Non sono mai riuscita a sopportare le imposizione, da qualunque parte mi venissero; di fronte a qualsiasi rimbrotto che mi richiamasse a doveri, regole o norme di comportamento, la reazione più naturale era una ribellione totale, il ribaltamento delle cose e la scelta i fare esattamente il contrario di quello che si cercava di impormi.
Forse tutto era cominciato a casa, per colpa di un padre militare, abituato a parlare ‘per punti esclamativi’, a dettare ordini e pretendere da tutti obbedienza cieca e assoluta: in caserma, trovava soggetti costretti, per la natura del rapporto, all’obbedienza cieca; in casa, aveva un perfetto modello di obbedienza in mia madre, classica moglie e madre votata al martirio, in devozione religiosa del suo ‘maschio - capo branco’ al quale dedicava tutta la sua esistenza facendosi tappetino nella logica perversa di una civiltà primordiale.
L’istinto a ribellarmi alle imposizioni si sfrenò allegramente, con una madre prona a tutti i capricci di una figlia adorata e viziata, senza avere la capacità di proporre un dialogo costruttivo; non mi smuovevano neanche le suore della scuola, dove venni spedita per necessità storica, in quell’atmosfera culturale che aveva la casa e la chiesa come riferimenti primi: dopo inutili tentativi di punirmi o di convincermi, mi lasciarono sbrigliare la fantasia in tutti i modi; mio padre preferiva farsi prendere per i fondelli e fare finta di non avere visto e di non avere capito, per non essere costretto ad intervenire con metodi coercitivi dai quali in fondo rifuggiva, anche se non si preoccupava neppure per sbaglio di percorrere altri sentieri educativi.
Crebbi così in una sorta di autarchia irrefrenabile: per fortuna, ero anche abbastanza moderata e giudiziosa per mantenermi al di qua dei pericoli che lungo la fanciullezza e l’adolescenza furono non pochi né lievi; arrivai alla maggiore età percorrendo le strade di tutte le mie coetanee, con risultati alterni, ma non spregevoli, negli studi e con una vita sociale all’insegna di una grande libertà e, in qualche caso, di un certo libertinaggio: facevo comunque tutte quelle che ritenevo le mie giuste esperienze, anche nel campo del sesso che praticavo come tutti i giovani con una grande libertà ma con oculatezza ed attenzione alle indesiderate conseguenze.
Gli anni universitari non mi cambiarono gran che: preferivo andare a feste e a scappatelle tra i prati, piuttosto che ‘ammorbarmi’ nelle aule, dove, al massimo, mi facevo notare per essere corteggiata dai più carini e, qualche volta, imboscarmi agli ultimi banchi per qualche pratica sessuale abusiva intrigante ma quasi sempre povera di contenuti ed insoddisfacente, in buona sostanza: comunque, tutto andava bene, se si trattava di imporre il mio modo di vivere, anche le emozioni; e di non farmi imporre da nessuno scelte che non gradivo.
I problemi cominciarono a porsi quando, intorno quasi ai venticinque anni, i miei genitori cominciarono a pormi di fronte all’esigenza, ormai vera, concreta e improcrastinabile, di trovare una mia collocazione lavorativa e sociale, per la quale i miei non vedevano che un percorso: un matrimonio ‘opportuno’ che mi consentisse anche di esprimermi e di realizzarmi socialmente; l’unico problema, che non conoscevano e che non si sarebbero sognato mai di affrontare, era la mia voglia sfrenata di libertà, anzi di libertinaggio che un matrimonio, istituto pieno zeppo di regole di leggi e di norme, avrebbe potuto impedirmi.
Scelsi allora di puntare tutto su un personaggio, un giovane avvocato, Enzo Rimoldi, che era riuscito a percorrere in fretta il corso di laurea, che prima si era sistemato in uno studio assai importante ed ora aveva uno studio suo, particolarmente rinomato, che gli consentiva un tenore d vita assai alto; conoscevo Enzo perché, nelle mie scorribande serali e notturne, avevo avuto modo di ‘assaggiarlo’ e di verificare che era un ipodotato, decisamente neanche all’altezza del ruolo di marito, ma che forse poteva essere dominato e indotto ad accettare la mia libertà in cambio di una quasi - fedeltà.
Gli feci la proposta, papale papale senza infingimenti e senza frasi equivoche; dopo qualche tentennamento, di fronte all’ipotesi di sposare la ragazza più bella e ricercata del suo ‘giro’, accettò l’accordo di sposarmi e lasciarmi libera di avere qualche amante, a patto che non venisse messa in discussione una eventuale paternità o serenità (quindi, rapporti protetti sempre; comportamenti irreprensibili, almeno all’apparenza: nessuna esagerazione, oltre all’adulterio semplice; e consenso a rapporti regolari con lui quando lo avesse chiesto): era un accordo ignobile, ma io ero fermamente determinata a risolvere la mia vita, lui aveva bisogno di una compagna che almeno parzialmente lo soddisfacesse; alla fine, il patto fu stretto e avrei dovuto solo attenermi a quanto concordato.
Ma è noto che il diavolo fa le pentole e non i coperchi: dopo un anno di matrimonio, il ‘prurito alla patata’ mi aggredì e mi trovai nella condizione di dover provvedere a cercarmi una mazza che mi riempisse come volevo, dopo aver accettato per mesi di fingere orgasmi con un sesso che neppure avvertivo nell’utero; muovendomi con la massima cautela, cercai qualcuno tra i tanti corteggiatori che fosse in grado di svolgere il ruolo del bull senza provocare scandali e creare problemi che danneggiassero la mia quieta esistenza di piccola borghese.
Il nome non l’avrei ricordato mai più, come avrei dimenticato per sempre, subito dopo la relativa storia, quelli dei tanti con cui avevo avuto rapporti; l’unico ricordo è che era un individuo assai muscoloso, frequentatore di una palestra dove di tanto in tanto andavo per mantenere la tonicità di certi muscoli, che vidi subito come lo stallone giusto per riempire i miei buchi e farmi riscoprire il piacere del sesso che, con grande sofferenza, avevo sacrificato per un anno; non deluse le mie attese e sin dal primo incontro rivelò una grande abilità amatoria, manovrando la sua notevole asta con grande abilità e preparando gli amplessi con una fase delicatissima e ricca di preliminari.
Sentirmi stretta tra le braccia da un maschio energico, muscoloso, molto ben dotato, che mi faceva sentire pulsante contro l’inguine il suo fallo extra large mi eccitava quasi al limite dell’orgasmo e solleticava nei miei precordi il desiderio di sentirlo penetrarmi nella carne fino a strapparmi gli orgasmo che attendevo da mesi; quando la sua bocca si impossessò della mia e me la succhiò a ventosa fino a farmi illanguidire dal desiderio, sentii la vagina irrorarsi fino a gocciolare e riempire il costume d palestra che diventò umido nei posti più scabrosi; poi furono le sue mani a percorrere tutto il corpo, dal viso all’inguine e a scatenarmi inrensi brividi di goduria; risposi accarezzandolo e baciandolo con la stesa intensità, andai a cercare il suo bastone come fosse la prima volta che mettevo le mani su un sesso così grosso così vivo, così intenso; mi tornarono alla mente le serate di goduria che avevo vissuto, specialmente al mare, prima del matrimonio; e mi sentii sciogliere come una ragazzina che, al primo appuntamento, riceve tra le mani l’asta dell’amato: godevo e colavo come una fontana.
Quando mi stese sulla panca e mi sfilò la divisa da ginnastica, partecipai del suo godimento davanti al seno esploso all’aria nella sua possanza, con le aureole ben disegnate e i capezzoli duri puntati al cielo; quando si abbassò a succhiarli, mi sciolsi nel languore degli orgasmi che si rincorrevano sempre più violenti; quando passò a succhiare il clitoride, credetti di dare fuori di testa e, al momento dell’orgasmo, dovette tapparmi la bocca con un lungo bacio, per evitare che il mio urlo valicasse la palestra e arrivasse in strada; quando si decise a penetrare nella mia vagina, svenni ope un momento, presa dal godimento; poi eiaculai con violenza inondandogli il ventre e la divisa.
La mia storia con lui durò per circa due anni, durante i quali credetti di aver eluso qualunque possibilità di controllo da parte di Enzo, cambiando location per ciascun incontro, muovendomi con circospezione tra mezzi pubblici e auto personale, insomma mettendo in atto il meglio della mia abilità per essere l’adultera perfetta; per tutto il tempo, lui non ebbe occasione per sospettare o, se qualche volta lo fece, non me ne diede nessun avviso: solo troppo tardi avrei saputo che conosceva a menadito tutto quello che avevo fatto, persino i gemiti da orgasmo, e che era stato zitto solo in vista delle eventuali decisioni da prendere se fossi andata troppo oltre il consentito dagli accordi.
Dopo quella storia, ne ebbi altre, nei tre anni successivi, che ebbero peso e sviluppi analoghi; negli intervalli tra una storia e l’altra, ormai presa nel vortice del libertinaggio, mi concessi alcune ‘serate folli’ in cui mi dilettavo a copulare con più individui contemporaneamente e sperimentavo le penetrazioni multiple in tutte le varianti: una volta passata sotto la doccia, mi dicevo quasi per giustificarmi, una o più eiaculazioni si lavano allo stesso modo.
Ormai viaggiavo verso i trent’anni; nella mia esistenza, Enzo era solo una sorta di larva, alla quale non attribuivo nessun valore e nessun interesse: da mesi ormai non gli concedevo neppure la piccola consolazione di penetrarmi ogni tanto, con il suo pisello, senza provare nessun senso; decisi anche di portarmi qualche ragazzo in casa, mentre lui era in studio; quando trovò tracce organiche sulle lenzuola, si limitò a guardarmi quasi con pena, ma non disse una parola; capii che ormai era annientato e che ero libera di fare quel che volevo.
Ermanno era un personaggio ambiguo, che Enzo aveva dovuto tirare fuori da qualche brutta faccenda e che, per questo, gli era ampiamente debitore; io l’avevo solo sfiorato, in qualche occasione, ma non ne avevo ricevuto nessuna impressione particolare; per questo, mi meravigliai quando mi invitò ad una festa in villa, dove mi precisò che poteva non essere presente mio marito, che forse, per la natura ‘piccante’ della serata era meglio che non fosse neppure informato: giammai arrivare a sospettare ch avesse tramato l’inganno d’accordo con mio marito che finalmente reagiva con forza e cattiveria.
Mi diede appuntamento ad una fermata della metro il venerdì sera, come mi aveva consigliato, in abito elegante ma succinto; quando mi vide arrivare, con la mia tunichetta da schiava, che si liberava sciogliendo un nodo, ebbe un gesto di estrema meraviglia; spostai un attimo le falde per fargli vedere che non avevo intimo e si congratulò; si limitò però a baciarmi sulla guancia, visto che eravamo in piazza; montai in macchina e dopo qualche chilometro, prese il viale che portava ad una villa nel verde assai suggestiva; mi aspettavo suoni e luci da vedersi anche da lontano, ma non c’era traccia di festa nel delicato silenzio primaverile che circondava la casa; leggermente ansiosa, mi voltai a guardarlo ma mi rassicurò col gesto della mano che si appoggiava al mio braccio.
Al primo piano, entrammo in una vasta sala e trovai lì raccolti una decina di uomini quasi tutti sconosciuti; di donne, nemmeno l’ombra, oltre me.
“Sei tu la regina e qui siamo tutti per renderti onore: questi signori rappresentano il meglio dell’economia e della politica del paese; e sono qui tutti per te!”
La notizia mi sorprese solo per un attimo:poi capii il senso dell’invito e mi avviai, con lui al mio fianco, verso l’altra sala su cui immetteva l’unica porta aperta: era una camera vasta al cui centro dominava un enorme letto circolare su cui il mio anfitrione mi fece distendere.
Il primo a possedermi fu lo steso Ermanno che mi sfilò con un sol gesto la tunica, aprì la patta del pantalone e, senza neppure spogliarsi, mi infilò in vagina un’asta di oltre venti centimetri che sentii tutta e con gioia, fino alla cervice; subito dopo, un altro mi venne sulla testa e mi riempì la bocca con un’asta di notevole stazza: lo cominciai a leccare e in due mosse ero in gradio di ingoiarlo fin quasi ai peli del pube, sollecitandolo con leccate che lo mandavano ai pazzi; a mano a mano, ciascuno degli invitati si alternò su quel letto riempiendomi i ogni dove.
In una notte di sesso sfrenato mi accoppiai con ciascuno di quei signori, tutti più volte, in rapporti singoli, doppi, triplici e multipli fino ad orge scatenate e irrefrenabili: ciascuno mi versò sopra o dentro il corpo almeno tre eiaculazioni, per cui mi trovai all’alba a dovermi lavare dal corpo decilitri di sperma che mi erano penetrati perfino tra i capelli che lavai approssimativamente; quasi per colmo di misura, Ermanno mi consegnò una mazzetta di soldi, dicendomi che i signori avevano pagato assai profumatamente per le mi ‘prestazioni’; mi sentii sprofondare.
“Mi hai fatto prostituire a queste persone?!?!?!?!”
“Da anni vai in giro a copulare gratis; almeno così ci guadagni qualcosa!”
Sentivo che forse avrei dovuto vergognarmi, che ero scesa più in basso dell’ultimo gradino e che stavo infliggendo a mio marito umiliazioni che non aveva fatto niente per meritarsi; ma ormai le mie capacità di riconoscere i limiti della decenza erano saltate e non mi restò che incattivirmi: tornai a casa immersa in un vago senso di pentimento e di colpa; Enzo mi vide andare in bagno e non proferì parola, ma il suo sguardo mi comunicò tutta la sua profonda tristezza e, forse, lo schifo e l’odio che gli avevo scatenato dentro.
Ormai ero su una china scivolosa, pavimentata da una lamiera coperta di sapone: e scivolai fino in fondo, fino a quando Ermanno mi propose una ‘vacanza’ in un albergo di montagna dove avrei incontrato i miei primi ‘clienti’ ed altri che lui avrebbe invitato, con grossi vantaggi economici: ottusamente, senza nemmeno fermarmi un attimo a riflettere, decisi che ‘prostituta per prostituta’, tanto valeva farlo per bene; accettai e mi trasferii in montagna, dove sostai per quasi due anni, diventando la squillo più ricercata del territorio.
Alla fine di quell’esperienza, però, un bel (brutto) giorno, Ermanno mi comunicò che le mie quotazioni erano decisamente in ribasso, i miei trent’anni mi esponevano al’assalto delle ragazzine che si affollavano per prendere il mio posto e lui era costretto a darmi il benservito; in un attimo, mi ritrovai sola, con qualche soldo in tasca ma senza nessuna possibilità di impostare la mia vita; stupidamente, sperai di poter recuperare il mio passato tornando da mio marito, senza sapere neppure se e come mi avrebbe accolta.
Fu con grande esitazione che premetti il campanello; mi aprì una signora a me sconosciuta; aveva l’aria di non essere neppure italiana.
“Desidera?”
“Io sono la moglie dell’avvocato; lui non c’è?”
Mi guardò come vedesse un fantasma;si impacciava, balbettava, mi chiuse la porta in faccia; tornò dopo qualche minuto, prima che io potessi capirci qualcosa; mi passò il telefono di casa, senza una parola; sentii la voce di Enzo.
“Ciao, amore sono io …”
“Da quale inferno sbuchi?”
“Possiamo parlarne a voce?”
“Aspettami; arrivo subito.”
Chiesi alla donna di entrare, mi fece sedere in cucina; notai che molte cose erano cambiate e vidi in giro anche giocattoli che facevano pensare ad un bambino, non certo di Enzo, con la sua dotazione.
“L’avvocato ha un’altra donna?”
L’altra non se ne diede per inteso; una voce mi rispose, ma dall’interno della casa.
“Si, non è votato alla castità e non aspettava più una moglie dichiarata scomparsa e, pertanto, neanche più moglie perché il matrimonio è risultato annullato.”
Entrò Nicoletta, quella che io avevo conosciuta come segretaria nello studio di Enzo e che dall’abbigliamento (vestaglia e babbucce) sembrava la padrona di casa.
“Ciao, Nicoletta: vivi con Enzo, ora?”
“Si; ed abbiamo anche un figlio!”
“Come è possibile?”
“Ti riferisci ai suoi limiti di dimensioni? Hai mai sentito parlare di inseminazione? L’abbiamo fatto … con il suo sperma ed è padre naturale, legittimo, putativo e, soprattutto, affettivo. Ci sono molti modi per vivere con un uomo, quando si ama.”
“Quindi, lui ha tutto, adesso … “
“Si è conquistato tutto, a prezzi indicibili anche di umiliazioni e di sofferenze; non ha ancora tutto: gli manca di sposarmi perché lo desidera con tutto il cuore ma tu non sei giuridicamente morta, ma solo scomparsa. Ho molto piacere che tu sia viva, sa ben chiaro, specialmente se ti adatterai a firmare il divorzio rapido e consensuale. Se ti rifiuterai, saranno ancora altri dolori e paziente attesa; ma ci amiamo abbastanza da aspettare ancora.”
Entra Enzo, mi guarda come fossi uno zombie.
“Gli hai già detto?”
“Si, per sommi capi l’ho avvertita: ora vi lascio chiarire i vostri problemi.”
“No, Nicoletta; lei giuridicamente potrebbe ancora dichiarare di essere mia moglie; ma tu sei la mia compagna, la madre di mio figlio e non cedo, stavolta: tiro fuori tutto il fango che c’è stato, mi gioco la professione ma ti avrò legittima moglie ad ogni costo! Resta qui perché il problema ti riguarda.”
“Io non voglio crearti altri problemi; però capisci che non ho nessuno a cui rivolgermi; non ho niente per difendermi, non ho un lavoro per mantenermi …”
“E come hai vissuto questi mesi? Non puoi fare lo stesso lavoro?”
“Vogliamo dire, per carità di patria, che non ho più l’età? O preferisci che sciorini la corona delle colpe e reciti la preghiera per ogni errore commesso? Ce la fai ad accettarmi almeno finché mi rimetto in sesto? Vuoi aiutarmi o preferisci sfidarmi?”
“Enzo ti vuole bene: non parlo d’amore, ma di quell’affetto delicato che si prova per qualcuno che ci è stato molto caro e che ha fatto le sue scelte. Io non nessuna difficoltà ad accoglierti nella casa nostra, ma anche tua almeno per un periodo; e sono certa che Enzo ti aiuterà a trovare un lavoro per il quale tu abbia l’età, forse anche nello studio di qualche collega. Vero, amore, che lo farai per me e per nostro figlio?”
“Non stare a tirar fuori un bambino che non c’entra con le nostre cattiverie. Lo farò per lei, a cui voglio bene, è vero, anche dopo quello che è successo, lo farò per te che me lo chiedi, lo farò per me, per non lasciare aperto un contenzioso che mi farebbe solo male. Sono certo che in poco tempo riusciremo a trovare una quadratura.”
“Mi farebbe piacere se la ex moglie fosse testimone alle nuove nozze …”
“Dalle mie parti, un invito del genere impegna ad accettare, pena la condanna a vita del paese. Lo farò con gioia. Mi lasci vedere da vicino il vostro bambino?”
Sono passati due anni; mi sono sistemata in un miniappartamento ed esco con un giovane collega che parla già di convivenza e forse di matrimonio; Enzo e Nicoletta si sono sposati ed io sono stata testimone della sposa; il loro bambino cresce meravigliosamente ed ora attende, con papà e mamma, il fratellino: quando vivevo ancora nella loro casa, una sera, un poco bevuti, Nicoletta mi ha fatto assistere ad un loro rapporto sessuale; è stata la lezione più dura, quando ho visto l’amore dominare i loro gesti e l’orgasmo più intenso che io avessi mai anche immaginato scatenarsi quando lui l’ha fatta esplodere con la bocca mentre la titillava nell’ano con un dildo: ho capito finalmente che non avevo capito ancora niente, dell’amore.
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