La vita con mio marito non era di quelle che si possono portare a modello di convivenza. Convinto, per atavica educazione, di essere il maschio dominante e che io dovessi essere devotamente al suo servizio, non si curava per niente di problemi di casa che erano lasciati alla mia competenza; l’unica cosa che sapeva fare era uscire al mattino per andare tra gli amici al bar, rientrare per un veloce pasto a pranzo e a cena e tirare notte al bar tra partite e bevute. Molte volte arrivava a casa ubriaco marcio ed ancora più aggressivo e violento del solito; qualche volta addirittura dovettero portarlo a braccia gli amici ubriaconi. La cosa dovette in qualche modo arrivare all’orecchio di compare Alfredo, il compare d’anello al nostro matrimonio, un ruolo che in quegli anni era quasi equiparato a quello del padre (di fatti, la radice del nome è appunto da cum patre, quasi equiparato al padre). Compare Alfredo decise di intervenire con garbo e tatto: chiese quindi ad Antonio di invitarlo un giorno a pranzo per dargli modo di conoscere meglio me, la figlioccia adottiva. La sorpresa fu enorme per mio marito, che non si riusciva a spiegare quella che gli appariva come una “interferenza”; dal momento però che la richiesta veniva da una certa forte autorità, a cui non poteva opporsi, accettò di invitarlo.
Come era naturale nel suo comportamento, non si preoccupò di avvisarmi e mi piombarono in casa un giorno senza che avessi pensato di preparare qualcosa per quella che, nelle usanze del paese, era una “occasione importante”. Glielo feci notare con la massima delicatezza, ma mi aggredì immediatamente dichiarando che in casa comandava lui e che io dovevo fare solo quello che lui ordinava. Bastò questo a far capire tutto a compare Alfredo che lo inchiodò immediatamente: “Chi cazzo credi di essere per usare queste espressioni e questo tono, per di più in mia presenza, con una mia figlioccia così bella delicata e amorevole?! Chiedi immediatamente scusa o te ne faccio pentire per il resto dei tuoi giorni!!!!” Temevo che sarebbe scattato come una belva; invece, abbassò lo sguardo e la testa, arrossì e cominciò a balbettare qualche frase sconnessa “ma io … ma lei …” “Chiedi scusa e basta!” “Scusa … mi dispiace .. non volevo …” seguitò a balbettare; allora lo presi per un braccio e “non importa” gli dissi “tutto passato; pensiamo a metterci a tavola” e intanto rivolgevo uno sguardo di complicità a compare Alfredo come per dire “non è il caso di infierire.”
Mentre mangiavamo, il compare si informò minuziosamente sull’intimità della nostra vita; ci chiese chi ci avesse dato qualche consiglio; io feci presente che mia madre mi aveva solo raccomandato di essere paziente e docile; Antonio disse che lui da anni frequentava le puttane in Svizzera e che quindi non aveva avuto bisogno di insegnamenti per montare la sua donna tre volte a notte (naturalmente, lo diceva con l’enfasi del dominatore). Compare Alfredo scattò come punto da una vipera “E tu ti permetti di paragonare tua moglie a una puttana svizzera?!?!? Ma ti rendi conto che sei un animale, che sei peggio di un caprone e ti comporti come il più incivile dei selvaggi? Una moglie è la donna che hai scelto per viverci tutta la vita e che devi amare, rispettare e adorare come una dea. Parli di monta come se fossi un toro o uno stallone e lei la tua cavalla o la tua vacca; non riesci nemmeno a pensare che è una persona e che sono ben altre le cose che devi offrire, prima di chiederne altre da lei.”
Si vedeva chiaramente che Antonio era inebetito, che non capiva nemmeno di che parlasse il compare; e, quasi sbottando, lo disse apertamente “Io non so nemmeno di che parlate, compare Alfredo, io ho sempre saputo che le mogli devono solo fare figli e che bisogna montarle per questo. Ora voi mi parlate di amore, di cose da dare e di cose da ricevere e io non so nemmeno se queste cose esistono e come si chiamano. Quindi, caro compare, scusate la franchezza, ma preferisco affidarmi a quello che conosco e farlo a modo mio. E ora, se non vi dispiace, ho cose importanti da fare e devo uscire.” “Quali cose importanti?” chiese compare Alfredo; ma Antonio era già fuori della porta. Il compare mi guardò con aria interrogativa ed io timidamente dissi “i compagni di partite ..le partite … i compagni di bevute …” “Oh, mio Dio!” il pover’uomo non si capacitava “e tu non dici niente?” “A me è stato insegnato di fare quel che vuole mio marito, anche se mi facesse male; e questo è il primo motivo per essere a disposizione; ma di fatto anche io non so niente di queste cose e se una persona matura e capace come voi ci insegna ad amarci, io posso solo essere felice di adeguarmi.”
“Cosa vuol dire?” “Dai discorsi sentiti qualche volta da bambina, quando i miei credevano che dormissi, avevo capito che nei tempi passati era addirittura il compare che doveva testimoniare la verginità della sposa novella, il che significava che era il primo a penetrarla: mi piacerebbe ripristinare la tradizione e farmi “educare” da voi, compare, ai segreti del sesso.” In realtà, mi stuzzicava l’idea di provocare il compare; quindi, giacché c’ero, facevo il “pesce in barile” ma sperando di cogliere l’occasione; e la cosa mi intrigava di più perché il compare dava l’idea di saperci proprio fare: se lo avessi saputo prima, forse mi sarei rivolto a lui, piuttosto che a Genny, per farmi svezzare al sesso. Mi chiese quante volte Antonio mi avesse baciato prima e dopo il matrimonio; la risposta fu “mai”. Compare Alfredo strabiliava letteralmente “quindi senza neanche chiedertelo, è chiaro che non ha mai succhiato le tue tette, masturbato o leccato la tua figa, accarezzato il tuo culo: e ti assicuro che, per una persona normale, baciare quella bocca da baci sarebbe una goduria; e più ancora sarebbe accarezzare e succhiare fino a svenire due tette belle come le tue; non ti dico poi di palpare e leccare una figa così splendida o un culo così scultoreo”
Dentro di me, intanto, mi congratulavo per l’abilità con cui usavo insegnamenti sbagliati per cause giuste; e l’idea che le cose scivolassero verso una possibile grande scopata, alla faccia di mio marito, con il compare Alfredo che era un gran bell’uomo di poco più che cinquant’anni: beh, la prospettiva mi allettava molto e già mi sentivo bagnare fra le cosce. “Allora cominciamo subito un corso di educazione rapida” concluse compare Alfredo; si alzò da tavola, venne accanto, mi fece alzare e mi abbracciò in vita, afferrandomi per i lombi con una presa che dava già netta la sensazione della sua capacità di dominio e di controllo nel sesso; “diamoci del tu e chiamami Alfredo, come io ti chiamerò Cristina” precisò; mi prese il viso tra le mani e incollò le sue labbra alle mie, spingendo dentro la lingua: aprii la bocca per riceverla e le intrecciai la mia dando inizio ad una giostra di succhioni e leccate che mi fecero rizzare i capezzoli fino allo spasimo. Ma anche qualcos’altro si era rizzato: il cazzo di Alfredo si ergeva in tutta la sua potenza tra le cosce e si strusciava sulla mia figa con effetti devastanti di umori che colavano, mentre lui spingeva avanti e indietro come se mi stesse scopando in figa, portandomi assai vicina ad un vero orgasmo.
Fu un bacio lunghissimo, durante il quale si mosse con effetti devastanti sul mio clitoride, stritolato tra cazzo e gonna, e forse anche sul suo cazzo che diventò sempre più duro ma non arrivò alla sborrata desiderata. In un attimo di sosta, le labbra si staccarono e lui accostò il viso strettamente al suo; con la bocca vicino all’orecchio, gli sussurrai “Continua ancora un poco.” mi strinse con maggiore furore e quasi mi sollevò da terra stretta nel suo abbraccio; si mosse avanti e indietro col bacino come se mi scopasse e invece si strusciava solo col pube sul mio inguine; “Ancora un poco” lo imploravo “così … si … si … siiiiiiiii” e mi sentii esplodere in un orgasmo totale. “Sei venuta?” chiese, con dolcezza. Capii che era meglio fare la gnorri “Non so. Mi sono sentita sconvolta e qualcosa mi è esploso giù, nel basso ventre, qualcosa che non mi era mai successo” “Ma, quando ti scopa Antonio, non hai di queste emozioni?” “Per la verità, no; lui entra, mi monta, mi versa in corpo qualcosa, esce e si addormenta. Io non so cosa sia sborrare; forse è proprio quello che ho provato adesso.“ “Non ancora; quando sborrerai, te ne accorgerai, vedrai.” Mi rassicurò Alfredo. Invece, avevo sborrato; e lo sapevo bene; ma era meglio tacere; piuttosto mi consolava sapere che il compare non aveva sborrato, perché, se il gioco andava avanti, avrei voluto farlo sborrare io.
Alfredo, intanto, mi aveva sbottonato la camicetta, aveva tirato fuori le mie tette e le carezzava sensualmente: inutile dire che i capezzoli in pochi attimi si indurirono fino a diventare chiodi appuntiti che lui immediatamente prese a stringere e a titillare per poi afferrarli con le labbra e succhiarli come per strapparne davvero il latte. Pompò a lungo, con l’entusiasmo di un lattante; intanto, con un a mano aveva preso a sollevarmi la gonna; quando la sua mano arrivò all’inguine, ebbe un piccolo sobbalzo scoprendo che sotto ero nuda; subito dopo le sue dita si infilarono nella figa e fui io, allora, a sobbalzare per la fitta improvvisa di piacere che mi fece colare abbondantemente sulle sue dita: da come mi strinse la vulva a piena mano, intesi che avrebbe voluto leccarle, quelle dita bagnate dei miei umori, ma non poteva in quel momento perché non faceva parte della “lezione”; ebbe però la prontezza di passare alla lezione di “masturbazione del clitoride” e cominciò a titillarmelo come un piccolo cazzo, spiegandomi che dopo avrebbe fatto la stessa cosa con la bocca, attuando su quella sorta di cazzetto un autentico succoso pompino. Intanto, sollecitai la manipolazione muovendo il bacino ed ebbi una altro violento orgasmo. Di fronte alla situazione quasi surreale che si era creata, compare Alfredo abbandonò ogni remora e passò rapidamente agli insegnamenti successivi.
Continuando a manipolarmi la figa con le dita, prese con l’altra mano la mia destra e la portò sulla patta dei pantaloni ormai evidentemente gonfia; aprì la cerniera e mi fece infilare le dita nel pantalone, dove incontrai il cazzo, libero da mutande o altro intimo; ebbi un piccolo sobbalzo al contatto con la carne viva e istintivamente allungai la mano ad accogliere il cazzo nella sua larghezza che risultò essere notevole. Sollecitata dalla sua mano, tirai fuori il cazzo dai pantaloni e mi apparve una bestia di più di venti centimetri, larga da poter appena essere contenuta dalla mia mano e umida di preorgasmo; istintivamente, presi a menarla masturbandola; ma, resami conto che saltava la mia immagine di candida ingenua, mi fermai e strizzai il cazzo con malgarbo; Alfredo mi fermò con un gesto e prese la mia mano per accompagnarla nel movimento corretto della sega. Allora mi mise una mano sulla spalla e mi forzò ad abbassarmi finché la mia bocca fu a pochi centimetri dal suo cazzo: spinse la punta verso le mie labbra e mi incitò a baciarlo. Per tener fede al ruolo della candida apprendista, esitai un momento e mi feci indicare cosa fare: quando il cazzo mi entrò nella bocca, lo accolsi con giochi di lingua che avrebbero fatto sborrare chiunque; ma Alfredo era troppo preso dalla funzione didattica e resistette imperterrito, anche se non smetteva di decantare la mia disponibilità e la naturalezza con cui facevo cose difficili da eseguire, se non vieni educata a farle, “per naturale disposizione a fare l’amore” la definì con mia somma soddisfazione.
Allora misi in atto tutto quel che avevo appreso: assaporavo con le labbra l’asta per tutta la sua lunghezza mentre la segavo con la mano; e intanto con la lingua lo stimolavo sulla cappella e sul frenulo; mi chiavavo con la mazza fino in gola, fino al soffocamento; leccavo le palle e l’asta in lungo e in largo e mentre mi sditalinavo con frenesia, succhiavo a più non posso. Alfredo fu obbligato, per non sborrare rapidamente, a staccarmi quasi con forza la bocca dal cazzo e mi rimise in piedi, ma solo per spingermi verso il divano accanto al tavolo e alzarmi le cosce allargandole fino a che la mia figa fu tutta spalancata alla sua vista “Per la miseria, che grande fregna!” Esclamò con ammirazione e subito dopo si fiondò con la bocca sulla vulva. La giostra che Alfredo avviò con la mia figa era prova di una grande abilità amatoria: partiva da lontano, quasi dalle ginocchia, la sua leccata; e si estendeva per l’interno coscia fino a lambire le grandi labbra; poi si fermava, deviava e riprendeva in altra direzione: io restavo lì con tutto il corpo teso ad attendere lo stimolo sferzante nella figa, ma ogni volta mi rilassavo quasi delusa e, all’improvviso, un suo dito entrava prepotente in figa o premeva sull’ano e la sferzata arrivava comunque, imprevista e inattesa.
Poi riprendeva a leccare con devozione dall’altra parte, con la stessa intensità, per lui e per me; e ancora una volta la sferzata veniva improvvisa, da un dito in figa o nel culo. Quando la punta della lingua si insinuò fra le grandi labbra e le separò per arrivare alle piccole labbra e, più su, al clitoride già gonfio, inarcai la schiena e spinsi l’inguine contro il suo viso alla ricerca dell’orgasmo; che fu ancora rinviato. Quasi non ne potevo più: ricevere in figa qualcosa (un cazzo, due dita, la lingua, un cetriolo o un giocattolo qualsiasi) era ormai quasi vitale e non rinviabile; cercai di farlo capire ad Alfredo, non avendo il coraggio di chiederlo espressamente (per non apparire più smaliziata di quanto dichiaravo); ma lui preferiva giocare con il mio sesso: prese in bocca il clitoride e cominciò a succhiarlo davvero come un cazzo. Mi sentivo l’anima concentrarsi sulla figa, quasi che tutto il mondo sparisse e fossimo vivi, io e lui, solo sulle sue labbra e sul mio cazzetto gonfio da scoppiare. Ed esplose, alla fine, in un orgasmo che non ricordavo uguale; e furono fiumi di umori che mi scorrevano dalla figa e finivano direttamente nella sua bocca succhiati come miele.
Mentre mi rilassavo sborrando, mi venne di pensare che io non avevo avuto nei suoi confronti la stessa premura e non gli avevo consentito di sborrarmi in bocca. Sembrava mi leggesse nel pensiero, Alfredo; e mi rassicurò; “Se sborri ora, tu puoi riprenderti immediatamente e sborrare un infinito numero di volte, addirittura fino a svenire; ma io, se sborro, dopo ho bisogno di tempo per recuperare; ed io voglio insegnarti tutto quello che è possibile, sul sesso, prima di concedermi il lusso di una sborrata o, se sarà possibile, anche di due.” Non avevo risposte; mi limitai a stringere la sua testa contro il mio ventre. Frenando un poco l’impeto amoroso, Alfredo mi prese per la mano e mi guidò alla camera, mi tolse gonna e camicetta e si fece togliere da me il pantalone e la camicia. Quando fummo entrambi nudi “Questo te l’insegno ma non so se ti servirà spesso” mi avvertì; si avvicinò col bacino al mio volto e sistemò il cazzo tra le mie tette: continuai a fingere il massimo candore e mi feci guidare a stringere le poppe tra le mani per premerle contro il cazzo, che rimase così imprigionato tra i due globi con evidente piacere per lui che spingeva verso l’alto: quando il cazzo mi sfiorò il mento, abbassai la testa e, guidata da Alfredo, feci arrivare la cappella tra le labbra.
Sentire il cazzo che mi scorreva tra le tette e la cappella che mi stuzzicava la bocca mi fece eccitare molto; ad un certo punto lui prese con le due mani le tette e strinse i capezzoli tra pollici e indici strizzandoli e tormentandoli: la reazione della vagina fu così forte che cominciai a sbrodolare e temetti quasi di fare la pipì sul letto, tanto colavo; urlai quasi quando raggiunsi l’ennesimo orgasmo. Alfredo, allora, si staccò e mi spinse supina sul letto; poi montò su anche lui e si dispose con la testa infilata tra le mie cosce, mentre i piedi si spostavano verso la mia testa. Riprese a leccarmi con autentica passione l’interno coscia, le grandi labbra e il clitoride; poi giostrò in maniera da finire lui steso supino e spinse il mio corpo a montare sul suo; mi trovai così con la bocca sul suo cazzo che succhiai subito fino in gola, mentre davanti a lui si spalancava la mia figa ormai aperta che più non poteva, ma anche il clitoride che sporgeva quasi orgoglioso tra le grandi labbra e il buco del culo al quale aveva accesso sia con le dita che con la bocca. Mi dedicai appassionatamente al pompino facendo scivolare tra le labbra il cazzo che dirottavo contro le guance o contro il palato, come veniva; con la lingua seguivo le linee della cappella e dell’uretra insistendo sul foro in cima nel quale sembrava molto sensibile.
Per conto suo, Alfredo, dopo avermi leccato e lungo e ben lubrificato l’ano, ci infilò le dita (inizialmente era uno, poi avvertii che erano diventate due; infine credo che manovrasse con tre facendole ruotare mentre il mio sfintere si dilatava e si adattava a lui); intanto, succhiava come una ventosa il clitoride che rispondeva con scariche di orgasmo che a mano a mano andavano verso l’esplosione finale; e, per giunta, leccava e accarezzava, di tanto in tanto le grandi labbra, quasi a rallentare la tensione del clitoride. Andammo avanti per un po’, fermandoci ogni tanto a carezzarci reciprocamente; Alfredo, fedele al ruolo del “compare che insegna” mi spiegava le fasi successive indicandomene anche il nome: così seppi che la “spagnola” era la scopata in mezzo alle tette con la combinazione del “pompino”, la scopata in bocca; che “69” era denominata la doppia sollecitazione con la bocca, per via della posizione bocca - sesso che ambedue realizzavamo nel rapporto. In realtà, tutto il suo darsi da fare a spiegare era il bisogno di dare una parvenza di giustificazione alla scopata super che stava facendosi con la figlioccia, tutta tesa, a sua volta, a cercare di apparire “candida e immacolata” come non era ormai più da qualche settimana (e non solo per la deflorazione operata dal marito, d’altronde limitatosi a quello). Su tutto, quindi, dominava l’intensa passione di Alfredo per Cristina e di lei per il cazzo, qualunque fosse.
Mentre ci rilassavamo dalle intense emozione dell’eccessivo godimento (a stento controllato per non arrivare ad un orgasmo che poteva condizionare la durata del rapporto) Alfredo mi anticipò che adesso mi avrebbe spiegato alcuni modi di scopare in figa; tenendo fede al ruolo, feci finta di appassionarmi al tema e chiesi di provare tutte le emozioni più forti e desiderabili. Mi fece sdraiare supina e mi passò col cazzo praticamente su tutto il corpo; cominciò dalla bocca: postosi a cavalcioni del mio petto, mi appoggiò la cappella sulle labbra e la spinse leggermente alcune volte in bocca; scese poi, col corpo e, soprattutto, col cazzo, lungo il solco fra le tette che io provvidi a stringere intorno al’asta; lentamente attraverso lo stomaco e la pancia, giocando un poco con l’ombelico che io avevo molto pronunciato; quando arrivò al boschetto dei peli pubici, giocò a sconvolgerli ; poi la cappella sfiorò il clitoride, si aprì la strada tra le grandi labbra e scivolò tra cosce; intanto, Alfredo si attaccava a me con tutto il corpo. Godevo molto, a sentire i suoi pettorali sulle mie tette, il suo ventre strusciare sopra il mio, gli ossi pubici strofinarsi provocandomi scintille di piacere; sollevandosi in ginocchio, mi divaricò leggermente le cosce e, con un dito,separò le grandi labbra e la peluria intorno; abbassò il bacino, puntò la cappella sulla vulva e spinse il cazzo un poco più avanti.
Cominciò così una penetrazione lenta e sapiente, di cui avvertivo i minimi passaggi esaltati dalle scosse di piacere che la vagina scatenava a mano a mano che il cazzo penetrava; finché, urtando la cervice dell’utero, avemmo la certezza che l’asta era tutta dentro. Si fermò un poco, schiacciandomi quasi sotto il suo corpo; ed io mi gustai il piacere di questa “scopata totale” che coinvolgeva non solo la vagina ma tutto il ventre, la pancia e il corpo intero; poi Alfredo cominciò a pompare, prima lentamente e con calma, poi sempre più velocemente e con forza. Il piacere mi squassava le viscere e mi inondava il corpo di calore; sentivo il piacere salire dalle parti più segrete del mio essere ed emergere nella vulva, nello sfintere, nel sesso tutto. L’orgasmo mi prese all’improvviso, non inatteso né strano, ma comunque sconvolgente. Lui, con mia grande sorpresa, ancora una volta riuscì a frenarsi al limite della sborrata. Ma ebbe bisogno di fermarsi e di rilassarsi un momento, dopo lo sforzo della frenata. Uscì delicatamente dalla figa lasciandomi una sensazione di vuoto e di desiderio non completamente soddisfatto, mi accarezzò su tutto il corpo un po’ a casaccio e uscì per andare a bere. Temetti avesse finito, ma mi sbagliavo.
Tornato nella camera, mi chiese di mettermi carponi sul letto e lui, salito sul letto, si pose alle mie spalle; mi prese da dietro le tette me le palpò un poco, quasi beandosi della loro morbida abbondanza; sentii che mi spostava le ginocchia per farmi aprire; poi con un dito percorse lo spacco della vulva fino all’ano, tornò di nuovo alla vulva e inserì due dita: con pochi colpi sapienti mi fece bagnare e la figa si lubrificò; allora puntò il cazzo alle grandi labbra e con una spinta mi penetrò fino all’utero: gemetti per la scossa, ma non di dolore: “Prima ti ho scopata alla “missionaria”; ora ti scopo “a pecorina” e poi ti scoperò anche “a smorza candela” mi precisò; e sarebbe stato perfettamente inutile spiegargli che avevo già sperimentato tutto. Cominciò a pomparmi con il solito garbo e con la maturità che ormai conoscevo; il cazzo scivolava con allegria nella vagina e suscitava intense e continue emozioni che mi portarono ad un nuovo rapido orgasmo: “Quante volte vuoi farmi venire?” gli chiesi, anche un po’ impressionata “Tutte le volte che ce la farai. Tu te la senti di continuare?” “Si, si, nessun problema.” Fu la mia pronta risposta.
Si sfilò dalla figa, si sdraiò al mio fianco , indicandomi il suo cazzo ritto come un palo “Smorzami questa candela” mi sollecitò; non ebbi bisogno di ulteriori indicazioni; scavalcai con una gamba il suo corpo, portai la vagina sul cazzo e cominciai lentamente a calarmici sopra indirizzandolo in figa con la mano tra le cosce. Stavolta toccava a me muovermi con sapienza e garbo: cominciai a far scivolare su e giù la mia figa dal suo cazzo, a volte con un ritmo rapido e intenso, a volte con studiata lentezza e calma; dal suo respiro coglievo i movimenti che lo eccitavano di più e insistevo su quelli per dargli piacere; ogni tanto, mi calavo seduta facendo sprofondare il cazzo fino in fondo, fino a sentire i miei peli mescolarsi coi suoi, finché le palle mi premevano sull’ano, quasi a volerlo penetrare; e me ne stavo così per alcuni secondi, lasciando che il piacere ci inondasse.
Mentre mi riempivo tutta di piacere e di sesso, Alfredo mi ribaltò e mi pose sotto di sé; si mise in ginocchio fra le mie cosce, mi fece sollevare il bacino e inserì due cuscini sotto i lombi: in tal modo la mia vulva coincideva esattamente col suo cazzo e Alfredo riprese a scoparmi, stavolta montandomi ancora da sopra, ma con un movimento più “orizzontale” che dava la misura precisa della sua asta e della penetrazione in vagina; sentendo avvicinarsi un altro orgasmo, dovetti pregarlo di non farmi venire ancona, se lui non era pronto a sborrare. Fermò il movimento del bacino e si limitò a tenersi afferrato a me col cazzo decisamente piantato nella figa. Poi mi chiese di mettermi di nuovo in ginocchio, si accostò ancora una volta da dietro e cominciò a spennellarmi ano e vulva con la cappella; di colpo, infilò l’asta in vagina e la mosse un poco avanti e indietro; portò la punta del cazzo sull’ano e lo solleticò ma forse lo bagnò un poco con la sbroda che ricavava dalla figa e che gocciolava dalla cappella; ripeté il gesto tre o quattro volte: non mi ci volle molto per capire che stava per incularmi.
“Questo che ti insegnerò adesso forse non lo farai mai. Anzi, conosco molte donne che in vita loro non l’hanno mai fatto; ma tu mi sembra che hai un naturale istinto per il sesso e voglio che almeno lo conosca, come rapporto possibile tra uomo e donna”. Poi mi suggerì (come già sapevo perfettamente) di spingere come per andare di corpo, quando avessi sentito la pressione sull’ano; ed io, da candida innocente come lui mi credeva, accettai l’indicazione. Il suo era un bel cazzo, anche se non particolarmente grosso; sicché dovetti quasi subito gemere al sentirlo premere sullo sfintere; ma con gioia lo sentii entrare dritto e immediato nell’intestino; mi preparavo a un orgasmo anale che già conoscevo e a cui mi sentivo predisposta; ma Alfredo aveva voglia di rendere molto più interessante l’insegnamento: cominciò dapprima a pomparmi nel culo mentre mi stringeva le tette e mi sditalinava artigliandomi la figa da dietro con una mano; poi diede una forte spinta che mi fece sentire il cazzo fin nello stomaco, e per un po’ se ne stette appoggiato alle mie natiche mentre io cominciavo a mettere in azione i muscoli interni per massaggiargli il cazzo. Poi cominciò autentiche peripezie per rotolarci sul letto finché mi trovai seduta sul suo cazzo con le spalle rivolte al suo volto: immaginai che da quella posizione potesse ammirare con goduria le mie natiche intere e il buco del culo dilatato e riempito dal suo cazzo di marmo.
Mi mossi a salire e scendere da quell’obelisco dandogli la possibilità di guardarsi mentre il suo cazzo mi scivolava in corpo, avanti e indietro; strusciai un poco le natiche sul ventre chiamando a partecipare alla lussuria tutto il corpo; afferrai il clitoride che ormai era duro come un cazzo arrapato e lo tormentai finché il culo reagì con la goduria che conoscevo ed il primo piccolo orgasmo mi agitò l’ano. Alfredo mi chiese di ruotare col corpo, facendo perno sul cazzo, fino a trovarci faccia a faccia: non era semplice; ma a furia di salire e scendere dal cazzo, ruotando intanto progressivamente la posizione, riuscii alla fine a guardarlo in viso mentre mi scopavo il culo con la massima gioia; ne approfittò immediatamente per stringermi fra le dita i capezzoli facendomi vibrare di piacere; poi prese tra due dita il clitoride e fu lui a masturbarmi: sentivo il piacere montarmi ad ondate successive che partivano dalle tette, si esaltavano nella figa ed esplosero infine nell’ano con un orgasmo violento e imprevisto. Rimase quasi sbalordito dalla mia reazione; mi fece scendere da quella posizione e mi sistemò al suo fianco, a pancia sotto, con due cuscini sotto il ventre; infilò due dita tra le natiche e le portò fino alla vagina dove cominciò a inumidirle dei miei umori; ma ormai era quasi superfluo.
Dovunque, tra monte di Venere e ano, ero una sola colata di umori da orgasmo; si sdraiò sopra di me, appoggiò il cazzo tra le natiche e guidò con una mano la cappella verso l’ano. La penetrazione fu dolce e pacata: sentii l’asta che entrava nel canale ormai ampiamente dilatato e che mi sollecitava i muscoli dell’intestino. Forse non avevo più margini per sborrare e mi rilassai completamente godendomi la penetrazione fino alla radice del cazzo. Si mosse sopra di me con tutto il corpo, per consentire al cazzo di scivolare nel retto per naturale conseguenza dello spostamento di tutto il corpo; sentivo che tutti i suoi muscoli partecipavano all’inculata; i miei rispondevano allo stesso modo anche se con intensità minore perché avevo sborrato troppo. Poi Alfredo accentuò il movimento, la spinta si fece più forte e scosse tutto il letto, il cazzo sembrò farsi più duro e più grosso (anche se, in realtà, non era possibile) e la tensione dell’orgasmo si trasmise dalla pelle del cazzo ai muscoli del retto rendendomi partecipe della sborrata che arrivò violenta, improvvisa e devastante: furono cinque gli spruzzi che “sparò” il cazzo nell’intestino; e per ognuno io ebbi un orgasmo a dir poco distruttivo.
Alfredo, al momento di arrivare, esplose in un urlo disumano che mi fece temere per la nostra discrezione; poi si abbatté a corpo morto sulla mia schiena e vi rimase per un bel poco quasi senza dare segno di vita; sentii che però respirava e capii che era semplicemente crollato dopo tanta tensione sessuale. Lentamente e delicatamente lo scrollai finché il cazzo mi scivolò via dal culo e lui si trovò sul letto accanto a me. Andai in bagno, espulsi nel water tutta la sborra che mi aveva scaricato dentro, oltre all’orina e ad altro che era stato stimolato; mi infilai sotto la doccia e mi sciacquai rapidamente; rientrai in camera con un asciugamano intorno. “Cosa ti è sembrato di questa lezione di sesso?” mi chiese Alfredo appena fu in grado di rimettersi a sedere sul letto “Io ho imparato un sacco di cose che neanche pensavo che potessero esistere; mi è piaciuto tutto ed ho sborrato quasi fino a svenire, come dicevi tu. Tu, piuttosto, hai dovuto sacrificare a lungo la tua sborrata e non so se te la sei goduta come volevi.” Ribattei. Fece un gesto come per dire “non importa”; poi, forse ripesandoci, “forse però una bella sborrata me la merito, specialmente se è nella tua splendida figa.”
Per tutta risposta mi stesi sul letto, lui mi salì addosso, aprì le gambe e mi penetrò delicatamente “Cazzo, si è già ripreso” pensai, ma ne ero felice. Mi chiavò per un po’, a cosce strette per sentirmi meglio, senza agitazione con calma e metodo; lo accompagnai serenamente senza partecipare molto alla sua eccitazione finché sentii che, quasi naturalmente, la sua sborra mi scorreva in figa e lui, dopo qualche leggero affanno, si sdraiava su di me completamente rilassato. Non potei impedirmi di pensare che quella era stata in fondo la scopata più bella per entrambi.
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