Dover festeggiare il compleanno ai primi di agosto può rivelarsi una vera calamità: se sei nella tua città, almeno i due terzi dei tuoi amici è già andato in vacanza e la festa – se la fai – risulta moscia; se già sei partita per le vacanze e andate al solito posto da tanti anni, trovi il massimo della confusione tra arrivi promessi e partenze già in vista; se avete scelto una località nuova, quasi certamente non avrai abbastanza amicizie per organizzare una festa coi fiocchi. Ma, per il mio diciottesimo compleanno, avevo già deciso: anche se i miei avevano già prenotato la solita pensione di tutti gli anni; anche se sapevo per certo che mi sarei trovata nel solito ambiente incerto tra quelli che non ancora erano arrivati e quelli che già stavano per andar via; insomma, anche se tutto rischiava di andare a puttane, volevo ad ogni costo il mio regalo di compleanno, quello grande, immenso, da non dimenticare mai più. Insomma, per il mio diciottesimo compleanno avevo deciso che mi sarei regalata una scopata vera, la prima della mia vita: avrei concesso ad un uomo la mia verginità e me ne sarei ricordata per sempre. Ero stufa delle pomiciate “arrangiate” con ragazzini brufolosi e cazzetti minuscoli, delle seghe nei bagni o all’ultimo banco, di qualche succhiata di cazzo sui sedili posteriori della macchina: insomma, volevo che al mio diciottesimo compleanno un cazzo vero, di un uomo vero, mi sfondasse la pancia e mi insegnasse i percorsi del sesso “vero”.
Il fatto di tornare, per l’ennesima volta, sulla stessa spiaggia, nella stessa pensione, quasi sotto lo stesso ombrellone, in questo caso mi aiutava, perché mi consentiva di appuntare l’interesse su uno che da anni suscitava la curiosità e l’interesse generali. Non si conoscevano molte notizie precise su di lui: quarantenne, appartato, quasi musone, sempre immerso in un libro riparato all’ombra del suo ombrellone, familiarizzava poco e solo per i convenevoli d’uso; in compenso, esibiva un fisico notevole, anche se non appariscente, ed aveva dei modi decisamente raffinati. Radio ombrellone, però aveva già costruito la sua leggenda metropolitana, riportando notizie vaghe e contrapposte ma in molti casi convergenti: professore di liceo in una grande città, sembrava fosse famoso per i modi cordiali che teneva con gli alunni; per molti, però, era soprattutto alle alunne che si dedicava con particolare interesse, anche fuori della scuola; per questo, avrebbe scatenato delle accuse precise di plagio e di pedofilia: ma, secondo i più informati, le accuse erano cadute nel vuoto più assoluto e, al massimo, si era scopato un po’ di giovincelle affamate di sesso, ma tutte non della sua scuola e soprattutto maggiorenni e consenzienti. Sopratutto questi particolari lo promuovevano nella mia graduatoria a soggetto ideale per il mio desiderio di “regalo di compleanno”: insomma, avevo deciso che Vito sarebbe stato il mio Pigmalione e che sarei riuscita, prima della fine delle vacanze, a scopare con lui alla grande.
Il problema vero era l’approccio; ma, senza volerlo, fu mia madre a dare lo spunto commentando a voce troppo alta (forse proprio con l’intento di tirar dentro “il professore”) le mie bizze circa il compleanno e il grande regalo di cui tutti parlavano. La prima cosa che notai fu il cambiamento repentino di atteggiamento di Vito: sentire che in quei giorni sarei diventata “maggiorenne” fu quasi una rivelazione; di colpo, sentii il suo sguardo squadrarmi dalla testa ai piedi, soffermandosi evidente sul seno prorompente (una terza ben portata) e sul culo ben disegnato e generosamente offerto dal minitanga del costume. D’improvviso, lo scricciolo osservato in quegli anni come una ragazzetta fastidiosa si rivelava una donna decisamente appetibile.
Non persi tempo e cominciai l’opera di seduzione che avevo in mente da tempo: da quel momento, ogni occasione (vera o inventata) fu buona, per passarmi voluttuosamente le mani sui seni, sull’inguine, sui fianchi. Troncai bruscamente i discorsi, affermando che il “grande regalo era un sogno solo mio” e me ne andai in acqua. Al ritorno, mi lasciai cadere il più vicino possibile alla sua sdraio, sganciai il reggiseno e lasciai andare all’aria aperta le tette: manco a dirlo, un rapido ingrossamento del pacco costrinse Vito a sistemare il libro per coprire l’inguine; per poco non urlai di gioia. In compenso, gli chiesi di passarmi la crema e il contatto delle sue mani sulla mia pelle fu l’inizio di una serie continua di emozioni che mi provocavano intensa eccitazione; dal canto suo, Vito si soffermò spesso più del dovuto sui punti cruciali del corpo e il suo massaggio diventò per me un vero titillamento delle natiche, del ventre, del seno.
Mentre, con la scusa della crema, mi massaggiava eroticamente tutto il corpo, Vito azzardò la domanda che aspettavo “Cosa è questo grande regalo che nessuno conosce?” Decisi di non attendere oltre e, senza esitazioni, gli dissi apertamente che avrei cercato qualcuno che mi facesse diventare donna in tutti i sensi, soprattutto sessualmente. Restò di sasso, per un momento, poi la distribuzione della crema riprese, ma ormai era un evidente massaggio di intensa e provocatoria sessualità, al punto che sentii la figa contrarsi più volta e piccoli orgasmi si inseguirono a ripetizione. Interrompendo il massaggio quasi bruscamente, per non dare adito a dubbi, mi lasciò andare e sussurrò in maniera quasi impercettibile: “Forse stasera, verso le nove, alla barca arenata in fondo alla spiaggia potresti trovare una risposta”.
Vito era già sul posto, quando arrivai: seduto su un telo da spiaggia steso accanto alla barca in secca, stava fumando con evidente soddisfazione; mi andai a sedere accanto a lui e appoggiai la testa sul suo petto; mi accarezzò dolcemente la testa, gettò lontano la cicca, mi prese per un braccio e mi fece alzare con lui. Avevo già provato qualche emozione baciando dei ragazzi, ma quando mi avvolse con le braccia e mi baciò sulla bocca, vidi le stelline accendersi negli occhi: aveva un sapore intenso, da maschio; un modo di usare la lingua per penetrarmi la bocca e perlustrala tutta che dava i brividi; le sue mani, intanto, mi percorrevano la schiena fino a glutei, scardinando dal ventre forti contrazioni di piacere. Fu un bacio che non ho più dimenticato. Quando poi, una sua mano si rivolse al mio seno e cominciò a palparlo, sentii una fontana aprirsi fra le gambe e gli umori cominciarono e scorrere copiosi; per di più, il suo cazzo era diventato quasi enorme – almeno per me, almeno in quel momento – e lo sentivo tutto premermi contro l’inguine e sollecitare le reazioni della mia figa: avevo la sensazione di essere penetrata … e c’erano ancora i vestiti, tra di noi.
Mi tornò in mente la sensazione delle sue mani che spalmavano la crema solare sulla mia pelle: e mi resi conto che era ben altra cosa: le ginocchia mi tremavano per l’emozione e, tra le cosce, sentivo colarmi un umore liquido che temevo avrebbe bagnato il pantaloncino che mi fasciava i fianchi. Decisi di non fare niente e di lasciarmi andare, di assaporare fino in fondo la dolcezza di quelle carezze che aizzavano le femmina che c’era in me: in fondo, era il regalo di compleanno che avevo sognato e voluto al di sopra di ogni cosa. Intanto, la maglietta era volata sopra la mia testa e le mie tette si sporgevano con la prepotenza della giovinezza all’aria fresca; Vito le prese, una per mano, e cominciò ad accarezzarle; cercò i capezzoli appena accennati, li strinse tra due dita e li titillò con delicatezza: vortici colorati mi balenavano negli occhi chiusi e fremiti di piacere mi scuotevano le anche. Si chinò a baciarli e il cielo si scatenò di colpo in violenti fulmini di erotismo; me li succhiò a lungo, con affetto, quasi con devozione: ed io scoprii i primi piccoli orgasmi che si rincorrevano nel mio inguine e si scaricavano dalla vulva ancora chiusa come un’ostrica.
Non sapevo cosa fare, anche se avevo avuto qualche approccio con ragazzi della mia età; ma qui era tutta un’altra cosa: e le mie mani restarono per un po’ inerti. Quando però Vito spostò le sue mani verso il pantaloncino, l’attesa del piacere successivo mi folgorò il cervello e per un attimo persi completamente il controllo: le sue dita si appoggiarono delicatamente alla peluria del pube ed io gemetti quasi a singhiozzo: si fermò, ma con la mano spinsi la sua a continuare. Sentire tra le piccole labbra il contatto del suo dito fu uno stravolgimento dei sensi; quando, poi, andò a solleticare il clitoride sentii il cervello vorticarmi nel vuoto. Allungai la mano, per non essere inerte, e raggiunsi il pacco ancora protetto dal pantaloncino: incontrai una massa nervosa di carne che immaginai ancora più spaventosa delle mie fantasie; aprii il bottone in vita ed abbassai la zip; infilai la mano e con le dita lo toccai: era proprio grosso! Con gesti assolutamente impacciati, cercai di estrarlo, ma non ne ero capace; Vito allora abbandonò il mio inguine, si tolse i pantaloncini e lo esibì in tutta la sua potenza: lo presi in mano accennando ad una sega, ma ero davvero fuori di me e non riuscivo; sentii la sua mano che prendeva la mia e la guidava nella sega: tutto divenne più semplice e, alla luce incerta della sera, lo fissai con interesse: era proprio una bella mazza, quella che io avevo sognato e desiderato per la mia deflorazione.
Appoggiandomi la mano sulla spalla, Vito mi sollecitò ad abbassarmi: mi resi conto che voleva glielo prendessi in bocca: qualche volta l’avevo fatto, ma in maniera approssimativa e con cazzi assai più piccoli; qui si trattava di un uomo vero … e di un cazzo vero! Appoggiai le labbra e sentii l’odore di maschio invadermi le narici e stimolare la mia femminilità; lo forzai un poco tra le labbra e mi parve che, insieme al tubo di carne, tutto il piacere del mondo mi invadesse il corpo: l’avvio era dato, però, e non restò che approfittare fino in fondo. Spalancai la bocca e feci entrare metà dell’asta, prima che mi desse fastidio alla gola; “Gira la lingua intorno alla cappella” mi suggerì Vito; e io obbediente cominciai a leccarlo dentro la bocca inventandomi contorsioni di cui non mi sarei ritenuta mai capace. Godeva molto, al contatto, e lo dimostrava inarcandosi e irrigidendosi, spingendo il pube verso la mia bocca e ritraendosi subito dopo. Sentivo il ventre aprirsi e sciogliersi dal piacere, mentre lo mandavo su e giù dalle labbra, lungo il palato e verso le gote, sempre percorrendolo con la lingua che ormai si muoveva da sola.
Vito mi interruppe, quando già pregustavo il mio orgasmo; mi spostò, mi sollevò in piedi, tirò giù il mio pantaloncino e mi prese la figa a piene mani: di nuovo i miei occhi si colorarono di fulmini impazziti e di girandole di colori. Muovendosi delicatamente, fece passare un dito tra le grandi labbra e raggiunse le piccole, scatenandomi piccoli orgasmi a ripetizione; intanto, si era chinato a succhiarmi i capezzoli ed io non riuscivo più a stare dietro alle mie fonti di piacere: sapevo solo di essere in un lago meraviglioso di orgasmi in cui mi perdevo beata. Mi fece sdraiare sul telo che aveva disposto sulla sabbia e mi stimolò a sollevare le ginocchia ed allargarle; si inginocchiò fra le mie gambe, si piegò in avanti e appoggiò la bocca alla mia figa. Lanciai un urlo immenso di piacere, quando la sua lingua incontrò il mio clitoride; quella lingua dura e ruvide, ma tanto delicata, mi fece lanciare più di un urlo quando la sua leccata si estese alle piccole labbra, alle grandi labbra, all’interno delle cosce. Ormai era un oceano di orgasmi, quello che si scatenava dalla mia figa.
Si interruppe ancora ed io godetti già solo a chiedermi che altro avrebbe inventato. Si stese a sua volta sul telo, ma con la testa rivolta alle mie gambe, mi prese per i fianchi e mi sollevò sul suo corpo: mi trovai così schiacciata sul suo ventre, con il cazzo “terribile” a portata di bocca e la figa schiacciata sul suo mento. Riprese a leccarmi con diligenza, dalle cosce al pube e poi alla figa e alla vulva, penetrando con la lingua solo fino al clitoride. Presi in bocca la sua asta e cominciai a succhiare rumorosamente facendo fare a quel cazzo le evoluzioni più impensate, infilandomelo in gola fino alle tonsille, leccando tutto, verso l’alto e verso il basso. In un niente l’istinto mi aveva portato a realizzare un pompino che mi scatenava orgasmi continui che si andavano a scaricare nella sua bocca. Vito, da parte sua, mi leccò la figa come mai più avrebbero fatto. Quando la mia mascella fu stanca del movimento (e forse anche la sua lingua) ci fermammo e scesi dal suo corpo; mi sdraiai a fianco e rimasi a guardare le stelle assaporandomi tutto il piacere che mi inondava.
“Questi erano i preliminari” disse Vito, tra il serio e il faceto “adesso, se davvero vuoi, ti consegno il regalo vero”. Lo abbracciai e lo baciai; ma stavolta fui io a perlustrare la sua bocca in ogni centimetro, a chiavarmelo quasi con la lingua e a succhiare la sua fino a farmela arrivare alle tonsille. Si mise di nuovo in ginocchio tra le mie gambe, accostò il cazzo al mio ventre e mi accarezzò dolcemente la figa col dito medio che fece scivolare lungo tutta la vulva. “Ora ti svergino” disse semplicemente; si adagiò su di me, mi allacciò in un bacio infinto, appoggiò con le mani la cappella alla vulva e cominciò a spingere. Sentivo il bastone di carne violarmi le viscere ed entrarmi dentro: persi il senso del luogo, del tempo, del mondo e cominciai a vedermi ruotare negli occhi – ancora più vivide – le girandole colorate della serata. Un piccolo dolore, quasi un bruciore, e il suo cazzo fu dentro di me: tentai di urlare il mio piacere, ma il suo bacio lo soffocò, anzi lo raccolse tutto dentro la sua bocca; si mosse un poco dentro di me, avanti e indietro, con dolcezza, ed ogni movimento diventò per me un orgasmo che si aggiungeva a quelli precedenti, finché sentii il ventre esplodermi, le interiora schizzare fuori dalla vulva e urlai (stavolta non riuscì a frenarmi) un orgasmo unico, immenso, assoluto.
Poi caddi in una sorta di deliquio, per un po’ persi i sensi e non mi accorsi neanche di lui che usciva dalla mia figa. “Mi son dovuto fermare, perché sarebbe stato pericoloso venirti dentro” mi disse Vito, quando mi fui ripresa: il suo cazzo era ancora ben ritto, evidentemente non soddisfatto. “Posso aiutarti io: come vuoi che ti faccia venire?” chiesi premurosa e decisa a tutto. “Forse ci sarebbe una ciliegina per la tua torta di compleanno; ma non so se sia il caso di pensarci.” L’idea di una ciliegina, di una nuova sorpresa, decisamente mi affascinava “Di che si tratta?” “Normalmente si chiama coito anale: insomma, mi piacerebbe farti il culo, se ci stai”. Se ci stavo?!?! Ma era il massimo che potessi desiderare; però avevo sentito che era doloroso e, per alcuni pericoloso. “Pericoloso è un deterrente: pensa agli omosessuali – che sono molto più di quelli che si dice – e capirai che non sono certamente tutti in pericolo. Doloroso lo è, almeno in parte; ma se si fanno le cose con garbo, non è insopportabile”.
Decisi che volevo provare: se il dolore fosse stato troppo acuto, lo avrei pregato di fermarsi e avremmo scelto un altro percorso, le mani o la bocca per esempio. Mi disse di girarmi a pancia sotto, si inginocchiò tra le mie gambe, si piegò sopra di me e cominciò a leccarmi il buchetto; per facilitarsi, mi fece sollevare sulle ginocchia, “a pecorina”, e cominciò a passare la lingua sull’ano e sulla vulva, su e giù, con tanta saliva; poi sentii qualcosa di fresco sull’ano “E’ crema per facilitare lo scorrimento” mi disse ed io lasciai fare. Sentii un dito che entrava nell’ano e forzava lo sfintere “Masturbati, mentre ti penetro: favorirà l’ingresso”; lo feci e davvero mi resi conto che il dito nel culo accentuava semplicemente il piacere che il mio dito stimolava nella figa. Al primo dito un altro seguì, subito dopo, e cominciarono ad aprirsi per dilatare il foro; poi entrò un terzo e l’apertura si faceva consistente, ma io non provavo dolore: tra la voglia contenuta per anni, la stimolazione delle mie dita nella figa ancora indolenzita e la crema lubrificante, mi sembrava che il culo si adeguasse giustamente all’occasione.
Quando estrasse le dita e si sollevò in ginocchio dietro di me, capii che stava per sverginarmi anche nel culo: una felicità inspiegabile e intensa mi colse e mi fece fremere in tutte le fibre; quando poi sentii la cappella accostarsi all’ano, le girandole colorate mi ballarono negli occhi ancora più violente e accese. Entrò di poco, fino allo sfintere: quando contrassi i muscoli per il dolore si fermò e mi raccomandò “sforzati come se dovessi andare di corpo: vedrai che ti aprirai abbastanza”; lo feci ed accentuai anche il movimento delle dita in figa. Mi penetrò con un sol colpo ed io urlai, ma gli dissi di non smettere; si piantò su di me e stette per un po’ fermo col cazzo che mi vibrava nell’intestino. Superato il momento, cominciai a muovere, quasi senza rendermene conto, i muscolo interni per adattarli al nuovo ingombro, finché mi diede solo piacere, tenerlo dentro di me. Gli dissi di continuare.
Si mosse delicatamente, all’inizio e cominciò a stantuffare il mio culetto con una mazza che avevo giudicata “terribile” e che ora trovavo meravigliosa. Quando mi fui rilassata e cominciai a partecipare anch’io al movimento, cominciò a pomparmi con forza e regolarità: “Avvertimi, quando stai per venire” mi disse; feci cenno di si con la testa e spinsi il culo contro il suo ventre per farmi penetrare fino in fondo. Non so quanto tempo andammo avanti; so che sentivo il piacere montarmi dentro, dal ventre, dalla schiena, dalle cosce, dalla figa, dal culo: ero un solo lago di piacere. Quando i piccoli orgasmi divennero frequentissimi e si inseguirono in un crescendo che avrebbe portato all’orgasmo, glielo dissi “sto per venire”. Accentuò la spinta, diede un po’ di colpi più forti, si tese tutto, dalla testa ai piedi, e cominciò a eruttare sborra nel mio intestino. Al primo spruzzo, esplosi in un orgasmo mai neppure ipotizzato: la terra mi girò intorno e diventai io stessa la girandola di colori che mi aveva riempito la serata. Ci accasciammo sul telo, svuotati, quasi sfiniti: “Adesso c’è il problema maggiore; devo uscire e forse avrai qualche fastidio”. Altro che fastidio! Fu un’operazione dolorosa che rese ancora più indimenticabile la serata.
Il giorno dopo, in spiaggia, Vito non c’era più; radio ombrellone comunicò che era stato convocato prima del tempo e che già sapeva che quella mattina sarebbe dovuto rientrare. Per fortuna, aveva avuto il buon gusto di consegnarmi il mio regalo di compleanno. Anche se non ci siamo più rivisti e di sedute di quel genere ne ho poi vissute un bel po’, quello fu certamente il regalo più bello che potessi ricevere e, credo, il migliore che qualunque donna abbia mai avuto.
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