Mi sveglio tardi e mi trattengo a lungo in bagno; quando esco, non servono più la colazione e mi accontento di un caffè al bar dell’hotel: Seba non c’è, il suo turno comincia a pranzo. Mi dirigo a piedi verso la piazza - ormai irriconoscibile - e vedo subito l’insegna dell’Agenzia indicatami nella lettera; entro: dietro al bancone c’è una signora intenta a digitare sulla tastiera di un computer; mi saluta con garbo “Buongiorno, desidera?”; riconosco senza ombra di dubbio la voce di Donatella: invece che davanti alla macchina per cucire, stavolta siede davanti ad un computer, con la stessa efficienza e sicurezza. Le porgo la lettera ricevuta; “Lei quindi è la signora Cristina …” Alza la testa e mi guarda più attentamente; “Cristina!!!!!! Ma sei proprio tu?!? Quanti anni, Dio mio, quanti anni …” “trenta” suggerisco io “ma tu non sei quasi cambiata” “ Se è per questo, tu sei anche senz’altro migliorata. Come stai?” Esce dal bancone e mi viene ad abbracciare. Ricambio con convinzione il suo affetto.
Mi prende sottobraccio e mi guida verso l’uscita; ad una ragazza che stava sull’uscio raccomanda la “baracca” e dice che sarebbe tornata di lì a poco. Le chiedo dell’avvocato e mi dice che la residenza a San Rocco è solo ufficiale e burocratica; in realtà se ne sta in città e viene in paese solo in alcune ore della settimana o per incombenze particolari “come il tuo caso” aggiunge. La guardo con aria interrogativa. Mi spiega allora che, approfittando dell’interesse che intorno alla zona si stava scatenando, l’Immobiliare aveva deciso di sfruttare alcune strutture edilizie per rilanciarle in una nuova dimensione. Nel condominio dove io e i miei genitori avevamo l’appartamento, tutti gli altri proprietari si erano già convinti a vendere; restavano solo i due appartamenti di mia proprietà e poi avrebbero potuto realizzare il progetto di una struttura multipla con bar, ristorante e varie attività.
“Ma manca comunque la quota di Antonio” obietto. “No!” mi dice Donatella. ”Tu hai mai firmato un documento di separazione o chiesto il divorzio?” “No!” rispondo categorica. “Perfetto! Proprio in questi gironi, l’Agenzia è riuscita ad appurare che Antonio è morto in un paese della Germania del Nord per un incidente sul lavoro. Questo vuol dire che tu sei proprietaria unica dei due appartamenti. Se accetti di vendere, il progetto decolla dal mese prossimo. Che ne dici?” “Quanto tempo pensi che durerà la faccenda?” “Hai premura?” “No, mi sono concessa una settimana di vacanza e potrei anche passarla qui.” “Bene; allora credo sia il caso di dare un’occhiata e decidere se c’è qualcosa che vuoi salvare nelle case. Penserà poi l’Agenzia e fartele avere a Brescia.”
Troppe coincidenze cominciano a piombarmi addosso con il loro carico di suggestioni: il posto dove avevo fatto sesso con Nicola trasformato in hotel dove alloggio per qualche giorno e dove mi sono scopata il figlio di Nicola; la persona che mi aveva “salvato” da un “matrimonio da emigrante” e mi aveva aperto gli occhi su altre dimensioni della vita che, ancora una volta, interviene ad indicarmi la strada. Infine, rivedere la casa dei miei genitori, dove, comunque, mi sarei trovata di fronte a “reliquie” del mio passato; ed anche la mia prima casa dopo il matrimonio che, con tutte le memorie fastidiose - se non dolorose - era comunque un riferimento per le mie radici. Mi sento alquanto stordita e non sono neanche certa di voler affrontare tutto in una sola volta. Ma Donatella è ormai una macchina avviata e che non poteva essere fermata; va a recuperare le chiavi dei due appartamenti e si dirige all’edificio che li contiene.
Quasi per un obbligo rituale, le chiedo di Nicola “Ormai vive stabilmente in Germania; ha incontrato una donna che possiede una gelateria e, in qualche modo, è diventato un suo uomo di fatica. Al paese è rimasta la moglie, una ragazza che forse hai anche conosciuto ma che sicuramente non ricorderai perché quando sei andata via aveva ancora le treccine. E con lei vive il figlio, suo e di Nicola, Sebastiano, un ragazzo in gamba che ha completato il corso di scuola alberghiera e ora lavora proprio alla “Casa delle Streghe”; sicuramente lo incontrerai”. Non ritengo di farle sapere che ho già conosciuto, anche intimamente, Sebastiano e chiedo invece “E Genny?” visto che eravamo in clima di rimpatriata, mi pare inevitabile completare il giro; “Si è sistemato in Svizzera, ha un ristorante ben avviato, è sposato e padre di ben tre figli” Sorridiamo insieme, stupidamente; ma Genny accasato e padre di figli merita almeno un sorriso.
Le due ore successive passano a fare la ricognizione delle cose esistenti nei due appartamenti. Le dico di dare in beneficenza tutto quello che ha un qualche valore e scegliamo alcuni oggetti (fotografie, vecchi giocattoli e ninnoli vari) che mi richiamano la mia infanzia; Donatella si impegna a farne un pacchetto da spedirmi a Brescia. Poiché è ormai ora di pranzo, la saluto con affetto impegnandomi a passare ancora a salutarla prima di andare via; e ritorno all’albergo. Alla reception trovo un signore piuttosto elegante al quale Seba fa cenno verso di me: capisco che mi aspettava. Lo sconosciuto mi si avvicina con fare amichevole “Ciao Cristina”; poi, vedendomi decisamente perplessa, “non ti ricordi?” Faccio cenno di no con la testa. “Peppino … al tuo servizio” con fare galante accenna un baciamano. “Peppino … perbacco … non potevi essere che tu” esclamo e lo abbraccio con affetto
“Come stai?” “Io benissimo; ma mi pare che anche tu sia proprio in forma. E’ vero che sei qui per la storia degli appartamenti?” “Sarà pure cresciuto, San Rocco, ma resta sempre il paesello dove si sa tutto di tutti!” “No, in questo ti sbagli. Io, oltre ad essere piccolo azionista dell’Agenzia, sono anche il loro architetto di riferimento. Quindi, capirai che seguo anche la tua vicenda; e ti posso assicurare che non è stato facile rintracciarti.” “Ma è meraviglioso!!! Quindi tu riesci a fare l’architetto da San Rocco.” “No. Le mie radici e la mia sede di riferimento sono a San Rocco; ma passo gran parte dell’anno in giro per il mondo dietro al mio lavoro.” Lo guardo con curiosità; lui capisce le mie perplessità “No, non ricordi male; sono orgogliosamente omosessuale, ho avuto ed ho le mie storie, anche importanti; ma le vivo lontano da qui.”
“Non volevo essere indiscreta. Piuttosto, se sei l’architetto di riferimento forse puoi dirmi che intende fare la direzione.” “In che senso?” “Beh, piuttosto che vendere, io preferirei scambiare gli appartamenti di San Rocco con uno grande a Brescia, dove vivo da trent’anni. Credi che posso proporlo?” “Certo, Anzi, saranno felici di accordarsi in questo senso. Abbiamo a Brescia belle proprietà e c’è almeno un attico che ti starebbe da Dio. Anzi, se arrivate ad un accordo, mi impegno a risistemartelo io, assolutamente gratis, e perfettamente adatto a te.” “Ti ringrazio. Ma per questo abbiamo tempo. Piuttosto, che fai? Pranzi con me?” “Molto, molto, molto volentieri.” “Dammi dieci minuti per rinfrescarmi e intanto ordina, a tuo gusto anche per me.”
Quando mi siedo al tavolo, il pranzo è già ordinato e, come ho già avuto modo di rendermi conto, il cibo è di qualità superiore e il vino scende piacevolmente Dopo pranzo, invito Peppino ad appartasi con me nella stanzetta che già avevo conosciuta; e noto che Seba ha nei suoi confronti un atteggiamento di disgusto, quasi come se la condizione di omosessuale lo turbasse; guardo con aria interrogativa Peppino e lui mi sussurra a fior di labbro: “Lascia stare: è giovane!” Ma io non sono d’accordo a lasciar stare e parto all’attacco. “Sai; Peppino, in questi anni quando pensavo a noi - a te, a me e a lui - mi veniva in mente un famoso romanzo che fu anche un film, “Rebecca, la prima moglie””. “Non mi pare che sia molto calzante come paragone.” “La storia no; ma il titolo si. In fondo tu sei stata in qualche modo la prima moglie a cui io ho preso il maschio …” “Beh … è un po’ pesante; io ho perso poco quando Nicola ha cominciato a scopare con te.” “Poco!?!? … ma se lo spompavo fino all’osso …”
“Si … e poi lui correva a farsi perdonare e si faceva succhiare e mi inculava a sangue per riaffermare il potere sulla “sua schiavetta”. Più tu lo scopavi, più lui correva a scoparmi.” “Quindi tu sapevi praticamente tutto di me e di lui … “ “Certo; so benissimo che è stato proprio in questo punto che la vostra storia è cominciata e che in questa stanza si è consumata; potrei addirittura raccontarti quante volte lo avete fatto, come lo avete fatto e tu come reagivi.” Sono sorpresa e un po’ delusa; ma sorrido soprattutto per la lealtà e la chiarezza di Peppino. “Certo, dovevi essere assai innamorato … “ “Non di Nicola, con lui i sentimenti non attecchivano” “Questo lo so, perché anch’io sono diventata come lui, con una madre che mi incitava a sopportare, con un marito che mi montava come una bestia, anzi peggio di una bestia, e con un amante che aveva come timone della vita il suo cazzo e correva dietro a qualunque mano lo masturbasse, a qualunque bocca disposta a spompinarlo, a qualunque figa si facesse riempire e qualunque culo si facesse sfondare. Ho imparato a non mettere amore per le persone ma solo per il piacere che posso ricavarne.”
“Io invece ho creduto sempre all’amore. Mi sono innamorato del cazzo di Nicola - bada bene, del suo cazzo, non di lui - quando ancora ero un ragazzino e neppure sentivo pulsioni sessuali. Vedere la sua mazza farsi gigantesca al tocco della mano mi faceva credere quasi ad un miracolo e rimanevo incantato per tutto il tempo di una sega; quando poi esplodeva l’orgasmo e vedevo partire dalla punta del cazzo fiotti di sborra che andavano a schiantarsi a quasi due metri di distanza, mi prendeva la frenesia di assaporare quella sborra, di farmela spruzzare sul corpo e sul viso, di spalmarmela sulla pelle. Quando mi disse perentoriamente “Prendilo in mano” ebbi un colpo al cuore: eravamo sul solaio e c’erano anche Carmine e Checco; mi accostai quasi tremante e gli presi in mano il cazzo con un’emozione che ancora ricordo fisicamente; lui mi prese il polso e mi guidò nella masturbazione; quando esplose la sborrata, il cuore mi si fermò per un attimo, dall’emozione, e portai il cazzo alla bocca per ingoiare la sborra; detto tra noi, era tanta che rischiai di soffocare e dovetti dirottarla per terra.”
“Ma, quindi, con Carmine e Checco facevate gruppo fisso?” Annuì “Anche loro allora sono stati sempre al corrente?” Accennò di nuovo di si con la testa “Che maledetto! E aveva giurato di mantenere il segreto …” “A quello che dice Nicola, anche oggi, non bisogna credere per niente.” Di sott’occhi guardavo Seba che si fingeva impegnato a spolverare mobili ma aveva le orecchie ben tese ai nostri discorsi. “E dopo quella prima sega?” ormai ero morbosamente curiosa. “Beh, tante e poi tante e poi tante altre seghe. Io ero la “sua schiavetta” e quando chiedeva ero pronto a tirarlo fuori dal pantalone, farlo indurire come l’acciaio e fargli una sega strepitosa; anche più volte al giorno, in qualunque posto, non appena gliene veniva la voglia.” “Quindi è vero che sei stata la prima moglie innamorata e forse anche fedele.” “Quello si, senza alcun dubbio: da bravo “macho” Nicola non accettava neppure l’idea che qualcun altro mi toccasse; ero e dovevo rimanere solo “sua””
“E gli altri due compari come si regolavano?” “A parte il fatto che a quel tempo Carmine e Checco avevano - come del resto io - cazzetti minimi e ancora non sborravano, la consegna era poi categorica e assoluta: guardare, masturbarsi ma non sognarsi neppure di toccare. In pratica nella mia lunga esperienza non ho mai toccato nessuno dei due.” “Tu sai che io una volta ho assistito ad un vostro incontro in terrazzo?” Mi fece no con la testa con somma meraviglia “Beh, adesso sai che tutto è cominciato da quella volta che vi sorpresi sul terrazzo senza che ve ne accorgeste; direi che facesti ben altro, oltre alla grande sega.” “Ah, si; subito dopo venne l’ordine perentorio. “Leccalo”. Io ero spaventato perché “quella cosa” la facevano solo le puttane. Ma visto che ormai ero la “sua” puttana e che già il sapore della sborra lo conoscevo, mi abbassai a lambirlo con la punta della lingua, per poi infilarmelo direttamente in bocca. Fu un’emozione tremenda, sentirlo vibrare tra lingua e palato; credo di essere andato in estasi per qualche attimo; poi Nicola cominciò a chiavarmi in bocca e provai fastidio, fino ai conati di vomito. Lo fermai decisamente e lui si calmò e cominciò a chiavarmi in gola con più delicatezza. Ero estasiato dalla sensazione del cazzo in bocca che vibrava e mi sollecitava le papille di tutto il cavo orale. Le ginocchia mi si piegarono dal piacere quando avvertii dalle vibrazioni che si avvicinava il momento più intenso, quello che aspettavo da sempre, la sborrata in bocca. Quando arrivò, fu un’esplosione di fuochi d’artificio nel cervello, nel cuore e nelle viscere; appoggiai la lingua sulla punta per regolare il flusso e mi feci scorrere in gola tutto il contenuto delle palle che si svuotavano dentro di me. Fu una apoteosi di sesso, un’estasi dei sensi.”
“Poi gli desti anche il culo” “Ah, che ricordi! per qualche settimana mi alternai tra seghe e pompini, ogni volta inventandomi cose nuove per stimolare la sua eccitazione. Quando quella domenica pomeriggio mi disse “Oggi ti chiavo nel culo” lo abbracciai con amore, al pensiero di realizzare il mio sogno, farmi entrare nel culetto quel meraviglioso bastone di carne.” “Come si comportò?” “Non ti riesce di intuirlo? In quei momenti era peggio di tuo marito Antonio. Cazzo duro appoggiato all’ano, mi abbrancava per le anche e mi tirava verso il cazzo, mentre col bacino spingeva per dare forza alla penetrazione, senza preoccuparsi di lubrificare o di entrare piano per non squarciarmi. Quando mi sentì lanciare il primo urlo - assolutamente disumano, credimi, perché la cappella mi aveva lacerato il buchetto decisamente troppo piccolo e stretto per una mazza come la sua - solo allora si spaventò e si fermò. Successivamente, per fortuna, avrebbe imparato a leccarmi il buco a lungo: e ti dirò che ci sapeva anche fare, con una lingua lunga e sottile che entrava fin oltre lo sfintere, quasi nel retto. Infatti tutte le inculate successive furono lente, dolci e piacevoli. Solo la prima risultò dolorosa; ma io ero disposto a tutto per prendermelo dietro.”
“Quindi, in qualche modo ti dimostrava affetto e un po’ di rispetto … “ “Ma scherzi?!?! Era insensibile e spietato. Fa’ conto che un’infinità di volte, mentre me lo metteva in mano, in bocca o in culo, si eccitava parlandomi delle “vedove bianche” che al momento lo richiedevano e mi descriveva nei particolari quello che facevano; più ancora, mentre pompava con rabbia nel mio culo, mi descriveva che cosa avrebbe voluto fare a quelle che ancora non gli si erano concesse.” “Quindi, ti ha inculato anche parlando di come voleva scopare con me … “ “Non puoi immaginare neppure quante volte! Eri diventata quasi la sua ossessione; ormai ogni giorno, da quando ti eri sposata, non faceva che contare i minuti che ci separavano dalla partenza di Antonio per potere avere campo libero con te.” “Lo so, perché anche quella volta che vi ho ascoltato sul terrazzo parlò della cosa con estrema convinzione e ti confesso che non riuscivo a capire se stese sborrando perché ti pompava nel culo o perché già sognava il mio, di culo.” “Un po’ tutte e due le cose; ma lui non aveva sensibilità e il mio culo poteva anche identificarsi col tuo che non conosceva.”
Seba aveva ascoltato tutto e se ne andò stravolto; ma non me ne curai: in fondo, l’aveva meritato. “A proposito di culi indifferenziati, ti è mai capitato di inculare una donna?” “Strana domanda. … Si mi è capitato e non me ne sono mai pentito; ma tu hai fatto quest’esperienza?” “Si, ho provato anche questo: mi incuriosiva il fatto che uno, assolutamente e totalmente passivo, in certe occasione si eccitasse e inculasse il compagno che, teoricamente, avrebbe dovuto essere solo attivo. Una sera andai in camera con tutti e due e, quando furono ben eccitati, il primo inculò il secondo; io mi misi davanti, a trenino, e me lo presi nel culo. Alla fine, al mio amico per poco non prendeva un infarto per avere inculato una donna. Ma credo che siano solo pregiudizi; il piacere ha altre vie.” “Stai suggerendomi una soluzione a tre?” “Se si trovasse un terzo valido e disposto … “ E mentre lo dicevo, il mio sguardo andava a Sebastiano.
“Mi pare che il tuo obiettivo sia assolutamente fuori portata” commentò Peppino “non è suo padre …” “No, è meglio e peggio …“ “Che vuoi dire? E che ne sai?” “Voglio dire che è meglio perché ha una dotazione che è una volta e mezza quella del padre, la sa usare meglio, apprende rapidamente e si adatta al nuovo. E’ peggio perché ha ancora una fodera di pregiudizi nel cervello e tocca a noi fargli chiarezza.” “Scusa, ma tu che ne sai?” “L’ho provato ieri sera, cominciando proprio da qui dove siamo adesso … e credo che stia maturando una coscienza e una conoscenza diverse …” “Complimenti!!!! Sei veramente sorprendente! Posso fare un pensierino sulla tua ipotesi?” “Quanto vuoi; e, quando avrai trovato una risposta, quale che sia, io sono disponibile: ho voglia di provocarti e di coinvolgerti.” “E dici che questo non è amore?” “Per il sesso, non per te; ed è anche amore per il piacere e per la curiosità nel piacere. Adesso vado a riposare. Ciao!”
“Vado a riposare anch’io. Ho la suite proprio accanto alla tua; ma mi trattengo a bere ancora un poco.” Seba si è avvicinato con un’aria meno ostile e più incuriosita. “Vado a riposarmi qualche ora; se per le sei e mezza non mi vedi giù, mi fai la cortesia di svegliarmi?” “Ti porto anche il caffè, se non scendi prima?” “Grazie, sei un tesoro. Ti lascio la porta aperta così sei libero di entrare.” “Ciao” ed esco facendo un occhiolino a Peppino che sorride sornione.
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