Uno dei momenti difficili in una casa è quello in cui si hanno operai intorno che, puntualmente, rinviano le scadenze. Incontrano spesso maggiori difficoltà del previsto e quasi sempre creano disagi. La necessità di rivedere l’impianto di riscaldamento aveva aperto una di queste fasi, in casa, e ci si era trovati all’improvviso con la camera di Davide assolutamente impraticabile per la sostituzione dei tubi che l’attraversavano; il problema maggiore era comunque sistemarlo per la notte. Scartata l’idea del divano nel salone, rimaneva l’ipotesi facile del lettone del nonno. Ma Luca fece diecimila obiezioni assurde: scava scava, si arrivò alla conclusione che Ludmilla, la giovane badante della Bielorussia che durante il giorno accudiva il “vecchio” probabilmente “qualche volta” lo intratteneva anche di notte; e per chi, come me, lo conosceva bene, poteva significare solo una cosa. Per un caso fortuito, quella sera Antonio, mio marito, rimaneva fuori per un viaggio di lavoro: fu quindi giocoforza scegliere che Davide venisse a dormire nel lettone con mamma. La cosa non avrebbe mai destato nessuna perplessità, fino a qualche anno prima: anzi era prassi frequente. Ma con un giovanottone di diciotto anni, qualche interrogativo si poneva. In realtà, conoscevo poco mio figlio e non sapevo certamente se si masturbava, se andava a puttane o se facevo sesso con compagne di scuola: quindi, l’idea di questo pezzo d’uomo che veniva a dormire con me mi suonò ambigua nel momento stesso che la proposi; poi, però, mi diedi della sciocca e la decisione fu presa.
Dopo essermi sciroppata un banale film alla tv, mi ritirai nella mia camera, indossai la mia camicia da notte trasparente e corta e mi accinsi a dormire; ma non mi riuscì di prendere subito sonno. Avvertii così che Davide entrava in camera, ma preferii farmi credere addormentata; nella penombra che regnava nell’ambiente, Davide si spogliò tutto e si infilò nudo sotto il lenzuolo; la prima cosa che mi colpì fu la dimensione del suo cazzo, più simile a quello del nonno che a quello del padre; in riposo, appariva enorme; non cercai neppure di immaginarlo in erezione. All’inizio, se ne stette fermo al suo posto, supino; poi accennò sottovoce qualche richiamo, ma preferii non rispondere; allora spostò il lenzuolo verso il fondo e scoprì sia me che lui: io mi ritrovai su un fianco, con la camicia che era tutta risalita sul ventre - in pratica con la figa all’aria aperta - e con le cosce ripiegate e leggermente divaricate; Davide esibiva invece prepotentemente il suo cazzo già duro e, con movimenti lenti, se lo menava in una sega saporitissima. Non potevo più “svegliarmi” senza creare un incidente e preferii ammirarlo mentre se lo menava con gusto; addirittura, su questa visione mi appisolai.
Mi riportò alla coscienza una sensazione di lussurioso godimento che mi saliva del ventre come se un piccolo cazzo mi scivolasse in figa e mi stimolasse. Socchiusi gli occhi per sbirciai e trovai Davide girato sul lato opposto al mio, appoggiato a un gomito, con il braccio sinistro proteso verso il mio ventre e un dito in figa; il suo cazzo, invece, poggiato sul lenzuolo, era maledettamente vicino alla mia mano appoggiata col dorso sul letto. Per un attimo rimasi gelata; poi la sensazione di calore che emanava dalla figa ebbe il sopravvento: era un ditalino dolcissimo, quello che mi stava facendo, e non mi preoccupai più di niente altro che di godermelo in pace. Ma Davide non era ancora soddisfatto: manovrando con molta cautela, era riuscito a spostare il cazzo fino alla mia mano e ve lo aveva adagiato; lentamente, si muoveva per farlo scivolare in modo che fosse la mia mano a fargli la sega. Quasi istintivamente unii il pollice e l’indice e il cazzo rimase catturato in una fessura che meglio aderiva al suo desiderio di sega. Ormai, di dormire non se ne parlava: da un lato, le vampate di piacere che salivano dal ventre fino alla figa sollecitata dal dito che era ormai arrivato al clitoride; dall’altro lato, la sensualità tattile del cazzo che scivolava tra le mie dita; su tutto, la visione di Davide arrapato che cercava in tutti i modi di fare sesso con sua madre.
Non avevo nessuna idea su come uscire dalla situazione; e comunque non volevo uscirne rinunciando al piacere: da un lato, potevo lasciarlo fare da solo e aspettare che concludesse in qualche modo la sua avventura erotica; ma l’orgasmo che mi cominciava a montare mi avrebbe costretta a tradirmi; dall’altro lato, potevo anche tentare un risveglio rapido e concludere insieme con una reciproca masturbazione (o altro); infine, potevo stare al suo gioco e collocare tutto nell’ambito della finzione: fingere cioè movimenti istintivi e automatici che portassero il gioco fino in fondo senza dover ammettere di esserne coscienti. Ma anche in questo caso, la previsione di un mio orgasmo poteva tradire la finzione. Mi agitai e mi mossi per verificare se credeva al mio essere addormentata; mi sistemai supina, tirai un po’ indietro le ginocchia e divaricai le gambe, in modo che la mia figa fosse tutta aperta e disponibile. Non aveva ritirato il dito e, anzi, aveva accompagnato il mio movimento restando incollato con la mano alla figa; di più, aveva accentuato la pressione del cazzo sulla mia mano.
Decisi che non valeva la pena di essere più chiari e lo lasciai fare, abbandonandomi al piacere della masturbazione. Ma fu lui, a quel punto, a volere di più: prese la mia mano che reggeva il cazzo, la strinse intorno all’asta e la guidò per alcuni movimenti a fargli la sega. Era inutile continuare la finzione: mi sollevai a sedere, lo spinsi supino sul letto e impugnai la sua mazza, mentre gli bloccavo la mano sulla figa e, anzi, spingevo dentro due dita. Fu una masturbazione lunga e, per me, tormentosa, perché ormai non mi accontentavo più di menargli il cazzo e la mia fantasia correva già a quella meraviglia che mi entrava dappertutto, in bocca, in figa, in culo: in certi casi, non conta chi c’è dietro, conta solo la bellezza del cazzo e della scopata; lo avevo già sperimentato con suo nonno e, a quel punto, l’idea dell’incesto peccaminoso neanche mi sfiorava più. Ma non volevo e non potevo forzarlo: come se stessi agendo in stato di sonnambulismo, gli menai l’asta con quanta sapienza possedevo, stringendolo nei momenti cruciali e carezzandolo per eccitarlo di più; intanto, mi godevo le sue dita che sollecitavano il clitoride rivelando un’abilità maggiore di quella che pensavo. La serie di piccoli orgasmi che caratterizza i miei rapporti cominciò prima di quanto volessi; e mi resi conto che stavo per venire, il che avrebbe interrotto la finzione.
Accelerai allora il movimento su - giù del suo cazzo e cercai di portarlo rapidamente all’orgasmo. Esplosi all’improvviso e soffocai a stento un gemito; contemporaneamente, anche lui arrivava all’orgasmo con una serie di grugniti e sospiri profondi: fortunatamente aveva previsto la sega e raccolse l’imponente sborrata in tempo uno straccetto che in realtà erano gli slip che mi ero tolta al momento di andare a letto. Mi girai sull’altro fianco, soddisfatta. Dopo poco, lo sentii ronfare serenamene ed anche io caddi in un sonno profondo.
Non ci fu strascico di disagio, tra me e Davide; e mantenemmo i soliti rapporti di affettuosità che sempre c’erano stati; ma era anche chiaro che, prima o poi, il problema andava affrontato. Lo fece lui, un pomeriggio, mentre rigovernavo ed eravamo praticamente soli col nonno in camera sua e il padre in ufficio. Non usò perifrasi: “Dormivi davvero, l’altra notte?” sorrido sorniona “Secondo te?” “Eri sveglia e sei stata perfetta”. Ne approfittai per chiedergli come mai il suo sperma fosse finito nel mio slip. Si mise a ridere “Tu non te ne sei mai accorta, ma sono anni che mi faccio seghe pensando di scopare con te... e ogni volta uso i tuoi indumenti per eccitarmi; è ovvio che, alla fine, li uso anche per inondarli della sborra con cui vorrei inondare te". Pareva quasi ineccepibile se non fosse stato tanto cinico. “Ma almeno … ti è piaciuto?” chiedo “A me si … e a te piuttosto?” decisi di rompere gli argini “Forse è mancato qualcosa; si poteva andare fino in fondo” “Si può sempre rimediare …” “Non è così semplice trovare condizioni favorevoli” “Chissà …”. Mi baciò con affetto, ma sulla bocca, e sentii la lingua penetrare per un attimo tra le labbra. Gli rifilai uno scapaccione mentre correva via.
La segreta passione che non avevo capito lo spingeva adesso a cercare qualunque occasione per eccitarsi con me: mi fissava a lungo e sembrava spogliarmi con lo sguardo, si strofinava addosso con noiosa frequenza ed ogni volta cercava di farmi sentire la robustezza del suo cazzo contro le chiappe, contro la pancia, sulle cosce, sulle mani. Anche io cominciavo ad avere una certa frenesia che l’occasione si presentasse … o si potesse costruire. Naturalmente, come tutte le cose che si desiderano molto e che si cercano con ansia, non tardò a venire. Era un qualsiasi pomeriggio e si stava bene: nonno era chissà dove dietro la sua bielorussa, Antonio era in giro per i suoi affari “inderogabili” ed io mi sbracai sul divano cercando di combattere la noia con una bibita. Davide emerse dalla sua camera e si guardò intorno con aria interrogativa “Ci siamo solo noi due” gli comunicai: ebbe un guizzo furbetto negli occhi e si venne a sedere con me sul divano, mi cinse il collo e appoggiò la testa nell’incavo della mia spalla; stavo per scostarlo perché mi faceva caldo, quando d’improvviso abbassò la testa e andò a mordicchiare il mio seno: non avevo che una vestaglietta leggera per coprirmi e, prima che io potessi accennare una reazione, mi aveva scoperto il seno e si era attaccato al capezzolo; lo succhiava come un neonato. Istintivamente, fui tentata di fermarlo, ma poi il piacere dal capezzolo si trasmise immediatamente alla figa e mi fermai.
Davide intanto mi aveva aperto la vestaglia e aveva affondato la testa tra i miei seni; la sua mano, insinuandosi fra le mie cosce, andò ad artigliare il clitoride che solleticò con la sapienza che avevo conosciuto. Lo vedevo quasi impazzire fra le mie tette: le sollevava le strizzava, le ruotava, si afferrava ai capezzoli con le dita e con la bocca e mi provocava immediatamente i primi piccoli orgasmi. “Fermo, potrebbe entrare il nonno o tuo padre” “Vieni in camera mia” fu la risposta “forse è meglio essere più al riparo, anche se dubito che qualcuno possa arrivare.” Chiusa la porta Davide mi fece cadere immediatamente la vestaglietta lasciandomi nuda e mi spinse sul letto; mi venne addosso e riprese a manipolarmi le tette accarezzandole, comprimendole, strizzandole; vi si tuffò dentro con la testa e mi leccava le aureole mentre i capezzoli si rizzavano superbi: li afferrò fra le dita e li manipolò, poi si chinò a succhiarli, prima uno poi un altro; la sua mano era scivolata già fra le mie cosce a masturbarmi. Con mille difficoltà, gli strappai via la maglietta, gli sfilai i pantaloni insieme agli slip e agguantai il suo cazzo desiderato. Si fermò per un attimo e si inginocchiò tra le mie cosce: riprese la manipolazione della figa mentre io cominciavo a fargli una sega lenta e sapiente.
“Leccamela” gli dissi a un tratto. Come se non aspettasse altro, arretrò un poco, si piegò in avanti e la sua bocca si posò calda sulla mia vulva: i piccoli orgasmi cominciarono a rincorrersi frenetici. Gli presi la nuca e strusciai la sua bocca sulle grandi labbra; la sua lingua si insinuò fino alle piccole labbra, le divaricò leggermente ed entrò in vagina: ebbi un gemito profondo perché una violenta fitta di orgasmo mi aveva aggredito. Si dedicò con amore alla mia figa e leccò diligentemente ogni anfratto, ogni centimetro della pelle morbida e calda della vagina; arrivato a prendere il clitoride, lo succhiò aspirando rumorosamente: nei miei occhi si accesero raggi infuocati. Lo presi per i capelli e lo tirai via: non volevo che mi facesse concludere così in fretta. Lo costrinsi a stendersi supino sul letto e cominciai a coprirlo di baci, a partire dalla fronte, giù sugli occhi, verso la bocca che imprigionai e risucchiai come una ventosa; mi spostai in basso, verso il petto e fui io, stavolta, a succhiargli e mordicchiargli i capezzoli fino a farlo rabbrividire di piacere; con una mano, impugnai il cazzo e presi a menarlo mentre percorrevo con la lingua il petto e il ventre fino ai peli del pube: contemporaneamente, i capelli che porto lunghi gli carezzano il petto e lo stomaco.
Quando arrivai al cazzo che tenevo impugnato nella mano, accostai le labbra, le aprii leggermente e cominciai a spingermelo in bocca: sentivo che tutti i muscoli fremevano, che il bacino si tendeva e che forse rischiava un orgasmo precoce; afferrai le palle e le strizzai con forza; il dolore affievolì la tensione da orgasmo. Infilai il cazzo nella bocca, per tutta la sua lunghezza, seguendolo con la lingua che roteava intorno e spingendolo contro il palato per accentuare la manipolazione; succhiai con forza e la cappella mi arrivava alle tonsille; mi dovetti fermare più volte per conati di vomito, ma ogni volta riprendevo con più foga. Mi fermai per farlo riprendere e lo guardai con affetto: era sempre il mio ragazzo, anche in questa versione di maschio assatanato dal cazzo duro e spaventosamente bello. Facemmo una pausa che dedicammo a carezzarci dolcemente le parti meno sensibili del corpo (il viso, le cosce, le spalle); non proferimmo parola ma sentivamo amore e passione mescolarsi. “Adesso vorrei mettertelo dentro” sembrò quasi una confessione; gli sorrisi e mi stesi supina invitandolo a farlo; si inginocchiò fra le mie cosce, impugnò il cazzo e lo accostò alla vulva spalancata. Entrò con delicatezza, quasi temendo di farmi male; e fui io a dovergli dare la spinta per farmelo affondare fino al collo dell’utero, mentre lo stringevo sul mio corpo disteso.
Si sentiva che era una grande emozione, per lui: si muoveva lentamente, assaporando il calore umido della vagina sulla pelle del cazzo; andava avanti e indietro senza violenza ma spingendo finché la punta non urtò l’utero e le palle sbatterono contro il mio ano. Sentivo che l’orgasmo cominciava a montarmi e chiesi “Pensi che possiamo finire ora?” “Perché?” “Perché sto per sborrare: quando lo farò, anche tu verrai; e dopo sarebbe difficile riprendere.” “Posso venire dentro?" “Certo che puoi”. Colpì con più forza e con più fretta, per strappare tutto il piacere possibile prima della conclusione; ed io accelerai i movimenti dei muscoli per affrettare il mio orgasmo. Esplosi alla fine come un fiume in piena; lui lo sentì sul suo cazzo e sborrò più e più volte, finché i coglioni si svuotano e infine si accasciò svuotato su di me. Lo accarezzai dolcemente sulla testa, lo baciai su tutto il viso e lasciai che si riprendesse, il mio ragazzo.
Quello che non avrei mai potuto prevedere, era di trovarmi a disagio, talvolta, quando sfaccendavo per casa nella mia solita tenuta – una vestaglia alquanto corta chiusa in vita da una cintura legata – e sentivo addosso gli sguardi libidinosi di mio suocero e di mio figlio, ai quali ormai apparivo in una luce che mai avrei immaginato. Peggio ancora, quando c’erano tutti e due e, anche in presenza di mio marito, davano il via a discorsi per lo meno inopportuni che si caricavano di significati, naturalmente accessibili solo a me e a chi parlava, visto che gli altri non sapevano nulla dei rapporti segreti. Il centro dell’interesse era ovviamente il mio fondo schiena, sul quale si appuntavano gli sguardi e i commenti più piccanti, anche se mai si faceva alcun riferimento preciso. La cosa più irritante, per me, era che ad Antonio non passava neanche assai lontanamente per la testa che, quando si parlava di “bottarelle” o di “carne sprecata” il riferimento fosse esattamente a quello che avrebbero volentieri fatto i due con il mio culo. Cercai qualche volta di intervenire per farli smettere, ma mi resi conto presto che qualsiasi risposta non faceva che aizzarli a fare peggio; e decisi di fare orecchie da mercante. Sotto sotto, però, devo ammettere che certe considerazioni mi risuonavano come complimenti; e spesso accentuavo certi movimenti per mettere meglio in luce le mie grazie e provocarli.
Quel pomeriggio ero convinta di essere rimasta sola in casa: Antonio era fuori città come spesso accadeva; il nonno era in giro a brigare con la sua bielorussa; e Davide avrebbe dovuto essere all’Università. Decisi quindi di concedermi una doccia ristoratrice ed entrai nell’apposita cabina senza neanche accostare la porta del bagno. Ma Davide era rimasto in camera sua, senza che me ne rendessi conto; e ad un tratto entrò, andò al water e si mise a pisciare, guardandomi con cupidigia attraverso la plastica trasparente della cabina; ebbi un moto di meraviglia, ma solo per un attimo; continuai a farmi scorrere addosso l’acqua e lo guardai quasi in atteggiamento di sfida. “Hai finito di ammirare!?!? Passami l’accappatoio … dai …” “Però … hai un culo veramente da favola, mamma!” “Senti, per favore: in certe situazioni e per certi commenti, chiamami amore, chiamami puttana, chiamami Anna, chiamami come vuoi ma non chiamarmi mamma: rende tutto più pesante!” “Hai ragione, amore, scusami; però il tuo culo resta comunque favoloso!”. Non riuscii a fare a meno di ridere. ”Visto che sei qui, aiutami ad asciugarmi”. Forse non aspettava altro; mi aiutò ad indossare l’accappatoio e ne approfittò per abbracciarmi da dietro, prendermi le tette e cominciare a carezzarle, con la scusa di asciugarmi; intanto, sentivo il suo cazzo che si rizzava fra le mie natiche.
Cominciò allora un balletto surreale, con Davide che mi massaggiava tutto il corpo infilandosi sotto l’accappatoio e percorrendo ogni centimetro della mia pelle; con movimenti degni di un contorsionista aveva fatto scivolar via la maglietta e il pantaloncino che di solito teneva per casa; ed ora eravamo tutti e due nudi che ci abbracciavamo e ci baciavamo con frenesia: sentii la sua lingua che si infilava nella mia bocca, la percorreva tuta e mi provocava fremiti di piacere; risposi succhiando la sua come fosse un cazzo. Poi si spostò sulla gola e me la lambì tutta, scese verso il petto e si attaccò alle tette che succhiò con entusiasmo: la mia figa palpitava e cominciava a bagnarsi; scivolò in ginocchio e mi percorse lo stomaco e il ventre, finché raggiunse la peluria del pube; aiutandosi con le dita, mi aprì le grandi labbra e infilò la lingua nella vulva: mi irrigidii, contrassi il ventre e sentivo l’orgasmo che si avvicinava; arrivato al clitoride, lo prese fra le labbra e lo succhiò voracemente; infilò due dita, afferrò il minuscolo organo tra indice e pollice e lo titillò. Presa fra la manipolazione e il risucchio, non riuscivo a frenarmi ed iniziò la serie di orgasmi di avvicinamento. Avevo quasi la sensazione che mi si aprisse il ventre, mentre una scarica di piacere montava dalla pancia giù verso la vulva; esplosi in un orgasmo irrefrenabile che mi fece urlare più volte come una forsennata. Davide si fermò a leccare dolcemente i succhi che mi colano dalla figa e accompagnò i miei tremori con languide carezze.
Quando mi fui scaricata, lo presi per le spalle, lo feci rialzare e mi impossessai con la mia della sua bocca, gli succhiai tutta l’anima, lo abbracciai con violenza e strofinavo il pube sul suo cazzo, che era andato quasi naturalmente a sistemarsi fra le mie cosce, proprio contro le grandi labbra. Per qualche minuto ci agitammo come ossessi, letteralmente divorandoci le bocche: non avevo mai scambiato baci così appassionati e violenti, nella mia vita; e lo facevo con mio figlio!. Quando ci rilassammo un attimo, cominciò il mio percorso con la lingua su di lui. Partii anch’io dalla gola, scesi sul petto e andai a succhiargli i capezzoli: era più sensibile di quello che pensavo, in quel punto; e per un po’ leccai, mordicchiai, strizzai e gli strappai gemiti e lamenti di piacere, mentre afferravo il cazzo in una mano e accompagnavo la leccata con una lenta masturbazione, solo per eccitarlo senza farlo venire. Mi piegai in ginocchio, con la bocca all’altezza del suo cazzo che era diventato durissimo e quasi viola dalla tensione; lo accostai e cominciai a leccare la punta, feci roteare la lingua intorno alla cappella e sentii i movimenti delle anche che avrebbero voluto spingere il cazzo in bocca.
Accostai le labbra con delicatezza e le strinsi con forza mentre li cazzo spingeva contro i miei denti; mi afferrò la nuca e spinse la mia testa contro il suo ventre; socchiusi le labbra lentamente, delicatamente, come se si trattasse di una figa troppo stretta che lui stava per violentare; e lui diventò quasi violento, mentre mi spingeva l’asta contro le labbra; ma lo trattenni ancora, per assaporare la potenza di quella mazza che entrava nella fessura della mia bocca; lo lasciai entrare poco per volta, mentre con la lingua non smettevo di accarezzarlo: gliela passavo su tutta la superficie, ne esploravo tutte le pieghe; poi lo lasciai entrare e sentii le vibrazioni del suo pube mentre si faceva spazio tra lingua e palato. Era troppo grosso, per la mia bocca: lo sapevo e cercavo di spingerlo verso le gote; ma lui voleva violentarmi e spingeva per farlo entrare in gola. Mi infilai una mano tra le cosce e cominciai a tormentare il clitoride: le ondate di piacere che mi investivano mi inducevano, quasi senza accorgermene, a rilassare la bocca e con mia somma meraviglia mi accorgevo che il suo cazzo mi era penetrato tutto nella bocca, mi solleticava le tonsille e mi provocava spasmi di piacere. Lo spinsi per i fianchi per farne uscire almeno la metà e potei dedicarmi a leccarlo mentre mi chiavava in bocca. Sentivo il piacere che gli montava dai brividi che lo facevano tremare e dai mugolii che lanciava ogni tanto.
Avevo deciso di farlo sborrare in bocca e stringevo le labbra intorno al cazzo mentre muovevo la testa avanti e indietro per farmi chiavare. Esplose in una violentissima eiaculazione: non intendevo perderne niente e caparbiamente ingoiavo gli schizzi che mi lanciava dentro; esplosi anch’io, contemporaneamente, e lo tenevo stretto per i fianchi quasi con violenza, mentre si scaricava tutto nella mia gola. Non lo lasciai neppure quando ebbe finito, neppure dopo che avevo leccato diligentemente tutta l’asta; trattenni in bocca la cappella e la carezzavo voluttuosamente con la lingua. Ma era stato troppo, anche per lui: le gambe sembravano piegarsi e si chinò su di me quasi per appoggiarsi. Tenendogli sempre il cazzo ben stretto, mi sollevai e lui mi baciò appassionatamente, sembrava quasi voler raccogliere quel poco che della sua sborra mi era rimasto sul palato, sulla lingua, sui denti. “E’ il caso di rivestirsi” dissi; fece cenno di si e raccolse le sue cose; uscimmo abbracciati. Forse, per questa volta, avrebbe potuto bastare; ma, se aveva preso dal nonno (come troppi indizi dimostravano), non credevo che si sarebbe fermato.
Non era ancora sazio, il mio Davide: prima che potessi uscire dal bagno, mi aveva di nuovo agguantata e stretta per baciarmi con una passione mai provata prima; sentii che il suo cazzo reagiva immediatamente, nonostante l’enorme recente sborrata, e le sue mani corrermi sulla schiena per andare ad afferrarmi il culo che strinse a sé con forza, strofinando il suo bacino contro il mio. Benché mi fossi quasi svuotata da poco, sentii le scariche di piacere che mi montavano dal ventre e si scaricavano nella figa. Feci qualche timido tentativo per frenarlo: ma era una difesa inutile e formale; ormai il desiderio si faceva prepotente anche dentro di me; quel che era peggio, era che prevedevo quasi con certezza che le sue voglie miravano direttamente al mio culo; i troppi discorsi fatti sulla sua rotondità, sulla sua bellezza, sul calore e sul piacere che poteva dare erano troppo frequenti e recenti, per dare adito al dubbio. Mi lasciai accompagnare - lui ancora nudo, io con l’accappatoio che cadeva da tutte le parti - verso la camera da letto: in un attimo fui supina sul letto con Davide che mi piombava addosso e si attaccava alle mie tette; mi piaceva un casino, sentirmele ciucciare, mi faceva quasi tornare alla sua infanzia: qualche volta, mentre - da neonato - poppava, avevo avuto degli orgasmi che mi avevano sconvolto.
Adesso mi abbandonavo alla goduria di sentirmi aspirare il piacere dai capezzoli, di accarezzare i brividi di piacere che le sue mani che palpavano riuscivano a provocarmi. Presi ad accarezzarlo anch’io, sulla schiena e sulle natiche forti; spinsi con forza il suo osso pubico contro il mio, mi agitai per farli strofinare reciprocamente, mentre il cazzo mi titillava le grandi labbra. Davide si staccò dalle mie tette, si sollevò in ginocchio tra le mie cosce e avviò un lavoro quasi calcolato di stimolazione: mi bloccò le mani sul lenzuolo, mi allargò le gambe e cominciò a titillarmi tutta, dai capezzoli al ventre giù fino alla figa; si infilò con prepotenza nella vagina con due dita e diede il via ad un ditalino infinito e sconvolgente. Muovendo delicatamente l’indice sul clitoride, si tenne distante abbastanza perché mi prendessi tutto il piacere senza esserne coinvolto: mi masturbò per un tempo infinito, accompagnò con dolcezza i piccoli orgasmi che si susseguirono e che avvertiva esattamente sulle dita: quando si rese conto che ero vicina all’esplosione, accelerò il ritmo e mi fece sborrare tenendomi ferma e supina mentre disegnava sul mio ventre ghirigori di piacere che mi facevano sussultare.
Quando mi fui rilassata, mi girò sulla schiena e prese ad accarezzarmi dalla nuca in giù: attraversò tutta la schiena, accompagnando le dita con la lingua che mi percorreva la spina dorsale e mi scatenava un inferno di piacere. Giunto alle natiche, le accarezzò a mano piena, stringendole e strizzandole: infilò il cazzo nella fessura e mi titillò con quello la figa, strofinando leggermente. Poi allargò le natiche e mi sollevò leggermente col busto: non potevo vedere, ma ero certo che la sua espressione fosse di estasi infinita, mentre ammirava il mio buchetto e la vulva; con due dita leggere, allargò le grandi labbra e solleticò il clitoride; poi infilò delicatamente l’indice nell’ano: ebbi un leggero risentimento di fastidio. Davide si interruppe e sentii che si allontanava; non riuscivo a capire e mi girai a chiedere; ma stava già rientrando con un tubetto di crema, un prodotto estetico a base di vasellina: in mancanza di meglio poteva anche andar bene. Mi unse con soddisfazione il buchetto e infilò di nuovo il dito: scivolò dentro senza problemi; aggiunse anche il medio e tutti e due cominciarono a muoversi dentro di me scatenandomi reazioni di goduria; poi entrò anche l’anulare e il mio sfintere ebbe un sussulto, ma si adeguò immediatamente e continuai a sentire il piacere invadermi il ventre.
Più le dita entravano a dilatarmi l’ano, più godevo e più Davide si infoiava e premeva con forza: in un attimo, sentii che tutta la sua mano entrava nel forellino e lo squarciava: la foga con cui si stava eccitando quasi mi impressionava, ma il piacere che mi inondava faceva passare tutto in secondo piano. Sfilata la mano, mi prese per i fianchi e mi pose carponi, con le cosce divaricate, e accostò al buchetto la sua mazza diventata di marmo; lo pregai di fare piano; rispose con un grugnito. Il cazzo premette con violenza sullo sfintere, maltrattato ma non ancora abbastanza dilatato, e spinse la cappella verso il retto; mi sentivo letteralmente squarciare da quel mostro che mi violava: urlai di dolore, ma Davide non accennò a fermarsi: spinse col bacino, attirando a sé le mie natiche finché non gli occuparono il ventre completamente. Provavo dolore; e glielo dissi: si fermò per un attimo, mi accarezzò la nuca e ”scusami, amore” disse “proprio non ho resistito; adesso andrà meglio”. Mi passò le mani davanti e mi agguantò le tette, mi fece sollevare il busto e se ne stette un po’, col cazzo piantato tra le mie natiche, le chiappe schiacciate contro il suo bacino e le mani che mi tormentavano i capezzoli: il piacere che ne derivavo compensò in parte il dolore del culo squarciato e cominciai a vivere con passione l’inculata; mi passai la mano fra le cosce e andai a titillarmi la figa per accentuare il piacere.
Quando sentì che mi placavo, Davide cominciò a muovere il cazzo nel culo, con molta lentezza e cautela, anche per difficile posizione; gemetti di piacere a sentire l’asta che mi scivolava dentro. Mi rimise carponi, mi afferrò i fianchi e cominciò a chiavare nel culo con foga: sentivo l’asta scivolare avanti e indietro ed ogni passaggio era fonte di scariche elettriche di godimento; sentivo che sfilava il cazzo quasi del tutto, si fermava un po’ (forse ad ammirare il mio ano dilatato) e ripiombava con forza dentro, fino a farmi sbattere i coglioni sulla figa; io, intanto, ravanavo felice nella mia figa estirpandomi scariche violente di piacere. Mi stava scopando quasi con metodo, cercando di provare tutte le emozioni che il culo gli poteva dare; ed io lo accompagnavo alla ricerca del mio piacere, attraverso l’ano e attraverso la figa. Non so dire quanto tempo il gioco andò avanti: molto spesso Davide rallentava o addirittura si fermava per godersi il piacere dell’ano intorno alla cappella; molte volte ero io che lo frenavo per gustarmi un piccolo orgasmo trasmesso dal culo alla figa. Poi Davide sentì montare con forza la passione nel suo enorme cazzo e cominciò a pompare senza requie, sbattendo con forza le mie chiappe sul suo ventre e spingendo il cazzo dove mai nessuno era entrato; si scatenarono anche i miei istinti sessuali e cominciai a gemere e ad urlargli di continuare, di spingere, di sfondarmi.
Diventò una forza della natura: il suo cazzo mi apriva, mi dilatava, mi squarciava; ma soprattutto mi scatenava orgasmi ripetuti, continui, violenti. Ero ormai spossata, non reggevo quasi più e lo implorai quasi di sborrare, di riempirmi il culo della sua crema, di inondarmi il ventre. Esplose con la furia di un uragano; e accompagnò l’orgasmo con urli che niente avevano di umano; sentii la sua sborra esplodermi nella pancia, scatenare un orgasmo mio ancora più violento del suo. Per un attimo, la stanza mi girò intorno, persi il senso della realtà e sprofondai in un mondo liquido, azzurro, che mi travolse. Mi risvegliai dopo un momento, del tutto svuotata, schiacciata bocconi sul letto col corpo di Davide che mi opprimeva da dietro: sentivo tutta la pelle del suo corpo scaldare la mia, il suo cazzo barzotto ancora piantato nel mio culo, il suo respiro affannoso; girai la testa e incontrai la sua bocca: mi baciò con dolce passione “Grazie, amore, è stato stupendo”; mi limitai a sorridergli a mi accucciai sotto di lui. Lentamente, il cazzo scivolò via dal culo e Davide si scavalcò al mio fianco. Gli accarezzai il viso con dolcezza, mi alzai “Adesso è ora di rivestirsi” dissi; e corsi in bagno.
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