Marta lo utilizzò poi per pulirsi le mani, lo appallottolò e se lo infilò prima in bocca, poi le fece penzolare dalla stessa agitandolo come un trofeo.
“A proposito di foresta di cazzi…hai mai pensato di venire a lavorare con noi?, dissi mentre provvedevo a rivestirmi.
“Che cazzo dici? A parte che non capisco nulla di informatica…ma poi, come la prenderebbe Davide? Si insospettirebbe troppo se gli dicessi che mi piacerebbe lavorare con lui non capendo niente di pc”, rispose dopo aver lasciato cadere il reggiseno a terra.
“Troveremo una soluzione anche a questo…nel frattempo parlerò con il mio capo e gli riferirò che stai cercando lavoro…gli dirò di darti una possibilità… sono sicuro che sarà felice di occuparsi lui stesso del tuo colloquio…”, dissi io.
“Quanto sarà…duro…questo colloquio?”, disse maliziosamente Marta soffermandosi sulla sulla parola duro.
“Questo dipende da te mia cara…”, dissi appoggiandole una mano sulla testa; “ma sappi che più sarà duro, più possibilità avrai di essere assunta…”, dissi ancora.
“Se poi al colloquio fai anche un po’ la leccaculo…vedrai che tutto andrà per il meglio…” , aggiunsi facendo chiaramente riferimento a quello che era successo pochi minuti prima.
Marta sorrise, sembrava non essere affatto dispiaciuta all’idea.
Rimaneva da pensare a come fare con Davide ma proprio in quel momento il citofono suonò.
“Cazzo!”, esclamai. “Avevi detto che non sarebbe tornato prima dell’una, è mezzanotte e un quarto ed è già qui?”, aggiunsi.
“Non so, di solito non torna mai prima di quell’ora, giuro!”, disse Marta alzandosi di scatto e infilandosi maglietta e pantaloni del pigiama dopo essersi sfilata le calze. Il citofono suonò ancora.
Marta corse in bagno e si sciacquò rapidamente il viso.
“Cosa cazzo facciamo adesso?”, dissi ancora io preoccupato.
Il citofono suonò per la terza volta; Marta andò a rispondere.
“Sì? Sali…amore”, disse utilizzando un tono di voce che la facesse sembrare appena sveglia.
“Calmati…per quale motivo pensi che quel cornuto stia suonando il citofono a quest’ora?”, disse Marta dopo aver chiuso il citofono.
“Mi hai forse presa per una stupida?”, aggiunse facendo penzolare un mazzo di chiavi dalle sue mani.
“Brava…vuoi dirmi ora come cazzo uscire da questa situazione?”, chiesi io.
Marta aprì la porta; “Sali un piano di scale, aspetta che Davide entri in casa e quando senti chiudere la porta scendi e vai a casa”, rispose.
“Ok…ma cerca di non farlo uscire sul balcone per qualche minuto, non vorrei che mi vedesse anche perché ho parcheggiato proprio qua davanti”, replicai io.
Marta mi salutò con un bacio sulla guancia ed io salii le scale fino al piano superiore.
Sentii le porte dell’ascensore aprirsi, Davide uscire ed infine chiudersi la porta di casa. Scesi quindi rapidamente le scale e mi fiondai verso la macchina, misi in moto e mi allontanai.
Mentre viaggiavo verso casa un pensiero fece capolino nella mia mente; perché ero stato così stupido da parcheggiare l’auto davanti casa di Marta? E se Davide l’avesse vista? Era salito diverse volte in macchina con me, sono sicuro che l’avrebbe potuta riconoscere dal pupazzetto che penzola dallo specchietto retrovisore o addirittura dalla targa. Speravo che almeno avesse bevuto, almeno così c’erano più possibilità che non l’avesse notata. Cercai di non pensarci più e mi diressi verso casa soddisfatto per come era andata la serata con Marta, felice per il fatto che il suo fondoschiena l’avrebbe fatta penare per i giorni a seguire e per il fatto che la troia non si era nemmeno accorta che mi ero dimenticato di riportarle la ciabatta.


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