L’aria primaverile è l’ideale per questa passeggiata che posso permettermi in via dei Fori Imperiali, diretta al Colosseo, mentre sfoglio un’ultima volta il libretto di Javier, che oggi pomeriggio dobbiamo presentare all’Accademia di Spagna con l’autore, un mio carissimo amico, poeta sensibile e delicato che ha chiesto la traduzione, per questo suo ultimo poema, a un altrettanto delicato poeta italiano che purtroppo non conosco ma in cui lui ha massima fiducia.
L’uomo che cammina quasi a fianco a me, distanziato di meno di un metro, ha l’aria del classico latin lover, affascinante e conquistatore: il modo di ‘spogliarmi con gli occhi’ come se avesse la vista a raggi ics, l’aria sfottente, quasi irridente che riconosco in tanti uomini che ho incontrato in Italia, il sorriso affascinante e magnetico la dicono lunga sul personaggio; mi aggancia immediatamente, con una banale domanda retorica ‘vai al Colosseo?’ alla quale sarei pronta a rispondere con sarcasmo ‘no, vengo a casa tua’; ma, non so perché, preferisco entrare nella sua ragnatela e lascio che si lanci in una illustrazione gratuita delle bellezze di Roma.
Ha un fascino irresistibile, l’eloquio facile, magnetico, interessante, colto, ricco; e la capacità di affabulazione che rende favola anche le cose più banali che racconta: ho l’impressione che abbia una grande dimestichezza con le parole e piano piano mi vedo sprofondar nella sua ‘trappola amorosa’ che riesce a coinvolgermi in maniera che, nelle due ore seguenti, non posso fare altro che seguirlo nella sua presentazione dei monumenti che mi illustra con quelle sue invenzioni fantastiche che sono meravigliosa letteratura, di cui mi intendo molto visto che sono qui come socia nella direzione della Casa Editrice di Javier e il mio lavoro, anche nell’immediato, è organizzare presentazioni di libri.
Mi abbandono al suo fascino e mi lascio trasportare lievemente sulle sue invenzioni cedendo volentieri al processo di lieve innamoramento che mi sta avvolgendo: il telefono che squilla mi riporta alla realtà e rispondo a Ramon, mio marito, che da Madrid mi chiede dove sono e mi sollecita a fare in fretta; lo invito a calmarsi e chiedo dei nostri figli, Mateo e Marisol, che sono rimasti affidati a lui.
Ho parlato in spagnolo, sperando che lui non capisse la lingua perché, anche se correttamente si era spostato, non ha potuto evidentemente non sentire.
“Allora sei sposata? … Ed hai due figli? .. mi dici come ti chiami o è un segreto di Stato?”
“Mi chiamo Amparo, sono a Roma per un giorno per lavoro, sono sposata e ho due figli; hai bisogno di altri dati polizieschi?”
“No; mi basta questo per essere io il tuo amparo a Roma; andiamo a mangiare qualcosa?”
“Dove? A casa tua, per caso?”
“No, assolutamente, in una trattoria tipica, che però non è lontana da casa mia, in Campo dei Fiori.”
“Va bene, andiamo a pranzo, poi però devo andare via perché oggi ho un impegno di lavoro.”
Mi lascio andare lentamente e mi godo con gioia la passeggiata fino a Campo dei Fiori, la mano nella mano, come due ragazzini innamorati che godono i primi tepori della primavera e il tumulto ormonale delle prime passioni; ma non siamo ragazzini in tempesta ormonale e l’occasione vale solo per concederci una innocente libertà con una vaga sensazione di innamoramento che purtroppo avrà vita assai breve.
Decide finalmente di rivelarmi che si chiama Mario e che abita proprio sopra la trattoria, in una stanzetta minimalissima, dove se sei a letto non puoi apparecchiare tavola e se cucini non puoi ricevere persone; gli faccio osservare che si comporta da vero filibustiere, da quel ‘pirata dell’amore’ che ha celebrato un nostro cantante nella loro lingua, e che sta cercando di mettermi in difficoltà; si scusa accarezzandomi la mano sul tavolo della trattoria: e sembra non rendersi conto che quella carezza mi ha prodotto un brivido lungo ed intenso che dal braccio si è trasmesso a tutto il corpo: se non sapessi di avere i minuti contati, forse la farei, la pazzia di abbandonarmi a quelle sollecitazioni amorose; e so che sarebbe straordinario.
Mi faccio forza per ricacciare la voglia e mi affretto a consumare velocemente l’insalata che ho chiesto; quasi scappando perché la sua vicinanza mi brucia, lo sollecito a pagare (non permette che lo faccia io) e mi affretto verso una postazione di taxi.
“Purtroppo, è il momento di dirci addio …”
Mi stringe fra le braccia e mi appoggia un bacio delicato, dolce, quasi fraterno, sulle labbra; gli prendo la testa, schiaccio la sua bocca sulla mia e gli forzo la lingua in bocca, succhiandolo e leccandolo per la prima ed ultima volta.
“ Almeno questo, ce lo dovevamo, dopo esserci tanto stimolati e presi in giro. Addio.”
“No, Amparo, non addio, solo adios o, meglio, ciao: affidati al destino. Ciao.”
Non mi è molto chiara la distinzione; ma da quel momento l’unica preoccupazione è la perfetta riuscita della presentazione del poema ed è a quella che mi dedico con passione.
Arrivo in tempo per incontrare Javier che è arrivato quasi all’ultimo momento, come è suo solito, ed ha già trovato mille ragioni per protestare con tutti, soprattutto perché non c’ero io a calmarlo e, forse, a dargli sicurezza; gli spiego che sono scesa da poche ore dall’aereo, che ho fatto in tempo a fare solo un giro e mandare giù un’insalata; si calmasse e pensasse alla serata che sarebbe stata forse un trionfo; ci calmiamo e comincio a volteggiare per la sala dietro a mille incombenze, dal catering alle sedie, dai microfoni al mio vestito.
Riesco ad essere in sala che già si avviano ad aprire la presentazione e finalmente prendo al volo un calice di prosecco per gustarmelo in pace; quasi mi cade dalle mani, quando vedo chi è seduto al centro del tavolo; afferro al volo uno dell’organizzazione e gli chiedo chi sia quello che si appresta a presentare il volume.
“E’ Mario Rinaldi, il poeta italiano che ha tradotto il poema di Javier: è una vera forza!”
Non mi pare che mi abbia notato e non faccio niente per farmi individuare, anche perché hanno aperto i lavori e, dopo l’introduzione di Mario e di Javier, stanno dialogando col pubblico; ad un tratto salta fuori una domanda che, senza che me ne rendessi conto, mi bruciava in testa e sulla bocca, perché nel poema avesse tradotto ‘adios’ prevalentemente con ‘ciao’ e non con ‘addio’, come tutti si aspetterebbero; Mario chiarisce che l’italiano ’addio’ ha un valore assoluto e definitivo (ci rivedremo al Giudizio Universale, davanti a Dio) mentre lo spagnolo ‘adios’ ha un valore molto più aperto (ci rivedremo quando Dio vorrà, tra due ore , tra due mesi, tra due anni o in un’altra vita) quindi assai più simile a ‘salve’ o ‘ciao’ in italiani; aggiunge qualcosa che mi fa capire che mi ha visto.
“A nessun amore io direi mai ‘addio’ perché significherebbe cancellarlo dalla mia vita; gli dico ‘adios’ perché so che in qualche modo, forse in una poesia o in un ricordo, ci dobbiamo rivedere, per forza.”
Mi ha steso; ora so che non c’è stato niente di casuale nell’incontro: io avevo tra le mani il volumetto che lui conosceva benissimo; era sulla base di quello che voleva contattarmi, poi deve aver capito che ero coinvolta ed ha atteso per farmi la sorpresa, il maledetto ‘pirata’; ed ora la mossa spetta a me; aspetto che abbiano finito per avvicinarmi al tavolo.
“Mi hai taciuto a bella posta chi eri; perché?”
“Perché avrei dovuto dirtelo? Volevo che mi amassi per me, non per quello che faccio.”
“E adesso che succede?”
“Ti va di fare una magia? … Scomparire tutte e due all’improvviso?”
“Lo sai che a Madrid mi aspettano un marito e due figli; il mio aereo parte domattina presto.”
“Non ti chiedo un’eternità: solo il tempo di una pizza a Campo dei Fiori.”
“Ho paura .. e non di te o della vita. Ho paura di me …”
Mi prende per la mano e mi costringe a sgattaiolare, con lui, fino all’uscita, ferma al volo un taxi e ci fa portare a Campo dei Fiori; sul sedile posteriore di un taxi che corre verso il centro di Roma ci scambiamo il bacio più appassionato, intenso, meraviglioso, sensuale, erotico che io abbia mai provato; per la prima volta, il sesso entra nella nostra sfera e sento le sue mani sul seno, sulle natiche, tra le gambe, che mi strappano gemiti e brividi di piaceri sempre più vicini all’orgasmo; ma non c’è tempo per soddisfare le voglie: siamo arrivati.
Consumiamo la pizza quasi spartendoci i bocconi bocca a bocca, carezzandoci sensualmente in ogni dove, ai limiti dell’oscenità: non vedo l’ora di amarlo, di sentirlo e di tremare per il ‘dopo’; lui si perde dentro le carezze, nei baci sempre più intensi, nelle arditezze dei tocchi ‘proibiti’ per sentire le mie pulsioni dai capezzoli, dalla vulva, dal clitoride impazzito; in fretta e furia, paga e scappiamo per le scale fino alla sua stanza di cui non vedo altro che il letto su cui mi fiondo per sdraiarmi ed offrirmi a Mario, tutta, impudica, vogliosa, decisa a consumare tutto l’amore e tutto il sesso possibile nelle poche ore che posso rubare alla mia attività.
Mario sembra non avere nessuna fretta e nessuna voglia di averne; anzi, si stende sopra di me con garbo, attento quasi a non farmi male mentre mi accarezza con tutto il corpo steso sul mio, a farmi cogliere l’intensità del calore delle sue membra sulle mie; mi bacia con devozione quasi sacra, dalla fronte agli occhi, al naso alla bocca: penetra con la lingua nella cavità orale carezzando, lambendo, stimolando dolcemente tutte le papille che trasmettono brividi elettrici direttamente alla vulva ed io godo, sento scorrere dal mio corpo umori vaginali che non cessano di inondarmi il perizoma ormai inservibile e le cosce, giù fino alle autoreggenti: sono certa che sto combinando sfracelli tra le cosce eccitate come non mai, ma sono felice di sentire il piacere scorrermi addosso: vorrei che mi prendesse, adesso, che mi penetrasse fino in fondo e fosse padrone delle mie reazioni, del mio piacere, del mio sesso.
Come se avessi parlato e mi avesse udito, infila una mano e solleva la gonna fino alla vita, si apre la patta e abbassa la zip senza perdere la posizione, sento il calore e la durezza della sua asta fra le cosce, all’incrocio: la cappella sfiora la vulva e la mazza intera mi impressiona per il volume complessivo; la sento scorrere lentamente verso il pube e la sento che si infila nella fessura della vulva, trova l’imbocco della vagina e, lentamente, dolcemente, mi invade letteralmente, tanta è la pressione che esercita nel canale vaginale non avvezzo ad una massa così grande, così calda, così eccitata, così stimolante; rovescio gli occhi, spalanco la bocca e tiro indietro la testa assaporando tutta la dolcezza della verga nel mio corpo.
Non voglio neanche preoccuparmi del vestito di firma che ho indossato, spalanco le cosce, alzo le gambe e porto i piedi dietro la sua schiena: il canale vaginale urla di dolore, io invece urlo di gioia quando la mazza entra tutta, fino in fondo, fino alla cervice, ed io mi sento amata fino al fondo della mia femminilità.
“Ti amooooooo!!!!!!”
Glielo urlo anche se so che è sbagliato; ma lo amo, questo filibustiere che mi sta rubando l’anima e sa che tra poco dovrà cacciarmi via se non vuole rovinarmi la vita.
Due ore possono essere un battito di ciglia, in certe situazioni; e possono diventare un’eternità meravigliosa se si riesce a percorrere tutti i sentieri dell’amore, da quelli percorsi a lungo e conosciuti come le proprie tasche, a quelli di cui abbiamo solo sentito solo parlare e che scopriamo insieme, con l’amore, con l’armonia, con la sintonia; da quelli che si sono consumati in una vita matrimoniale ormai appannata e vuota a quelli che ci hanno entusiasmati quando la tempesta ormonale era in atto ed ora vorremmo ricostituirla da persone adulte e mature, da amanti in cerca del sublime anche nell’amore.
Io e Mario, nelle due ore che trascorriamo a casa sua, riusciamo a darci tutto quello che un amore così pazzo, incontrollabile, può suggerire a due adulti che sentono lo spirito del primo amore; gli do tutto quello che posso dargli, sentendomi quasi vergine ogni volta che mi fa scoprire qualcosa del suo corpo o si impossessa di qualcosa di me che vergine non è ma che gli offro con l’amore con cui lo offre una vergine.
La mia vagina, che ha partorito due figli; che è usata da anni da Ramon, anche se negli ultimi mesi si è quasi dimenticato che esiste; che, dopo la deflorazione, nessuno mai più ha assaggiato oltre a mio marito; la mia vagina non vergine né stretta subisce un assalto verginale da quest’uomo che l’amore rende per me ancora più gigantesco di quanto sia: e le pareti quasi soffrono mentre le dilata per occupare tutto il condotto con la sua potenza, ma soprattutto con la sua voglia e il suo amore.
Il mio ano è stato già stuprato ed ha subito negli anni molti assalti dallo stesso membro; ma stasera sembra nuovo, intonso, totalmente vergine, specialmente perché sono io a chiedergli di penetrarmi dietro senza eccessiva preoccupazione di lubrificarmi; ma lui lo fa con delicatezza, con misura, con metodo: ed io sento il retto soffrire mentre viene riempito da questo fallo extra large che si impossessa del mio ventre e si fa sentire fino allo stomaco, rendendomi schiava del suo amore, della sua dedizione, dell’immensa carica di piacere che trasmette.
Sono sempre stata brava nella fellatio; e mi è sempre piaciuto molto sentire un’asta crescermi in bocca e vibrare sollecitata dalla mia lingua che la leccava, dalle mie gote che la succhiavano, dal mio palato che la faceva scivolare avanti e indietro nella copula; con Mario, succhiare il suo membro diventa un esercizio d’amore,un dialogo vivo tra la cappella e le papille della bocca, una sfida tra il suo amore che gonfia l’uccello e la mia capacità ricettiva che non vuole perderlo neppure per un attimo; quando poi il piacere esplode e lui eiacula, io, che ho sempre amato particolarmente quel momento ed ho sempre cercato di scaricare lo sperma in un fazzoletto, stasera metto in opera tutte le mie capacità di attenzione per non farne uscire nemmeno goccia, trattenerlo in bocca il più a lungo possibile e poi ingoiarlo come se mi prendessi nel corpo, per altra via, la sua mascolinità.
Mario non è da meno: in armonia con me e in perfetta sintonia anche di tempi, riesce a spremere goduria, libidine, gioia di vita da ogni fibra del mio corpo, in un primo momento titillandomi le parti esterne con una delicatezza ed una capacità straordinarie: dalla linea dei capelli agli occhi, i suoi baci percorrono ogni centimetro di pelle; poi si sposta metodicamente a seguire il profilo del naso che bacia, mordicchia, accarezza con la lingua, poi scende sulla bocca e si scatena in una battaglia intensa tra le nostre lingue per scavare brividi, pulsioni, sensualità da tutto il corpo con la perlustrazione della bocca con la lingua, ricambiato con lo stesso amore, con la stesa intensità.
Poi scivola sul corpo ed un autentico trionfo di leccate, di morsi, di succhiate su tutto, dal collo alle mammelle fino ai capezzoli ai quali si attacca come un poppante al seno della madre che lo allatta; li tormenta a lungo, strappandomi piccoli orgasmi da ciascuno con sapienti succhiate lunghe ed intense; poi scivola sul ventre che non finisce di lodare, adorare, leccare, succhiare, amare come un altare sacro, quello dell’amore; poi si scatena sulla vulva e, soprattutto, sul clitoride: devo chiedergli più volte di darmi tempo, di farmi riposare tra un orgasmo e l’altro: non so come arriverò a Madrid e se dovrò dare qualche spiegazione per le condizioni in cui mi riduce l’indigestione d’amore a cui mi sto sottoponendo perché Mario è scatenato e non intende ragioni.
Mentre mi sta cavalcando ancora per la terza (o quarta, o quinta?) volta senza interruzione, sono costretta a fargli presente che, per essere in grado di partire domani mattina, non posso rientrare all’Accademia di Spagna troppo tardi: la coscienza che qualcosa sta per finire lo rende ancora più assatanato e mi gira per prendermi analmente, per la terza volta in poche ore; è inutile invitarlo a riflettere che in quelle ore non ha mai lasciato il suo membro fuori dal mio corpo, davanti, dietro, in bocca, in mano; e che forse calmarsi farebbe bene anche a lui; ma l’idea stessa che poi dovrò andarmene lo fa diventare ancora più pazzo d’amore.
Quando, per la terza volta nella serata, eiacula, stavolta nel retto, decido di sfilarmi e, prima che si sia ripreso, mi sono ripulita alla meglio con fazzoletti umidificati e mi sono rivestita con abiti ormai sgualciti che di più non si può, inumiditi da umori e sudore, per non parlare del perizoma ridotto a straccio bagnato; lo lascio riprendere e gli chiedo se devo andare da sola alla fermata dei taxi; si riveste maledicendo il mondo a mezza voce e mi accompagna accarezzandomi e bloccandomi a baciarlo ogni tre passi: come dio vuole, rientro e sul portone mi scontro quasi con Javier che non dice niente, mi guarda con affetto e sussurra.
“Meravigliosa serata … per tutti.”
Ho le lacrime agli occhi; me le asciuga teneramente e mi carezza il viso: non so se ha capito tutto, ma è con me e mi vuole bene; mi accorgo che ancora sto piangendo, mentre l’aereo decolla e sorvola in parte la città; ma devo rientrare in me e prepararmi al rientro all’aeroporto di Barajas dove spero che ci sarà qualcuno ad attendermi; ma è solo una mia pia illusione: di Ramon nemmeno l’ombra; per non fare una fila interminabile alla fermata dei taxi, opto per la metropolitana che ha una stazione sotto casa mia: nell’aeroporto è piuttosto distante, ma i tapis roulant servono utilmente e il rientro non è problematico.
Entro in casa e non sento rumori; in cucina, trovo Jimena, la mia antica tata che da molti decenni è anche donna di servizio, dama di compagnia, balia dei bimbi e, soprattutto, grande amica; mi comunica ch mio marito è letteralmente sparito dal mattino, che i bambini sono a scuola e che tutto procede in ordine; mi guarda acutamente e mi fa.
“Hai avuto un’avventura?”
“Che diavolo dici, Jimena? Quale avventura?”
“Allora ti devi essere innamorata: il tuo colorito è diverso, i tuoi occhi luccicano d’amore, il tuo odore è cambiato; sei piena di … forse ormoni, amore, non so che … Insomma, figlia mia, tu hai vissuto qualcosa di straordinario. Che è successo? Non vuoi confidarti?”
Scoppio a piangere come una stupida; lei mi abbraccia.
“Hai incontrato qualcuno che ti ha fatto innamorare e hai dovuto tornare a casa? … Chi? … Un italiano?”
“Si, Jimena, un poeta italiano, un uomo meraviglioso: ho fatto l’amore con lui.”
“Come!!!!???? Un solo giorno a Roma, con la presentazione di un libro e sei riuscita ad innamorarti, a fare l’amore e a piangere per lui? Ma chi è quest’uomo?”
“Un poeta, il traduttore del poema di Javier.”
“Amore mio, un consiglio: prendi questa storia meravigliosa che hai vissuto, mettila nella scatola dei ricordi più segreti che hai e dimenticala. Non mettere a rischio la tua famiglia, i tuoi figli, per un sogno pazzo. Non vorrei dirla questa cosa, ma devo e non posso sottrarmi; ti prego, rinsavisci: il ricordo qualche volta è più bello della realtà.”
E’ passato un anno dal mio viaggio a Roma, ma il ricordo di Mario e delle ore d’amore vissute a Campo dei Fiori, in una stanza piccolissima, non è affatto appannato, anzi si rinvigorisce di giorno in giorno, a mano a mano che i rapporti con Ramon si deteriorano ed io mi sento prendere dal desiderio di fare la pazzia di prendere i figli e andarmene a Roma, anche a fare la fame, se necessario, ma con il mio Mario, il grande amore che non riesco a cancellare dalla mia vita.
Javier si è dato molto da fare, in quest’anno, ed ha costruito con l’Università di Siviglia, dove lavora, una serie di grandi progetti che hanno coinvolto la casa Editrice di cui sono socia e dei quali volentieri mi parla le poche volte che riusciamo a incontrarci qui a Madrid, dove lui viene spesso ed è molto stimato nei Circoli Culturali o le volte, assai rare, che io posso andare fino a Siviglia ed essere presente manifestazioni per lo più legate ai suoi progetti.
L’ultimo che ha avviato prevede uno scambio di ospitalità, tra varie Università d’Europa, di poeti con nuove produzioni, nuove edizioni, presentazioni e conferenze; naturalmente, la casa Editrice è coinvolta in prima persona e, quindi, io sono tenuta ad aggiornarmi sui loro lavori; il prossimo appuntamento, a Siviglia, è con un poeta italiano che ha scritto da poco un lungo poema molto interessante di cui mi manda il file per la stampa; mi sconvolge il nome dell’autore, Mario Rinaldi; mi turba profondamente il titolo del poema, ‘Amparo - Protezione’, con testo in italiano e in spagnolo; stampo il file, in tre esemplari, e cerco di leggerlo al di là del velo di lacrime che mi è sorto sugli occhi; non ce la faccio e lascio il testo stampato sul tavolo da cucina: mentre la testa sembra scoppiarmi, mi chiedo chi potrebbe oggi aiutarmi a fare chiarezza tra un matrimonio in putrefazione ed un grande amore forse impossibile.
Per scrupolo professionale, prendo in mano la cartella per la pubblicazione del poema e cerco di sapere quali accordi ci sono per comunicare con l’autore; risulta che per tutto si fa riferimento a Javier, ma che Mario sarà presente senz’altro a Siviglia almeno due giorni prima della presentazione e che, dopo, ha appuntamento col rettore dell’università di Madrid per un corso da tenere nella capitale e forse, per una cattedra all’Università Complutense: la notizia mi sconvolge ancora di più, ma adesso solo perché mi sorge il dubbio che, in un anno, molte cose siano cambiate e Mario potrebbe anche avere fatto altre scelte, come per esempio trovare un altro amore o addirittura sposarsi; ho bisogno di sapere; il tempo di attesa mi sembra insopportabile e cerco di contattare Javier perché ora mi dica la vrità; lo incontro all’Università, dove ha partecipato a un convegno di studi di cui la Casa Editrice pubblica gli atti.
“Amore mio meraviglioso, splendore di tutto il mio cielo, che fa qui tra noi mortali? Tu qui sei fuori posto, la tua sede è altrove, dove c’è un cuore innamorato che soffre per te …”
“Avevi capito tutto?”
“So anche che nemmeno un cartoncino d’auguri vi siete scambiati. Perché volevi cancellarlo?”
“Ti prego, Javier, tu dimentichi Ramon, io non posso …”
“Ne sei innamorata?”
“No, sono sua moglie …”
“Ma sei innamorata di Mario …”
“Non sono riuscita a farci niente … Mi è entrato nel cervello, nell’anima, nel sangue, dappertutto …”
“… Perché non sai quanto sei entrata in lui!!!! …”
“Che ne sai?”
“Ci siamo scritti ogni settimana, ci siamo telefonati tutti i giorni; impazzisce per te …”
“Javier, da amico, cosa mi consigli?”
“Lo sai che sono innamorato di te da sempre? Che odio quel beone di tuo marito, quel porco pedofilo che corre dietro a tutte le ragazzine? Che vorrei essere io nel tuo cuore? Che sono molto, molto amico di Mario e che godo del vostro amore come vostro amico? Tu, al mio posto, cosa ti consiglieresti?”
“Dov’è, adesso, Mario?”
Squilla il telefono.
“Mario, amico mio!!!!! Dove sei? Quando arrivi? Domani alle 11 ci vediamo a Siviglia, all’Università: forse ci sarà anche una bella sorpresa per te. Non ti dico niente: vediamoci e saprai. Ciao amico. Ah, si, nessun problema, la pubblicazione è nelle mani migliori che tu possa desiderare: tutto torna alle radici. Ciao. A domani”
Tornando a casa, mi trovo davanti a Jimena e Mateo che, seduti in cucina, leggono il dattiloscritto
“Mamma, è molto bello il poema che hanno scritto per te! Io sarei felice se quell’Amparo fosse la mia mamma …”
“Davvero ti piace tanto? E non ti dispiace che un altro uomo scriva per me una storia, tesoro? E a tuo padre glielo dici tu, che la tua mamma è protagonista di una grande storia d’amore con un poeta italiano?”
“No, lui non si cura più di te; se veramente sei il grande amore di questo poeta, devi dimenticare papà ed essere come Dulcinea o come Giulietta.”
Jimena sorride sorniona.
“Quindi si chiama Mario Rinaldi ed ha avuto una storia d’amore lunghissima.”
“Dolcissima amica, la letteratura ha la capacità di concentrare e dilatare le cose secondo fantasia: in un giorno a Roma non si possono fare tutte le cose che il poeta descrive … comprese i grandi congressi amorosi: soltanto per quelli, non basterebbe una settimana …”
“Però, sarai d’accordo che lo stile, i modi, il linguaggio, la bellezza, insomma tutto dell’Amparo letteraria si ritrova pari pari in una persona che conosciamo …”
“Vuoi farmi pentire di averti confessato un segreto?”
“No, voglio solo dire che le vie della Provvidenza Divina sono imperscrutabili e possono passare da un divorzio, qualche volta …”
“Che diavolo stai dicendo? Chi dovrebbe divorziare? E da chi?”
“Io non posso più, perché sono vedova da troppi anni …”
“Insomma, se vi dicessi che domani vado a Siviglia per incontrare questo poeta e che mi fermo fino a domenica, voi cosa mi direste?”
“Io ti direi che devi andare sicura, perché a casa ci sono io e mi occupo di tutto, soprattutto dei bambini; voglio che ti senta libera di andare dietro al tuo cuore.”
“Mamma, ma lui ti ama come ha scritto nel poema? Allora va, cerca di essere felice; se devi divorziare da papà, per essere felice, non ci stare a pensare: conosco tanti figli di divorziati; ci abitueremo anche noi e ti ameremo anche per papà.”
Parto con la benedizione di mio figlio, il giudice più severo di cui ho paura; vado in albergo, perché non voglio vincolarmi all’Università e sono al terminal dell’autobus con Javier quando Mario scende dalla navetta che lo ha condotto dall’aeroporto: il cuore sembra scoppiarmi nel petto, quando lo vedo scendere e trovo immediatamente quel corpo che mi ha posseduta totalmente e mi ha lasciato un segno così profondo non solo nel cuore, quell’uomo che in un solo giorno ho imparato ad amare al di là delle mie forze, della mia storia, della mia vita forse.
Non possiamo dare scandalo in pubblico e ci limitiamo ad un abbraccio formale; la sua bocca, che s’impossessa della mia, si prende e mi riporta sapori più intensi, di una storia abbozzata e tutta da scrivere; andiamo all’Università dove lui deve formalmente alloggiare e dove, quindi, deposita il bagaglio; in un momento di distrazione generale gli sussurro il nome dell’albergo dove alloggio e il numero della camera: mi stringe una mano fino a farmela dolere e mi comunica che ha colto tutto; esaurite le formalità con le autorità universitarie, mi chiede formalmente se voglio fargli da guida in città per avere almeno un’idea delle bellezze di Siviglia: tutti sembrano felici di rifilare a me la rogna di fare la guida turistica all’ospite d’onore.
Rinunciamo ad andare subito a fare l’amore, per inseguire il ricordo di due ragazzini che, a Roma, si perdevano tra le bellezze della città senza dirsi ancora il loro amore; lo facciamo con lo stesso entusiasmo e ci scopriamo veramente innamorati e felici di raccontarlo e di raccontarcelo: d’altronde, la città è molto bella ed un’autentica gioia scoprirla con gli occhi di una persona amata; pranziamo in un locale tipico, da operai, con il sapore della vita quotidiana, poi finalmente andiamo a riposarci, nel mio albergo.
Riposare sarebbe un verbo bellissimo per due che comunque hanno sulle spalle un viaggio, in treno io in aereo lui, e forse dovremmo rilassarci: ma c’è una bocca da baciare ed io la voglio, finalmente, tutta per me; e voglio che me la faccia sentire dappertutto, dentro e fuori di me, che mi lecchi come un dolce introvabile e mi consumi di baci, di morsi, di leccate di carezze: non si fa pregare ed esegue, quasi diligentemente, cominciando dall’alto per finire ai piedi, passando per la bocca, per i seni, per l’ombelico, per la vulva, per il sedere, per l’ano; sento che mi penetra dappertutto, con la lingua; ed ho anche qualche dubbio, visto che non ho avuto modo di lavarmi, per tutta la mattina; quando ribatte che ‘quel che non ammazza ingrassa’ ci sarebbe da picchiarlo, ma lo amo troppo e lascio che prenda tutto di me.
Quando mi monta addosso e mi penetra come aveva fatto la prima volta, lasciando che gli organi sessuali facciano tutto con il sangue pompato dal cuore, ancora una volta strabilio, me ne sto ferma e lascio che lui mi porti attraverso tutte le vette del piacere limitandomi a gemere continuamente e, di tanto in tanto, ad urlare perché un orgasmo più violento mi ha colto di sorpresa; quando però riesco a ribaltarlo sul letto e sono io a cavalcarlo, mi ‘vendico’ costringendolo a ‘sfondarmi’ con colpi violentissimi che portano la sua mazza meravigliosa fino in cima all’utero, nella parte che solo lui finora aveva toccato.
Avevo già sperimentato, a campo dei Fiori, che in due ore si potevano percorrere tutti i sentieri, noti ed ignoti, dell’amore e del sesso: nelle ore tra il pranzo e la cena, a Siviglia, rifacciamo il percorso con la stessa energia, con lo stesso entusiasmo, con una volontà irrefrenabile di godere il corpo dell’altro fino all’infinito, fino ad annullarci nell’altro; gli chiedo se non teme che tanto amore si possa ritorcere e debilitarlo per l’attività che lo aspetta.
“Non sapevo che tu poi ti saresti sdraiata su un divano a riposare!”
Capisco l’ironia e lo mando al diavolo, anzi, diciamo altrove e lui, felice, ci va sul serio, con la mia massima gioia, con una goduria persino insana e con una partecipazione indiscriminata alla sua iniziativa; quando si decise ad eiaculare nel retto e ad uscire, ho qualche difficoltà a stare anche in piedi, tanto mi ha tartassato; ma scopro che lo amo anche di più, anche per quello.
La nostra folle maratona nel sesso va avanti per i due giorni consecutivi, in attesa della cerimonia di presentazione; e la nostra gioia di vivere deve sprizzare da tutti i pori, perché molta gente sconosciuta che sfioriamo, per strada, al ristorante, nei mezzi pubblici, ci guarda come si ammirano le cose belle e che si apprezzano, quando non si invidiano: non pochi autisti di taxi, che ci scorrazzano nei nostri spostamenti, rimangono colpiti dalle affettuosità che ci scambiamo sul sedile posteriore, al punto che uno di loro ci chiede se deve parcheggiare in un angolo protetto e lasciarci da soli il tempo di consumare il nostro amore in maniera consona.
La cerimonia di presentazione del poema segue un canovaccio che già conosciamo ed è un trionfo: naturalmente, tra le domande più insidiose del dibattito c’è quella sulla corrispondenza tra la figura letteraria e una Amparo in carne ed ossa, in particolare quella che ha curato la stampa; la risposta di Mario è di quelle che ti spiazzano e ti costringono ad ammirarlo: ribaltando il concetto, domanda alla ragazza, che ha posto l’interrogativo, quanto le interessi se Anna Karenina è un personaggio letterario o una persona fisica, per precisare poi l’importanza del ruolo di protagonisti in letteratura, al di là delle verosimiglianze; ne nasce una piccola lezione di letteratura che solleva l’ammirazione anche dei professori dell’Università; il più contento, fino a gongolare vistosamente, era, manco a dirlo, Javier che aveva sollecitato l’invito a Mario.
Mentre ci intratteniamo con le autorità universitarie e alcuni amici di Javier, mi recapitano un biglietto: Ramon mi avverte formalmente che parte con Ines, l’ultimo dei suoi giovani amori, per il Sud America dove è già in predicato per una cattedra in una prestigiosa Università; mi chiede di spiegare ai bambini che non tornerà e mi augura buona fortuna; Javier è alle mie spalle mentre leggo e lo fa insieme a me; fa segno a Mario che mi viene vicino e mi prende per un braccio.
“Andatevene a Madrid, adesso; e lunedì va dal rettore: ha già deciso che ti assegna la cattedra e da lunedì puoi andare a vivere con Amparo, se i suoi ragazzi ti accettano.”
Mario appare stordito; io chiedo a Consuelo, la ragazza che si occupa dell’organizzazione, di prenotare anche per lui un posto sull’Ave che io ho prenotato per il ritorno; in serata possiamo essere a casa e forse Mario diventerà veramente il mio uomo, da oggi stesso; dopo poche ore, siamo in treno verso Madrid, incantati come sposini in viaggio di nozze che ancora non si rendono conto della svolta che la loro vita ha subito; e dopo alcune ore di viaggio, un taxi ci deposita al portone di casa; Jimena è ancora in piedi a sfaccendare, in cucina, mentre i ragazzi per fortuna già dormono; l’impatto tra la mia tata e il mio amore è perfetto: lei è già innamorata del ‘signor Mario’ e lui ci mette poco a capire che lei è la persona di fiducia più cara che io posso avere; ci saluta e va via dopo averci indicato la cena pronta da scaldare.
Ma siamo tutti e due ansiosi di un’altra cosa; e immediatamente ci precipitiamo sul mio letto, che ora sarà nostro, e facciamo l’amore meravigliosamente: l’instancabilità del nostro desiderio è la cifra di un amore che ha atteso troppo per esprimersi; poterci finalmente sentire ‘insieme’, liberi di amarci, desiderosi di possederci fin nelle fibre più segrete del cuore ci dà una carica infinita di desiderio e i sessi si scatenano cercandosi: Mario, da quando entriamo sotto le coperte, non smette di tenere il suo fallo nel mio corpo, comunque sia, anche solo per addormentarsi col mio sedere piantato sul ventre e l’asta in vagina o nel retto; io, più di lui, non aspetto che il momento in cui lo sentirò entrare dentro di me, sempre con qualche vago senso di difficoltà di penetrazione, anche dopo che ormai da tre giorni non fa che possedermi.
Per questo, sin dal primo approccio con la nostra casa, col nostro letto, la voglia è infinita e impieghiamo le prime tre ore nella nostra casa a fare l’amore come se domani dovesse arrivare la fine del mondo o, almeno, come a Roma, uno dei due debba andare via per sempre; ma, per nostra fortuna, lui non si stanca di succhiare il mio clitoride e di farmi urlare dal piacere ogni volta che mi passa la lingua sulle piccole labbra; ed io non mi stanco di tenere in bocca il suo membro succhiandolo fino a slogarmi le mascelle.
Dobbiamo interrompere, per forza, per mettere qualcosa nello stomaco; e tocca a me fare la voce grossa per fermarlo mentre ancora cerca di penetrarmi analmente, a questo punto non so quale volta sia; e spostarci in cucina dove la tortilla preparata da Jimena per fortuna è una di quelle cose che resistono abbastanza senza perdere sapore e freschezza; riusciamo a mangiare e, alla fine, ci sdraiamo sui divani davanti alla televisione; chiedo a Mario se non deve preparare qualcosa per l’incontro con il Rettore: mi rassicura che tutto è già in ordine e si stende dietro a me, abbracciandomi sui seni e facendomi aderire a lui con tutta la schiena: è meraviglioso sentirsi così accolta e protetta dentro la sua stazza; mi accorgo che il ‘fratellino’ si sveglia contro le mie natiche e, con aria da maestrina severa, gli chiedo se non ritiene opportuno calmarsi un poco dopo due ore di assalti appena consumate.
“Facciamo l’amore solo una volta ancora e poi dormiamo?”
“Ma che modo di contrattare è questo? Se hai voglia, facciamolo, una dieci, mille un milione di volte, che importa?”
“Io cerco solo di invitarti ad essere più riflessivo; se non ti va, nessun problema; io, rispetto a te, sono praticamente instancabile, perché sono multiorgastica, perché ho poche eiaculazioni e continui orgasmi.”
“Va bene: Facciamo l’amore, poi dormiamo e domani parliamo coi tuoi figli, sperando che non mi caccino via.”
Riusciamo finalmente a frenare il bisogno infinito di sesso e di piacere; mi abbraccia con profondo amore, si stringe tenacemente e mi penetra lentamente, dolcemente, quasi senza farmelo sentire, si muove pochissimo dentro di me e raggiunge un orgasmo dolcissimo che sento scorrermi nell’utero come un balsamo meraviglioso; quando si stacca da me, si stende a fianco e, sopraffatto dalla fatica e dallo stress, cede al sonno e respira profondamente quando raggiunge la calma anche fisica.
Quando all’alba mi sveglio, mi meraviglio molto perché nel mio letto, stretto a me, c’è Mateo; Marisol è letteralmente sbracata a fianco ed occupa metà del letto; scendo scalza e vado verso il soggiorno: vedo immediatamente il povero Mario rannicchiato sul divano, evidentemente infreddolito: prendo una coperta e cerco di ripararlo dal freddo del mattino, vado in cucina e preparo caffè e colazione per tutti: per la prima volta, un dubbio mi attanaglia perché, nella frenesia di Roma ed in quella della ‘mezzadria’ tra hotel ed università a Siviglia, non sono in grado di dire se Mario ama fare colazione e con che cosa.
Abbiamo forse fatto le cose troppo in fretta e non sappiamo niente l’uno del’altro? Che cosa ancora c’è, nella nostra vita, che potrebbe saltarci in faccia e sorprenderci con esiti imprevedibili? Penso che dovremmo parlarne, io e Mario, prima di cominciare una vita comune così impegnativa: già solo il rapporto tra lui e i miei figli potrebbe aprirsi ad imprevedibili conseguenze forse anche letali per il nostro amore, senza considerare che Ramon non cederà facilmente e, una volta che gli sia passata l’ubriacatura per l’ultima ragazza, rischiamo di vedercelo addosso agguerrito e implacabile.
Mateo mi raggiunge scalzo in cucina e mi abbraccia; si è fatto grande, ormai ha dodici anni ed è in grado di capire assai più di quanto vorrei; ha già espresso con chiarezza straniante il suo punto di vista; ma l’incontro con Mario ancora non c’è stato: lo bacio affettuosamente e mi lascio stringere da lui che cerca, e trova, il calore della mamma e vi si crogiola; lo mando a mettere le scarpe e, quando torna, gli chiedo come mai stava nel lettone abbracciato a me; non ricorda altro se non che è sceso stanotte per andare in bagno e poi non è tornato nella sua camera ma nel mio letto, come faceva sempre quando suo padre era il grande assente nella nostra casa; Marisol ha fatto la stessa cosa: evidentemente, Mario ha ceduto le armi ed è andato sul divano; arriva anche Marisol che si lancia a baciarmi e, finalmente, anche per il rumore che abbiamo fatto, Mario fa la sua comparsa in cucina; lo presento in forma ufficiale.
“Ragazzi, questo è Mario, il mio amore.”
“Mamma, quanto ti ama questo tuo amore?”
Mario non è tipo da perdere la battuta.
“Senti, uomo, non fare mai più una domanda come questa; impara a vedere tu quanto di vero c’è nelle cose che ti raccontano e, se non ti fidi, manda al diavolo. Io adoro Amparo e cercherò di rubarla anche a te …”
“Amore di mamma, sta scherzando, ti vuole già bene e sono certa che avete tante cose da dirvi, come questa lezione di vita che ti ha dato adesso: usa il tuo giudizio e non ti accontentare delle parole degli altri.”
“Sai che questo tuo innamorato mi piace un sacco …”
Marisol non vuole essere messa da parte.
“Mamma, mamma, anche a me piace il tuo innamorato; se gli dai i bacetti, glieli posso dare anche io?”
“Bisogna vedere se lui li vuole … Mario, hai sentito?”
“Tesoro, tua mamma ha conquistato il diritto ai baci con il suo amore; tu come li conquisti?”
“Io ti faccio giocare con le mie bambole, ti voglio tanto bene e ti porto a passeggio con me.”
“Allora sei proprio l’amore mio e ti bacerò quanto tua mamma.”
Mateo sembra ringalluzzito.
“Ti posso chiamare Mario, anche se mi piacerebbe chiamarti papà?”
“Tu un papà ce l’hai. L’ideale è che tu e Marisol mi chiamiate Mario ma mi vogliate bene come a un papà; io non ho problemi a volervi bene come figli perché siete i figli del mio immenso amore.”
“Che lavoro farai a Madrid?”
“Lunedì comincio a insegnare all’Università.”
“Professore? Allora mi controllerai se faccio i compiti?”
“Anche: ma soprattutto, se ne avrai bisogno, sarò l’amico a cui chiedere aiuto e consiglio, se ti va naturalmente.”
“Cavoli, sai che lusso, un professore per amico.”
“Mario, io non so neppure se ami fare colazione e con che cosa. Capisci che dobbiamo cercare almeno di conoscerci ora che abbiamo deciso, forse troppo in fretta, di vivere insieme, anche con i miei figli?”
“Tesoro, credi che una lezioncina illustrativa risolva tutti i problemi? Io credo che la cosa migliore sia affrontare le realtà a mano a mano che si presentano: qualcuna addirittura potrebbe essere difficile da accettare: prova a pensare se per caso uno dei due russa o ha una digestione difficile e maleodorante …”
Non posso fare a meno di sorridere ma, come al solito, lui è capace di sciogliere i grandi problemi con una logica semplice ed ammirevole: la convivenza si realizza vivendola, non parlandone; e noi vogliamo stare insieme.
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