La noia di stare in coda davanti allo sportello di una banca si allevia solo se, per caso, ti capita di avere di fronte un “paesaggio” che merita attenzione: quel culo che roteava davanti al mio sguardo era davvero meritevole di tanta attenzione e, non capivo perché, mi muoveva qualcosa nella memoria. Non era sicuramente un culo conosciuto, perché, in dieci anni di permanenza in quella città, non mi ero costruito un giro di donne tanto affascinanti; le mie poche conoscenze erano dentro una media accettabile: niente di così ben disegnato, di così agilmente mobile, di così elegantemente portato con disinvoltura e fatto roteare, quasi d’istinto, fino a tirarsi dietro tutto il piacere immaginabile. Eppure, quel culo mi calamitava per qualcosa che si agitava nel fondo dei miei ricordi. La proprietaria di un così straordinario attributo - anche lei evidentemente al limite della sopportazione - si voltò con un leggero ed elegante sbuffo di insofferenza; i nostri sguardi si incrociarono, in quello di lei brillò come un lampo e mi sorrise. Misi in moto tutti i neuroni per recuperarla nella memoria, ma solo qualche sfocata immagine affiorava. Finalmente la fila si mosse e, dopo un poco, la signora sbrigò la sua pratica e si diresse verso l’uscita; quando mi incrociò, accennò un saluto vezzoso con la mano agitata e “Ciao, prof” mi fece, con voce argentina; per un colpo di fortuna, mi esplose nella mente il ricordo. “Ciao Chiara … come va?” “Prendiamo un caffè?” “Senza indugio: aspettami al bar fuori; sbrigo una cosina e ti raggiungo.” Come potevo non aver ricordato, anche se erano passati dieci anni: un culo così non si può dimenticare, specialmente se lei è rimasta quasi la stessa, solo un poco più matura.
Certo, ero giovane, a quel tempo: fresco laureato, primo incarico, meridionale sbalzato in una cittadina del nord ad anni luce di distanza per abitudini e cultura, avevo ricevuto quasi una mazzata sulla nuca quando mi avevano sbattuto in quella classe finale del liceo, con ragazzi diciottenni di poco più giovani di me. Ma il colpo duro l’avevo ricevuto quando, entrando in aula, ero letteralmente sbattuto contro lo spettacolo di un paio di gambe lunghe da paura, coperte (anzi, scoperte) da una minigonna inguinale che, nella prospettiva ottica, dava l’idea della totale nudità; peggio ancora fu quando mi sedetti e lo spettacolo dell’inguine velato da uno slip insignificante si aprì totalmente al mio sguardo. Erano tempi duri, quelli, se si aveva il cazzo a pronta risposta: molti casi si erano registrati, di denunce e scandali per rapporti tra insegnanti e allieve; ma era difficilissimo sottrarre lo sguardo allo spettacolo di Chiara e delle sue compagne che non facevano niente per nascondere o velare. La condizione normale era una selva di gambe - per la maggior parte belle, ben tornite, quasi perfette - che si affacciavano dai banchi; in qualche caso, il gomito sul banco e la testa appoggiata alla mano erano solo lo strumento per sbatterti in faccia due tette rotonde, immacolate (qualcuna piena e soda qualche altra delicata e leggera) di fronte alle quali potevi solo augurarti che non si vedesse la bazza nei pantaloni o sperare di diventare cieco.
Quando poi si alzavano e si muovevano per l’aula o per il corridoio, era un autentico spettacolo di curve, di sinuosità, di movenze aggraziate e provocanti; se poi a muoversi era Chiara, allora c’era da impazzire, di fronte ad un culo praticamente perfetto che si muoveva roteando e ondeggiando su due gambe da sogno. In sala insegnanti, i discorsi più frequenti riguardavano la domanda su come facessero le ragazze ad arrivare puntuali a scuola in perfetto tiro: qualcuno ipotizzava che si alzassero che il sole non era sorto; tra maschietti, ci si raccontava piuttosto cosa ci avremmo fatto, con quelle gazzelle indomite; e qualche volta commentavamo l’atteggiamento dei compagni di classe assolutamente indifferenti davanti a tanto ben di dio sparato in faccia con ostentazione. Personalmente, ricordo di essermi sparato un bel po’ di seghe sognando il culo di Chiara. Ed ora eccola qui, seduta al tavolino che mi aspettava per prendere il caffè: come a dire, l’eden che veniva da me. Ma non era detto che la sua intenzione andasse più in là della rimpatriata col vecchio professore che allora era abbastanza giovane da fargli girare la testa con le movenze da gattina.
L’approccio fu banale, con le solite domande sull’esito degli studi (si era laureata) sul lavoro (aveva un’attività proficua e interessante) sulla vita privata: si era sposata, si era separata e aveva deciso di stare da sola e riprendersi la vita; non aveva avuto figli. Inevitabilmente, poi, si scivolò sui ricordi di quell’anno vissuto in comune, nello spazio della scuola; e non potei negare che ero stato per nove mesi totalmente assorbito da lei e dalla sua bellezza; con un “colpo a tradimento” mi confidò che anche lei qualche pensierino “inconfessabile” l’aveva fatto, allora; poi, sconvolgendomi, soggiunse “… e non è detto che non si possa rimediare”; sorrise e si dedicò al suo caffè, mentre me lo diceva; io rimasi basito, per un attimo; poi, quasi d’istinto, le presi una mano. Non ci fu bisogno di altre parole; si alzò e si diresse al parcheggio; la seguii e mi infilai nella sua macchina. “E’ strano che un uomo di lettere ad un certo momento non abbia più parole.” Mi prese in giro. “Sfido chiunque a raccontare un sogno che si realizza dopo dieci anni … e in maniera così imprevista.” Ribattei piccato. Si diresse con sicurezza verso la parte nuova della città, in una zona residenziale elegante; parcheggiò ed entrammo in un condominio elegante, di soli tre piani, di cui abitava l’attico.
La casa era bella, elegante, ben arredata, ben tenuta, viva testimonianza di un benessere raggiunto: provai quasi disagio, in quell’ambiente; ma Chiara si rivelò assai più determinata di quanto potessi immaginare: scalciando si liberò delle scarpe, lasciò cadere su una poltrona la borsetta e la giacca, mi afferrò sul collo e si avvinghiò alle mie labbra con la bocca a ventosa: in un attimo, la sua lingua penetrò fino alla mia ugola e percorse la bocca in una carezza morbida e umida che mi dava i brividi: il mio cazzo rispose sbattendo prepotente tra le sue cosce, fin sotto l’inguine.
Mi liberai della giacca, le cinsi la vita e la strinsi con forza; poi scivolai rapidamente fino al centro del piacere tante volte sognato: le accarezzai le natiche e scesi giù fino alle chiappe che artigliai in una morsa feroce di libidine; spinsi il suo pube contro il mio e le ossa del bacino si strusciarono con forza provocando brividi di piacere che mi scuotevano il ventre: sperai di non arrivare troppo presto all’orgasmo; quanto meno, non prima di aver assaporato per intero quel culo che avevo tanto sognato. Chiara si liberò con uno strattone, mi prese per mano e si diresse alla camera; intanto, si liberava rapidamente dei vestiti che lasciava cadere lungo il percorso; la imitai e arrivammo al letto con indosso solo l’intimo. La rovesciai sul letto e mi gettai su di lei, le sfilai il reggiseno e mi fiondai sulle sue tette, ancora più belle di come le avevo tante volte sognate: più mature, con un’aureola rosa leggermente sporgente e il capezzolo piccolo, piatto, da cercare con la bocca per poterlo succhiare: e ci giocai volentieri, a succhiarlo e leccarlo, mentre le strofinavo sul pube, sopra i microscopici slip, il mio cazzo ormai al limite dell’esplosione. Mi fermai un momento, mi sollevai e mi abbassai a sfilarle l’ultimo ostacolo; feci scivolare gli slip verso le caviglie: lei mi aiutò spingendoli a terra con un piede ed io mi abbassai sul suo ventre che cominciai a leccare con devota ammirazione, dall’ombelico in giù.
Inarcò la schiena e mi offrì la vulva; scesi con la lingua nel boschetto di peli morbidi, li separai, infilai un dito tra le grandi labbra e sentii il tepore di seta della sua vulva; dimenava i fianchi, si inarcava e si inumidiva; feci avanzare il dito per intero tra le piccole labbra e mi abbassai per leccarle l’interno; scoprii immediatamente il clitoride, piccolo, quasi nascosto in una piega; lo afferrai tra le labbra e succhiai, mentre il dito si muoveva in circolo nella vagina: venne rapidamente più volte. Le chiesi di voltarsi; sorrise “Lo sapevo che era l’oggetto massimo del tuo desiderio.” Scherzò; e si girò bocconi. Adesso era tutto davanti ai miei occhi, quel miracolo della natura, un mandolino perfetto senza pieghe, senza nessun segno sulla pelle tesa, rosa e morbida, tutta da accarezzare. E lo accarezzai a lungo, su tutta la superficie esterna seguendone la rotondità; poi scivolai tra le chiappe e un dito birichino si insinuò nella fessura a partire dalla schiena, scese lentamente verso l’ano e lo raggiunse, leggermente rugoso. Le divaricai con le mani le natiche e lo ammirai, lievemente scuro (non doveva essere abituato al coito) stretto come un’ostrica; ci passai la punta di un dito; mi abbassai e ci appoggiai la punta della lingua; la sentii fremere; mi aiutai con le mani ad aprirmi il varco e la lingua si insinuò nell’ano, forse più vogliosa del cazzo; reagì con passione, si agitava, vibrava e sentivo che aveva dei piccoli orgasmi. Di colpo si girò. “Puoi anche non crederci, ma sei il primo che ci arriva così vicino; forse da sempre ho desiderato che fossi tu a violentarmi lì; ma adesso ho voglia di fare l’amore e di godere, prima”.
Mi fece sollevare in ginocchio, prese i miei slip e li abbassò lentamente verso le ginocchia: mi lasciò quasi imprigionato da loro, immobile davanti a lei; si alzò seduta, afferrò il cazzo e cominciò a carezzarlo: non mi faceva una sega, semplicemente lo accarezzava da ogni parte ed io sentivo brividi continui attraversarmi la schiena. Mi rovesciò sul letto, mi sfilò gli slip e si piantò in ginocchio ai miei piedi; con un mano afferrò l’asta e con l’altra i coglioni. Capivo che era il momento di lasciarla fare. Diede il via a una sega decisamente esasperante, lenta, sensuale, attenta a stringere quanto bastava l’asta e ad allentarla quando i fremiti si facevano più intensi; intanto mi raccoglieva le palle in una mano e le massaggiava l’una contro l’altra; quando accennavo a reagire troppo, le stringeva forte e mi riportava alla ragione. Poi si abbassò verso il ventre e appoggiò la bocca sulla cappella: sentivo il preorgasmo che le bagnava le labbra; la punta della lingua mi solleticava il forellino in punta; poi tutta la lingua girava leccando intorno alla cappella. Di colpo, spalancò la bocca e il cazzo affondò fino alle tonsille; la sua bocca sfiorò i peli del pube: non so come facesse a farlo entrare così tanto senza problemi; ma Chiara succhiava e leccava, aspirava e muoveva la testa su e giù chiavandosi in bocca. Sentivo che potevo venire e le toccai la fronte per avvertirla; si fermò, mi strinse le palle fino a farmi male; il cazzo arretrò un momento dalla tensione massima. Lei lasciò la presa , si distese sul letto al mio fianco e divaricò le gambe: era stupenda, non avevo mai visto una femmina così bella, così eccitante, così calda, così desiderabile.
Mi misi in ginocchio fra le sue gambe, le sollevai i ginocchi e la presi per le natiche: la sua fica era tutta davanti a me; accostai il cazzo senza neppure aiutarmi con le mani, cercavo di penetrare ma non ci riuscivo: era troppo stretta; allora liberai una mano, impugnai il cazzo, lo diressi alle piccole labbra e spinsi; vibrava e si contorceva, gemeva e mi prese le braccia. Entrai lentamente, mi godevo la carezza vellutata della sua vagina intorno all’asta, i gemiti sempre più forti determinati dalla penetrazione, i movimenti nervosi del bacino che cercava il massimo contatto. Le ero dentro e mi stringevo a lei per aderire con tutto il corpo; ci baciammo appassionatamente mentre i l cazzo prendeva possesso della sua vagina e la occupava con dolcezza; ci chiavavamo anche con le lingue, alternando la penetrazione, il risucchio, l’esplorazione della bocca dell’altro. Poi cominciai a chiavarla con dolcezza, quasi con metodo: colpi leggeri, lenti, che arrivavano fino in fondo, spingevano sul pube e strofinavano il clitoride; ogni passaggio determinava brividi, contrazioni, umori.
Poi fu lei stessa ad accentuare il ritmo, afferrandomi per le natiche e spingendo sempre più forte, sempre più in fretta. Mi assalì un dubbio “devo starci attento?” le chiesi; mi fece di si con gli occhi, vergognandosi forse di non avermi avvertito prima. Un po’ mi raffreddai, ma Chiara era lanciata e spingeva senza freno i miei glutei e il suo bacino finché esplose in un orgasmo violento, irrefrenabile; mi dava quasi il timore che stesse sentendosi male. Ma era solo soddisfatta … e felice. Dopo un attimo mi sorrise; “e tu?” mi chiese “Beh … mi sono frenato …” “meglio; riprenderai in un punto più appropriato” Era straordinaria la capacità con cui dimostrava di spiazzarmi.
Ce ne stemmo un po’ seduti sul letto a guardare fuori, poi decisi di chiederglielo. “Ma davvero desideri farti violare il culo da me?” “Si, da sempre lo desidero.” Le sue risposte erano sempre chiare, semplici, disarmanti. “Devo confessarti che anche per me sarebbe la prima volta e non so neppure bene come si fa.” “Mi hanno detto che, anche con mille attenzioni, un po’ di dolore lo dà; inoltre, pare ci voglia almeno una crema per facilitare lo scivolamento, ma io ho solo quelle di bellezza.” “Basterebbe ce ne fosse una alla vaselina.” Saltò in piedi, corse in bagno e tornò con una boccettina che agitava allegra. Salì sul letto, mi schiacciò sul materasso, mi piombò addosso e mi avvolse in un bacio infinito. Il mio cazzo era ancora in tiro: non ero venuto, prima; lei lo prese in mano e lo accarezzò con dolcezza, come aveva fatto all’inizio; avvicinò le labbra, gli diede piccoli bacetti, ma non voleva farmi un pompino: sembrava piuttosto che gli parlasse, che lo ammirasse e gli chiedesse di penetrala analmente col minimo dolore. Si mise carponi sul letto. “Credo che sia la posizione migliore.” Disse semplicemente. Era quasi surreale, questa preparazione alla prima inculata della nostra vita, vissuta come un gioco da bambini.
Presi la boccetta della crema, ne versai una buona dose e le spalmai sul suo ano e fra le natiche; ne presi ancora e, con un dito, la spalmai nel culo per inumidirlo: reagì con contrazioni di piacere; poi spalmai la crema anche sul cazzo. “Mentre entro, toccati la figa: il piacere dovrebbe attenuare il dolore.” Le consigliai, lo fece. Accostai la cappella al buchetto e fu subito evidente che non sarebbe stato né semplice né piacevole: il rapporto di dimensione era quasi spaventoso; ma Chiara era più decisa di me: appena avvertì la presenza del cazzo, stimolò con forze il clitoride e spinse il culo verso il mio bacino. La afferrai per i fianchi, mi soffermai un attimo a guardare quella straordinaria rotondità che stava per diventare mia e spinsi il più delicatamente possibile; entrai per un poco e le contrazioni dicevano che si poteva andare avanti; poi avvertii l’ostacolo dello sfintere: era lì che diventava difficile; “scusami” le sussurrai e spinsi con forza; urlò dal dolore, ma la cappella era passata; mi fece cenno con la mano di fermarmi; sostammo così mentre lei tremava tutta; poi le contrazioni si attenuarono, i muscoli anali si adattarono alla massa che li violentava, Chiara riappoggiò la mano sul letto e si protese verso di me. Spinsi ancora una volta e il cazzo fu tutto dentro. Mi fermai ancora, per darle il tempo di assorbire le contrazioni e di adattarsi al cazzo che la riempiva.
Fece un gesto con la mano per tirare indietro i capelli, si girò quanto poteva verso di me e “fa veramente male” mi disse “ma adesso comincio a godere e non voglio smettere; ti proibisco di venire prima che io mi sia svuotata del tutto”; sorrisi di fronte alla giovialità che dimostrava. Cominciai a pompare lentamente, assaporando i tessuti che il mio cazzo percorreva; sentivo l’asta scivolare ogni volta più agevolmente e sentivo che Chiara ormai provava solo godimento, un piacere intenso che rendeva ancora più acuto masturbandosi con gioia la figa. Allora la chiavai con forza; godevo molto a guardare il cazzo che si sfilava dall’ano, usciva fino alla cappella e ripiombava dentro con foga: ad ogni colpo, sentivo il suo piacere che montava; stavo attento ai piccoli orgasmi che ormai registravo sul cazzo, anche attraverso il culo.
E capii che stava per arrivare all’orgasmo, quando i suoi gemiti diventarono urla di piacere e le contrazioni del suo bacino furono ininterrotte; mi lasciai andare e pompai dentro con tutte le forse, cercando l’orgasmo liberatorio; arrivò insieme, per tutti e due; ed io svuotai nelle sue viscere dieci anni di attesa, di passione, di desiderio. Ci abbattemmo sul letto, l’uno sull’altra, col cazzo ancora duro e ancora tutto dentro. “Adesso bisogna fare piano; può essere più dolorosa l’uscita che l’entrata.” Le dissi, tra il serio e il faceto. Il cazzo lentamente si ammosciava e tendeva a scivolar fuori dall’ano, ma la cappella era ancora abbastanza grossa da essere bloccata. Con un colpo di reni, mi sfilai del tutto e Chiara urlò come se fosse sbranata. Mi stesi al suo fianco e l’accarezzai con dolcezza. “Scusami.” Le dissi. “Scusami un cazzo: mica l’hai voluto tu; ero io che lo volevo e sono io che sono felice di averlo fatto. Mai stata così bene nella mia vita. Ci voleva proprio, una sana inculata!”. Come al solito, ero sbalordito ma felice.
Poi ci rivestimmo; avevamo tutti e due solo poche ore di intervallo e le avevamo consumate tutte … meravigliosamente. “Adesso aspetterai altri dieci anni?” Le chiesi ironico mentre mi riaccompagnava alla mia auto; “Dieci anni?!?! No; ma nemmeno dieci ore. Diciamo che, adesso che ti ho ritrovato e ti ho assaporato, credo che avrò spesso voglia di farmi fare male da te. Tu insegni sempre alla stessa scuola?” Feci cenno di si. “Allora ti cercherò io … e spero di non trovarti troppo impegnato a guardare il culo delle alunne …”
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