Eravamo cresciuti praticamente insieme, io ed Elvira, passando dall’oratorio al Liceo e di lì all’Università, in un percorso parallelo senza inciampi e con risultati ampiamente soddisfacenti, per famiglie piccolo borghesi come le nostre che non avevano lesinato sacrifici per farci concludere l’itinerario prefissato. Ottenemmo perfino di superare insieme il concorso a cattedre e ci trovammo praticamente ben sistemati ancora giovanissimi, in grado, quindi, di affrontare il gran passo del matrimonio. I figli, due naturalmente, vennero in rapida successione, ed ora hanno 25 e 23 anni mentre noi due siamo intorno ai quarantacinque, con qualche mese di differenza. Vita da manuale, praticamente; anche i nostri rapporti interpersonali, compresa l’attività sessuale, scorrevano perfettamente oliati, senza scosse e senza problemi, in definitiva.
L’unico assillo che ogni tanto si affacciava al mio pensiero era il carattere di Elvira, portata più a sottostare, subire o sopportare che a prendere una qualsiasi iniziativa. In ogni caso, in ogni campo, in qualsiasi situazione, l’atteggiamento predominante era fermarsi a chiedere “E ora?” E normalmente competeva a me decidere, ed eventualmente sbagliare; per poi vedere lei che, presa dimestichezza con la soluzione, l’applicava con diligenza ed energia e la usava per tutti i casi simili o apparentabili, fino a far apparire che fosse lei l’autrice della soluzione. Il problema era che non potevo fare affidamento sulla sua collaborazione, sulla sua complicità, in qualche caso, o anche su un suo suggerimento: prima dovevo indicare il percorso, poi lei si avviava e nessuno la fermava più.
Onestamente, mi faceva anche piacere vedere che, una volta indicata la via, se la cavasse egregiamente da sola. Qualche dubbio però si presentava inevitabilmente quando l’argomento era per lei “scottante” o addirittura “tabù”: in quel caso, non c’erano santi; decideva autarchicamente e andava per la sua strada. Mi ci scontrai con violenza, con questo atteggiamento, una volta che, in giro per le vacanze estive, proposi di fermarci in un campeggio per naturisti. Coi figli ormai ben più che adulti e che quindi avevano preso percorsi autonomi anche per le vacanze, il camper che con molto entusiasmo avevamo acquistato alcuni anni prima (ma che ancora faceva benissimo il suo dovere) si rivelava uno strumento agile e interessante per i percorsi che volevamo scegliere, tra arte, natura e divertimento.
Lungo la costa dalmata, apparve d’improvviso il cartello “Natur Kamp” e le proposi immediatamente di fermarci lì per qualche giorno. L’idea di stare per alcuni giorni nuda in mezzo a persone nude, senza rispetto per la privacy, senza nessun decoro, senza nessuna vergogna se non le faceva venire l’orticaria, poco ci mancava. Ne discutemmo a lungo, quell’estate, e in sostanza ci rovinammo la vacanza per il tempo trascorso a dibattere tra principi religiosi (bigotti, per me) e una visione laica (sporcacciona, per lei) della vita. Non ci furono strascichi; ma neanche si accorse del solco che aveva tracciato tra noi, almeno in ordine al sentimento del decoro e della vergogna.
Da quel momento evitai di proposito qualunque discorso sul sesso, convinto che in questo la crescita non era stata così tanto parallela: lei si era trascinata dietro i tabù religiosi di un famiglia di baciapile ed io cercavo inutilmente di affermare la necessità di stare al passo coi tempi. In conclusione, fui costretto a chiudere una porta dietro la quale ogni tanto mi rifugiavo per coltivare sogni erotici che neanche potevo confessare per non essere scomunicato sul posto. Mi nascosi dietro l’anonimato delle chat in rete, quelle specializzate in incontri, cercando quella che maggiormente garantiva di dialogare nel massimo dell’anonimato. Ebbi anche fortuna e trovai i collegamenti giusti. In particolare, mi intrigava una signora più o meno nostra coetanea che frequentava già da tempo un privè dove si incontravano coppie di scambisti con risultati esaltanti, a dire di Pamela. Ovviamente mi chiese se pensavo di fare una visitina, ma dovetti confessare che in coppia assai difficilmente avrei potuto, a meno di non trovarmi un’accompagnatrice per l’occasione. Capì che mia moglie era un tipo assolutamente non disponibile e mi poté proporre, in alternativa, solo un invito come singolo che però quasi sempre non produceva risultati concreti. Le dissi che ci avrei pensato e per il momento chiudemmo la cosa.
Contemporaneamente, frequentavo anche altre ipotesi ed ebbi occasione di incrociare una trentenne disponibile, con la quale fissai anche un incontro personale, dopo un lunghissimo scambio di confidenze in chat. Quando però ci trovammo al bar che avevamo scelto, dovetti rendermi conto che il conclamato spirito di libertà era una copertura alla più antica delle attività umana ed anche la meglio remunerata. Pagai i caffè, ringraziai e ci perdemmo di vista. Non andò meglio con una trentacinquenne ben messa e disposta a tutto; peccato che avesse una figlia piccola e che sperava di incontrare chi la potesse sposare, non che poteva essere nonno di sua figlia. Una ipotesi non sgradevole era costituita da una trentacinquenne single e autonoma che cercava un rapporto convincente ma non condizionante: in pratica, la possibilità di incontrarsi senza appuntamenti e senza impegno quando ce ne venisse voglia, con la chiara coscienza che si rimaneva comunque ciascuno libero e padrone della propria vita.
Era una proposta interessante, quella di Viola: e glielo dissi; decidemmo anche di incontrarci una volta, al bar per un caffè; e, per quella volta almeno, ritenemmo ambedue che non fosse opportuno precipitare i tempi, per cui non finimmo a letto ma rinviammo ad altro momento una conoscenza più profonda. Restammo intesi che ci saremmo sentiti nel caso si fossero prospettate nuove situazioni. L’invito al privè di Pamela rimaneva l’opzione più valida e praticabile, se solo avessi avuto un’accompagnatrice. Provai anche a cercarla per lo stesso percorso e misi un nuovo annuncio in questo senso. A parte la massa enorme di risposte che fui costretto a cestinare senza neanche sfogliarle, la lettura anche attenta di tutte le note postate non portò illuminanti novità se non alcune note che potevano incuriosire: una si proponeva come escort (a caro prezzo) un paio volevano giocare alla festa per una serata; altri forse neppure avevano ben capito il senso della mia richiesta. Insomma, andò buca anche da quella parte.
Mi salvò ancora una volta Pamela, che mi parlò di una sua amica, una cinquantenne molto Milf e molto disinibita, che voleva entrare al privé ma senza il suo solito accompagnatore; avrebbe accettato un compagno provvisorio solo se questo si fosse impegnato a non pretendere che lei scopasse anche con lui, se a lei non fosse andato a genio. In sostanza, mi disse, la vai a prendere, venite insieme al privè, poi siete liberi di andare ognuno per conto proprio; se a lei fossi anche piaciuto, poteva fare sesso anche con me, ma non doveva essere un impegno o una promessa. Inutile dire che accettai immediatamente e mi impegnai a rispettare l’accordo alla lettera. Il problema era solo riuscire ad andare fuori un sabato sera con la previsione di non tornare fino a domenica mattina; e, soprattutto, di farlo sapere ad Elvira senza insospettirla né scatenarne le ire. Per un colpo di fortuna che mai avrei potuto sperare, sua madre, il venerdì mattina, ebbe un leggero malore che richiese il ricovero in ospedale almeno per uno - due giorni e mia moglie garantì la necessaria assistenza, scusandomi con me che sarei rimasto solo. Mi schernii e la rassicurai che non c’era problema.
Alle 22, puntualmente, ero a casa di Pamela, che finalmente incontrai di persona insieme a suo marito Osvaldo che mi ispirò immediata simpatia. Con due macchine ci dirigemmo a casa di Ottavia, che si rivelò veramente una bellezza non banale, nonostante i cinquanta portati assai più che benissimo; ci scambiammo casti baci sulle guance e montò in macchina con me, offrendomi lo spettacolo di una coscia slanciata e scolpita, fasciata da una minigonna da infarto su autoreggenti da sballo; partimmo per il privè e, considerata la brevità del percorso, avemmo poco tempo anche per scambiare banali ovvietà. Pamela e Ottavia erano delle habitué e non incontrarono nessun ostacolo ad entrare, accompagnate da me e da Osvaldo. Appena dentro, andammo ad occupare un tavolo che era riservato per noi , come lessi anche sul cartellino al centro. Io ero abbastanza frastornato per la novità dell’ambiente, una sorta di pub molto elegante dove tutti si muovevano con estremo garbo, tutti sembravano conoscere tutti e si accomodavano ai diversi tavoli solo per uno scambio di battute o per un incontro più duraturo: non ci volle molto a capire che erano approcci che venivano tentati tra persone che già si conoscevano o che si incontravano per la prima volta; e che la durata della conversazione indicava quanto fosse avanti l’incontro e la possibilità di sviluppo. Molte coppie poi si allontanavano verso il fondo dove non era facile vedere, ma presumibilmente si aprivano sbocchi ad altri ambienti.
Non fu scambiata una sola parola, tra noi; ma notai che con gesti e sguardi severi i miei tre amici frenavano qualunque tipo di approccio, segnale che forse stavano decidendo d avviare la serata tra di noi, salvo poi a valutarne sviluppi. Questo significava anche che ero andato a genio ad Ottavia; ma in questo mi sbagliavo, perché la mano che mi scivolò sulla coscia ed andò a palparmi il pacco che mi stava crescendo tra le gambe era quella di Pamela, mentre evidentemente Ottavia stava approcciando Osvaldo. Ne fui felice, ovviamente e, quando i tre si alzarono e si avviarono verso il fondo, fui lieti di trovarmi a fianco a Pamela che, imitando peraltro Ottavia che già aveva afferrato con forza Osvaldo e lo stava letteralmente succhiando nella sua bocca, appiccicò come una ventosa le sue labbra sulla mia bocca e mi sentii trasportare in un’estasi infinita. Non avevo posto in conto la possibilità di fare l’amore con Pamela, che avevo imparato ad adorare; ma la sorpresa mi portò all’ultimo cielo.
Per percorsi noti, arrivarono ad una porta, Osvaldo aprì, si accertò che la sala fosse vuota e ci invitò dentro; una volta entrato, chiuse la porta alle spalle, abbrancò Ottavia quasi con violenza e la sbatté letteralmente su un letto rotondo che troneggiava al centro della sala; io e Pamela li seguimmo e, con molta più calma, finimmo, abbracciati e baciandoci, sullo stesso letto abbastanza capiente anche per molte coppie contemporaneamente. Mentre gli altri due si strappavano letteralmente gli abiti da dosso, segno forse di una reciproca libidine a lungo soffocata, io e Pamela, proprio perché cominciavamo a scoprirci, ci spogliammo lentamente e metodicamente. Inevitabilmente, però, la vicinanza e la visione diretta stimolavano una piccola competizione e presto cominciammo a compiere quasi gli stessi gesti. Così mi trovai a succhiare e leccare con enorme voluttà la figa di Pamela, fino al profondo del culo, da una parte, ed alla metà della vagina dall’altra; le tormentai a lungo il clitoride che scoppiava di turgore al centro delle piccole labbra e le procurai almeno due orgasmi possenti. Quando mi implorò, quasi, di penetrarla, non ci pensai neanche un momento e la presi alla missionaria: le sue gambe abbarbicate dietro la mia schiena fino a stringere le caviglie, procurarono una penetrazione che non ricordavo di aver praticato mai.
Quando mi sgusciò da sotto e si sdraiò sul letto ventre sotto, pensai che alludesse ad un coito anale e le accostai la cappella all’ano; con un gesto rapido, prese il cazzo e spostò la cappella, facendosi scopare a pecorina: per farlo, sollevò in più momenti il culo verso l’alto finché fu nella posizione dog. Probabilmente aveva concordato con Osvaldo tempi quasi rigidi, perché, quando mi ebbe in figa, manovrò i muscoli della vagina con tale abilità da portarmi rapidamente ad un violento orgasmo che mi esplose con un urlo disumano. Subito dopo, Pamela mi indicò i vestiti ed io, capita l’antifona, mi ricomposi alla meglio e mi avviai ad uscire dalla sala da dove stava dileguandosi anche Ottavia che aveva realizzato almeno una decina di orgasmi. Uscito nel corridoio, mi trovai per un attimo disorientato; poi cercai di capire la struttura dell’edificio e non fu difficile intuire che intorno alla sala centrale che avevo visitato entrando correvano una serie di stanze per vari usi.
Ne visitai diverse, più per curiosità che per desiderio di scopare ancora: il rapporto con Pamela era stato fin troppo gratificante, per me. Visitai alcune salette per me poco attrattive: catene, fruste, manette ed altri strumenti più o meno di tortura dicevano chiaro a cosa fossero destinate; in altre, un letto centrale rotondo era circondato da sedie: al centro di uno di questi letti trovai sdraiata Ottavia, stesa su un maschio che presumibilmente la stava inculando, mentre un altro, da sopra, la penetrava in figa, nella classica doppia; ma, ancora un altro distinto signore da sopra la testa le dava da succhiare una nerchia assai ben consistente e, dulcis in fundo, lei masturbava due ragazzi ai suoi lati. Ancora non mi ero ripreso dalla vista di quel “pienone” quando alcuni ospiti, seduti sulle sedie intorno, si alzarono e andarono a scaricarle sul corpo gli orgasmi che s’erano procurati masturbandosi mentre lei “agiva”: la scena non mi entusiasmò.
Mi incuriosì, invece, un’altra sala con il solito letto al centro e, sulle pareti, diversi fori ad altezze variabili, dai quali sbucavano cazzi spesso smisurati; le signore in camera, liberamente, si accostavano ad uno e, a seconda dell’altezza, ne disponevano per saporosi pompini, per farsi penetrare analmente o anche, con qualche acrobazia, per prenderli in figa: inutile dire che i cazzi neri erano i più ricercati. In un paio di camere, trovai solo letti disposti al centro con signore nude che si concedevano a qualcuno degli ospiti che sedevano compiti sulle sedie intorno. Una bella ragazza, di evidente giovane età, mi colpì fortemente e mi sedetti in attesa, che non fu lunga: appena concluso con un signore di mezza età, la ragazza mi fece cenno di subentrare e non mi feci pregare; un attimo dopo, il mio cazzo, che non è un fuscello, sciaguattava nella sua vagina che era colma fino a traboccare della sborra che aveva fino a quel momento spremuto dai coglioni di tanti. Eppure, nonostante la voragine che si intuiva, manovrava così bene i muscoli vaginali che mi diede immediatamente un piacere intenso; mi controllai e cominciai a montarla con gusto, compiacendomi anche, in qualche modo, del rumore acquoso che i miei colpi producevano picchiando nel liquido contenuto della figa. Finalmente, scaricai anche io il mio tributo di sperma (era il secondo, in meno di un’ora; ma, per il momento, reggevo ancora bene).
In un’altra sala, c’era solo una signora sui quarant’anni che girava le pareti a scegliere il cazzo più bello da spompinare; i fori erano tutti alla stessa altezza evidentemente perché era la sala del pompino; poiché per caso ero entrato e nessuno me lo aveva impedito, mi accostai dietro di lei e a segni chiesi se poteva incularla; si limitò a sporgere il culo: decisi allora di chiudere in bellezza la serata pazza e la inculai con pochi colpi, senza violenza ma anche senza riguardi; la montai a lungo, con grande gusto, mentre lei succhiava con altrettanto gusto alcuni dei cazzi che uscivano dai fori nelle pareti: ne cambiò tre, mentre io la fottevo nel culo, e tutti e tre sborrarono un’alluvione di sperma che lei diresse a terra; intanto, si sentiva che godeva con il culo e che le piaceva molto sentirsi posseduta analmente. Sborrai alla fine, con grande soddisfazione e le scaricai volentieri tutta la carica di sperma nel retto. Mi accarezzò delicatamente una guancia,quasi per ringraziarmi; ed uscii.
Nel corridoio, mi imbattei per caso in Pamela e Osvaldo che si spostavano di sala; li avvertii che avevo in animo di chiudere l’esperienza e chiesi come fare con Ottavia che era venuta con la mia macchina. Pamela formò un numero, parlottò e mi comunicò che Ottavia mi ringraziava della compagnia e della premura, ma aveva già pronto un accompagnatore e potevo andare sereno. Naturalmente, non stetti a pensare, ringraziai i due della meravigliosa esperienza, assicurai a Pamela che ci saremmo ritrovati senz’altro in chat e uscii senza rimpianti. Rientrai a casa , mi concessi una doccia rilassante e rinfrescante, dopo le fatiche della serata, e mi stesi davanti al televisore col mio bicchiere di Whisky; tra i programmi della notte, scelsi ovviamente quello segnati XXX, quasi non ne avessi mai abbastanza. Inutile dire che mi rodeva comunque aver dovuto fare tutto alle spalle di Elvira; ma essendo ormai chiaro che per lei quelle mie scelte erano pura perversione peccaminosa e condannabili da dio e dagli uomini, sarebbe stato semplicemente inutile e pericoloso cercare di metterla a parte di quel piccolo segreto.
Nei giorni seguenti mi arrivarono spesso dei piccoli video e delle foto delle nostre performances al privè: evidentemente, grazie alla maggiore esperienza, Pamela e Ottavio si erano attrezzati per dotarsi di una qualche videocamera, forse anche quella dei telefonini che ciascuno aveva tenuto con sé per tutta la sera; quelle riprese poi erano passate da individuo a individuo; chiesi naturalmente se ci fosse il rischio di una dispersione all’esterno e della possibilità che finissero in mani problematiche, come per esempio quelle di mia moglie; mi assicurò che aveva fatto tutto con la massima cautela e mi consigliava di conservare i materiali ben custoditi e protetti. La rassicurai a mia volta e provvidi a creare la cartella protetta. Ma, poiché il diavolo fa le pentole e non i coperchi, io naturalmente non misi in conto che Elvira di recente, a scuola, aveva seguito e sostenuto corsi di computer per alunni e professori; diligente come è, aveva appreso praticamente tutto. Scavando per caso nella memoria remota, arrivò ai video e, seguendo quello, alla chat e a tutta la vicenda.
Per mia fortuna, stavolta non si attaccò al bagaglio atavico della sua visione manichea e cercò di affrontare la situazione sul piano del dialogo: perché avessi fatto certe cose, che cosa ci trovavo di utile, cosa mi ci aveva spinto. Per nulla impressionato dalla massa delle colpe che ad ogni costo cercò immediatamente di addossarmi, mi limitai a farle presente che l’evoluzione della nostra educazione era stata semplicemente divaricata dal momento in cui aveva tacciato di “peccaminose” certe mie scelte, addirittura giovanili, come per l’appunto la proposta di campeggiare in un campo nudisti; non fu difficile dimostrare che da una piccola causa iniziale si scatenano fenomeni incontrollabili. Sicché, conclusi se riteneva che la mia colpa valesse una decisione di separazione, sarei stato ben lieto di acconsentire e farla finita una volta per tutte con la recita stanca di lei che “scopriva” le verità da me proposte e se le gestiva poi fino alle estreme conseguenze, ma a modo suo; per converso, se voleva considerare anche questa una mia “scoperta” da cui rimaneva affascinata e impossessarsene per i suoi fini, si accomodasse pure dato che non c’è copyright sulle idee.
Mia moglie sembrò riflettere a lungo sulla vicenda, ma non diede segno della ritrosia che normalmente accompagnava le sue considerazioni su fatti inerenti il sesso o la morale. Anzi, appariva incuriosita e cominciò a porre domande che addirittura mi imbarazzavano. In breve, come suo solito, era quasi padrona della tematica e ne elaborava aspetti personali che a me completamente sarebbero sfuggiti. Temetti di star creando una sorta di nuovo mostro e l’avvertii più volte, sul rischio che correva ad imboccare certi percorsi senza sapere preventivamente dove ci si voleva fermare, quali limiti non si volevano valicare, insomma come gestire ai propri fini una materia delicata come la sessualità e il piacere che, nel nostro caso, avevamo solo sfiorato e con mille cautele. Con la solita sicumera e presunzione di onnipotenza, mi mise all’angolo affermando che lei era in grado di gestire qualunque situazione e che, una volta che avevo avviato il processo (perché ero stato io che l’avevo avviato, non lo dimenticassi) il controllo adesso spettava a lei.
Nel giro di poche battute aveva trovato i percorsi per entrare nel vivo delle chat, alle quali dedicò poco interesse, e soprattutto del sito del privè dove riuscì a farsi accogliere come invitata d’onore. Ero basito da tanta bravura e mi sentivo anche un poco frustrato e messo all’angolo dalla sua capacità di comportarsi al meglio. Ciò nonostante, continuai a raccomandarle continuamente di non perdere il senso del limite, ogni volta rassicurato da lei che si riteneva al di sopra di ogni debolezza. La conclusione fu che mi trovai invitato, con lei, ad una serata speciale allo stesso privè che avevo già visitato una volta e che, in questo caso, mi appariva come una infernale trappola di piacere. Avendo studiato tutti gli ambienti e le ipotesi, organizzò per una cena tete a tete alla quale sarebbe seguito un dopocena sociale con musica e balli ed un finale a sorpresa: quest’ultimo mi spaventava non poco, dovendo parteciparvi con una compagna che al massimo aveva frequentato l’oratorio.
La prima grande sorpresa la ebbi quando preparammo gli abiti per la serata. Come da una scatola magica, Elvira tirò fuori un completo tubino nero che a occhio e croce le avrebbe appena sfiorato le natiche e, sopra, la parte alta del seno; un paio di autoreggenti nere copriva, meglio, sottolineava le belle gambe; al culmine delle autoreggenti, un poco più su, un microscopico tanga costituito in pratica da un triangolino collegato con vari laccetti che si perdevano nelle fessure della figa e del culo; ai piedi, un paio di sandali con legacci a mezza coscia con tacco dodici. Era decisamente uno sballo, conciata in quel modo: mai l’avevo vista indossare niente di simile ma nemmeno qualcosa di assolutamente lontano; chiesi per curiosità dove avesse fatto quei particolari acquisti e mi indicò il sexy shop di un paese vicino. Tacqui per quieto vivere; ma mi preparai ad una serata di guerra. Per precauzione montai una videocamera minuscola già usata per fini più dichiarabili e didattici e cominciai a riprendere; mi armai di pile per il telefonino che funzionava da ricevitore. Uscimmo ed Elvira, al’ultimo momento, ebbe il decoro di coprirsi con uno spolverino,
Nel ristorante del privè, fu ovviamente l’attrazione totale della sala e gli sguardi lascivi che la seguivano, l’accompagnavano, la guidavano, la perseguitavano mi diedero una tensione allo stomaco terribile; avevamo appena finito la cena, quando si venne a sedere un giovanotto assai prestante che trattò immediatamente con estrema disinvoltura mia moglie, abbracciandola, baciandola e accarezzandola in ogni dove. Di fronte alla mia faccia almeno sorpresa, Elvira si premurò di avvertirmi che era stato da lei previsto nella serata e concordato con la direzione. “Avevi già deciso che non ti sarei bastato?” “Ma figurati!”, mi fece con un gesto della mano.
Sempre riprendendola, li seguii mentre si abbracciavano lussuriosamente sulla pista da balloin lenti da far sborrare in piedi, con lui che non smetteva di stuzzicarle figa eculo entrando da dietro e lei che si strusciava sul cazzo fino a farselo entrare sotto la gonna fino al tringolino del tanga. Gli tenni dietro, sempre riiprendendo, anche nel giro conoscitivo che il ragazzo le fece fare delle sale interne: la prima in cui entrarono era quella dei pompini; io fui tenuto fuori a guardare da un foro; da quella postazione osservai con terrore - e registrai - la straordinaria e a me assolutamente sconosciuta disinvoltura con cui Elvira passava in rassegna una ventina di cazzi sporgenti dai fori: nei rapporti intimi del matrimonio, avevo avuto enormi difficoltà a convincermi a succhiare il cazzo, prima per prevenzioni religiose, poi per preoccupazioni igieniche, infine per semplice prevenzione; in quella sala, invece, svolazzava letteralmente da una nercia all’altra, scegliendo puntualmente le più grosse e manipolandole con una sapienza da veterana: leccava, succhiave, mordicchiava, accarezzava con una sapienza che eccitava persino me e gli altri spettatori nascosti che l’incitavano con frasi oscene. Per non rischiare di sporcarsi, si era tolto il vestito e girava per la sala praticamente nuda esibendosi nelle pose più oscene.
Il suo accompagnatore quando la vide completamente nuda, le mise prima in mano, poi un bocca, un cazzo di circa 25 centimetri e dello spessore di una lattina; poi glielo infilò in figa, prima, e in culo, poi, sborrandole dentro almeno due volte; inutile dire che ricevette con sommo gusto sia in figa che nel culo il cazzo, che la fece lamentare più volte per le dimensioni dell’asta a cui i suoi buchi, abituati alla mia dotazione, non erano avvezzi; ma la mandarono in solluchero anche le due possenti sborrate che le allagarono prima la figa poi il culo, fino al punto di far sbrodolare la sborra fuori dei fori.
Quando ebbe completato il giro dei fori con cazzi da spompinare, uscirono e si diressero alla sala delle sborrate comuni dove Elvira, stesa sul letto rotondo, si fece scopare in successione da quattro clienti mentre un’altra decina di persone la inondava di sborra su tutto il corpo. Soffrivo le pene dell’inferno ma resistetti e ripresi tutto, momento per momento; cambiai due volte le batterie del telefonino. Passarono in rassegna praticamente tutte le sale di cui disponeva il privè: dovunque, Elvira si esibì con performances di alta classe e di sicura professionalità (per una puttana, naturalmente; non certo per una professoressa di liceo); sperai, onestamente, che si fermassero a quelle “normali, evitando quelle del sesso estremo e quelle dedicate al sadomaso. Ma la mia dolce e morigerata mogliettina decise di provare tutto quello che c’era da provare e affrontò situazioni al limite della resistenza umana: si fece incatenare, stuprare, violare da più cazzi in doppia, in tripla, in quintupla penetrazione (da sotto, cazzo piantato nel culo; da sopra, cazzo in figa; dall’alto, cazzo in bocca e, ai lati, due ragazzi masturbati sapientemente. Ormai non avevo dolore da provare e, anestetizzato, mi limitai a riprendere senza neanche provare piacere a farlo.
Erano entrati nella prima sala sulla mezzanotte; erano le sei quando Elvira diede segni di cedimento, mi venne a cercare nel corridoio e mi chiese di portarla a casa. Lo feci come un automa, senza un cenno, senza una parola. In perfetto silenzio, ci recammo alla macchina con al seguito il suo cicisbeo di serata che non aveva fatto altro che penetrarla in tutti i buchi in ogni occasione; arrivati all’auto, la buttai come uno straccio sul sedile posteriore e le gettai addosso lo spolverino, quasi a coprire lo spettacolo del suo corpo letteralmente ricoperto di sborra in ogni dove e di lividi enormi che comparivano su tutto il corpo, e specialmente sulle parti intime e delicate. Elvira non batté ciglio e si lasciò condurre; licenziai con malgarbo il cicisbeo, mi misi al volante e tornai a casa, senza una parola: dovetti sorreggerla per un braccio per consentirle di percorrere il breve tratto dal garage all’ascensore. Quando fummo in casa, mi chiese di andare in bagno: glielo impedii e lo chiusi a chiave. “Prima qualcuno deve vederti con calma!” Non capì ma stette zitta.
Feci il numero dei nostri figli e con un discorso di estrema preoccupazione ordinai che venissero immediatamente a casa a soccorrere la mamma che stava malissimo. Intanto riversai su DVD la ripresa della notte. Appena entrati, rimasero sconvolti dallo spettacolo della madre, in abbigliamento succinto sgualcito e strappato in più punti, con tracce di sborra più che evidenti su tutto il corpo, dalle punte dei capelli alle punte dei piedi. Non dissi una parola e avviai il film. Elvira cercava di fermarmi ma non aveva la forza neanche di protestare molto; cercò di dire che ero stato io a proporre la cosa, ma il mio filmato comprendeva anche la parte registrata a casa, in cui la dissuadevo in tutto i modi e lei si rifiutava di credere.
“Cosa vuoi fare adesso?” Mi chiese il più grande. “Chiedere il divorzio è il minimo.” Risposi deciso. Intervenne Elvira “Ma mi sono presa qualche piccola libertà … “ I due figli la guardarono con compassione e il più piccolo commentò. “Hai un senso molto ironico delle piccole libertà. Papà pensa al divorzio; io penserei a ripristinare il ripudio per indegnità. Ti sei scopata più cazzi tu in una notte che una puttana in quarant’anni di professione!!! Mi fai veramente schifo! Questo va oltre ogni limite di ninfomania!” Il fratello lo guardò con aria severa. “Ha sbagliato; ma è mamma e non ti permetto di usare quel tono.” “Sono sconvolto e schifato! Cosa proponi?” “Papà, visto che nessuno dei due è dominante nel reddito, dico: tienitela in casa almeno per gli affari correnti: come massaia ti può tornare utile; se per cinque anni fa voto di castità assoluta, puoi pensare di tornare insieme; intanto, fatti un’amante e portatela a casa, anche nel suo letto. Se lo è meritato!” Il fratello si scosse un poco e fece spallucce.
Feci il numero di Viola; mi rispose subito nonostante fosse ancora molto presto. “Ciao, Viola. C’è un cambiamento significativo; mia moglie ha deciso di ritirarsi a vita privata e da questo momento possiamo stare insieme quando vogliamo, anche a casa mia; a servirci sarà Elvira.” Era sbalordita, naturalmente, ma le promisi che sarei stato più chiaro quando ci saremmo visti di persona al bar il mattino stesso. Consegnai la chiave del bagno ad Elvira. “Se speri di lavarti tutta quanta, fatti pure un doccia; ma saranno mesi lunghi, per te, i prossimi.
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