Sono passati ormai quasi trent’anni da quando me ne andai da San Rocco ripromettendomi di non farci più ritorno. Nei primi tempi, non riuscii a trattenermi dal farmi viva di tanto in tanto, almeno nelle occasioni importanti (feste, ricorrenze ecc.) ma non pensai mai di andare fin laggiù. Dopo una decina di anni mi chiamarono allarmati per dirmi che mia madre stava morendo; per un attimo pensai di montare in macchina e andare per il funerale; ma dall’ufficio mi fecero presente che il momento era particolarmente delicato per il lavoro e questo, unito al ricordo ancora bruciante degli inviti ad “avere pazienza e sopportare” che avevano condizionato la mia vita, mi fece decidere a rinunciare. Lo stesso discorso è valso qualche mese fa, quando mi hanno comunicato che anche mio padre se n’era andato; piansi anche qualche lacrima cocente - soprattutto perché erano le mie radici che si spezzavano – ma mi convinsi che era meglio non inficiare l’attuale situazione di benessere per un rituale ormai lontano dai miei interessi come un funerale. In pratica, la memoria di san Rocco diventava sempre più sbiadita e sommersa in tanti altri ricordi.
Ma la convocazione che mi è arrivata stamane, corredata da un ampio e articolato dossier, mi pone davanti a quesiti di natura diversa e più pratica. Ne ho parlato con un mio amico avvocato esperto di burocrazia e anche lui mi ha consigliato, prima di cestinare, di riflettere almeno un poco. La lettera è di un avvocato di San Rocco (già il fatto che al paese ci sia ora persino un avvocato mi pone di fronte ad una realtà impensata) che per conto di una famosa agenzia immobiliare nazionale mi chiede di incontrarci per valutare l’ipotesi di vendere la casa dei miei genitori (che è in pratica diventata mia) e la mia parte della casa acquistata con mio marito Antonio (che non vedo da trent’anni e del quale ho perso qualsiasi traccia). Secondo il mio amico, trattandosi di un’agenzia immobiliare con interessi nazionali, non è da escludere che possa permutare i due “beni” di san Rocco con un appartamento in città dove la stesa agenzia ha molte importanti proprietà edilizie. Sarà che il “vile denaro” muove più di qualsiasi altra cosa; sarà che, in fondo in fondo, l’idea di tornare sui luoghi della mia infanzia non mi fa poi tanto schifo quanto io proclamo; sarà che l’idea di qualche giorno in montagna, sfruttando le ferie non godute che ho ancora a disposizione, può rivelarsi una scelta utile e opportuna; sarà chissà cosa, comunque decido di fare una passeggiata a San Rocco.
Trent’anni sono molti e pesano sui cambiamenti; me ne accorgo dal percorso stesso, in autostrada per la parte principale e, verso la fine, con una provinciale ben tenuta ed un percorso montano non molto tortuoso. Più ancora, ho il senso di quanto le cose siano cambiate quando arrivo nei pressi del paese e scopro che lo sviluppo edilizio ha quadruplicato almeno il numero delle costruzioni e che molte gru indicano lavori in corso in ogni dove, mi ricordo solo ora dell’esplosione di turismo che ha interessato la zona e che, evidentemente, è arrivato fino a San Rocco.
E’ agosto, il mese degli emigranti rientrati, della festa patronale e insomma delle abitudini legate alla condizione di paese di emigrazione. Ma non c’è niente di quello che ricordavo: una strada asfaltata entra nel bosco sul percorso dell’antico sentiero, vaste aree di parcheggio si aprono all’ingresso del paese e insegne multicolori di ristoranti, alberghi, discoteche e pubs colorano il paesaggio urbano. Mi sento, a dir poco, stordita dalle novità che mi esplodono letteralmente in faccia. La cosa che maggiormente mi colpisce, però, è l’indicazione “Hotel Casa degli Spiriti” con 4 stelle, proprio in direzione della vecchia casa degli spiriti.
Mi ci dirigo decisa e scopro che l’impianto strutturale dell’edificio è stato conservato, anche se innumerevoli interventi lo hanno modificato, ampliato e arricchito fino a farne una residenza di lusso con annesso un enorme parcheggio per gli ospiti. Sistemo la macchina e mi dirigo alla reception. Quando vedo il giovanotto al bancone per poco non mi prende un colpo: è la copia sputata di Nicola come è rimasto nella mia memoria. Penso a una strana coincidenza favorita anche dalla suggestione del posto e delle memorie che richiama; chiedo una camera e consegno il documento, che il giovanotto porta a qualcuno in un ufficio dietro.
Da lì sbuca una persona – a occhio e croce della mia età, più o meno – che mi chiede. “Cristina …?” accenno di si con la testa “Ma tu sei la moglie di Antonio …” “Ex” preciso ”Ex moglie, da quasi trent’anni” “E non ti ricordi di me?” lo guardo con meraviglia: proprio non mi dice niente il suo volto “Carmine … non ti dice niente il mio nome?” “Ah, si: tu eri il grande amico di Nicola insieme a Peppino e a Checco, mi pare”. “Vedo che ricordi bene; sono proprio io; e, per colmo di sorte, sai chi è questo giovanotto?” “Quando l’ho visto mi ha ricordato Nicola trent’anni fa.” “E infatti e Sebastiano, figlio di Nicola, ed ha venticinque anni”. “Ciao” gli faccio; il ragazzo accenna un sorriso e abbassa lo sguardo quasi timido. “Sei qui per gli appartamenti?” mi chiede Carmine, annuisco.
Sparisce nell’ufficio e Sebastiano mi chiede del mio bagaglio; gli dico che è in macchina; mi consegna una chiave e mi dice che è al primo piano. Carmine torna fuori dall’ufficio e dice al giovane: “Cristina prende la suite ed è ospite dell’hotel per l’alloggio ed anche per il vitto”; lo guardo stralunata, ma mi rassicura: “ Mi hanno detto dalla Direzione che tutto sarà considerato nell’accordo che si farà per gli appartamenti”. “Vuoi dire che l’Agenzia è proprietaria anche dell’hotel?” “Si, in pratica ha fatto lei tutti i lavori di ristrutturazione nel paese e sta lavorando per recuperare altri immobili.” Nonostante tutto, la risposta mi pare convincente e accetto la proposta.
Sebastiano mi accompagna alla camera e noto che, sul percorso, non smette di guardarmi il culo e le tette; osservo anche che un bozzo di notevole grandezza gli si è disegnato sul pantalone; “avessi venti anni di meno …” mi viene di pensare; comunque, accenno a sculettare mentre sento sulle natiche il suo sguardo di fuoco. Entrati in camera, restiamo per un attimo fermi in imbarazzo ambedue. Poi lui rompe gli indugi “E’ vero che lei ha avuto una storia con mio padre?” “Mi sembra assai strano che non fai altro che guardarmi il culo e le tette, mi chiedi se ho scopato con tuo padre e continui a darmi del lei. Seba – sta per Sebastiano ma mi piace di più – se non ti decidi a darmi del tu e a chiamarmi Cris - che mi piace più dell’aulico Cristina ed era anche il modo in cui mi chiamava Nicola – io non accetto di rivolgerti la parola come persona ma solo come cliente” “Hai ragione, Cris; scusa; ma qui non usa ed io non osavo tanto”. “Pace fatta. In quanto alla tua curiosità, si ho avuto un anno di grande passione e di sesso sfrenato con Nicola quando ancora non era tuo padre. Ma non abbiamo mai dato a quella storia un risvolto diverso dalla grande avventura di puro sesso.” “Mia madre però è convinta che è stato per colpa tua che papà ci ha lasciato.”
“Mi dispiace per tua madre ma non sa neppure fare i conti: quando lei ha conosciuto Nicola, io ero andata via da San Rocco alcuni anni prima e nessuno ha mai saputo – e nessuno lo sa anche oggi - dove fossi andata. Quindi, mi dispiace per lei ma non c’è stata nessuna responsabilità mia nella vostra vicenda.” “Ti piace molto il sesso?” “Posso assicurarti che ne ho fatte di tutti i colori, anche con ragazzi della tua età; che non me ne sono mai pentita e che non ne intendo rendere conto a nessuno.” “Quindi scoperesti anche con me!” “Senza esitazione; oltretutto, da quando ti ho visto, non ho fatto che pensare a Nicola; se ci aggiungi che quest’albergo è proprio nel posto dove io incontravo tuo padre per fare sesso, credo che ti risulterà chiaro che avrei molti motivi per saltarti addosso, se non fossi stanca del viaggio. Ma tu, piuttosto, ti rendi conto che potrei essere tua madre?” “Allora ti lascio riposare; se vuoi riprenderemo il discorso. Ah, se ti può interessare, la persona che più di tutte al mondo mi piacerebbe scoparmi è proprio mia madre; ma non posso neanche accennare, perché col suo bigottismo scatenerebbe una guerra mondiale maledicendo me, mio padre e te. Ciao”
Mi fa tanta tenerezza e, mentre mi passa a fianco per uscire, lo blocco e gli appiccico come una ventosa le mie labbra sulla bocca, gli forzo le labbra con la lingua e gliela frullo dentro leccando tutte le papille; intanto, lo prendo per le natiche e mi stringo sul ventre il suo bacino per sentire il cazzo duro titillarmi la figa da sopra i vestiti; con pochi contatti mi rendo conto che ha una mazza assai grande, sicuramente più di suo e padre e superiore alla maggior parte di quelle che ho preso dentro in tutti quegli anni. La libidine comincia a montarmi dalle cosce al cervello e devo spingerlo via per non abbandonarmi ad una immensa seduta di sesso. Lo licenzio con una pacca su una natica (dura e soda) e gli dico che ci saremmo visti per cena.
Dopo una doccia rigenerante, mi stendo sul letto e mi appisolo in un groviglio di sogni, incubi, speranze e memorie. Sono le sette quando mi sveglio completamente e mi dedico a me stessa e al mio corpo. Perdo quasi un’ora allo specchio per rifarmi il trucco e per scegliere l’abbigliamento. Poi decido per una gonna ampia con cintura e una camicetta abbottonata davanti: anche se non me ne rendo conto sul momento, sto copiando esattamente l’abbigliamento che preferivo quando mi incontravo con Nicola, per dargli modo di infilarmi le mani tra i seni e tra le cosce. L’unica variante sono il reggiseno di raso, a cui non è più prudente rinunciare per motivi di gravità, e gli slippini minimi e trasparenti che sostituiscono la mutanda dozzinale di allora.
La cena è veramente deliziosa con prodotti naturali preparati alla perfezione; mangio di gusto e bevo anche un po’ di vino locale. A fine cena, Seba mi invita a sedermi in un salotto appartato, dove abbassa le luci e dispone una bottiglia di cognac e due bicchieri. Mi siedo sul divanetto per due persone e gli faccio cenno di sedersi a fianco a me; ancora una volta non prende iniziative e tocca a me rompere il ghiaccio. “A proposito delle suggestioni di questo ambiente, ti ho detto che io e Nicola ci incontravamo qui, ma non puoi sapere che, allora, il palazzo era disabitato, che avevo allestito una sola cameretta per noi e che era proprio questa dove siamo adesso; anzi, fu proprio in questo stesso punto che avremmo il primo incontro sessuale.”
“Avete scopato qui la prima volta?” “No, non ho detto ”scopato” e ormai avrai capito che non esito a chiamare le cose per nome; qui abbiamo fatto sesso la prima volta; ma, per l’ardore giovanile, per le preoccupazioni (io ero appena sposata con quell’animale di Antonio che non era ancora partito per la Germania) e per la smanie di godere, risolvemmo tutto con una masturbazione reciproca; ma ti assicuro che in trent’anni di scopate non ho mai più provato un piacere tanto intenso come per quella sega e per quel ditalino. Perché, vedi, le cose non hanno valore per sé stesse, ma per come, dove e con chi le fai.”
Intanto, allungo la mano sulla patta e disegno con le dita il profilo di un cazzo che mi sembra assai simile a una lattina, per grossezza, e ad un grosso cetriolo, per lunghezza; lentamente lo accarezzo su tutta la superficie e vado a prendere la zip per aprire il pantalone. Seba non se ne sta fermo, stavolta, e sento la sua mano carezzarmi le ginocchia e insinuarsi tra le cosce; allargo le ginocchia per farlo entrare e, in un attimo, mi afferra la figa da sopra lo slip; si fa poi strada ai lati e infila un dito nella vulva. Ho un primo brivido di piacere che si trasmette a tutto il corpo e poi al cervello. Con la mano libera gli prendo il viso e lo bacio; stavolta è più rapido e reattivo; in un attimo mi sento la bocca completamente invasa dalla sua lingua che perlustra i denti a uno a uno, mi lecca il palato e si intreccia alla mia lingua in ghirigori di piacere. Sento la figa pulsarmi, anche per effetto delle manipolazioni di lui che attraversa avanti e indietro il canale vaginale strusciando il palmo sul clitoride che impazzisce di goduria.
La mia mano continua ad andare su e giù sul suo cazzo che si fa sempre più duro e gonfio. Staccando un momento la bocca dalla mia “Sto sborrando” mi sussurra languido “Non ti azzardare; aspettami ancora un momento … ecco … ora … ora …” e gli esplodo sulla mano il più intenso e violento orgasmo che potessi ricordare. Seba è velocissimo a prendere un tovagliolo dal tavolo e a metterlo davanti al cazzo per evitare di sporcare tutto l’ambiente; dal suo cazzo saltano fuori cinque o sei spruzzi di sborra caldissima che si schiacciano contro il tovagliolo e precipitano sulla mia mano che tiene stretto il cazzo. Per un momento perdiamo il senso della realtà e navighiamo nel limbo del piacere; poi cominciamo a riprenderci: lui pulisce attentamente il cazzo e la mia mano; io lecco gli ultimi residui per assaporare il gusto della sua sborra calda “Hai bisogno di andare in bagno?” mi chiede premuroso “No, grazie; vado in camera mia.” “Va bene; ti raggiungo tra qualche minuto.” “Ti lascio aperta la porta”.
In camera, mi spoglio rapidamente e vado in bagno a rinfrescarmi a lavarmi la figa dagli umori che avevo scatenato. Prendo dalla valigia una vestaglia leggera e trasparente e mi sdraio sul letto. Non si fa attendere molto. Gli dico immediatamente di spogliarsi nudo e mi soffermo a guardarlo eccitatissima mentre lascia cadere un pezzo alla volta il suo abbigliamento; quando denuda il torace non posso fare a meno di ammirare la struttura compatta e forte della sua muscolatura probabilmente allenata da esercizi di palestra anche se non da palestrato; poi è la volta del ventre; gli chiedo di girarsi mentre si sfila gli slip, perché mi affascina ammirare le sue natiche compatte e sode come le avevo intuite baciandolo. Poi è la volta del cazzo, un vero omaggio al dio Priapo, un bastone di carne che sfiora i trenta centimetri ed è largo più della stretta della mia mano. Mi sposto strisciando sul letto e vado a sedermi sul bordo inferiore dove lui mi domina davanti con il cazzo all’altezza esattamente della mia bocca.
Prendo delicatamente nella sinistra le palle gonfie e tese; e con la destra impugno la mazza alla radice e comincio a menare la mano avanti e indietro; lui si accosta con il ventre al mio viso e non posso fare altro che aprire la bocca e dare i primi baci sulla punta, poi ci passo delicatamente la lingua e, infine, apro la bocca in maniera innaturale e faccio entrare la sua cappella enorme. Contemporaneamente, massaggio le palle ricavandone un sottile godimento, manovro la sega procurandomi e procurandogli immensa goduria e con la lingua cerco di leccare nella mia bocca la cappella che la occupa tutta e la domina con mio enorme piacere. Preso dal raptus del pompino, Seba spinge un paio di volte il bacino contro la mia bocca, il cazzo mi penetra fino all’ugola ed io ho dei conati di vomito, per cui lo spingo indietro facendo pressione sul cazzo. Ma non voglio concludere tutto con un semplice pompino; per cui, lo spingo fuori della bocca, abbandono palle e cazzo e mi stendo supina con le gambe appoggiate al pavimento e il culo sul bordo estremo del letto.
Gli faccio cenno di abbassarsi, si inginocchia, mi divarica le ginocchia con le mani e prende a leccarmi l’interno coscia fino alle grandi labbra; dopo alcuni passaggi che mi fanno montare la libidine alle stelle, finalmente, giunto alla figa, infila con prepotenza la lingua in vulva e prende a leccarmi con foga le piccole labbra e il clitoride; il mio orgasmo gli esplode in faccia con violenza. “Sborri come un maschio!” Commenta Seba; “No, si chiama squirtare ed è l’espulsione degli umori di orgasmo; capita quando un orgasmo è particolarmente intenso.” Mentre riprende a leccarmi, mi abbranca le tette e prende a massaggiarle; con molta delicatezza prende tra le dita i capezzoli e me li tormenta facendomi provare intense emozioni. Con la bocca ancora sulla figa, mi chiede “Ti spiace raccontarmi qualcosa dell’anno che hai vissuto con mio padre?”
“Tu sai qualcosa sulle vedove bianche in caccia?” mi accenna di si con la testa “Bene, queste signore, sposate a uomini che emigravano e restavano all’estero per undici mesi, si “consolavano” andando a caccia di ragazzi rimasti in paese. Si trattava in genere di ragazzini dai dodici ai diciassette anni e non oltre perché poi prendevano la via dell’emigrazione. Le meno fortunate si accontentavano di dodici/tredicenni che potessero usare la lingua e le mani per stimolarle e farle godere; quelle mediamente fortunate potevano contare su quattordici/quindicenni che avevano un cazzetto in qualche modo utilizzabile; le più fortunate si beccavano i quindici/sedicenni che il cazzo lo avevano già sviluppato e potevano farsi scopare per bene. Poi c’erano le fortunatissime che si beccavano il sedici/diciassettenne più sviluppato con un cazzo da fare invidia a qualunque maschio con il quale scopavano alla grande fino al rientro dei mariti. Uno di questi, manco a dirlo, era tuo padre che aveva un cazzo notevole … non come il tuo, però, che è assolutamente fuoriserie”.
Interruppe per una attimo la leccata. “Sei stata più fortunata delle altre?” “No, La mia fortuna fu che un giorno lo sentii vantarsi con gli amici, proprio quel Carmine e gli altri due di cui abbiamo fatto cenno, che, dopo aver scopato come un mandrillo l’anno precedente, per l’anno successivo aveva in mente di scoparsi solo me. Poiché ero nauseata dei modi di mio marito che mi montava come una bestia e non mi degnava della minima attenzione (fa conto che in tutto il matrimonio non mi ha mai dato un bacio) mi organizzai per incastrarlo io. La “caccia” cominciava quando i mariti partivano per l’estero, a fine agosto. Io, qualche giorno prima, preparai la camera, diedi appuntamento a Nicola e, come già ti ho detto, gli feci solo una sega e mi fece solo un ditalino … proprio come abbiamo fatto io e te. Gli dovette piacere molto perché, appena Antonio partì per la Germania, io e Nicola diventammo una coppia fissa; scopammo per undici mesi come se non ci fosse più un domani; a volte restavamo a letto, a scopare come ricci, anche per un’intera giornata. Da una visita avevo appurato che non potevo avere figli e quindi non ci risparmiammo niente; non c’è stato buco in cui non mi sia entrato; non c’è stata posizione che non abbiamo provato.”
Seba si solleva dalla figa, scivola letteralmente sul letto, mi si stende addosso e mi penetra in figa. Sentirlo mi provoca effetti sconvolgenti; la mia vagina sembra tornata vergine, il bastone di carne si insinua con difficoltà e, contemporaneamente, sollecitazione di zone del mio utero che forse erano sempre rimaste immuni; quando la cappella urta la cervice, ho uno scatto di dolore, ma poi tutto si trasforma in piacere puro. “Non venirmi in figa” gli raccomando “voglio qualcosa di grande da te”. Ma intanto lui mi pompa con passione e metodo: sento la sua mazza attraversarmi la figa, dall’utero alle grandi labbra fino quasi al punto di uscire; poi rientra con uno scatto violento o con lentezza studiata, ogni volta procurandomi nuovi piccoli orgasmi che si vanno ad accumulare verso l’esplosione finale. Fermando per un attimo la monta, si abbassa sul mio corpo finché con le labbra raggiunge un capezzolo e prende a succhiarlo quasi con accanimento; lo spostamento del centro del piacere mi provoca nuova e violenta eccitazione.
E’ ormai più di mezzora che Seba mi scopa senza che il suo cazzo denoti il minimo cenno di flessione. A quel punto si sfila dalla figa mi prende le gambe e mi ruota fino a farmi mettere bocconi sul letto. Solo a quel punto pensa di recuperare la vestaglia che era finita sotto la mia schiena, me la sfila e la lancia su una poltrona; col cazzo ritto si avvicina al mio culo ed io temo che voglia incularmi in quella posizione. “Non ancora” lo fermo ”non è ancora il momento di incularmi!” Sposta leggermente verso il basso la punta del cazzo e ritorna in figa, stavolta da dietro; ed io provo ancora la sensazione della figa che viene aperta ex novo con le esplosioni conseguenti di orgasmi. Mi pompa per qualche minuto; poi mi sussurra “Vorrei sborrare.” “Aspetta!” gli dico quasi preoccupata. Lo spingo indietro, fuori dalla figa, e mi rigiro di nuovo supina, gli alzo le gambe fino alle spalle e spingo il culo in alto fino a poggiare sul letto solo con la cervicale “lo vedi il buco del culo?” “Certo che lo vedo; e mi pare pure bello aperto!” “Infilaci il cazzo e fallo entrare fino in fondo; se è necessario, allargami le gambe per fare spazio al tuo ventre fra le mie cosce; quando vedrai il cazzo ben piantato nel mio culo, scopami fino a sborrare!”
Gli occhi di Seba brillano come se si fosse eccitato ancora di più. Mi prende per le caviglie e divarica un poco le gambe; poi sento la cappella che preme sull’ano; per un momento ho paura che possa squarciarmi con la sua bestia; ma il ricordo di altre inculate mi rassicura; certamente non sarà un accoppiamento indolore, ma sono fermamente decisa a dargli e a prendermi una scopata da ricordare. Sento il cazzo che entra; lo avverto millimetro dopo millimetro e mi sento veramente squarciare l’intestino; provo dolore ma stringo i denti e lo incito a continuare “Dai … fottimi … stuprami … rompimi .. fammi ricordare per sempre il tuo cazzo meraviglioso che mi spacca il culo, che mi squarcia l’intestino …. che cazzo stupendo … che amante infaticabile … è splendido farsi scopare da te …” Seba è fuori della grazia di Dio; quando il cazzo è penetrato fino alla radice nel culo, mi prende per le anche, mi solleva all’altezza del suo ventre e mi fa agganciare le gambe dietro le sue spalle, mentre io mi aggrappo con le mani al suo collo.
Mi trovo così aggrovigliata a lui, con il solo cazzo nel culo e tenerci uniti; tenta un paio di volte di pompare in quella posizione, ma lo sforzo necessario è sovrumano. Mi trasporta sul tavolino e mi appoggia sul piano pur rimanendo agganciati con le mani, con i piedi e soprattutto con il cazzo nel culo. La posizione gli consente adesso di pompare nel mio culo agevolmente; comincia a spingere dentro la mazza e a ritirarla fuori fino a farla uscire del tutto; poi la ripiomba dentro con forza e struscia le mie natiche sul suo ventre. In quell’operazione mi sento aprire totalmente il ventre, l’utero sembra scoppiarmi e il clitoride è duro come un vero cazzo. Ho una serie di orgasmi che mi squarciano una prima volta l’utero, poi la vagina, infine il clitoride. Quando sento il cazzo vibrare nel culo, dall’intestino parte una scossa che colpisce lo sfintere ed attiva l’utero. L’orgasmo che ne scaturisce non ha niente di umano quasi come l’urlo che lancio e lo spruzzo di umori che scaglio sul ventre di Seba che, grugnendo come un maiale, mi esplode nelle viscere una sborrata che sembra non terminare mai.
Facendo un ultimo sforzo, mi solleva dal tavolo e mi sposta sul letto dove piombiamo a corpo morto ma senza interrompere neppure per un attimo la penetrazione che ci congiunge. Il suo cazzo vibra ancora a lungo nel mio intestino ed io me lo accarezzo coi muscoli interni fino a che lo sento ridursi quasi alla metà della dimensione con cui era entrato; rilassandosi ancora, comincia a scivolare fuori dal retto; in un momento di resipiscenza, prendo dal comodino dei fazzoletti di carta e li appoggio tra ano e cazzo, sperando di arginare il flusso di sborra. Ci riesco per buona parte, poi Seba prende dal bagno un asciugamano e me lo pone sotto al culo.
Ci guardiamo appassionati: “Mai fatta un’inculata così.” Dico; e lui “Ma non hai detto che con mio padre avevi fatto di tutto e di più?” “Stronzo!” mi esce spontaneo “E credi che avrei fatto tante storie per fare con te qualcosa che già avevo fatto con altri?” “No; scusami; scherzavo, ma forse ho esagerato.” “Scusato. Vuoi fare una doccia?” “Per lavare il tuo sapore dal mio corpo? No grazie, preferisco portarmelo ancora finché è possibile” “Adesso vai a casa?” “Si, mia madre non si rasserena se non mi vede rientrare.” “E se annusa qualcosa?” “Difficile; lei sembra ormai al di là e al di sopra di tutto. Valeria, piuttosto … “ “La tua ragazza?” “Si; se sapesse si sentirebbe tradita.” “E naturalmente è impossibile spiegarle che si è trattato solo di sesso e di suggestioni da antiche storie.” “Già … a proposito: ma quanto c’entra, in quello che è successo tra noi, la storia con mio padre?”
“La mia amica psicoterapeuta ci impiegherebbe almeno tre o quattro anni di studio per chiarire; ed è già troppo impegnata a cercare di capire quanto la mia storia – genitori bigotti e stupidi che mi costringono a un pessimo matrimonio, marito animalesco ottuso, amante intenso ma senza prospettive e poi trent’anni di scopate senza limiti senza obiettivi, senza amore – insomma tutti gli errori della mia vicenda possono avere condizionato certe scelte. Se le porto una meravigliosa scopata fatta col figlio del primo amante, addirittura negli stessi ambienti e qualche volta copiando la vicenda; se le racconto tutto questo, o lei impazzisce o mi fa chiudere in manicomio. Ma l’unica verità è che lo volevo, mi è piaciuto e lo ripeterei … a patto che non mi complichi la vita”. “Ci si vede domani, allora.” “Si. E forse non ci ricorderemo neppure di esserci già conosciuti.”
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