Nicola - Atto V
La successione rapida e violenta di emozioni a cui Nicola mi aveva sottoposto in quelle ventiquattr’ore passate al mare mi aveva decisamente sconvolto e stressato. All’arrivo, mi aveva sbattuto violentemente di fronte al suo rapporto con Gianni, con cui Nicola aveva una storia evidentemente lunga e complessa, nella quale - completamente l’opposto del maschio di cui mi ero innamorato - era al tempo stesso dominatore ma anche vittima di un personaggio sfuggente, capace di dargli emozioni eccezionali ma anche pronto a fare sesso con chiunque gli capitasse a tiro, senza neanche stare a pensarci. Ed io ero stato divorato, in tempi rapidissimi, dalla gelosia, prima, dal desiderio di emulazione, poi, e dalla passione smodata per il sesso senza pensiero, alla fine. Quasi immediatamente dopo, mi aveva proposto l’immagine penosa e becera della sua famiglia puritana e ipocrita con la “ciliegina” della fidanzatina da sposare entro un mese o poco più, facendomi inacidire il sangue di fronte a tanti tradimenti contemporanei; e, per colmo, mi aveva proposto come “dolce cognatina” una puttanella che andava in giro a fare pompini per scommessa, anzi “per pegno”. Ce n’era abbastanza per andare su tutte le furie e decidere di mandarlo affanculo all’istante e di prendere immediatamente la via del ritorno, dimenticandomi di lui e delle sue ambiguità.
Ma Nicola disponeva di un fascino a cui non sapevo resistere; e ancora una volta non seppi dare seguito ala mia rabbia e ai minacciosi propositi con cui mi ero presentato in spiaggia; e lui fu ancora più spudorato che mai, quando mi avvertì che nel pomeriggio aveva un impegno con i suoceri e non ci saremmo potuti incontrare: sicché, se volevamo sfruttare il poco tempo che ci rimaneva, dovevamo appartarci subito, visto che in serata dovevo ritornare in città. Il sangue mi montò alla testa e stavo quasi per saltargli addosso e picchiarlo (o almeno tentare di farlo, vista la sua stazza); ma una vocina dentro mi suggerì di non perdere l’occasione per un ultimo incontro, visto che poi non ci sarebbe stato più niente tra noi; frenai la rabbia e gli dissi che ci stavo, a patto che fossimo assolutamente soli; accettò e ci dirigemmo separatamente a casa di Gianni. Arrivai prima di lui e quasi mi appostai dietro la porta per sentirlo arrivare; quando si chiuse l’uscio dietro le spalle, non gli diedi il tempo di rendersi conto di quel che succedeva e lo spinsi quasi con violenza sul letto completamente disfatto e mi precipitai su di lui imprigionandolo immediatamente nel mio abbraccio.
Dopo un attimo di esitazione, capì il gioco e si abbandonò a me come gli avevo visto fare con Gianni il giorno prima: mi distesi su di lui e cominciai a carezzargli il corpo con tutta la pelle del mio: mentre strofinavo voluttuosamente il mio petto contro il suo, quasi per assorbirne il calore della lunga abbronzatura, cominciai a carezzargli col palmo della mano le braccia e i fianchi, scendendo giù fino all’inguine che già si gonfiava. Sentivo il calore invadermi tutto il corpo – e non era solo quello della giornata estiva – mentre assaporavo la consistenza setosa della sua pelle, gli odori del suo corpo, i lievi umori che apparivano qua e là per la calura e per l’eccitazione; presi ad accarezzargli con estrema dolcezza il viso e gli occhi, quasi per imprimermi nella pelle le sue fattezze. Poi cominciai a baciarlo, prima lievemente sulla gola e sul viso, poi sugli occhi e infine scesi sulla bocca; mentre cominciavo a premere le mie labbra sulle sue, un leggero turbamento mi colse al timore che potesse rifiutare il mio bacio; ma ancora una volta mi sconvolse aprendo leggermente le labbra e spingendo delicatamente la lingua fra le mie. L’emozione mi aggredì alla testa e mi fece perdere per un attimo il senso della realtà: nella nostra breve ma intensa storia, mai avevo osato tanto, pur desiderandolo con tutte le mie forze; ed ora tutto avveniva con la più entusiasmante semplicità al punto che stentavo a prendere coscienza che fosse proprio il mio adorato Nicola ad esplorarmi l’interno della bocca con la sua lingua morbida anche se lievemente ruvida in superficie; me la roteò a lungo, per tutta la cavità, su tutti i denti, lungo l’esterno e l’interno delle gengive; e la mia libidine si esaltava ad ogni colpo vibrato.
Allungai la mano sul suo cazzo ormai durissimo e, senza staccarmi da lui, gli abbassai il costume quel tanto che mi consentì di impossessarmi dell’asta e tenerla palpitante nella mia mano, senza muovere le dita, semplicemente godendo delle pulsazioni del membro sulla mia pelle. Il culo cominciava a vibrarmi e sentivo le contrazioni dell’ano che reclamava la penetrazione, ma decisi di prolungare il piacere preliminare al limite della resistenza: mi staccai delicatamente da lui e cominciai a leccargli tutto il corpo, dal petto all’inguine, saltando volutamente il cazzo, e lungo le cosce dalle quali facevo scivolare via, con la lingua e coi denti, il ridottissimo costume da bagno. Mentre mi sollevavo alquanto sulle ginocchia per muovermi più a mio agio, Nicola ne approfittò per sfilarmi a sua volta il costume e cominciare ad accarezzarmi le natiche sempre più internamente fino a raggiungere l’ano in cui cominciò a penetrare con dita sapienti: a quel punto mi chinai sul suo ventre e mi presi la sua asta in bocca, di colpo, spingendola nella gola fino a soffocarmi e cominciai un pompino che volevo fosse indimenticabile. Mettendo a frutto tutte le mie conoscenze dirette e indirette presi a leccargli il cazzo per tutta la lunghezza, su tutta la superficie, spingendomi con la lingua fino a titillargli l’ano, per risalire poi di nuovo lungo l’asta e riprendermi in bocca la cappella che facevo passare tra le labbra volutamente strette; lo tiravo fuori e lo manipolavo un poco con le mani incantandomi ad osservarne il turgore che tendeva la pelle fin quasi a farla scoppiare e me lo riprendevo in bocca per stantuffarmelo dentro in una profonda chiavata in gola.
Andai avanti per un po’ e, quando mi resi conto che poteva sborrarmi in gola troppo presto, abbandonai il cazzo e tornai a succhiargli i capezzoli e a leccargli il petto, la gola e il viso; quasi a sorpresa, mi prese la testa e tornò a baciarmi con un’intensità che mi mozzò il fiato e mi bloccò i palpiti del cuore; mi abbandonai al suo bacio e lasciai che facesse tutto quello che voleva. Nicola mi rovesciò sul letto e si pose sopra di me, cominciando - lui, stavolta – a strofinare la pelle del suo corpo su quella del mio, schiacciandomi completamente sotto di sé e facendomi sentire il calore del suo corpo dappertutto. Ad un tratto, si fermò, si staccò da me e prese dalla testa del letto tutti i cuscini che giacevano alla rinfusa; mi fece mettere seduto, sistemò la pila dei cuscini dietro la mia schiena e mi fece sdraiare supino con il bacino notevolmente sollevato; in ginocchio davanti a me, fra le mie cosce, Nicola mi sollevò le gambe fino alle sue spalle e spalancò il mio culo all’altezza del suo cazzo: in quella posizione inusitata e innaturale che mi bloccava non potevo fare quasi nulla per partecipare; lasciai fare e sentii che la verga di Nicola lentamente e dolcemente mi penetrava nell’ano, superava senza difficoltà lo sfintere e andava a carezzarmi l’interno del ventre con sensazioni formidabili di piacere.
Intanto, lui mi aveva preso con la destra il cazzo e si limitava a tenerlo in mano mentre si piegava sopra di me con qualche difficoltà, mi prendeva con la sinistra la nuca e mi sollevava la testa fino ad arrivare a raggiungere la mia bocca con la sua, iniziando un bacio ancora più eccitante dei precedenti; alzai anch’io le braccia e lo presi per i fianchi, tirandomi il suo cazzo dentro il ventre oltre i limiti del possibile. Cominciò a stantuffarmelo nel culo quasi con metodo: all’inizio il movimento fu lento e vissuto attimo per attimo, sia quando lo faceva penetrare con attenzione fin nell’intimo delle viscere, sia quando lo tirava indietro, con la stessa lentezza, fin quasi a farlo uscire del tutto, per riprendere poi a infilarlo; poi il movimento diventò più rapido, nervoso e quasi violentò, tanto che sentivo le viscere squassate dai colpi e avvertivo nettamente le sue palle che mi battevano sulle natiche quasi a rischio di schiacciarsi. Mi abbandonai senza ritegno, cosciente anche che in quella posizione potevo solo lasciarlo fare e godere, mentre mi scopava quasi con amore, mi stringeva per baciarmi nella bocca e infilarmi la lingua fino all’ugola oppure mi tormentava i capezzoli pizzicandoli in maniera che in altri momenti sarebbe stata dolorosa ma che in quella condizione diventava superbamente eccitante.
Sentii l’orgasmo che gli montava dalle palle gonfie fino a tendere lo scroto come un tamburo e ne ebbi certezza quando, ergendosi in ginocchio fra le mie cosce e abbrancandomi con violenza per le anche, cominciò a spingere con una forza quasi sovrumana le sue palle contro le mie natiche; sentii il grido gutturale che precedeva i suoi orgasmi avanzarsi dai recessi della gola e avvertii l’esplosione della mia sborrata quasi nello stesso momento in cui sentii che Nicola esplodeva con furore la sua sborra nella mie viscere. Superato il momento dell’orgasmo, la difficoltà della posizione assunta si rivelò in tutta la sua entità e furono necessarie strane manovre per assumere sul letto una posizione che gli consentisse di tenere nel mio culo il suo cazzo ancora turgido e che io non ero disposto a lasciare uscire; e solo dopo alcuni lunghi minuti si sfilò di colpo, provocandomi un'inattesa fitta di dolore. Con un atteggiamento che ormai gli conoscevo abituale, Nicola all’improvviso cambiò di umore: si diresse nel bagno dove sentii che si rinfrescava con una rapida doccia; uscì grondante e si rimise il costume; “ci vediamo in spiaggia?” mi chiese; ma io risposi che preferivo non uscire e prepararmi a partire appena il sole avesse cominciato a porre minori problemi di guida.
Con un cenno di saluto, uscì e richiuse la porta mentre tra me consideravo “Questo è Nicola: poco da fare” ed intanto mi ripromettevo – ma, in fondo, senza molta convinzione - di non rivedere mai più lui ed i suoi amici. Dopo la sua uscita, mi lasciai andare a qualche momento di pigrizia nel letto ancora odoroso del nostro incontro; poi mi imposi di alzarmi, di fare una doccia e di andare alla vicina trattoria a mangiare qualcosa; finii che erano circa le tre e mi sorpresi incerto se andare a beccarmi sulla spiaggia il sole a picco o se schiacciare un pisolino prima della partenza: optai per questa seconda soluzione, mi diressi verso casa, entrai e mi abbandonai sul letto. Non so se avessi dormito o se mi ero da poco assopito, quando Gianni aprì la porta, preceduto da un intenso vociare ed accompagnato da un giovane nero che avevo notato sulla spiaggia mentre girava a vendere catenine, tappeti e cianfrusaglie varie: dal modo in cui parlavano e gesticolavano – piuttosto che dalle cose che dicevano – mi risultò chiaro che Gianni cercava di convincere il nero a scoparselo mentre l’altro si scherniva accampando scuse banali come la stanchezza il caldo o la paura di rapporti occasionali.
Quando si accorse della mia presenza nell’unica sala e nell’unico letto, Gianni cambiò un poco atteggiamento e convinse il nero a sedersi accanto al tavolo, versandogli una birra fredda, che l’altro accettò di buon grado, mentre si guardava intorno con aria curiosa e alquanto impacciata; ad un tratto, il suo sguardo cadde su di me, che giacevo nudo sulle lenzuola e, di colpo, mi sentii quasi penetrato dallo sguardo che mi esplorava, soffermandosi sulle mie cosce e sull’inguine dove il mio uccello se ne stava in completo riposo. Non così il suo, che cominciò a gonfiarsi sotto il pantaloncino, come potevo osservare comodamente dalla mia posizione distesa; provocatoriamente, mi girai bocconi sul letto e allargai un poco le gambe per fargli ammirare il mio culo; notando la manovra, Gianni ebbe un leggero sussulto di stizza, ma, furbo come lo avevo conosciuto, ci mise un niente a ribaltare la situazione a suo favore e mi si avvicinò per accarezzarmi le natiche invitando il nero ad unirsi. James – come avrei poi scoperto che si chiamava – benché riluttante si accostò, si sedette sul bordo del letto e cominciò a passare le sue lunghe dita affusolate sulle mie natiche spingendole quasi immediatamente nel taglio fra le chiappe fino a raggiungere l’ano che forzò con delicata pressione infilandomi dentro il dito medio che agitò sapientemente nelle mie viscere, mentre con la palma della mano mi stringeva le chiappe e con l’altra mano cominciava a massaggiarmi le spalle e la schiena.
Mi abbandonai sensualmente alla sua carezza che risultava infinitamente dolce ed amorevole e, di sottecchi, osservai che Gianni si era già lanciato sulla patta dei pantaloncini tentando di aprirli; James però lo spostò quasi sgarbatamente, si sfilò il pantaloncino, sempre continuando a roteare nel mio ano il suo dito delicato e tenero, e mi montò addosso, facendo sentire la pelle del suo ventre e del suo petto sulle mie spalle e sulle natiche. Ritirò il dito dall’ano e mi abbracciò prima per le spalle e poi per la testa, fino a far coincidere il suo corpo con il mio; intanto, mi leccava dietro le orecchie e sussurrava parole incomprensibili ma dal suono dolce e prese a leccarmi il retro del collo e le spalle. Come la maggioranza di quelli del suo colore, era dotato di un notevole cazzo, che adattò con le mani alle mie natiche facendomene sentire tutta la lunghezza e consistenza senza però neppure cercare l’ano: mi concentrai su quella sensazione assaporando totalmente il piacere di quell’asta piantata tra le mie natiche e che già immaginavo dentro di me in ogni buco. Quando mi fece girare sulla schiena, potei osservare la stanza ed accorgermi che Gianni si era ritirato in un angolo, mogio e deluso: dopo poco, abbandonò la scena senza rumore.
Intanto James si sdraiava al mio fianco e , presami la mano, la portò sulla sua asta sollecitandomi a masturbarlo: mi posi in ginocchio sulle sue gambe e presi a due mani i suoi venti centimetri di cazzo manipolandoli con tutta la mia sapienza; glielo menavo fino a scappellarlo totalmente e intanto con l’altra mano andavo a cercare la radice sotto le palle; facevo scivolare la pelle fino a coprire il glande roseo, ancora più evidente per il colore scuro del resto, e intanto gli prendevo nella mano i coglioni e li massaggiavo delicatamente provocandogli spasmi di piacere. Dopo qualche minuto di questo massaggio, James mi prese la testa e me la abbassò lentamente verso il glande che io affrontai quasi come in un rito religioso: dapprima roteai intorno delicatamente la lingua, mentre con la mano facevo scorrere la pelle sull’asta, scappellando e coprendo la cappella alternativamente; poi accostai le labbra appena socchiuse e mi lasciai forzare la bocca dalle mani che mi spingevano in basso la testa e dal bacino che spingeva verso l’alto il cazzo. Quando mi fu entrato in bocca per larga parte (di più non avrei potuto ingoiarne) ripresi a ruotare la lingua intorno alla cappella, soprattutto alla base di essa, dove avvertito che gli provocavo gli stimoli maggiori; poi cominciai a pompare spingendo su e giù la testa: quasi invasato dal piacere che il cazzo mi procurava, me ne feci entrare in gola quanto mai avrei immaginato e provai più volte conati appena controllati, tanto penetrò in profondità.
Dopo un lungo gioco di pompaggio, avvertii, dalla pressione delle mani dietro la testa e dalla frenesia con cui mi spingeva la cappella in gola, che James poteva sborrare da un momento all’altro. Addirittura, un acre sapore di sesso mi colpì la lingua e mi obbligò a fermarlo, per non ridurre a nulla i tempi della scopata: gli strinsi con forza i coglioni e sfilai il cazzo dalla bocca, tenendolo in mano - quasi come uno scettro – fino a che non sentii che le pulsioni sui coglioni e lungo l’asta si andavano calmando. Mi spostai da lui e mi posi carponi sul letto, in evidente atteggiamento di offerta del culo; James si alzò e venne ad inginocchiarsi dietro di me, ma non mi penetrò immediatamente, come io mi aspettavo. Da una posizione anche più favorevole, riprese a carezzarmi la nuca, il collo, le spalle, la schiena e il culo adagiandosi con il palmo della mano in tutti i punti, massaggiandomi lievemente o pizzicando dolcemente la pelle, leccandomi la spina dorsale dalla nuca all’osso sacro oppure stringendomi le chiappe e dilatandole fino a far emergere tutte le pieghe dell’ano; infine, mi infilò nel culo il dito delicato che già avevo provato, stavolta però accompagnandolo col pollice e coll’indice quasi per dilatarmi il buco e prepararlo all’inculata; poi, quasi per rimediare alla sollecitazione dolorosa, ci passò la lingua sopra e la fece entrare fin oltre lo sfintere provocandomi sensazioni dolcissime.
Quando ero ormai allo spasimo del desiderio di cazzo, sentii che accostava la cappella al buco e che cominciava a spingere senza violenza: lo assecondai con gioia e spinsi a mia volta per accelerare la penetrazione, che fu davvero totale, nonostante le dimensioni della verga; sentii il cilindro di carne farsi largo lentamente nelle viscere che si aprivano a riceverlo e lo avvolgevano in una stretta delicata per farlo godere. Quando fu totalmente dentro, si fermò, mi prese per le anche e mi spinse contro il suo ventre, fino a far coincidere la curva delle mie natiche con quella del suo inguine, e se ne stette così per un po’, assaporando il piacere delle pulsazioni delle mie viscere che gli solleticavano il cazzo, mentre io mi abbandonavo al piacere di succhiargli l’uccello con l’interno del culo. Evidentemente al limite della resistenza, cominciò a sbattermi con una violenza che non mi sarei aspettato ma che mi faceva godere in maniera diversa e più intensa: al culmine del piacere, prese da dietro il mio cazzo tra le mani, menandomelo quasi scompostamente. Non ebbe bisogno di molti colpi, prima di esplodermi nel ventre una sborrata che mi sembrò quasi infinita, tanto fu lungo il flusso di sperma che sentivo spruzzarmi nella pancia; quasi contemporaneamente, il mio schizzo di sborra andò a schiantarsi sul lenzuolo che ne era già abbondantemente intriso.
Ma non ritirò il cazzo dal mio culo neanche dopo che l’ultima goccia si fu scaricata dentro di me: quando il respiro si fu fatto un po’ più lento e ritmico, mi spiegò, quasi scusandosi, che l’erezione non si sarebbe esaurita prima di almeno un quarto d’ora; gli risposi che non c’era problema e che anzi mi piaceva tenerlo dentro. Passammo addirittura quasi mezz’ora in quella postura assai poco comoda: all’inizio, mi rilassai nella mia posizione carponi e mi accosciai sul suo ventre, mentre lui, seduto sui talloni, mi tratteneva con le mani per le anche per non far scivolare via il cazzo dal culo; più tardi, a mano a mano che si rilassava, si sollevò anche un poco sulle ginocchia e mi rialzò per far aderire il suo petto alla mia schiena; e intanto mi accarezzava la pelle dovunque poteva, mi titillava i capezzoli e mi menava il cazzo ormai moscio. Persi il senso del tempo e della realtà, immerso in quell’atmosfera di sessualità libera e spontanea: risvegliarmi e uscirne richiese quasi uno sforzo fisico; ma fu anche necessario, visto il tempo trascorso e le mie esigenze di viaggio: James si andò a lavare velocemente e, al momento di andarsene, mi chiese se ci saremmo visti ancora: “disgraziatamente non lo credo possibile” dovetti rispondergli con autentico rammarico e lo salutai con un gesto della mano mentre chiudeva la porta dietro di sé.
Balzai giù dal letto per farmi una doccia non veloce e per preparare le mie poche cose; in breve, fui pronto a mettere in moto la macchina e a partire per porre fine ad uno sconvolgente fine settimana. Naturalmente, era piuttosto presto e mi ritrovai in città, al solito bar del nostro gruppo, mentre ancora gli amici spettegolavano e assaporavano gelati e bibite fresche per combattere la calura. Poiché la notizia della mia “fuga” era già arrivata, divenni l’occasione per rompere la monotonia e fui aggredito da una raffica di domande sull’avventurosa vita in un albergo della riviera in estate, secondo la versione da me fornita in famiglia: “fandonie, tutte fandonie” fu la sintesi inalterata delle mie risposte. Ma – naturalmente – nessuno mi credette.
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