Da alcuni anni lavoravo nella stessa azienda e, nonostante la giovane età, mi ero guadagnato stima e fiducia da parte dei dirigenti, che con una certa frequenza mi incaricavano di missioni in sedi diverse, per la sostituzione di colleghi indisponibili (quasi sempre per mansioni superiori) e, in particolare, per “addomesticare” capiservizio esigenti ai quali affiancare un uomo di fiducia che, al tempo stesso, aiutasse il lavoro dei dirigenti e rappresentasse gli interessi del personale. La sezione a cui mi spedirono quell’estate era la più difficile, essendo diretta da un personaggio particolare, tutto regolamento ed efficienza, che aveva scatenato rimostranze e manifestazioni di insofferenza in diverse occasioni. Per un po’, tutto procedette per il meglio: ammorbidendo le sue pretese spesso assurde e sollecitando i colleghi a rispettarle nei limiti della decenza; facendo scaricare, come da una valvola, tutte le intemperanze prima che arrivassero al “capo” e accendessero polemiche; frenando eccessi di fiscalità inutile negli ordini di servizio, ero riuscito a conquistarmi ancora una volta la fiducia di tutti e la benevolenza del dirigente che non smetteva di tessere le mie lodi per l’attaccamento al dovere, per l’equilibrio e, soprattutto, per la capacità di comprendere le decisioni e di farmene carico direttamente.
La riunione plenaria convocata per gli inizi di settembre non aveva niente di particolare: un ordine del giorno (com’era nel costume del “capo”) infarcito di punti assolutamente inutili; la previsione di un’introduzione logorroica e snervante a cui far seguire immediatamente rapide votazioni per chiudere prima che si potesse; la scelta degli scaffali per alcuni uffici, che in genere passava con l’indicazione della solita ditta fornitrice che avrebbe consegnato il meno peggio sul mercato. Per la prima volta incontrai alcuni dipendenti che lavoravano in uffici amministrativi e che non avevo fino a quel momento incrociato: mi colpì l’età media vicina alla mia, che comunque restavo un po’ il “piccolo” del gruppo, e in particolare notai un’addetta alle questioni del personale che si portava “in giro proprio un bel po’ di personale” come banalmente scherzai quando ci conoscemmo, facendo riferimento platealmente alle sue forme molto aggraziate, anche se non prorompenti, e decisamente ben esaltate da un abbigliamento accurato senza essere ricercato, elegante senza necessità di capi particolari, semplice ma non modesto, un po’ come la sua bellezza, come le dichiarai, ancora una volta con becero gallismo.
Mi disse che oltre a lavorare nell’azienda si interessava di pittura con risultati non spregevoli e che questo la aiutava anche molto nelle scelte per l’abbigliamento e per l’arredamento; le feci promettere che mi avrebbe fatto visitare la sua casa e il suo studio, ma si impegnò a metà, dal momento che era sposata e che non poteva garantirmi la cordialità del marito; ribattei che anch’io avevo moglie, ma che non ci sarebbe stato niente di male a conoscersi. Durante la riunione, le rimasi quasi incollato e, interrompendo un comportamento che era diventato quasi abituale, seguii distrattamente e svogliatamente gli sproloqui del “capo” che più volte diede segni di fastidio per i commenti che scambiavo con Annamaria (così mi aveva detto di chiamarsi). Quando finalmente si passò dalle chiacchiere alle votazioni, tutto scivolò via quasi con maggiore rapidità del solito, perché stavolta anche io (solitamente più disposto ad assecondare certe lungaggini del “capo”) non vedevo l’ora di liberarmi dell’incombenza e di andare al bar a prendere un gelato con la bella donna che evidentemente mi stava affascinando. Ma proprio sul punto meno prevedibile, quello degli scaffali, si scatenò il finimondo quando Annamaria chiese di intervenire e, contro l’indicazione già fornita dal “capo” sulla solita commessa, propose che fossero richiesti dei cataloghi per scegliere qualcosa di meno tetro dei mobili fino a quel momento sparsi per tutti gli uffici.
Era una realtà che tutti vedevamo e che tutti commentavamo di nascosto con un aspro sarcasmo; per questo, l’obiezione, di per sé innocente, sollevò clamorose risate specialmente per la definizione “tetri” che tutti avvertivano come perfetta per definire gli ambienti; ma scatenò anche le ire del “capo” - sicuramente già compresse troppo a lungo nelle fasi precedenti della riunione - e diede il via ad una sfilza di esagitate accuse contro la poveretta, contro le sue “preoccupazioni estetiche fuori luogo” e - nessuno capì perché, ma tant’era - contro le donne in fabbrica; a coronamento della sua invettiva, il “capo” chiese, come al solito, il conforto della mia conferma alle sue idee. Non sono mai stato un eroe e la ricerca della pacificazione ad ogni costo era stata fin lì la mia filosofia di vita; ma l’atmosfera di complicità affettuosa che si era creata tra me e Annamaria, nel poco tempo trascorso a raccontarci e a studiarci per desiderio di conoscerci, mi suggerì senza che quasi lo volesse la risposta più chiara e decisa che mai avrei potuto immaginare: con una fermezza che tutti guardarono con sorpresa e (forse) con ammirazione denunciai e rintuzzai tutte le banalità e le volgarità espresse dal “capo” e sostenni a spada tratta il concorso tra più produttori, “nel rispetto della legge”: quest’ultima annotazione, se non lo fece uscire di senno, lo colpì come una sferzata perché denunciava una sua inadempienza legale; si fece rosso paonazzo e, per vendetta, mi impose di espletare tutte le formalità al massimo in tre giorni.
Uscire da quella riunione osservato con sussiego da tutti non solo mi attribuì un trionfo sicuramente eccessivo, ma mi fece guadagnare la stima e l’amicizia di Annamaria che da allora cominciai a frequentare quasi quotidianamente raccontandole tutto di me e, in cambio, ricevendone anche le confidenze più intime. Nel volgere di pochissimi giorni si creò tra noi un’atmosfera particolare e indefinibile, che ci spingeva a cercare tutte le occasioni, anche minime, per incontrarci e chiacchierare, di tutto e di niente, di noi e del mondo, senza che mai nulla intervenisse a turbare l’armonia che presiedeva al nostro rapporto, teso piuttosto a conoscerci (e a riconoscerci) che non a imbastire una qualsivoglia “storia”. Nel confronto con una donna di pochi anni maggiore di me ma vissuta in una ambiente completamente diverso (per certi aspetti, addirittura opposto) a quello in cui avevo vissuto io fino a quel momento, mi trovai a scoprire tutti i limiti e le carenze di un’educazione proletaria perbenista al limite del bigottismo, provinciale e limitata; gli eccessi di una vita vissuta troppo in fretta, fino al matrimonio in giovanissima età e due figli in rapida successione, forse per un bisogno di “sesso garantito” decisamente condizionante; l’abitudine a “casa e bottega” che mi privavano di una vita autonoma e riducevano mia moglie al classico “angelo del focolare” frustrato e rassegnato.
Dall’altra parte c’era invece una donna decisa ed aperta, libera di muoversi, abituata com’era a vivere da sempre nella vicina metropoli, in quartieri alto borghesi; una persona che quotidianamente si muoveva con la sua auto per venire al lavoro ma anche per vivere la sua vita dopo il lavoro; che faceva del sesso un modo di espandere la sua esistenza e di cercare il piacere nelle cose; insomma una sorta di donna - mito per un piccolo provinciale come io ero. Dalla mia parte, pesava invece la capacità di vivere ogni evento, anche il più piccolo, con un entusiasmo fanciullesco e travolgente, che la portava a fare con me le cose più pazze, quelle che la sua severa razionalità avrebbe proibito categoricamente; una sorta di romanticismo immaturo che gli impegni lavorativi e il desiderio di fare carriera avevano per un po’ nascosto da qualche parte ma che improvvisamente esplodeva irrefrenabile e mi faceva cogliere, spudoratamente, aspetti e forme delicatissime delle cose quotidiane. Cominciammo a cercare posti improbabili dove appartarci nei momenti di intervallo, sempre troppo brevi, finché un giorno, in un deposito poco frequentato, non ci trovammo quasi senza accorgercene l’uno nelle braccia dell’altro: l’intensità di quel bacio mi folgorò quasi come il primo che, ancora adolescente, avevo scambiato con una coetanea di cui non ricordavo più niente; ma a sconvolgermi davvero fu il modo in cui sapientemente Annamaria ruotava la sua lingua calda e dolce dentro la mia bocca, esplorandone ogni angolo e stimolandomi fremiti di libidine che spinsero il mio sesso a gonfiarsi sul suo ventre che, a sua volta, si spingeva contro il mio inguine quasi a volervi penetrare.
Quando ci risvegliammo dalla magia che il bacio aveva creato, lei quasi scappò, forse pentita; per un giorno o due, non si fece viva e sfuggì in tutti i modi ai miei affannosi tentativi di incontrarla: fuori di me dal desiderio, arrivai a telefonarle più volte a casa, ma dovetti sempre riattaccare senza parlare, perché puntualmente mi rispondeva suo marito. Alla fine, fu lei a venirmi a cercare durante un intervallo: mi confessò che aveva tentato inutilmente di staccarsi da me; ma aggiunse anche molto seriamente che non voleva che una nostra storia danneggiasse due famiglie; mi fece promettere che mi sarei sforzato, con lei, di mantenere il rapporto al di qua del lecito e che, se non fossimo riusciti a farlo, per lo meno che avremmo fatto di tutto perché la nostra storia non distruggesse le nostre famiglie già costituite. Promisi con molta razionale convinzione, ma qualcosa, verso il basso ventre, mi suggeriva già che una promessa così era solo un modo di lavarsi la coscienza prima ancora di “sbagliare”. Riprendemmo a vederci con maggiore assiduità ed ogni volta con evidente maggiore difficoltà a frenare la passione: un paio di volte ci “scappò” un bacio che attizzò il fuoco del desiderio frenato tempestivamente, per le situazioni incerte in cui ci incontravamo (il luogo di lavoro, in sostanza, nei brevi intervalli concessi) e per una certa forza di volontà.
Ma era evidente che non avremmo resistito a lungo. L’occasione venne imprevedibile e inattesa: stavamo scherzando, in un giorno di sole, sulla coglioneria di “regalare un così bel giorno al padrone” (citavamo Prevert, naturalmente) quando mi scappò di dire che, nelle due ore a disposizione per il pranzo, si poteva benissimo arrivare al mare, respirare un po’ di iodio e tornare come niente fosse: era una frase fatta, la mia, quasi uno scherzo; ma non ci volle niente per scatenare il bisogno di fanciullismo che allignava in tutti e due. Neanche lo avevamo pensato, che già eravamo nella sua utilitaria diretti al mare non lontano: guidavo io, per maggiore esperienza di guida e del territorio; e lei ne approfittò per avvinghiarsi a me come una ragazzina al primo amore. Non so neppure come feci a tenere la strada, perso com’ero in un’aura di giovanile entusiasmo amoroso che mi esaltava oltre ogni ragionevole limite; ma arrivai comunque alla spiaggia in una giornata che sembrava fatta apposta per il mare. Scendemmo dall’auto e provammo a passeggiare sulla sabbia: ma l’abbigliamento da ufficio e le scarpe ci costrinsero a rinunciare; tirava un po’ di brezza e tornammo in macchina; senza consentirle di ribattere nulla, la abbracciai e la baciai con violenza, cercando di stringerla a me quanto potevo nella scomodità dell’utilitaria.
Rispose al bacio con la passione che conoscevo e, anzi, mi travolse con il suo entusiasmo e con la abilità nel baciare che mi faceva rizzare il cazzo fin sullo stomaco. Non ne potevo più dal desiderio e manovrai per abbassare lo schienale del suo sedile: mi guardò interdetta, non riuscendo a capire le mie intenzioni; era evidente che non le era mai capitato di farlo in macchina; ma io ero avvezzo a questo tipo di rapporto che per anni avevo praticato non disponendo di mezzi (né di voglia) per alberghi ad ore o case di amici. La rassicurai con lo sguardo, la feci distendere sul sedile allungato e montai sopra di lei facendole sentire il peso di tutto il mio corpo e il turgore del sesso che sembrava far esplodere i pantaloni, tanto era gonfio e voglioso. Ma non ero affatto sicuro di riuscire a fare l’amore: sapevo dagli amici che talvolta avevano addirittura dovuto rinunciare per la difficoltà di sfilare, in quella condizione, collant e slip (per non parlare dei pantaloni che erano un ostacolo praticamente insormontabile), ma Annamaria aveva un corpo minuto e ben fatto che ben si adattava ai movimenti richiesti, anche in uno spazio così angusto, ed indossava un vestitino primaverile svasato che facilmente si sarebbe sollevato quant’era necessario; inoltre (e la cosa mi sferzò con una scossa di piacere immenso) appena cominciai ad insinuare la mano sotto il vestito e a risalire verso il suo inguine, scoprii che indossava un capo ormai in disuso ma estremamente eccitante, il reggicalze.
L’imprevisto contatto con la pelle delle sue cosce, prima ancora di essere penetrato negli slip, accentuò la mia violenta eccitazione: cominciai a carezzarla furiosamente, muovendo con difficoltà la mano stretta tra i nostri due corpi; infilai il palmo sotto l’inguine, semplicemente spostando gli slip e andai a cercare col dito medio il clitoride che incontrai immediatamente; intanto, ci baciavamo furiosamente su tutto il viso e Annamaria, ormai sfrenata come me, mi leccava tutto il volto, dagli occhi alle orecchie, provocandomi fitte di piacere che mi folgoravano il cervello. Spostai la mia mano e la trasferii verso la patta che aprii con minore difficoltà di quanto pensavo, vista la pressione che esercitavamo stringendoci reciprocamente il corpo; quando sentì il contatto del mio cazzo sulla pelle delle cosce, tra un tirante del reggicalze e il bordo dello slip, si raggelò per un attimo e mi raccomandò di stare attento: non aveva frequenti rapporti col marito, era nel periodo giusto e se fosse rimasta incinta sarebbe stata un’autentica tragedia; le dissi che ero abituato al coito interrotto (che ero costretto a praticare con mia moglie quasi quotidianamente) e la pregai di lasciarsi andare; non se lo fece dire due volte e sentii che si rilassava preparandosi a ricevermi nella figa.
Il “sesso garantito” con mia moglie mi aveva abituato al rapporto sessuale come un avvenimento ordinario, decisamente bello e ogni volto nuovo o rinnovato; ma infilare il cazzo nella vulva di Annamaria e farlo scivolare dolcemente nella sua vagina mi provocò sensazioni dimenticate, quasi da “prima volta” con vampate di calore che partivano dal suo utero e avvolgevano l’asta fino alle palle e, se possibile, ancora oltre, allo stomaco e al cervello: quando fui completamente entrato, mi fermai per un attimo a sentire i battiti del mio cuore e del suo; lei invece gemeva dolcemente e contraeva ritmicamente i muscoli della figa, cercando un piacere sempre più intenso, finché mi strinse quasi con violenza, si contrasse più volte in rapida successione e sentii che dal suo ventre vampate di calore liquido mi inondavano il cazzo: non avevo mai registrato un orgasmo così rapido e intenso; mi fermai sorpreso. Come sempre mi capitava quando scopavo senza preservativo e dovevo controllarmi per interrompere al momento giusto, ero piuttosto teso e attento alle reazioni del mio corpo e, in particolare, del mio sesso; riuscii quindi a dedicare il mio interesse al suo piacere e ai suoi orgasmi che continuavano a succedersi, dopo la grossa esplosione, con continuità ed intensità, segnalando il suo immenso piacere e quello altrettanto vivo di me che ad ogni costo cercavo di ricacciare indietro i momenti di eiaculazione per riprendere a pompare con lenta dolcezza assaporando il piacere della figa tanto desiderata.
Quando si rese conto di essere quasi esausta, Annamaria mi pregò di venire, perché voleva sentire la mia completa soddisfazione. Ma io rimanevo decisamente interdetto: quando poi ripensammo a quel momento, ci facemmo delle enormi risate ripensando alla scena di me vestito di tutto punto, solo con la patta aperta e il cazzo da fuori, sopra di lei vestita altrettanto di tutto punto, con l’abito solo sollevato e gli slip spostati quel tanto che ci consentiva di far entrare il cazzo in figa: il problema enorme era dove scaricare la sborrata senza sporcare dappertutto forse irrimediabilmente. Quasi avesse sentito i miei pensieri, Annamaria, senza muovere il corpo così bene avvinghiato al mio, allungò la mano sopra la sua testa e, dal sedile posteriore, prese un pacco di tovaglioli che evidentemente portava per le emergenze e me lo agitò sul viso; mi resi conto che i danni potevano limitarsi agli slip e mi lasciai andare con foga a scoparla con dolce violenza. Non ci volle molto, a quel punto: rilassando la tensione e facendomi avvolgere dal piacere del suo corpo, diedi ancora qualche colpo nella figa poi fui costretto a ritirare precipitosamente il cazzo dalla vagina per spostarlo sul suo ventre, sotto gli slip per non sporcarmi il pantalone col fiotto di sborra che abbondante le si riversò sulla pancia.
Mi ritrassi velocemente e, contemporaneamente, le tenni sollevato il vestito perché non venisse a contatto col liquido; con precauzione, prese dei tovaglioli e si pulì con attenzione mentre mi diceva sorridendo “La prossima volta, portati un preservativo”; altrettanto sorridente “Questo significa che ci saranno prossime volte” ribattei; accennò un buffetto scherzoso e si tirò su, sollecitandomi a tornare per non essere in ritardo. Le feci notare - meravigliandomi anch’io - che tutto si era svolto più rapidamente di quanto pensassimo e che avevamo tutto il tempo per rientrare e dire a tutti quant’era bella una giornata di sole rubata al padrone. L’incontro con Annamaria e la sua frequentazione diedero una svolta rapida ed evidente ai miei comportamenti, sia pubblici che privati. Sul lavoro, persi quasi di colpo tutte le smanie di carriera: da rampante aggressivo, mi trasformai senza accorgermene in giovane, appagato funzionario preoccupato di svolgere al meglio il proprio lavoro senza eccedere in entusiastici impegni d’orario, anzi sempre pronto a cogliere le opportunità per svicolare e andare a vivermi la vita in un’altra dimensione, quella dell’amore esaltante ed esaltato con giovanile rinnovamento. Questo sembrava che mi rendesse meno indispensabile ai dirigenti e meno utile ai colleghi, che rimpiangevano il mio precedente attivismo decisamente proficuo per i rapporti interni: per un po’, il cambiamento mi costò un allentamento dell’interesse che i Capi avevano manifestato nei miei confronti; ma, in breve, apparve chiaro che il mio rendimento, anche ridotto, risultava comunque sufficiente per conservarmi incarichi e responsabilità.
Anche in questo, la frequentazione con Annamaria e le lunghe chiacchierate - che, inevitabilmente, ruotavano molto spesso intorno al mondo del nostro lavoro - ebbero un’efficacia non marginale: il confronto tra un giovane entusiasta e rampante - ma forse poco convinto dei propri mezzi e del proprio valore - ed una donna da sempre abituata ad assumersi responsabilità ed impegni ma anche decisa a farsi valere e a far pesare il suo valore non poteva produrre che una sempre maggiore mia coscienza ed un più razionale e intelligente uso dei mezzi di cui disponevo. Sul piano dei rapporti familiari, i cambiamenti apparvero meno evidenti, essendoci con mia moglie un’intesa molto antica fondata sul rispetto di norme non scritte che presiedevano da sempre ai rapporti tra coniugi e che si riassumevano sostanzialmente nell’impegno a lasciare fuori dall’uscio tutti i possibili motivi di rottura di antichi equilibri, compresi gli irrazionali entusiasmi amorosi, che non sarebbero mai stati sopportati se emersi ma che, clandestini, potevano naturalmente essere non incidenti nella prassi quotidiana. Per di più, come capita sempre negli ambienti piccolo - borghesi, la coscienza dell’infedeltà mi portava ad essere quasi più disponibile, tenero e comprensivo, come se, esaurite con Annamaria tutte le mie “fantasie di avventura mentale” ritornassi a casa in pace con me stesso e col mondo.
Ma era soprattutto nel campo dell’attività sessuale che i miei parametri rimanevano assolutamente stravolti e definitivamente modificati. In famiglia, l’educazione sessuale era stata praticamente inesistente; dai compagni di strada avevo appreso qualcosa sulla pratica della masturbazione che avevo abbracciato con grande entusiasmo sin dalla prima adolescenza, lasciando sulle lenzuola ogni notte tracce inequivocabili delle mie abitudini onanistiche che avevano costretto mio padre - gesto enorme, per i tempi, per l’ambiente e per i livelli culturali!!!! - a comprare e sbattermi sotto il naso un’enciclopedia sessuale popolare che minacciava come inevitabile conseguenza della masturbazione la cecità assoluta in poco tempo. Dopo un’adolescenza passata a tormentarmi coi rimorsi bigotti della fornicazione, evitando accuratamente i rapporti mercenari con prostitute “portatrici di tutti i mali possibili e immaginabili”, ero giunto al matrimonio poco più che ventenne quasi del tutto vergine, assolutamente all’oscuro di tutto e incapace di andare al di là di rapporti canonicamente imposti dall’educazione bigotta. Mi piaceva, senz’altro, fare sesso con mia moglie ma i comportamenti, le dinamiche, le posizioni erano assolutamente privi di fantasia e di varietà: l’importante era poterlo fare anche più volte al giorno, senza limiti e con la sola conseguenza di due figli in rapida successione, di un aborto spontaneo, di scorte infinite di preservativi e di tanta esperienza nel coito interrotto.
Anche con altre ragazze, prima e dopo il matrimonio, non ero andato al di là di limiti più o meno simili. Fare l’amore con Annamaria aveva avuto quindi effetti devastanti, per la mia avidità di emozioni intense: su un versante, avevo recuperato interamente il piacere della clandestinità (accentuato dalla condizione di assoluta irregolarità che nasceva dalla nostra situazione di individui regolarmente sposati con altri partners); e, su un altro versante, mi aveva spalancato una finestra su un universo quasi totalmente sconosciuto, quello dell’erotismo condotto con sapienza ed eleganza, con intensità e con passione. Nei pochi mesi che durò la nostra violenta storia d’amore, in più di un’occasione Annamaria respinse energicamente le mie proposte di cercare un albergo compiacente, dichiarando esplicitamente che uno degli aspetti che più la eccitavano nel fare l’amore con me era proprio la condizione di precarietà in cui si svolgevano i nostri incontri, la provvisorietà e l’incertezza di trasformare un’utilitaria - decisamente inadeguata a qualunque funzione che non fosse il semplice trasporto per brevi percorsi di quattro persone al massimo - di volgersi improvvisamente in alcova per un amore così pieno e violento.
Sicché, i pochi metri cubi di quell’abitacolo angusto divennero spesso, per poche ore, un mondo separato dalla realtà: tutti i nostri incontri non ebbero altra sede che quell’utilitaria in cui il desiderio rimaneva sempre al di qua delle soluzioni, dal momento che diventava impossibile, per esempio, potersi denudare completamente per godere ciascuno il corpo dell’altro. In compenso, non ci fu posto sognato o desiderato dove non ci recassimo per vivere, in assoluta libertà da qualsiasi vincolo, un amore fatto di voglia e di emozioni violente: inventando o prorogando riunioni - fiume, potevamo andarcene sul lungolago e fermarci a guardare estasiati le strisce d’argento che la luna disegnava sull’acqua, prima di cominciare a divorarci di baci vogliosi, talvolta più intensi di una scopata; di leccarci e succhiarci la pelle dovunque fosse possibile; di palparci, accarezzarci, stringerci e tormentarci fino a farci male; di scopare, alla fine, con un entusiasmo immutato nel tempo. Altre volte sceglievamo le scogliere a picco, per sentire sotto di noi l’assoluto infinito del mare mentre le nostre bocche si cercavano con desiderio cannibalesco, prima di scoprire alla meno peggio la parte inferiore del corpo e ritrovarci stesi sui sedili, col cazzo infilato nella figa e i ventri che si agitavano come per scosse elettriche continue, mentre inutilmente cercavo di raggiungere i suoi seni ancora coperti dagli abiti.
Quello che mi travolgeva, era la partecipazione sensuale e totale di Annamaria, che non si lasciava possedere quasi passivamente, come ero abituato a verificare con mia moglie, ma dava alla scopata i suoi ritmi e la sua intensità, muovendo il bacino - pur costretta com’era dal peso del mio corpo - in maniera da cercare ed offrire il piacere più lungo, più intenso e più profondo che poteva. Non nascondeva le sue voglie o il suo godimento; ancora più del fatto meccanico della penetrazione e del pompaggio in figa, mi sferzavano violentemente il cervello, fino a farmi perdere il senso di tutto, i gemiti sommessi che le salivano dal profondo e accompagnavano i nostri movimenti. Non eravamo quasi in condizione di fare altro, nel chiuso dell’auto; ma sentivo ogni volta il suo e il mio desiderio di un possesso più profondo, più totale, anche se la mancanza di fantasia e di conoscenze non mi consentivano di inventare qualcosa.
Le prime volte, mi armai di preservativo, sulla scorta del primo rapporto; ma poi Annamaria disse chiaramente che voleva sentire le mie sborrate nella figa, per esserne eccitata di più e raggiungere orgasmi più completi: rimasi piuttosto interdetto, per il rischio connesso alla pratica libera; ma mi rassicurò che aveva chiara coscienza delle cose e che non avrebbe affrontato rischi inutili: ancora una volta messo in difficoltà dalla sua maggiore esperienza, mi limitai a lasciarmi andare, inizialmente con qualche recondito senso di ansietà, ma poi sempre più liberamente e con una partecipazione ancora più gioiosa, rafforzata vieppiù dagli autentici urli di piacere che Annamaria lanciava quando sentiva il mio fiotto esploderle contro l’utero e si lasciava andare anche lei ad un ultimo, violento orgasmo che squassava non solo lei e il suo corpo minuto, ma anche me, in tutte le fibre del corpo, e addirittura - così almeno a me sembrava - lo stesso abitacolo dell’auto e l’aria che respiravamo. Tra una riunione inventata durante la settimana - sempre la sera ad ora tarda, me nessuno ci andò mai a riflettere - e le visite domenicali al cimitero - dove Annamaria passava velocemente per venire poi ad imboscarsi con me nel punto più suggestivo della costa - riuscimmo ad incontrarci quasi quotidianamente per molto tempo; ma scopare con lei mi lasciava sempre la voglia di tornare a farlo al più presto.
Contemporaneamente, il rapporto con Annamaria aveva modificato, e non di poco, anche le mie abitudini culturali, dalle letture alle scelte musicali, dal teatro all’arte; e in più occasioni mi aveva persuaso a leggere autori contemporanei che sfuggivano alla mia curiosità, ferma ai classici; o mi aveva trascinato letteralmente a visitare mostre d’arte contemporanea, che era assolutamente lontana dai miei gusti; mi convinse persino a seguire concerti di musica jazz che io consideravo per lo meno “pallosi”. Ma il desiderio più acuto, in questa direzione, rimaneva per lei assistere con me ad uno spettacolo a teatro, in una vera serata elegante: io ne ero letteralmente terrorizzato, dal momento che la mia vita si era svolta tra i campi della cittadina di origine e vedevo in certi abiti una sorta di divisa da galeotto; ma per amore di Annamaria avrei accettato anche questa scelta; e mi trovai mio malgrado, con tutto l’imbarazzo della mia inesperienza, al botteghino per prenotare i posti. Si presentò all’appuntamento, molto prima dell’ora d’inizio dello spettacolo, elegante come mai me la sarei potuta immaginare e pettinata da un parrucchiere alla moda che - ad un prezzo astronomico, immaginai - aveva realizzato una delicatissima impalcatura che le sollevava i capelli un bel po’ sopra la testa slanciandole con meravigliosi effetti il volto e la figura.
Mi venne da sorridere, quando vidi emergere la sua regale eleganza dall’abitacolo della sua utilitaria - stretto, anzi addirittura strettissimo, nell’occasione, almeno nel rapporto tra spazio e persona - ; ma probabilmente non dovevo apparire meno strano io, stretto per la prima volta, da quando ci eravamo conosciuto, in un abito scuro - con tanto di camicia, cravatta e soprabito adatto all’occasione - ed altrettanto pettinato ed impomatato dal mio barbiere. Ma l’impaccio durò un niente e ci ritrovammo immediatamente a complimentarci a vicenda, andando sottobraccio verso il bar del teatro, e a chiacchierare con la solita intensità dello spettacolo che ci apprestavamo a vedere: un po’ di dispiacere me lo mise immediatamente la considerazione che, con quella impalcatura sulla testa, non era neppure il caso di pensare ad imboscarsi per fare l’amore; una signora che esce così conciata per andare a teatro non può tornare con l’abbigliamento sconvolto senza creare problemi col marito. Quasi per reazione alla preannunciata astinenza, il cazzo mi si gonfiò all’improvviso e dovetti stringere il soprabito per evitare che il vestito troppo stretto denunciasse la mia voglia impellente; pensai ad altro e mi rilassai.
Fu un’esperienza straordinaria, quella mia prima volta a teatro: forse perché conoscevo la commedia dai testi letterari, forse perché era veramente eccezionale il cast degli attori, forse perché godevo nella situazione così gratificante a fianco ad una donna bellissima e di cui mi ero innamorato: fatto sta che vissi tutto come galleggiando su una nuvola di piacere, di entusiasmo e, perché no, di vanagloria. Lo spettacolo finì abbastanza presto, rispetto ai tempi normali; e Annamaria mi disse che potevamo comunque fare un giro: dirlo e ritrovarsi diretti al promontorio sul mare, il “nostro” promontorio, richiese solo il tempo di percorrenza. Sul posto, però, i miei sospetti trovarono conferma e dovetti controllare le mie effusioni per non creare disordini nel suo abbigliamento: per la prima volta da quando facevamo del sesso, mi dedicai esclusivamente alla parte superiore del suo corpo e, dopo i baci infuocati e sapienti che sempre preludevano al rapporto, non potei che slacciarle la parte superiore dell’abito e dedicarmi con tutta l’anima al seno delicatissimo, piuttosto piccolo ma perfettamente disegnato (“da contenersi in una coppa di champagne” come lei soleva dire scherzosamente) con un capezzolo grosso e duro che mi diede sensazioni immense, quasi ataviche, quando lo presi tra le labbra e cominciai a succhiarlo e a mordicchiarlo guidato da lei che mi suggeriva i movimenti ansimando con sensuale affanno.
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