La rinuncia comincia a pesarmi. Dopo l’incidente, non fu molto difficile accettare l’idea che i danni riportati dal mio compagno ne avrebbero impedito le funzioni sessuali, per non so quale complicazione; l’empatia, la lunga convivenza, una certa abitudine rendevano anche abbastanza agevole non pensare al cazzo. In fondo, poi, avevo vissuto il sesso sempre con un certo distacco fisico, molto più coinvolta mentalmente che con autentici pruriti materiali. Eppure, scopavo abbastanza frequentemente, sia nel rapporto “regolare”, matrimoniale, prima e di coppia dopo la separazione. Con mio marito si era svolto tutto all’insegna del decoro, del buonsenso, della civiltà; ed anche quelle poche scopate che avevo azzardato “extra” si erano sviluppate, alla fine, nella ristretta cerchia delle amicizie e delle frequentazioni abituali. Farsi scopare dal più stretto collaboratore i mio marito sul “talamo coniugale” con a fianco i figli piccoli che giocavano sulla stessa coperta dove io mi prendevo un cazzo quidam per il solo gusto della trasgressione era stato il massimo dell’azzardo. Col mio nuovo compagno, me cose avevano avuto un taglio un po’ più bohemien, anche se, in fondo, avevano percorso lo stesso sentiero degli amici e dei conoscenti stretti; alcune “deviazioni” (rapporti plurimi, scambio di coppie, scopate al buio e simili) erano risultate quasi un corollario decorativo del rapporto “bohemien” che caratterizzava il nostro quotidiano.
Naturalmente, l’incidente aveva segnato la linea di demarcazione tra il “prima” e il “dopo” a cui si commisurava tutto quello che avveniva all’interno della coppia. Erano passati anche un bel po’ di anni e molte energie si erano decisamente affievolite; per questo, come dicevo, nei primi tempi accettare con serenità la nuova situazione sembrò non solo inevitabile ma anche corretto, prudente, giusto insomma. Ad avvertire il peso della nuova condizione era naturalmente lui, che mal sopportava l’idea di vivere con una borsetta di pelle tra le cosce priva di vita, di vigore e di senso. Tentò di trasferire nel voyerismo audiovisivo e letterario il suo antico interesse smodato per il sesso; ma la consistenza assai fittizia della soluzione appariva chiara in ogni momento e ad ogni lettura, ad ogni visione di video, ad ogni risposta in chat. Ne conseguì una crisi depressiva che a stento riuscivano a controllare insieme. Comunque, nessuna tempesta si era mai profilata e solo occasionalmente si erano beccati su piccoli problemi marginali, come avviene normalmente nel caso di difficoltà di fondo che non trovano né soluzione né possibilità di manifestarsi nella loro vera natura. Per alcuni anni, comunque, si poteva dire che tutto filava sui binari di una normale convivenza, non del tutto pacifica ma animata quanto bastava a tenerla viva.
Negli ultimi tempi, e specialmente nei mesi recentissimi, comincia a pesarmi la mancanza di sollecitazioni sessuali che possano consentirmi di scaricare anche certe altre tensioni che, invece, si caricano ancor più di significato; qualche amica più smaliziata mi suggerisce che è il caso forse di cercarsi un cazzo, proprio uno qualsiasi per non caricarlo di significati che aprano un nuovo fronte di polemica e di disagio; l’ideale, dice lei, sarebbe un bel ragazzotto in affitto, dei quali un’agenzia specializzata può fornire ampia campionatura. Ma l’idea mi infastidisce di per sé: sarebbe proprio come andare al supermarket e omprare del sesso a chilo. C’è da dire, poi, che l’età (forse) o il disuso (anche) e comunque il calo di libido hanno generato una secchezza vaginale ed un difficoltà di azione che rende difficili e spesso inutili i tentativi di sditalinarmi per mio conto. Peggio ancora, l’idea di andare in un sexy shop per comprare un vibratore, un dildo o un qualsiasi strumento sostitutiva, mi appare penosamente consolatoria e quindi improponibile. L’unico percorso, a mio avviso, è riuscire a catturare l’interesse di un maschietto col quale organizzarmi qualche sana scopata nella maniera meno clamorosa possibile e, una volta tanto, tenerlo nascosto al mio compagno che forse non la prenderebbe bene. In quella direzione decido di muovermi, ma quasi immediatamente mi devo rendere conto che è facile dirlo, ma assai meno (al limite dell’impossibile) farlo.
Per evitare “incidenti diplomatici” mi rivolgo a quella cerchia di conoscenze che non è comune a tutti e due; ma mi accorgo che è assai esigua, vista la solidarietà con cui abbiamo vissuto; i troppo giovani mi sembrano marziani: non riesco a scambiarci due parole in fila, figuriamoci invitarli, in maniera garbata e allusiva, a fare sesso. Per motivi opposti, mi riesce difficile dialogare con persone mature, che hanno di vista immediatamente una relazione lunga ed esclusiva. Insomma, mi porto dietro i miei problemi e, per scaricarli, decido di andare a cinema come spesso faccio. La multisala è la stessa di sempre e la pellicola abbastanza intrigante. Per uno strano istinto, decido di andare in galleria e di collocarmi sulla poltrona esterna della fila, agli ultimi posti. Non c’è grande frequenza e i pochi spettatori sono sparsi per la sala. Mi rilasso sullo schienale e vago per un poco coi miei pensieri; mi accorgo d’un tratto che,come dal nulla, è comparso un uomo dalla pelle scura, non giovanissimo ma ben piantato e, come capita ad alcune nazionalità in particolare, decisamente bello; veste con cura, anche se gli abito non sono di sartoria né di recente fattura. Lo guardo incuriosita e mi accorgo che ricambia lo sguardo con una certa intensa profondità, quasi mi scrutasse dentro; sorride per un attimo e il volto gli si illumina per i denti messi in mostra ad arricchire l’intensità degli occhi.
Con un gesto di cui non saprei mai rendere conto, sollevo il soprabito che avevo appoggiato sulla poltrona alla mia destra e me lo poggia sulle ginocchia; picchio sulla seduta della poltrona ora vuota per scuotere invisibili granelli di polvere: lui interpreta diversamente il gesto; si muove deciso, mi passa davanti esponendomi il pacco enorme che gli gonfia il pantalone e si siede vicino a me, Per un attimo sono tentata di alzarmi e allontanarmi per fargli capire che ha sbagliato tutto;poi la figa mi si contrae per ricordarmi il bisogno a lungo rimandato; ed ho la sensazione che tutto fosse predeterminato, deciso, voluto. Quando lui stende le lunghe gambe verso la fila anteriore, quasi senza rendermene conto sistemo il soprabito sulle ginocchia, mie e sue, quasi a coprire le reciproche intenzioni. Subito dopo, infatti, sento la sua mano lunga e affusolata muoversi sotto il soprabito e tastarmi la coscia subito sopra il ginocchio: istintivamente sospiro e allargo leggermente le ginocchia; a quel punto credo che neanche l’esercito l’avrebbe fermato. La mano scivola e spazia su tutta la coscia fino a raggiungere il bordo della gonna; facendo sempre in modo che dal soprabito si veda il minor movimento possibile, la carezza passa allo strato inferiore, quello delle autoreggenti che percorre fino al punto in cui la velatura cede il posto ala pelle nuda: al primo tocco delle sue dita sulla pelle, sento un fremito intenso partirmi dalla schiena, attraversarmi il ventre e scaricarsi sulla figa: un primo piccolo orgasmo mi coglie subito. Improvvisamente, la mano si ritira ed io mi sento di colpo orfana di un piacere che già pregustavo.
Ma è solo questione di attimi: la mano sinistra, ritirandosi, si solleva verso il seno scivolando sotto il mio braccio, per rimanere invisibile; ed al suo posto si avanza la mano destra che va direttamente a carezzare l’interno coscia fino alla parte di pelle scoperte e si spinge ancora più su, fino al bordo del perizoma, che il dito aggira lateralmente per andare ad inserirsi immediatamente tra le grandi labbra ormai tumide di desiderio ed umide degli umori che i piccoli orgasmi hanno scaricato: quello che penetra sembra un dito infinito, tanto è lussurioso, tanto è infinita la voglia che avevo di sentirmi penetrata. E’ decisamente bravo, a masturbare; e in pochi colpi raggiungo un orgasmo che devo cercare di controllare per i movimenti scomposti che la scarica di elettricità impone a tutto il mio corpo; anche l’urlo che mi si scatena dal petto deve essere frenato e compresso, stento, mordendomi le labbra. Adesso non posso negarmi al piacere e, mentre la sua mano sinistra gioca col mio capezzolo, senza osare arrivarci dal vivo, per non sbottonarmi troppo apertamente la camicetta; mentre il medio della sua mano destra imperversa nella mia figa strappandomi orgasmi in successione dal clitoride masturbato con sapienza, dalla vulva percorsa quasi fino al’utero e dalle piccole labbra carezzate lussuriosamente; io infilo delicatamente la mia mano sotto il soprabito, raggiungo il pantalone, abbasso la zip e mi impossesso della sua mazza straordinaria.
Ho molte difficoltà a tirarlo fuori dal pantalone, in quella posizione; e, una volta fuori, ho ancora più disagio a masturbarlo senza mandare per aria tutto il soprabito, tale è la vela che si forma. Ma adesso so che lo voglio e che lo voglio dentro il mio corpo. Per buona sorte, avevo acquistato dei preservativi e li porto ancora in borsa con me. Sembra cogliere al volo e alza la testa ad indicarmi una lucetta rossa che, con una freccetta, indica il WC. Mollo il suo cazzo, sposto le sue mani dalla tetta e dalla figa, arrotolo il soprabito, mentre lui rimette il cazzo nei pantaloni, e mi muovo decisa nella direzione indicata dalla freccia; oltre la parete, esattamente alle nostre spalle, si apre il corridoio dei bagni: entro sicura in quello per le donne e lui mi segue come un’ombra: chiudo la porta dietro le nostre spalle e mi sento afferrare da due mani forti e delicate, lunghe e leggere, direi da pianista; il tempo di rigirarmi e incontro la sua bocca carnosa, piena, che afferra la mia come una ventosa e me la risucchia dentro; apro le labbra e lascio penetrarmi in bocca una lingua rugosa, dolce e salata al tempo stesso, morbida e da accarezzarmi il palato e dura da penetrarmi fino all’ugola. Giochiamo a combatterci con le lingue e ci scambiamo ettolitri di umori e di saliva; mi succhia tutto il viso, dalla fronte al mento e mi massaggio, intanto, le tette da sopra alla camicetta. Anche da sopra la stoffa e dal reggipetto che li contiene, i capezzoli urlano piacere e si induriscono come l’acciaio.
Con una mano indirizza il suo mostro fra le mie cosce, sollevando la gonna e piantandosi stretto contro il perizoma mi stimola tutta la vulva fino a godere come una fontana rotta. “Ti voglio dentro!” gli sussurro e, scavando nella borsa, gli passo un preservativo. Lo tengo stretto per la testa e lo bacio su tutto il viso, mentre lui si prepara a penetrarmi; quando sento la punta del cazzo forzarmi la figa depilata, per un attimo tremo, lo stringo e lo bacio con foga. “Non temere; non ti farò male; avrai solo piacere!” Mi sospira in un orecchio in un italiano corretto; poi, con un colpo di reni, quasi mi solleva dal pavimento e la sua cappella mi spinge con violenza la testa dell’utero. Mi aggrappo a lui, alzo i piedi e glieli girò dietro le spalle; si appoggia alla parete e comincia a spingere. “Non uscire molto!” Quasi lo imploro e i suoi colpi si fanno più brevi e più frequenti. Sto per urlare, quando il primo orgasmo mi prende; poi mi ricordo dove sono e afferro con la bocca le sue labbra sulle quali scarico l’urlo che mi sale dalla figa. Mi abbraccia con forza, mi lascia urlare e spinge con maggiore foga; io urlo, lui spinge e assorbe l’urlo. Andiamo avanti così per qualche minuto (o per qualche ora? Il tempo perde valore in quel caso) Poi mi avverte “Sto per venire!” Non posso stringerlo di più, non si può proprio, per un fatto fisico: siamo già totalmente appiccicati. Sento i brividi del cazzo ad ogni spruzzo che spara nel preservativo e, ogni volta, mi esplode nell’utero un orgasmo nuovo, diverso dal precedente.
Quando mi accorgo che comincia a cedere, abbasso i piedi a terra, ma rstiamo ancora a lungo abbracciati, con suo cazzo enorme che mi scivola via dalla figa lentamente, assai lentamente, che pare no volersene andare più. Quando, per inezia, esce via, lui si gira, prende con due dita il preservativo e lo scarica nel cestino: ho la sensazione che abbia espulso almeno un decilitro di sborra, da come il goldone è pieno; gli passo una salvietta umidificata e lui si deterge l’asta come può; io faccio lo stesso con la mia figa. Apre cautamente la porta ed esce alla chetichella; io mi trattengo a rinfrescarmi il viso e a ravvivarmi il rossetto poi torno nella sala. E’ seduto nello stesso posto e mi siedo di nuovo vicino a lui. “Grazie! E’ stato meraviglioso.” Mi sussurra. “Grazie a te: non sai da quanto tempo aspettavo un momento come questo!” “Non lo so, ma l’ho sospettato. Si vede che non sei una che si butta, ma che avevi bisogno di amore, oltre che di sesso. Se ti ritornasse la voglia, a me non dispiacerebbe.” “Come ti rintraccio? Io non credo di potermi ritenere soddisfatta da quella che, in definitiva, è stata una tipica sveltina. Se fosse possibile, vorrei incontrarti ancora, ma in situazioni più comoda, per così dire.” “Non posso permettermi di invitarti da qualche parte, ma pare che l’hai capito. Comunque, questo è il mio cellulare.” E mi annota, sul retro del biglietto del cinema, un numero e il suo nome, Omar. “Senti, Omar (è il tuo nome, vero?) Pensa che strano: prima scopiamo poi ci presentiamo. Io sono Anna. Non so chi sei né che fai. Se sei un professionista, non ho problemi a pagarti.”
“Sei matta? Io professionista? Ho fatto l’amore, con te, non un lavoro. E, se ti va, sono pronto a fare ancora l’amore con te. Ma sono povero e non posso prometterti niente.” “Io non sono ricca ma non sono neanche povera e, se posso aiutarti, lo faccio con tutto il cuore. L’unica cosa che voglio chiederti è tanto sesso con un pizzico d’amore. Il mio compagno mi sommerge d’amore ma non può darmi sesso. Se tu puoi fare il contrario, innanzitutto posso preoccuparmi del dove, del quando, del come e, ti ripeto, se posso esserti utile, da amica, lo faccio volentieri. Se trovo un accordo col mio compagno perché le cose siano chiare anche con lui, tu accetteresti comunque di vedermi e di fare l’amore con me? Io non vorrei tradirlo; gli parlerò chiaramente e, se sarà possibile, ci vedremo a casa mia; altrimenti, troverò io un posto per amarci.” “OK. Per me va benissimo. Ora ti spiace se ci godiamo anche il film?”
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