La tempesta scoppiò improvvisa e imprevedibile, almeno per me. Me li trovai di fonte, un pomeriggio, che mi facevano strani discorsi sul buon nome della famiglia e accennavano a documenti che non si trovavano. C’erano tutti: il nonno Luca, mio marito Antonio, mio figlio Davide, il loro avvocato Nicola e Martino ormai inseparabile guardia del corpo. Di fronte agli strani discorsi sui documenti, decisi di chiamare Lucia che si precipitò a casa. Trovavo surreale e assurdo che, a fare discorsi sulla morale, fossero gli uomini che più di tutti al mondo avevano commesso con me nefandezze al limite del credibile; ma mi preoccupavano i discorsi sui documenti, ai quali non avevo molte obiezioni da porre: per fortuna c’era Lucia, assai abile in quel genere di scontri. Antonio mi ricordò la cassaforte di mio padre “quella che fu distrutta” interloquii; “no, non fu più distrutta” “io sapevo di si” era paradossale, il discorso tra sordomuti; “senti mamma …” intervenne Davide; allora scattai e gli urlai in faccia “Ti ho già detto che in certe situazioni l’unica parola che non devi pronunciare è quella: visto che mi state processando, chiamami Anna, chiamami troia, chiamami stronza ma non t’azzardare più a usare quel termine …” ero fuori di me. Ormai era chiaro che volevano cercare di allontanarmi dalla città per problemi di controllo, per via dell’intestazione di beni clandestini. Lucia ruppe gli indugi e, rivolta a Nicola.
“Collega, gli disse, veniamo al sodo: cosa volete?”. Dopo essersi fatto autorizzare, con lo sguardo, da Davide, Nicola chiarì che per motivi non precisabili i miei familiari volevano che uscissi dalla società - creata da loro a mia insaputa - e rinunciassi a tutto quello che mi era stato attribuito “Col cazzo …” esclamò fuori di sé Lucia. “Intanto, Anna dovrebbe essere irreperibile per un po’ di tempo, almeno finché durano alcuni accertamenti …” “Questo si può fare” guardai Lucia con aria interrogativa, ma lei mi rassicurò con un gesto e proseguì “quanto ai documenti mancanti, chi potrebbe averli presi?”. Capii il gioco e intervenni “non potrebbe essere stato quel tuo amico che hai mandato qui con pieni poteri e che ha messo le mani dappertutto?” chiesi, rivolta a Davide che si limitò ad abbassare la testa. “Prepara poche cose in una valigetta e andiamo via” ordinò imperiosa Lucia. “Ma dovremmo poterla rintracciare …” cercò di inserirsi Nicola “Io resto in città, sono sempre reperibile, sono l’avvocato di Anna e la rappresento a tutti gli effetti” rispose lapidaria Lucia. Misi alcune cose in una borsa e andai via con lei ancora domandandomi cosa avesse per la testa; le chiesi con che cosa avrei vissuto “Con la pigione che ti pago io” fu la risposta; e si mise a ridere.
Mentre andavamo verso l’autostrada, mi spiegò che mio padre aveva creato una tela di interessi tale per cui si era accaparrato la proprietà di vari immobili, compreso i locali in cui aveva l’ufficio, che aveva affidato la gestione ad una piccola banca toscana e che aveva depositato tutto presso lo studio di suo padre: cercando i faldoni dopo gli eventi di casa, aveva appurato molto più di quel che pensava. Soprattutto, aveva accertato che ero proprietaria di una casetta in Toscana, nei pressi di un paesetto, di cui tutti si erano dimenticati (io per prima) dopo il matrimonio. Ed era lì che pensava di portarmi. Mentre ci avvicinavamo alla meta, mi tornarono in mente immagini ormai sfocate della mia fanciullezza, delle brevi vacanze trascorse in campagna, appunto in Toscana, di Fiammetta - ora ormai vecchia, se ancora viveva - e tante altre cose. Non sapevo però in che condizioni fosse la casa e chi ci abitasse. Ma la casa era ancora lì, elegante e fresca, totalmente rinnovata “si vede che la banca amministra bene le tue cose” commentò Lucia; sulle prime, non riconobbi la vecchia che si avvicinò alla macchina, poi realizzai che Fiammetta era ancora vegeta; ed anche lei mi riconobbe. Dopo le giuste feste e la presentazione della famiglia, prendemmo possesso delle camere tenute in ordine come se dovessimo arrivare da un momento all’altro.
Ma Lucia volle immediatamente andare in paese a parlare col direttore della banca per fissare alcune cose: si accertò innanzitutto che il direttore - giovane aitante, per la verità - avesse il controllo totale della situazione; verificò il conto, notevole, che avevo a mio nome e si fece rilasciare le carte per i prelievi; avvertì che si sarebbe tenuta in contatto per operare certi movimenti assai delicati e, per cominciare, fece trasferire su quella banca gli importi di conti che, totalmente a mia insaputa, figuravano su banche di paradisi fiscali: il povero direttore allibì quando vide l’importo “lei è quasi padrona della banca!” esclamò. Lucia gli raccomandò la massima efficienza e discrezione “mi pare uno in gamba” mi sussurrò all’orecchio mentre l’altro era distratto; e, per cominciare, lo ammonì che la mia presenza non doveva essere rivelata - a nessuno e per nessuna ragione - neanche da particolari insignificanti: per cominciare, gli chiese che mi fornisse un’auto di proprietà della banca da usare liberamente per i miei scopi. Duccio era ben sveglio: colse al volo il genere di inghippo e, senza esitare, si schierò dalla nostra parte. Rassicurata, Lucia decise che era ora di pranzo; Fiammetta fu felicissima di preparare per noi.
Impiegammo il pomeriggio a sistemarmi nella casa per troppo tempo disabitata, a cominciare dal guardaroba che dovetti costruirmi quasi ex novo, vista la fretta con cui ero andata via: scegliemmo un centro commerciale ad una certa distanza e cominciai ad usare le carte di credito che fino ad un’ora prima erano inimmaginabili. All’ora di cena, per non gravare ancora sul lavoro di Fiammetta, chiedemmo dove fosse il ristorante più vicino; ci indicarono quello di un campeggio a breve distanza, non di lusso ma utile, sul momento. Ci andammo e ci trovammo piombate all’improvviso in un mondo assai lontano dai nostri modi di vita: Prendemmo posto ad un tavolo di legno grezzo con coperta di carta e sedie di paglia; non era proprio entusiasmante, ma l’atmosfera ci rendeva allegre. Lo diventammo ancora di più, quando due ragazzi biondi, dall’aria certamente straniera, dopo una serie di “trattative interne” decisero l’approccio e ci chiesero di sedersi con noi. Guardai Lucia con aria interrogativa, temendo che l’ipotesi la disturbasse “tu non riesci a vedere al di là del bianco e del nero?”, mi chiese provocatoria, “io sono quella che sono, ma ho anche tante frecce al mio arco: anzi, sai che ti dico? Stasera faremo cose turche, con questi giovanottoni!” e scoppiò in una risata contagiosa.
Dovemmo necessariamente fare appello alla scarsa conoscenza dell’inglese, per dialogare; ma nessuno era interessato alle parole: i ragazzi si dedicavano con maggiore interesse ai fianchi (di tutte e due), ed alle tette (ma solo delle mie, vista la scarsa dotazione di Lucia); e noi guardavamo con chiaro interesse i fasci muscolari delle cosce, dei glutei e, soprattutto, del ventre. Mangiammo in fretta, poche cose buone, e bevemmo un po’ di Chianti che ci rese ancora più allegri. Ormai gli approcci erano in fase decisamente avanzata: la mano del più anziano dei due avanzava decisamente sulla mia coscia verso le mutande; le sue carezze sul viso, sulle braccia, sfiorando lievemente il seno, esprimevano tutta la sua voglia di scoparmi; il suo viso si accostava sempre più al limite di un bacio appassionato; Lucia limonava più apertamente col giovane, gli accarezzava la patta, gli lambiva con la lingua le orecchie e gli occhi, teneva una mano stretta tra le cosce in evidente atto di masturbazione. Ma eravamo in piena luce, sotto gli occhi di tutti. Chiesi in italiano a Lucia dove potevamo scoparceli: si mise a ridere e mi ricordò dove ci eravamo conosciuti, il bagno (meglio, il cesso) di una balera, fece un gesto intorno “non ti piace la natura?”, prese il ragazzo per la mano e si addentrò fra gli alberi; la imitai e ci facemmo guidare alla loro tenda, che però era decisamente piccola:dentro non ci sarebbe stato spazio per muoversi. Ma era sistemata in una zona folta di alberi e cespugli; anche per questo, al sue esterno erano sistemati teli e stuoie per le attività quotidiane.
Appena arrivati, Lucia si lasciò cadere supina su una stuoia, sollevò la gonna fino a ai fianchi e si sfilò il tanga; il ragazzo si inginocchiò davanti a lei, le posò una mano sulla figa e cominciò a masturbarla; appoggiai il mio maschietto contro un albero e, di colpo, gli abbassai il pantaloncino fino alle caviglie: rimasi ammirata di fronte al suo cazzo ritto, una bestia di una ventina di centimetri, di colorito roseo, completamente incappellato, con pochi peli biondi quasi invisibili a fare da corona a due palle grosse come noci, anch’esse dolcemente rosee. Lo presi con una mano e con l’altra gli afferrai un gluteo, lo accarezzai e feci scivolare il dito medio verso l’ano; diedi il via alla sega scappellando il cazzo fino a far esplodere tutta la cappella e continuai a muovere la mano su e giù assaporando con gli occhi e con la figa le palpitazioni del suo ventre quando la mano scivolava sull’asta; mi avvicinai con la bocca e leccai la punta: aveva già il sapore acido della sborra in arrivo; abbassai il viso finché la punta del cazzo mi titillò le tonsille, lo trattenni in bocca e succhiai come una ventosa: si contorceva davanti a me come percorso da corrente elettrica. Ma non volevo che venisse subito. Feci andare il cazzo su e giù tra le labbra un paio di volte, lo lambii con la lingua su tutta la lunghezza. Succhiai una, due volte, la cappella; poi mollai la presa, mi staccai e mi rialzai.
Con la coda dell’occhio, vidi che il giovane si era disteso su Lucia e l’aveva infilata con un palo di carne non inferiore a quello che manipolavo io: lei si contorceva e gemeva in preda ad evidente godimento. Il mio uomo, intanto, mi aveva preso per le braccia, mi aveva fatto girare e si era abbarbicato a me: il cazzo mi scivolò fra le natiche e strofinò le grandi labbra, le sua mani mi abbracciarono da dietro e andarono a prendere le mie tette; dopo un po’ di palpamenti e di strizzate, il pollice e l’indice di ciascuna mano strinsero un capezzolo e lo titillarono a dovere. Stavo così con una mazza saldamente tra le chiappe e lungo la figa, e le tette imprigionate nelle mani di lui: il cielo, gli alberi, la tenda, tutto mi roteò intorno mentre l’orgasmo mi scoppiava violento tra le cosce; infilai la mano, catturai la cappella e la diressi alla vulva: il cazzo scivolò dolcemente e decisamente nella figa, fino a che sentii i peli del pube contro l’ano. Lo bloccai un momento, per assaporare nel caldo della figa la possanza del suo cazzo; poi lo lasciai andare e iniziò il vai e vieni dalla figa che mi smuoveva tutte le fibre del ventre. Non lo trattenni a lungo; esplose come un fiume in piena e mi inondò di sperma che prese a scorrermi anche tra le cosce. Anche Lucia e il ragazzo avevano completato il primo giro: lui se ne stava accasciato su di lei ed ambedue ansimavano forte, quasi svuotati. “Come va?” le chiesi; “Benissimo, rispose, gran bel cazzo; e tu?” “Ha apprezzato le mie tette e credo che preferisca il lato B” “Devo assaggiarlo”.
Detto fatto, si accostò al mio partner e gli prese in bocca il cazzo moscio e ancora gocciolante; glielo rimise subito in assetto: ma lei avrebbe risuscitato anche un morto. Mi soffermai a guardarla mentre gli faceva un pompino stratosferico: il cazzo entrava ed usciva senza sosta dalla sua bocca e, dalle contrazioni del viso dell’uomo, si avvertiva che glielo leccava e lo succhiava con esperienza; in men che non si dica, era pronto al nuovo assalto. Lucia si girò, tenendo il cazzo in una mano, si piegò in avanti appoggiandosi a un alberò e accostò il cazzo alle sue chiappe; vidi lui irrigidirsi e fare forza con le reni: stava decisamente entrando nel culo: e non era molto facile, con quella mazza; ma Lucia era in grado di ben altro! Il ragazzo non stette immobile, davanti alla scena: il cazzo gli era tornato in tiro e decise che era il momento di assaggiare anche me; mi si accostò alle spalle, mi cinse il torace con le braccia e abbrancò i miei seni: intanto, il suo cazzo si adagiava fra le mie chiappe. Non avevo voglia di farmi fare il culo: infilai la mano fra le cosce, presi tra le dita la cappella e la diressi alla vulva; entrò con un colpo secco che mi strappò un gridolino di piacere. Ci trovammo improvvisamente di fronte, io Lucia, ciascuna con un cazzo saldamente dietro, lei nel culo e io in figa; venne spontaneo baciarla sulla bocca e infilarle la lingua.
Ingaggiammo il duello che conoscevo di lingue che si dibattono e cercano di spingere indietro l’altro, quasi per decidere chi deve essere posseduta. Lo spettacolo accentuò l’eccitazione dei due che pomparono con forza inaudita, spingendoci l’una contro l’altra, finché esplodemmo tutti e quattro in un orgasmo violento, quasi bestiale. Si ritrassero rapidamente; usammo dei Kleenex per pulirci alla meno peggio, recuperammo le nostre cose e andammo via. Neanche il tempo di dire “Thank you” Rientrammo in casa; arrivate alle camere, Lucia disse “Per stasera è sufficiente; a letto da brave bambine; domani mi tocca ripartire. Buona notte”.
Non è facile la vita in campagna, specie se ci si deve muovere con attenzione - se non con circospezione - e non si ha quasi nessuna relazione sociale: le giornate da sola erano davvero lunghe. A interromperle, le frequenti telefonate di Lucia, che mi procuravano sempre fastidio perché, al centro, c’era sempre la vertenza coi miei e la lotta al coltello che mi avevano scatenato per riprendersi quello che ingenuamente mi avevano dato e che, malgrado i loro sforzi, continuava ad affluire alle mie casse. Duccio, in una delle rare occasioni in cui si era fatto vivo, mi raccontava di un patrimonio in crescita, di prese di possesso e di contatti anche internazionali; ma io preferivo, come avevo sempre fatto, tenermi fuori dalle beghe e sapere sempre il meno possibile. Qualche volta mi concedevo un “giro in giostra” nel vicino campeggio, dove non mancavano ragazzi arrapati e pronti ad ogni richiesta. Ma neanche in quello potevo largheggiare, per non creare troppo interesse intorno a me a rischio di spezzare la cortina di silenzio che mi avevano costruito intorno e che, per molto tempo, fu indispensabile, visto l’accanimento con cui ero richiesta da funzionari e avvocati, per le pratiche oscure dei miei e per la bega della separazione, con annesso disconoscimento della maternità, che era la cosa che più mi feriva.
Quando Duccio mi annunciò che dopo la chiusura della banca sarebbe passato a trovarmi per delle carte, sbuffai non poco all’idea di una serata di rogne e documenti. Ma quasi subito mi telefonò Lucia per avvertirmi che era particolarmente importante quel che dovevo fare: non mi restò che aspettarlo poco prima di cena. Parlò a lungo e si sbracciò in spiegazioni su acquisizioni, fusioni, investimenti e altro: di tutto mi rimase la richiesta di essere Presidente di una nuova società di cui lui era amministratore e Lucia rappresentante legale; quando mi precisò che non avrei dovuto mai apparire e che avrebbero fatto tutto loro, firmai senza fiatare e lui se ne andò felice. Io rimasi a rammaricarmi di non averci nemmeno provato (lui non avrebbe osato pensarlo) e mi restò un intenso prurito che mi obbligò quasi a cercare qualcuno che mi grattasse. Decisi allora di cenare al campeggio, per riempire in qualche modo una serata noiosa. Il lungo tavolo era parzialmente occupato da un gruppo di quattro ragazzi molto giovani, poco più che adolescenti, dall’aria certamente nordica, che bevevano birra e ridevano a battute per me incomprensibili; mi sistemai per cenare e feci in modo da esporre il massimo delle mie forme opportunamente fasciate da un abitino corto e largamente aperto, tanto da mettere in piena vista il seno pieno e sodo, perfettamente rotondo, e le cosce tornite e lunghe, fino quasi agli slip.
Lo spettacolo fu presto oggetto delle attenzioni e di commenti che, anche se incomprensibili per la lingua, erano eloquentissimi per gli sguardi e, soprattutto, per le bazze dei pantaloncini che si gonfiavano a vista d’occhio. Dopo un po’ di occhiate eloquenti, il più ardito del gruppo trovò una scusa per attaccare bottone - mezzo in italiano stentato e mezzo in un inglese altrettanto improbabile - ed io passai all’azione appoggiando la mano, senza parlare, al suo gonfiore tra le gambe; colta l’allusione, si rivolse agli altri e, insieme, si allontanarono dal ristorante verso un punto meno illuminato del piazzale. Lasciai sul tavolo i resti della cena e i soldi del conto e mi avviai nella stessa direzione; avevo da tempo scoperto un capannone, una sorta di rimessa dove i proprietari lasciavano in deposito oggetti superflui ma utili: tra le altre cose, anche alcuni materassi, forse per la dotazione dei bungalow; mi ci diressi con passo sicuro e non ebbi bisogno di girarmi per sentire che mi seguivano come cagnolini. Nel capannone, andai ad adagiarmi su due materassi messi a terra, che già erano tornati utili e feci cenno ai quattro di accomodarsi con me; non se lo fecero ripetere e vennero a sdraiarsi intorno; il più spigliato colse il momento per abbracciarmi, sdraiarmi sul materasso e infilarmi la lingua in gola: risposi succhiandogliela come fosse un cazzo e lo avvertii fremere e agitarsi per collocare il suo cazzo diritto fra le mie cosce.
Gli altri mi vennero addosso e cominciarono a toccarmi da tutte le parti, specialmente sulle tette e sulle cosce; in quel groviglio, qualcuno infilò le mani sotto la gonna e mi sfilò gli slip; subito dopo, i miei vestiti volavano via e mi trovai nuda fra quattro puledri infoiati; a gesti, chiesi che si spogliassero e mi apparvero in piena evidenza quatto bellissimi giovani che, in comune, avevano un cazzo di dimensioni notevoli già perfettamente in tiro. Ne afferrai due, uno per mani, e cominciai a segarli sapientemente, apprezzando il piacere della carne tenera resa dura dall’erezione, il colore rosa della pelle e le cappelle quasi del tutto incappucciate e ancora di colorito rosa, come i ragazzi poco avvezzi a scopare; tirai contemporaneamente lo scroto a tutti e due e scoprii le cappelle fino alla radice, mi girai alla mia sinistra e presi in bocca il cazzo più vicino, all’apparenza il più giovane tenero e piccolo; il solito spigliato, a qual punto, si inginocchiò davanti a me, mi divaricò le gambe e mi infilò in figa un dito lungo e affusolato che mi fece emettere un gemito soffocato dal cazzo che stavo succhiando.
Il quarto ragazzo, rimasto escluso, mi venne alle spalle e mi appoggiò il cazzo sulla guancia, strofinandolo sulla pelle: la situazione era di difficile gestione e temevo che avremmo fatto solo tanto casino: lasciai il cazzo che stavo succhiando e quello che avevo, in mano, rovesciai d’un colpo quello sopra di me, lo misi sotto e lo montai a cavalcioni, inginocchiata su di lui, con il culo proteso in aria; indicai al più giovane di venirmi a montare alle spalle e aprii le natiche per offrire il buco del culo; non perse tempo e dopo un attimo me lo trovai infilato nell’ano, solo con un piccolo sforzo: a quel punto mi sentivo già piena, con due cazzi che mi pompavano dentro, strofinandosi tra di loro con il velario di un semplice tessuto: godevo da matti e sborravo come una fontana. Il quarto ragazzo, a quel punto, si inginocchiò a cavallo della mia testa e mi appoggiò la punta del cazzo sulle labbra: le aprii e mi lasciai penetrare in bocca; per un po’ lo succhiai, poi lasciai che fosse lui a chiavarmi nella bocca come se fosse una figa. L’altro, infine, mi rimise in mano il suo cazzo ancora duro e voglioso; ed ebbe inizio un’autentica sarabanda, con me che montavo il cazzo di quello stava sotto, mentre il compagno pompava nel mio culo, con l’altro che mi faceva entrare e uscire il cazzo dalla bocca, spingendolo fino ai coglioni; e l’ultimo che si lasciava masturbare con enorme godimento.
Il primo a sborrare fu il cazzo che accarezzavo con i muscoli del culo, più stretto e più stimolante: mi scaricò nell’intestino un fiume di sborra come un ragazzo che scopa poco e non ha fatto sesso da molto tempo; si ritirò di colpo provocandomi un certo fastidio; ma quello che stavo segando si infilò immediatamente al suo posto e, data la mole maggiore, avvertii con una fitta di piacere l’ingombro della mazza che entrava tra i muscoli del retto; la violenza della penetrazione stimolò anche quello che mi stava chiavando in figa: travolto dalla diversa penetrazione, sborrò anche lui provocandomi una serie di violenti orgasmi che accompagnai con acuti gemiti. Subito dopo, ci scaricò letteralmente dal suo corpo (aveva retto fin troppo a lungo) ed io ne approfittai per ribaltare quello che mi inculava per sdraiarmi su di lui, che continuava a pomparmi nel culo con foga; l’altro ragazzo colse l’occasione e venne a penetrarmi nella figa dilatata, grondante di umori e dello sperma che l’altro aveva lasciato.
Mi ritrovai ancora posseduta contemporaneamente in figa e nel culo; riuscirono quasi a sintonizzarsi e li sentii scoparmi all’unisono con la conseguenza di violente sferzate di piacere che mi salivano dall’ano alla figa, si trasmettevano al ventre e mi provocavano un orgasmo continuo, quasi ininterrotto. Esplosero quasi insieme; ed io lanciai un urlo disumano, quando il mio orgasmo esplose con tuta la violenza della serata; i muscoli dell’ano e della vagina si contrassero al punto che li espulsi entrambi insieme ai decilitri di sperma che mi avevano riempito: per fortuna, avevo steso sui materassi una tovaglia trovata sul posto. Mi sdraiai rilassata, libera dai corpi che mi avevano pesato e oppressa; e ripresi lentamente a respirare con calma. Ma il più giovane del gruppo, dopo avermi sborrato nel culo, non era ancora del tutto soddisfatto; si venne ad inginocchiare davanti a me e cominciò a menarsi il cazzo di nuovo in tiro; mi sollevai a sedere e glielo presi in una mano, mentre con l’altra correvo a raccogliere insieme i coglioni che massaggiavo con cura; lo accostai alle labbra, lo leccai delicatamente in punta, lo lambii lungo tutta l’asta e me lo feci entrare in bocca, stringendo le labbra per accentuare il piacere della penetrazione. Benché più piccolo degli altri, quel cazzo aveva comunque una bella stazza: così, lo impugnai con la mano e avviai una lenta sega, mentre la lingua avvolgeva la cappella che entrava fino in fondo al palato e poi tornava indietro fin quasi ad uscire dalla bocca.
Il massaggio lo eccitava come non avrei pensato: vedevo i suoi glutei fremere e irrigidirsi ad ogni colpo di penetrazione; quando passai l’altra mano e stringergli una natica, reagì spingendomi il cazzo più a fondo in bocca; quando il mio dito medio si infilò nel suo ano, sentii i brividi percorrerlo fino all’asta; prima che potesse sborrare, l’amico spigliato ebbe il buonsenso di inginocchiarsi di lato a noi, di infilare una mano tra le cosce e di andare a titillarmi la vulva, alla ricerca del clitoride; lo trovò, lo massaggiò con maggiore sapienza di quanto pensavo e, mentre il mio pompino portava il piccolo all’orgasmo, lui me ne provocò uno di natura diversa, ma altrettanto efficace: sborrai fiumi di umore e di sperma residua, mentre il piccolo si scaricava per la seconda volta nella mia bocca. Naturalmente l’esempio fu contagioso e mi trovai, dall’altro lato, un altro cazzo pronto a farsi succhiare. Li svuotai tutti e tre, con sommo godimento, mio e loro. Alla fine, ci rivestimmo e li lasciai davanti al capannone, andai al parcheggio, ripresi l’auto e tornai a casa per una doccia ristoratrice.
Ormai la mia capacità di sopportare quella strana condizione di clandestinità era quasi al limite estremo, quando Duccio venne a prendermi una mattina per dirmi che Lucia mi voleva in città per un incontro decisivo con “la controparte” (vale a dire,il mio ex suocero-amante, il mio ex marito e mio figlio-amante) per chiudere definitivamente la questione dei rapporti. Preparai una valigia e mi feci accompagnare alla stazione più vicina: benché il viaggio si promettesse lungo e noioso, volevo restare sola per un po’ e raccogliere le idee in attesa del “grande scontro”. Con un taxi raggiunsi lo studio dove la solita ragazza mi indicò di entrare senza farmi annunciare. Non c’era nessuno, nello studio; ma, dalla camera adiacente, provenivano rumori inconfondibili; depositai la valigia e mi diressi all’alcova: non fui affatto sorpresa di trovare Lucia nuda distesa sopra una donna alla quale leccava con grande intensità la figa; aguzzando lo sguardo, riconobbi fra le sue cosce il viso di Maria, la moglie di Nicola, l’avvocato “della controparte”, a sua volta impegnata a insalivarle con grande entusiasmo il buco del culo e la figa. Lucia si accorse di me e mi fece cenno di entrare nel gioco; in un baleno, mi liberai di tutti gli indumenti, afferrai il dildo che già conoscevo e mi accostai alle natiche di Lucia: sorridendo amichevolmente a Maria, feci scorrere il cazzo finto sulla schiena di Lucia, le solleticai il buco del culo e diressi decisamente l’asta tra la figa e la bocca di Maria: aprì le labbra e lo prese in bocca succhiandolo come fosse di carne; dopo averglielo infilato in fondo ala gola un paio di volte, lo tirai fuori e lo accostai alla vulva di Lucia; l’altra immediatamente si diede da fare con la lingua a sollecitarle le piccole labbra mentre il dildo penetrava profondamente in vagina.
Lucia dimostrò di apprezzare molto l’intromissione e afferrò a piena bocca la vulva dell’altra, costringendola ad una serie di contorsioni e di gemiti che annunciarono un lungo orgasmo; vidi gli umori scaricarsi sulle labbra; sfilai l’arnese dalla figa e lo diressi con decisione al buco del culo: un solo colpo e fu dentro fino al manico; lo rigirai e lo spinsi più volte, finché non sentii che anche Lucia versava in bocca all’amica un mare di umori. Con una mano, Lucia si sfilò il bastone dal culo e rotolò con l’altra sul tappeto fino a mettermela davanti col culetto asciutto appuntito e una figa notevolmente pelosa e con le piccole labbra che fuoruscivano addirittura dalle grandi; presi a solleticare Maria sulla schiena, prima, sulle natiche poi, finché arrivai all’ano: lo penetrai con un colpo secco che la fece scuotere tutta e vibrare e si adagiò sulla faccia di Lucia che non aveva mai mollato la presa e anzi la teneva bloccata per farla inculare meglio. Dopo una serie di va e vieni dal culo, Lucia prese l’asta e la sfilò dal culo per dirigerla alla figa; intanto, non cessava di succhiare e leccare stringendo tra le labbra il clitoride enorme, quasi un piccolo cazzo, che l’altra aveva in buona evidenza.
Sborrarono ancora più di una volta; e continuarono a farlo anche quando io, stanca di agire “da lontano”, mi chinai su Maria e la baciai in bocca infilando la testa sulla sfiga spalancata di Lucia: fu un’emozione strana, quella lingua sottile e appuntita che mi percorreva la bocca e cercava tutti i recessi per accarezzarli; l’afferrai tra le labbra e la succhiai a lungo; poi spostai la bocca sulla figa spalancata e presi a leccare Lucia con grande intensità cercando le linguate più morbide che potevo, quasi per compensarla del bastone che le avevo infilato. Sentii una mano che mi si infilava tra le cosce e andava ad afferrarmi immediatamente la figa: era Maria, che dimostrava una particolare abilità nella masturbazione, perché immediatamente trovò il mio punto di piacere, intorno al clitoride, e vi roteò intorno finché non ebbi un orgasmo. Quasi contemporaneamente, avvertii il bastone che mi scavava fra le chiappe alla ricerca del buchetto: in un attimo, Lucia mi infilò il dildo direttamente nell’intestino, ricambiando il colpo secco ricevuto; sentii le budella sconvolte, ma il piacere mi colse intenso e improvviso: ebbi immediatamente un secondo orgasmo. Le due, intanto, si erano staccate ed ora agivano quasi in sintonia su di me.
Lucia si sedette sul tappeto, a gambe spalancate, mi prese la testa e mi obbligò a mettermi carponi davanti a lei per leccarla; mi misi in ginocchio, mi piegai in avanti ed iniziai la più potente leccata che sapevo; Maria, alle mie spalle, mi sollevò in alto le anche e mi leccò sapientemente culo e figa contemporaneamente: di sottecchi, mi accorsi che aveva infilato le mutande “armate” e che stava avvicinando il cazzo al mio culo; sperai che entrasse in figa; ed infatti lo fece: mi sentii penetrata con una foga inaspettata; cominciò a chiavarmi come un maschio, infilando il dildo fino al collo dell’utero e ritraendosi con molta lentezza; durò a lungo il suo va e vieni dalla mia figa: mi rendevo conto che lo spuntone interno doveva sollecitarla con energia, perché urlava, si dimenava e diceva oscenità al limite della comprensione, mentre sbatteva con forza sul mio culo e faceva penetrare l’asta finché sentivo intorno all’ano i peli della sua figa. Lucia si era quasi fermata, incantata a godersi lo spettacolo di quella violenta scopata; ed io restavo con la bocca sulla sua figa partecipando sensualmente alla penetrazione che mi sconvolgeva il ventre. Godemmo insieme, io e lei, dopo che ebbe scaricato nel mio ventre una serie di colpi violenti; e Lucia partecipò subito dopo all’orgasmo, aiutandosi con una mano infilata tra la mia bocca e la sua vulva.
Ci accasciammo sul divano, quasi svuotate, e Maria mi abbracciò delicatamente, spinse contro di me il bacino ossuto e le tette enormi; se ne stette per un po’ ad assaporare il mio corpo e il suo piacere che lentamente si placava; mi baciò con dolcezza sulla bocca, limitandosi a succhiarmi dolcemente la lingua e a darmi la sua da spompinare. Lucia si aggregò, abbracciandoci entrambe e strofinando la figa sui miei fianchi. Poi ci sollevammo e tentammo di ricomporci, anche se non fu molto semplice tra le carezze i baci e le toccatine che continuavamo a scambiarci. Alla fine riprendemmo una condizione accettabile; Maria ci salutò e se ne andò: solo allora mi resi conto che neppure aveva conosciuto il mio nome. Tornati all’ufficialità dello studio, Lucia mi spiegò che era giunta ad un accordo con la mia ex famiglia per dare una definizione precisa ai rapporti di affari (quelli anagrafici erano già stati decisi nella separazione) e che a momenti sarebbero arrivati tutti e quattro (compreso l’avvocato) per porre fine alla vertenza. Ero agitata, e si vedeva; ma Lucia mi rassicurò: non c’era più animosità, ormai, e si trattava solo di particolari contabili.
Ma quando me li trovai di fronte, non potei trattenere una certa emozione, specialmente alla vista di Davide che invece appariva (e risultò) il più acrimonioso: pesanti rimproveri ed accuse partirono quasi gratuitamente, a cui fu abbastanza semplice rispondere con sfumate allusioni alle scopate che avevamo fatto: il nonno e mio figlio si zittirono rapidamente, rendendosi conto di quanto lo scandalo (se avessi detto la verità) avrebbe danneggiato tutti; anche Nicola dovette addivenire a più miti consigli, memore del pompino e timoroso che sua moglie venisse a sapere; solo Antonio aveva da rimproverarsi solo di non essermi stato vicino e di avermi ingannato usando il mio nome e le mie firme per i suoi giochi di potere. Mentre ancora si discuteva e volavano ancora accuse e allusioni, la porta si aprì e rientrò Maria, che doveva aver lasciato qualcosa: rimase basita quando ci vide tutti insieme; e ancora più si trovò impietrita quando mi presentarono come la ex moglie che tante colpe aveva. Di fronte alla sua faccia, io e Lucia non potemmo trattenere una risata liberatoria.
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