La vita in casa non era più la stessa, soprattutto per me: dopo la foia delle grandi scopate con suocero e figlio, mi trovavo di colpo sola e a secco totale: il nonno era ormai perso dietro la sua bielorussa e risultava poco più che un ospite casuale, anche se continuava a presidiare la sua camera al pianterreno; mio marito era sempre più perso dietro le sue avventure industriali, che andava ampliando all’estero, ed era assente sei giorni su sette; peggio ancora, aveva preso l’abitudine di coinvolgere Davide, nostro figlio, per via della dimestichezza che aveva con le lingue straniere. Conclusione, erano insieme a casa poche volte, quasi sempre indaffarati a sbrigar carte - molte delle quali mi interessavano direttamente anche se non ci capivo niente - e spesso accompagnati da personaggi più o meno misteriosi. Uno in particolare mi aveva colpito, Martino, un bell’uomo poco sopra i quaranta, che Antonio aveva conosciuto per intervento di Davide: faceva il buttafuori in una balera e stava organizzando con loro un servizio di sorveglianza di nuovo modello. Ero incuriosita soprattutto dall’idea di un “buttafuori di balera” e con qualche reticenza mi spiegarono che il “Diamantino” era un posto frequentato soprattutto da persone dagli “anta” in su, che per lo più si incontravano per ballare il liscio, per conoscersi e, quasi sempre, per scopate veloci dove più facilmente capitasse.
La cosa non mi incuriosì più di tanto, sul momento; ma mi colpì l’insegna, una sera che ero più annoiata del solito, sola in casa, e avevo deciso di fare un giro in macchina: decisi di parcheggiare per dare un’occhiata. Martino mi riconobbe subito e fu alquanto meravigliato dell’incontro: “passavo di qua ed ho voluto curiosare: a casa mi annoiavo, da sola da tanti giorni”. Non fece commenti, mi consegnò un tesserino e fece un qualche cenno ad un altro. L’ambiente era piuttosto triste, a guardarlo con severità: un enorme bancone con luci strane, una pista dove una massa di scalmanati si dimenava a ritmi antichi, tanti divani e, intorno alle pareti, qualche angolino in ombra più compiacente. Mi diressi al bar; e immediatamente un tipo piuttosto appariscente, - dall’aria molto macha ma con evidente parrucchino e pancetta mal contenuta - si accostò proponendomi di bere; quasi immediatamente un giovane prestante lo pregò di cambiare aria: non esitò un attimo a sparire. Capii subito che Martino mi aveva circondato di un sistema protettivo, ma mi scattò una sorta di rabbia e, di colpo, cominciai a desiderare di trasgredire.
Sui divani alle pareti, una volta che mi fui abituata alla luce, distinsi coppie che si scambiavano effusioni: entro limiti di decenza, naturalmente, ma comunque dimostrando un grande entusiasmo e tanta carica sessuale; mi chiesi se scopavano sul posto, ma poi ricordai che avevano accennato a posti dove “più facilmente capitasse”; pensai subito ai bagni e alle macchine nel parcheggio. Il tizio che si avvicinò aveva un’aria decisamente piacevole e con molto garbo mi invitò a ballare; fulminai con uno sguardo il buttafuori che già si muoveva a frenarlo e feci chiaro che, questo, volevo tenermelo. Era il momento dei lenti, tre in rapida successione, e il mio cavaliere si rivelò abilissimo in un gioco che in gioventù mi aveva procurato non poche emozioni dolci, il ballo della mattonella: la decina di minuti che passammo in piedi sulla pedana fu una pomiciata epica, da annotare sul diario di qualsiasi adolescente: mi teneva stretta in vita fino a troncarmi il respiro e il suo cazzo duro - e notevole, a sentirlo da sopra i vestiti - si andò a collocare con naturalezza sotto il mio inguine avviando una sollecitazione che mi portò rapidamente alla massima eccitazione; intanto, la sua mano dietro la mia schiena scivolava garbatamente verso le natiche e le accarezzava con dolcezza invitante; non mancò neppure il repertorio classico dei sospiri sul collo, del lobo mordicchiato, dei baci dolci sulle guance, ai lati della bocca; per completare la seduzione, l’altra sua mano scivolò quasi per caso a carezzarmi il seno.
Sentivo il sangue ribollirmi e la figa pulsare come un cuore impazzito, valanghe di umori si scatenavano e andavano a riempire il misero slip che indossavo; ebbi anche un orgasmo, che riuscii a coprire per non urlare. Dopo questo approccio, fu quasi naturale andarci a sedere su un divano alle pareti; e ancora più naturalmente lui mi abbracciò, mi baciò sulla bocca ed infilò la sua lingua tra le mie labbra: aveva una lingua morbida e decisa, di quelle che ti scopano in bocca e sono capaci di farti venire senza usare il cazzo: lo accolsi appassionatamente e ricambiai l’enorme succhiata che mi fece, delle labbra e della lingua. Semisdraiati sul divano, sentii la sua mano farsi strada dietro la mia schiena e scendere decisamente verso il bordo della gonna, che sollevò per infilarsi decisamente tra i miei slip: un dito forte e duro mi penetrò nella figa e cominciò a masturbarmi con sapienza; strinsi ancora di più l’abbraccio e risucchiai sonoramente la sua lingua nella bocca, gemendo dolcemente per il piacere. Con pochi colpi ben assestati mi portò subito ad un orgasmo che mi squassò il ventre. Mi tenne stretta mentre mi rilassavo; poi mi prese per un braccio, mi fece alzare e si avviò verso l’uscita: lo seguii quasi imbambolata:
Alla porta, presentò il tesserino e mi fece fare altrettanto; si diresse alle auto e, mentre percorrevo le corsie del parcheggio, notai che quasi tutte erano abitate e si agitavano per il movimento di corpi che le occupavano. Arrivammo alla sua, una berlina di notevoli dimensioni (ma mi intendo poco di auto, per sapere quale modello fosse); aprì lo sportello, mi fece entrare con garbo, richiuse e passò dalla parte del guidatore, dove andò ad accomodarsi. Appena al chiuso, si girò subito ad abbracciarmi e baciarmi con passione: ricambiai il bacio con tutta la voglia accumulata in lunghi giorni di astinenza. Quasi senza che me ne accorgessi, gli schienali dei sedili si ribaltarono all’indietro, mi trovai completamente sdraiata e lui (non mi è mai interessato sapere come si chiamasse) mi aprì la camicetta e, quasi contemporaneamente, mi sollevò la gonna fino al ventre. In un attimo mi trovai con la sua bocca su un capezzolo che succhiava con la sapienza dell’amante e il fervore di un bambino; intanto, la sua mano si era impossessata della mia figa e un dito si insinuava tra i peli per arrivare alla vulva: cominciai a genere per il piacere che mi invadeva. Per uno strano gioco della mente, mi vennero in mente le prime scopate in un’utilitaria, con le contorsioni impensabili per farmelo mettere dentro. E forse erano proprio questi richiami all’adolescenza che mi rendevano ancora più eccitata.
Quando la sua mano fu totalmente impregnata dei miei umori, si sollevò e sciolse la cinta dei pantaloni, che abbassò fino alle ginocchia: non ero in grado di vedere nettamente la piena figura, ma la sagoma del cazzo mi suggeriva che non mi ero sbagliata; era notevole. “cerca di stare attento” ebbi la prontezza di dirgli. Si staccò da me, prese dalla tasca un oggetto ed aprì un preservativo che srotolò sul cazzo: lo aiutati e ne approfittai per saggiare la consistenza della mazza che era veramente interessante. Compiuta l’operazione, mi abbassò gli slip fino alle caviglie, di dispose tra le mie cosce e mi penetrò con un solo colpo. Non avvertii nessun fastidio; anzi, la mia vulva accolse con enorme gioia l’asta che - finalmente - mi percorreva la vagina e mi andava a stimolare il collo dell’utero. Si adagiò su di me, catturò la bocca in un bacio a ventosa e cominciò a chiavarmi dolcemente; sentii subito le scariche di voluttà che mi portarono rapidamente ai primi piccoli orgasmi. Poi i colpi di penetrazione si fecero più intensi e più frequenti, sentii la sua mazza penetrarmi con sempre più violenza e mi scatenai in un lungo, violento orgasmo liberatorio. Non sentii la sua sborra, perché trattenuta dal preservativo; e un pizzico di rimpianto mi sorse spontaneo; ma sborrai come una fontana e forse gli allagai il sedile.
Appena concluso, si sistemò sul suo sedile e rimise a posto gli abiti; io usai un cleenex per asciugare gli umori della figa, rimisi a posto gli slip, usai lo specchietto per ricompormi i capelli e ridarmi il rossetto. Poi uscii dall’auto e mi diressi di nuovo alla balera. All’ingresso trovai Martino “Tutto bene?” mi chiese; gli feci cenno di si “stasera sono inchiodato qui; ma domani, se ti va, possiamo vederci per un caffè” “OK” risposi, “Passo a prenderti io?” “Con la tua motocicletta?!?!” Gli chiesi ironica (era famoso perché circolava solo in motocicletta). “Se ti va ….” “OK” e rientrai in sala. Adesso mi muovevo con maggiore disinvoltura, non appena gli occhi si furono abituati alla luce particolare dell’ambiente; il gioco dell’importuno che si avvicinava si ripeté quasi per copione: ma stavolta il buttafuori mi guardò con aria interrogativa prima di intervenire; feci cenno di sbatterlo via e un attimo dopo era già lontano. Avevo bisogno di rinfrescarmi: nonostante la limitazione del preservativo, la scopata mi aveva scosso e stimolato una forte pressione alla vescica. Seguendo una discreta insegna luminosa, mi diressi al bagno e aprii quello per le donne. Non era un ambiente incoraggiante: soprattutto, non c’era una porta con garanzia di chiusura: mi fermai perplessa domandandomi cosa fare. “Vuoi che ti tenga la porta come al liceo?” il tono era beffardo, ma la voce ispirava simpatia; e veniva dal personaggio più particolare che potessi prevedere.
Una ragazza giovane (ma non giovanissima) - vistosamente truccata con una parrucca multicolore e orpelli su tutti i lembi di un vestito improbabile – mi era comparsa alle spalle “ciao, io per tutti sono Vampira …” “Ciao, io sono Anna” “… e sei amica di Martino …” “Diciamo che lo conosco” “Ok … hai bisogno di aiuto?” “Oh, Dio, non so …” “Vieni!” era decisa e mi spinse in un bagno, entrò con me e si appoggiò alla porta che richiuse “Riesci a farla in mia presenza?” chiese; decisi di stare al gioco e, disinvoltamente, mi sfilai gli slip e mi sedetti sulla tazza a pisciare. “Devi aver fatto una bella scopata” commentò Vampira “i tuoi slip son quasi da buttare … quanto sei venuta?” “Tanto … tanto …” “ma lui almeno aveva il preservativo?” “si, si, non preoccuparti …” Si poneva il problema, adesso, di darsi una ripulita. Ma Vampira pareva molto esperta di certe situazioni: estrasse dall’enorme borsa che portava a spalla un paio di slip ancora nel cellophan e una confezione di salviette umidificate. Senza darmi tempo di obiettare, mi venne vicino e cominciò a massaggiarmi la figa con la salvietta; ma non si limitò a lavarmi: rapidamente mi resi conto che mi stava masturbando con molta sapienza, al punto che quasi subito le ginocchia mi si piegarono per il languore.
Mi prese per le braccia, mi sollevò e artigliò a ventosa le mie labbra nella sua bocca: istintivamente, la abbracciai e ricambiai il suo bacio con autentico entusiasmo. Ormai non mi riconoscevo: nel giro di poche ore mi ero fatta scopare in macchina da uno sconosciuto ed ora ero qui che mi facevo masturbare e baciare da una lesbica. Vampira dovette leggermi nel pensiero i dubbi “Qualche problema?” “No, no” la rassicurai; e, quasi per dimostrarlo, le infilai una mano fra le cosce e catturai la sua figa: la sentii particolarmente cedevole e largamente intrisa di umori, segno che la serata era stata buona. Diventai all’improvviso più decisa ed usai l’altra mano per prenderle un seno e strizzarlo con forza, afferrai tra pollice ed indice un capezzolo grosso come una nocciola e lo sfregai con amore: era forse il punto più erogeno del suo corpo e si abbandonò languida alle mie carezze, senza smettere di manipolarmi la figa. “Succhiamelo un poco” mi sussurrò; ed io obbediente cominciai a succhiarle il capezzolo insistendo finché non sentii che la mia mano nella sua figa si riempiva degli umori di un orgasmo che la stava squassando. Ci abbandonammo esauste contro le pareti del bagno. “Adesso, sul serio, puliamoci e muoviamoci” disse Vampira, quando si fu un poco ripresa; lo facemmo, cercando di evitare contatti pericolosi. Mentre uscivamo, mi consegnò un biglietto da visita “Lucia Marangoni, avvocato … tu … tu sei un avvocato?!?!?” “ Si, ma solo fuori di qui; qui sono Vampira” “Perché mi hai dato questo?” “Perché mi sei piaciuta subito e adesso mi piaci ancora di più. Ho voglia di vederti in un ambiente meno provvisorio e squallido. Vieni a trovarmi e sono certa che staremo bene, insieme”. Era troppo,per me. Decisi di andare via, alla sicurezza della mia casa.
Martino fu fedele alla promessa: si presentò il pomeriggio del giorno dopo in sella al motociclettone di cui avevo spesso sentito parlare quando era con Davide e Antonio. Per uno strano vezzo giovanile, mi ero vestita per l’occasione, ripescando nella memoria gli anni dell’adolescenza quando quelle scappatelle erano il massimo dell’emozione trasgressiva: quando mi vide, Martino non poté fare a meno di sorridere, ma apprezzò molto la mia scelta. “Sei libera tutto il fine settimana, mi pare” annuii; “ti va se facciamo una fuga al mare?” “Dammi il tempo di preparare una borsa.” “Porta anche qualcosa di elegante”. Mi sentivo emozionata come una scolaretta al primo appuntamento: l’idea della fuga in motocicletta, della corsa al mare con un bell’uomo, di un weekend tutto per me, insomma la situazione mi caricava a mille. Scelsi le cose più agili ed eleganti, le ficcai in un borsone e mi precipitai fuori “ma … io non ho il casco …” “Eccolo!” aveva pensato a tutto. In sella al suo bolide, piombai nell’atmosfera giovanile: lo abbracciai in vita e mi ci appiccicai come ricordavo che facevo quando ero completamente cotta del mio centauro; d’altronde, Martino sembrava fatto per dare sicurezza e tenerezza.
In meno di mezz’ora raggiungemmo un paesetto sul mare: Martino, evidentemente, conosceva bene i posti e si muoveva a suo agio; andò direttamente in un albergo piccolo ma grazioso, proprio sul mare; doveva essere conosciuto, perché gli fecero molte feste e ci assegnarono subito la camera migliore, naturalmente matrimoniale. “Vatti a preparare per la cena” suggerì Martino. Indossai un abito fresco ed elegante, niente di provocante ma capace comunque di far girare la testa, tanto mi fasciava bene. Passeggiammo per qualche minuto sulla spiaggia, mentre preparavano il tavolo; ed io mi aspettavo qualche avance decisa da lui, che invece sembrava in difficoltà “Che ti succede?” Lo presi alla sprovvista “Beh … sai … non è facile trovarsi qui con una donna così bella, così ricca, così potente, madre e moglie dei miei prossimi padroni …” Non capivo e glielo dissi. Mi spiegò allora che Davide e Antonio erano diventati una vera potenza, in città e non solo, e che ora gli risultava più difficile quello che aveva sperato per molto tempo, vale a dire di stare solo con me. “Senti, giovanotto, io sono venuta con te perché mi piaci, perché mi piace scopare e voglio farlo con te, qui, stasera …” “Scusami, è stato solo un attimo: ancora non capisco se davvero sei all’oscuro di tutto …”
Allora gli imposi di spiegarmi e saltò fuori che il nonno aveva costruito una “fabbrichetta”, che il padre l’aveva fatta diventare uno stabilimento importante e che il figlio ormai era un imprenditore di altissimo livello: dal momento che - per motivi fiscali - molta parte era intestata a me, si sentiva a disagio all’idea di scoparmi. Lo mandai affettuosamente al diavolo: c’erano delle carte che ogni tanto mi facevano firmare, mi ero accorta che Davide ormai non guardava più il mondo dove aveva vissuto; ma per me esisteva ancora la vita coi suoi piaceri, primo fra tutto il sesso e, perché no, l’amore. Parlavo a ruota libera, come un fiume in piena, quasi incazzandomi sempre più, finché Martino mi bloccò nel modo più semplice: mi abbracciò stretta e agguantò con un morso le mie labbra ficcandomi la lingua in fondo alla gola. Mi avvinghiai a lui e ricambiai con forza il bacio, succhiando la sua lingua in fondo alla mia bocca e a mia volta spingendo la mia nella sua gola: ci eravamo avvinghiati così tanto che sentii il suo cazzo indurirsi ed entrare nelle pieghe della gonna fino a collocarsi sulla figa ancora imbracata da vestiti e slip. Per un attimo mi sorpresi a vedere “dall’esterno” l’immagine di noi abbracciati, quasi fusi insieme, in piedi sulla spiaggia al tramonto: nei miei sogni di adolescente era l’eden sempre sognato e mai realizzato; mi emozionai come una ragazzina e sentii i primi umori colarmi dalla figa per le prime scosse di piacere.
A tavola, Martino si rivelò impeccabile; aveva anche ordinato una “cena speciale” e veramente avevano fatto miracoli, nel preparare il pesce; bevemmo anche molto, con allegria, esaltati dal posto, dal momento, dalla situazione. Anche mentre salivamo in camera, Martino si comportò come un perfetto innamorato: un bacio per ogni scalino, fino in cima, con le mani che correvano a scoprire ogni angolo del corpo, dai fianchi alle natiche, dalle cosce al ventre, dai seni al viso: fu un’ascensione verso la vetta del piacere che mi provocò una lunghissima serie di piccoli orgasmi. Addirittura, mi sollevò tra le braccia, quando ebbe aperto la porta, attraversò tutta la stanza e mi adagiò delicatamente sul letto: mi sentivo quasi nella condizione verginale della sposina. Si sdraiò su di me facendomi sentire tutto il suo corpo e, soprattutto, la sua notevole mazza che sembrava trovare naturalmente il percorso per adagiarsi nella migliore posizione fra le mie cosce sul mio pube.
Cominciò a spogliarmi come molte donne sognano, a colpi di baci e di piccoli morsi: usando solo la bocca e i denti, mi aprì ad uno ad uno i bottoni della camicetta, distraendosi ogni tanto a baciarmi la gola, il petto i seni fino al reggiseno; lo aiutai a far scivolare via la camicetta e lui attaccò subito il reggiseno, aprì coi denti il gancio e con le labbra spostò le coppe finché le mammelle furono alla sua mercé: cominciò allora la più bella succhiata di capezzoli che potessi desiderare: sentivo il mio ventre aspirato dalla bocca che mi succhiava e gli orgasmi si susseguivano fino a far diventare la mia figa una fontana aperta: gemevo, urlavo, lo incitavo, godevo come una pazza. Poi scese verso il basso e aprì coi denti la lampo della gonna, ne afferrò un lembo e lo trascinò in basso, verso le caviglie: a mano a mano che il mio ventre si scopriva, la sua lingua passava a lambirlo: in un attimo fui umida della sua saliva e il mio corpo vibrava tutto di piacere: scosse tremende mi partivano dall’utero ed esplodevano in vulva. Rimasi solo con gli slip e Martino accennò a prenderli con la bocca; cercai di fermalo, perché sapevo che ormai erano zuppi delle mie sborrate; ma non sentì ragioni, anzi mi accorsi che li succhiava addirittura, mentre li accompagnava con la bocca fino a terra.
Quando fui completamente nuda davanti a lui, mi divaricò delicatamente le gambe, si inginocchiò in mezzo e si abbassò a baciarmi la figa: sentii la stanza ruotarmi intorno, quando le sue labbra morsero il mio inguine, quando la lingua si fece strada tra i peli, separò le grandi labbra e si insinuò a cercare il clitoride; urlai di piacere e caddi in un languore che mi faceva sentire solo la punta della lingua che stuzzicava il centro del mio piacere. Quando aprii gli occhi, me lo vidi davanti in tutta la sua bellezza statuaria, con la mano su un cazzo che mi parve bellissimo, forte, grosso, pieno di promesse; allungai una mano e me ne impossessai; lo costrinsi a stendersi sul letto, accanto a me, lo bloccai supino e mi avventai con la bocca sull’asta. Lo desideravo tanto che neppure mi resi conto di farlo sprofondare di colpo fino alle tonsille; ebbi un accenno di conato e dovetti tirarlo fuori a metà; ma ripresi immediatamente ad affondarmelo in bocca, come per chiavarmi in una scopata particolare: mentre lo ingoiavo, lo leccavo continuamente tutt’intorno, specialmente sotto la cappella, dove lo sentivo più reattivo. Mi fermò la testa e, accompagnandomi, mi invito a un pompino più lento e duraturo; cominciai ad accompagnare con le mani la stimolazione orale: gli facevo una sega leggera sulla parte fuori della bocca e, intanto, gli tenevo le palle accarezzandole e strizzandole; con la lingua, disegnavo ghirigori sulla cappella e sotto, sull’asta e sulle palle.
Non emetteva suoni, sembrava distante; ma i suoi muscoli si tendevano con forza ogni volta che il piacere lo aggrediva; quando arrivava troppo vicino all’orgasmo, mi tirava via , mi prendeva la testa e mi baciava con passione, mi stendeva supina e mi leccava la figa con sapienza. Non so quanto tempo passammo a stimolarci reciprocamente: sapevo solo che lo volevo, tutto, dappertutto, volevo che mi riempisse la figa, il culo, la bocca, le mani; non mi sarei stancata mai di scoparlo e di farmi scopare. Approfittando di un momento in cui era disteso a rilassarsi, gli montai a cavalcioni, impugnai il suo cazzo e, lentamente, dolcemente, delicatamente, me lo feci entrare nella figa: a mano a mano che la sua carne si impossessava della mia, tutte le fibre del ventre reagivano con stimolazioni di piacere; quando alla fine mi abbattei su di lui e l’asta entrò fin nelle viscere più interne, mi fermai a godermelo e misi in azione tutti i muscoli della vagina per massaggiarlo, per sentirlo, per godermelo: sborrai almeno un paio di volte, in quella posizione. Martino allora mi scavallò con violenza, mi sbatté di schiena sul letto, mi divaricò le gambe, si mise in ginocchio, mi sollevò i fianchi ed entrò decisamente nella mia figa: non era la stesa cosa, il piacere era assai più intenso e violento, mentre pompava il suo cazzo contro il collo dell’utero; mi abbracciò tutta, si stese col corpo sul mio e cominciò a sbattere solo i fianchi, provocandomi un piacere diffuso che andava dalle cosce al cervello. Esplose all’improvviso, senza neanche volerlo, forse, ed io esplosi insieme a lui in un orgasmo lungo, estenuante, che ci fece sentire di colpo tutta la fatica della scopata. “Scusami, disse quando si fu ripreso, non avevo neanche il preservativo … “ “Hai qualche problema?!?!” “Ma no, dicevo per tua sicurezza” “Non preoccuparti, non ce né bisogno …” Poi, forse, ci siamo assopiti per un po’, senza staccarci di molto, abbracciati nel sudore, nella stanchezza, nel piacere.
La mattina seguente – era sabato – mi svegliai stralunata, per la lunga e faticosa notte d’amore: tre volte avevamo ripetuto gli assalti, ed ogni volta era stato più entusiasmante. Mi scoprii sola, nel letto e nella camera: un biglietto sul comodino mi avvertì:”Sono al mare; metti un costume”. Non stetti neanche a pensarci e indossai il minuscolo bikini che avevo infilato in borsa, una cosa quasi inesistente, scelta per comodità, ma soprattutto per mettere in risalto le mie forme. Lo trovai disteso sulla sabbia; mi sdraiai accanto a lui, sul piccolo telo, per stargli il più possibile appiccicata, e lo baciai con foga, poi cominciai a carezzarlo su tutto il corpo. Mi frenò quasi bruscamente “ora prendiamo il sole, disse, avremo tempo stasera” e, dopo la notte trascorsa, c’era da credergli. Mi tuffai in acqua, anche per calmare i bollori che avanzavano, e Martino mi raggiunse; giocammo come fanciulli a spruzzarci, a rincorrerci, a nuotare a gara; e ci baciavamo, ci accarezzavamo: accennai anche a una sega sott’acqua e lui mi titillò un poco la figa, praticamente esposta dal minitanga che la scopriva, piuttosto che coprirla. Poi tornammo sulla spiaggia “teli separati” impose Martino e decisi di fare la buona; ma non gli risparmiavo, di tanto in tanto, bacetti, carezze e leccatine su tutto il corpo.
Poi andammo a pranzare: il cuoco si superò e tutto risultò un delirio di aromi e di sapori; il vino correva facile. Mentre mangiavamo, inevitabilmente il discorso cadde sulle conoscenze comuni e, oltre a qualche puntualizzazione sulla mia famiglia (scoprii alla fine che Davide era con me il figlio timido e voglioso, ma che era ben noto vegli ambienti giusti per le sue qualità di amante) feci cadere quasi per caso una domanda su Vampira; Martino sorrise “L’hai conosciuta?” “Si, nel bagno del Diamantino” “Capisco …” borbottò; poi mi spiegò che era un personaggio particolare, nel quotidiano avvocato di successo particolarmente bravo in affari fiscali, e di sera aggressiva lesbicona, ma senza cattiverie. Pensai che dovevo proprio conoscerla. Dopo pranzo, proposi di ritirarci in camera, ma Martino sorrise sornione “ti ho detto che avremo tempo stasera; ora andiamo a riposare sulla spiaggia, all’ombra, e poi andremo a fare un giro”; feci una smorfia da ragazzina delusa, ma andai con lui, letteralmente appiccicata a lui, fino all’ombrellone, dove sostammo qualche tempo. Poi decidemmo di vestirci e andammo in paese: come tutte le località di villeggiatura, era quasi deserto, nonostante la stagione già buona; ma questo favorì la nostra passeggiata da ragazzini innamorati che hanno marinato la scuola.
Girovagammo a guardare vetrine e commentare ad alta voce fino a tirare ora di cena. Poi tornammo all’albergo; ed io mi sentivo particolarmente euforica per quelle ore trascorse a dare sfogo al mio bisogno di infantile meraviglia. Dopo cena, filammo direttamente in camera e ci fiondammo sul letto. Ma non gli diedi il tempo di prendere l’iniziativa: volevo farmelo, volevo impossessarmi di lui e del suo cazzo, volevo infilarmelo a forza, anche dolorosamente, dappertutto; e non gli potevo permettere di fare appello subito alla sua capacità amatoria per guidarmi. Lo schiacciai supino sul letto, gli montai addosso e cominciai a spogliarlo; quasi contemporaneamente, non so come, mi strappai di dosso l’abitino che avevo messo per la cena: non portavo biancheria e fui subito nuda su di lui ancora vestito. Gli strappai di dosso camicia, pantaloni e mutande e lo impalai sul letto fiondandomi con la bocca sul suo cazzo in piena erezione; quasi per non essere passivo e per far valere la sua forza, mi prese per le anche e mi ruotò fino a che la mia figa fu sulla sua faccia, all’altezza della bocca. Cominciò allora a divorarla come non aveva mai fatto prima: mi succhiava le viscere e le leccava, mi affondava le dita di una mano in vagina e mi tormentava quasi con violenza il clitoride; esplosi quasi immediatamente e lui si mise avidamente a succhiare gli umori che mi scorrevano copiosi dalla figa.
Stranamente, mi resi conto che quasi non toccava il mio buchetto, quasi avesse esitazione. Io invece mi impalavo sul suo cazzo fino a soffocare, lo spingevo verso la gola fino a urtare con le labbra le palle; lo succhiavo come un aspiratore e lo leccavo dolcemente in ogni dove; quando mi accorgevo che era prossimo all’orgasmo, gli stringevo con forza le palle, fino a fargli male, e mi fermavo col cazzo in bocca. Andammo avanti un po’ ed io annotai almeno tre grossi orgasmi da parte mia, che Martino devotamente succhiò nella sua bocca. Poi decisi di passare al piatto forte: mi staccai dal suo cazzo, mi liberai della sua presa e gli montai addosso col viso verso di lui; mi sedetti sul suo ventre e infilai la mano sotto le cosce finché raggiunsi il cazzo che mi batteva sulle natiche: sollevandomi un poco sulle ginocchia, accostai il cazzo all’inguine; Martino interpose la sua mano e cercò di guidarlo verso la vulva; ma io spostai la sua mano e diressi la cappella al buchetto posteriore; Martino ebbe uno scatto di ribellione, quasi gli facesse paura incularmi; lo guardai con aria interrogativa “Ti farò male … “ sussurrò; e anch’io pensavo che non sarebbe stato semplice infilarselo nel culo, in quella posizione, senza preparazione.
Ma lo volevo dentro ad ogni costo, anche se avessi dovuto lacerarmi lo sfintere; e cominciai ad abbassarmi sull’asta che mi forzava dolorosamente i tessuto dell’ano. Martino mi prese i seni nelle mani e cominciò a solleticare i capezzoli: il piacere che ne derivava allentò lo sforzo della penetrazione e mi spinsi più giù accompagnando con piccoli orgasmi la mazza che mi violava le budella. “Non sono più vergine là” gli dissi per rassicurarlo “si, ma non sei lubrificata e questa non è una mazza per tutti; ci vuole un culo speciale” “Il mio lo è e te lo dimostro” ero indecisa tra la verginella che si fa sfondare e la donna che vuole ad ogni costo imporre il suo piacere. Spinsi con più forza e la cappella passò lo sfintere: urlai per il dolore ma non mi fermai. A quel punto, gli effetti del piacere che gli dava il culo stretto intorno al cazzo scatenarono la libidine violenta di Martino che cominciò a spingere a sua volta dal basso in alto per far entrare l’asta nel buchetto. Ma era un’operazione difficile e faticosa; di scatto, si sfilò con un colpo di reni, mi rovesciò sul letto e mi piombò addosso; mi fece girare a pecora , si inginocchiò dietro di me e cominciò a leccarmi il buco con passione: la sua lingua che entrava e usciva dal foro mi scatenava elettricità sessuale in tutte le fibre; la mia figa urlava di voglia ed io l’accontentai con il dito medio che infilai nella vagina; Martino, intanto, mi forzava il culo con le dita, prima uno, poi due poi tre infine tutta la mano; il mio culo cedeva docile e infoiato: lo volevo dentro, tutto, con furore.
Si sollevò sulle ginocchia, accostò la cappella all’ano, mi abbrancò da dietro le tette e mi tirò a sé, con un sol colpo. Il cazzo mi sprofondò nell’intestino facendomi urlare in modo disumano; stette qualche momento fermo, avvertì che i muscoli del retto cominciavano a carezzare l’asta e iniziò la pompata. Fu lunghissima: entrava, usciva quasi del tutto e mi ripiombava dentro provocandomi ogni volta scosse di passione; si soffermava col cazzo dentro per metà, ammirava le mie natiche contro il suo ventre, si chinava a baciarmi la nuca, un orecchio, finanche in bocca qualche volta; mi infilava una mano fra le cosce e mi tirava lunghissimi ditalini. Sborrai un’infinità di volte, mentre lui trattava il mio culo come con il giocattolo più bello e più prezioso del mondo: mi sentivo al settimo cielo; avrei voluto che il gioco andasse avanti in eterno, che non finisse più. Ma anche Martino aveva un limite di resistenza e una voglia da sfogare “sto per venire” disse; ed io concentrai tutto il mio essere sui muscoli del retto che pompavano il suo cazzo e lo portavano all’orgasmo, mentre la figa per suo conto pulsava come un motore impazzito e mi avvicinava all’orgasmo definitivo, quello “della vita”.
Diede una serie di colpi violenti, spietati, che mi squassarono tutto il basso ventre; ansimò, gemette per un poco poi urlò come bestia selvaggia; e la sua sborra mi schizzo violentemente nella pancia, rompendo i miei argini e facendomi vomitare una lunga colata di sborra dalla figa. Poi si abbatté su di me e mi schiacciò contro il materasso; caddi in un lungo deliquio di piacere mentre lui, dietro di me, col cazzo ancora saldamente piantato nel mio culo, recuperava lentamente il normale respiro e riprendeva lucidità. Quando ci fummo ripresi, estrasse delicatamente il cazzo dalle viscere, si rotolò sulla schiena e giacque al mio fianco: “sei immensa” fu la prima cosa che disse “scopi come nessun’altra; fare sesso con te è come assaggiare il paradiso” “boom, gli risposi senza sollevarmi “ le solite sparate che valgono sempre e con tutte” “no, tu hai qualcosa di speciale, tu fai sesso, fai “sangue” come si dice in gergo; e io non mi aspettavo tanta voglia e tanta disponibilità”. Gli ero grata comunque, perché il mio piacere era completo. Ci sistemammo per dormire, ma la notte sarebbe stata lunga. E l’indomani ci aspettava l’inevitabile rientro.
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Categorie: Incesti