Non andavano poi così male, le cose, tra me e mio marito: dopo più di vent’anni di matrimonio, ormai ben più in là dei quaranta tutti e due - con una leggera differenza - con due figli, il maschio di ventidue anni e la femmina di venti, riuscivamo comunque a mantenerci fisicamente tonici con l’esercizio quotidiano metodico anche se non ossessivo e con una vita complessivamente sana. Anche sessualmente, non potevamo lamentarci: anche se era solo un bel ricordo quello degli amplessi ad ogni ora del giorno e della notte, non eravamo comunque ridotti alla “scopata del bancario”, frettolosa, il sabato sera. Emanuele mi cercava spesso e volentieri; ed io non mi negavo mai, a meno di gravissimi impedimenti; il repertorio con cui ci sollazzavamo era sempre vario e possibilmente non ripetitivo. Tra lunghi e dolci preliminari, amplessi prolungati e coccole successive, riuscivamo anche a tirar mattino, quando ci impegnavamo sul serio e ne avevamo il tempo.
Per tenere accesa la fiammella del desiderio, non ci negavamo niente: lui mi aveva fatto tutte le richieste possibili, dai pompini con l’ingoio alle spagnole più ardite che erano largamente facilitate, per un verso, dal mio seno abbondante e mantenutosi tonico anche dopo l’allattamento dei figli e l’incalzare dell’età; e , dall’altro verso, dalla buona dotazione di Emanuele che, con un cazzo verso i 22/23 centimetri, riusciva non solo a scoparmi fra le tette ma anche a farmi arrivare la cappella in bocca, dove lo accoglievo a labbra aperte e lo succhiavo fino a farmi sborrare in gola. Il grande motivo di rammarico era nato una volta che, dopo uno strano colloquio “a ruota libera” con le amiche, avevo scoperto di essere l’unica, del gruppo, a mantenere ancora intatto il buco posteriore. Ad Amanda, psicanalista, che ad ogni costo cercava di capire perché la pratica del coito anale non figurasse tra le nostre preferenze, non riuscivo a presentare motivazioni valide, atte a giustificare l’assoluta indifferenza che c’era sempre stata nei nostri rapporti rispetto a quel piacere sessuale.
Poiché la curiosità mi aveva largamente contagiato, decisi che, prima di indagare empiristicamente e scientificamente (?) su testi e in internet, la cosa migliore fosse affrontare direttamente il problema con Emanuele, col quale non avevamo mai avuto motivo di disagio o di reticenza di fronte a qualunque tema. Quindi, in maniera piuttosto lineare e semplice, una volta che ci stavamo rilassando dopo una bella scopata, gli chiesi. “Manù, ho sentito dalle mie amiche che tutte praticano il coito anale; noi invece non ci abbiamo mai nemmeno pensato. Come mai.” “Le tue amiche sono delle spudorate con tendenze depravate; e i loro mariti devono essere dei potenziali deviati, se fanno sesso nel culo; quella è una cosa che fanno solo gli omosessuali o quelli che lo sono senza saperlo.” Una risposta così categorica e lapidaria non consentiva e forse non meritava neppure una contestazione o un commento. Per quieto vivere, lasciai cadere il discorso e lo dirottai ad altro.
Qualche giorno dopo, per caso, ci trovammo tutti e quattro, genitori e figli, a pranzare, naturalmente col televisore acceso sul notiziario; e venne fuori, per coincidenza, la notizia di una retata, nella piccola borghesia di una provincia italiana, di gaudenti dediti a pratiche sessuali, anche “contro natura” (così si espresse il giornalista!) contro i quali però non era stata mossa nessuna accusa non configurandosi i “balletti” di qualsiasi colore (se ne parlava molto, al tempo) come reato ma solo come esempio di immoralità che riguardava solo la coscienza religiosa individuale. Emanuele spense violentemente l’apparecchio e imprecò contro “quei maledetti pervertiti, che in galera dovevano finire.” Anita e Mario, i nostri figli, nascosero una sghignazzata nel piatto della zuppa e mi guardarono con aria strabiliata. Feci segno di stare zitti e il gelo calò sulla tavola da pranzo. Emanuele non disse una parola fino alla fine del pranzo, poi uscì impettito, a coda ritta, quasi offeso dal nostro silenzio. “Non sapevo di avere un padre omofobo e razzista!” Commentò Mario. “E se per caso dovesse scoprire che il culo me l’hai fatto proprio tu almeno sei/sette anni fa?” Gli chiese Anita. Stavolta fui io a guardarla basita. “Cosa dici, bambina mia?” “Ma che cazzo di bambina? O credi per caso che mi sto conservando vergine e casta per il mio principe azzurro?” “ Aspettate, ragazzi: forse questa cosa merita un discorso più lungo, più chiaro e più sincero. Potete parlare almeno con me della vostra vita sessuale?”
“Mamma, non ti sembra un po’ tardi, per cominciare ad occuparti della nostra vita sessuale? Il tempo delle mamme che consigliavano alle figlie di stare attente alla coda del diavolo che i maschietti hanno tra le gambe, credimi, appartiene agli aborigeni; e purtroppo anche il tempo in cui le mamme consigliavano alle figlie di andare al consultorio per farsi prescrivere la pillola quando cominciavano a scopare; beh, anche quello è un tempo remoto. Io non so a che età tu hai cominciato ad avere contatti coi maschi, ma io a tredici anni masturbavo i compagni di scuola nei bagni o addirittura in classe, all’ultimo banco, da un taglio nella tasca dei pantaloni. Sono stata sverginata da uno che neanche più ricordo, avevo neanche quindici anni, lui ne aveva quasi venti e una sera d’estate, dietro le barche, mi disse solo “Ora si fa a modo mio” e fece tutto. Come ti ho detto, il culetto me lo son fatto rompere da Mario, determinatamente, perché sapevo che era un’esperienza dolorosa e ho preferito farla con uno che mi garantisse cautela e attenzione. Se ti interessa, sono molto brava a fare seghe e pompini, con ingoio; i sabato sera scopo nei cessi delle discoteche. Che prendo la pillola già lo sai e che esigo sempre il preservativo, per garanzia sanitaria te lo garantisco io. Se ti potesse fare piacere, frequentiamo anche un gruppo dove delle “tardone”, come si definiscono quelle come te ancora fresche e desideratissime, anche se hanno qualche anno in più, partecipano al nostro entusiasmo e rivivono la loro giovinezza con orgoglio, arricchendola di qualche nuova tensione. Le chiamano anche Milf, la mammina che mi scoperei, tradotto liberamente; e tu saresti la regina, perché sei la più bella e la più desiderabile. Credo che ingelosiresti anche me e ti odierei perché tutti guarderebbero te e ignorerebbero me. Ti servono altre informazioni?”
“No. Mi hai già sconvolto abbastanza. Non è facile accettare di essere tra il passato che tuo padre ha or ora testimoniato e il futuro che tu mi hai appena accennato. Ho bisogno di riprendermi e di riorganizzarmi.” Mario è stato zitto, ma non distratto. “Se tu fossi una tua amica e non mia madre, ti avrei già istigata a venire un sabato sera con noi a scatenarti con le Milf: sono certo che ci farei la figura più bella del mondo, se non ti presentassi come mamma ma invece mentissi e dicessi che sei una mia nave scuola (Ti devo spiegare che significa? O basta il senso?) … Molti sarebbero tentati di uccidermi per fare l’amore con te.” “Ragazzi, per caso siete impazziti?” “E saresti savia tu? Sono più che certo che il tuo culetto è rimasto vergine e intonso, con quel cavernicolo a gestirlo. E forse non saprai mai quale piacere può dare una bella scopata nel culo, specialmente se fatta con uno che sappia farla come dio comanda.” “Non far entrare dio nel mucchio delle tue porcate. Anita è stata ruvida e severa, ma mi ha detto quello che fa lei; a te non lo chiedo neppure: credo davvero che tuo padre dovrebbe prima venire da te a farsi sgrezzare e poi tornare da me a fare sesso come si deve. Ho capito che il mio treno è passato ed io sono rimasta ferma al binario; ma non è scatenandomi all’improvviso che posso rimediare ad errori passati.”
Anita sembra fremere; ha quasi le lacrime agli occhi. “No, mamma; non posso, non voglio, non devo accettare e non accetterò mai, per nessuna ragione, che una donna bella, intelligente, affascinante, calda e disponibile come te si faccia caricare tonnellate di catene addosso da un cavernicolo, buttando nel cesso decenni di lotte per la dignità delle donne. Sei mia mamma, sono parte di te; e forse questi discorsi non li dovrei fare, non a te, almeno; ma sono una donna e parlo a una donna. Ho sentito il brivido che ti ha preso quando ti ho detto che ho dato a mio fratello la mia verginità anale. Io non ho commesso nessun incesto; tu hai sentito il mio gesto come una bestemmia; io ti posso assicurare che è stata la conferma di un amore fraterno, al quale il cazzo ha posto solo il sigillo. E sono convinta che se tu facessi la stessa cosa, avrebbe esattamente lo stesso peso: l’amore di una madre certificato da un rapporto sessuale. Ma non devo e non posso chiedervelo, perché Mario, che conosceva il mio pensiero, non ha nemmeno per un attimo pensato di compiere un incesto con me; ma, nel tuo caso, si tormenterebbe a vita per averti fatto peccare contro le tue convinzioni religiose. Ma ti assicuro che, se trovi qualcuno che ti apre uno spiraglio nella porta di cui tuo marito nasconde la chiave, il mondo può avere un’altra prospettiva, forse anche per lui.”
Poi scoppia a piangere e cerca di scappare dalla stanza; Mario la blocca e me la spinge addosso: ci abbracciamo con amore feroce e mi trovo a baciarle tutto il viso con un’intensità che non mi conoscevo; ci troviamo a strofinarci i corpi, i capezzoli si rizzano a tutte e due e gli ossi pubici si sfregano appassionatamente. Mario ironizza, anche per interrompere la pesantezza del momento. “Questo è sesso. Vedete, ragazze, questo è il punto in cui l’amore materno e l’amore filiale si espandono e invocano la partecipazione del sesso per raggiungere il paradiso.” Guardo le punte dei nostri seni e mi rendo conto che, effettivamente, siamo madre e figlia, ma la tensione è anche erotica. Evito di baciare ancora Anita (e ci soffro in maniera infernale) e la stacco, a malavoglia, tanta malavoglia, dal mio corpo; Anita resiste e si rifiuta di allontanarsi, mi piange sulla spalla e mi bacia le guance inondandole di lacrime. Ho bisogno veramente di fare chiarezza con me stessa e di parlarne con qualcuno “terzo” che non ceda all’emozione e sappia aiutarmi a decidere. Credo che Amanda possa essere la più qualificata a darmi qualche consiglio e decido di incontrarla privatamente, anche in forma professionale se necessario; ma il gioco è pesante, comunque lo si valuti, e la posta non è solo il benessere mio o la serenità del matrimonio ma è soprattutto il rapporto coi figli e, probabilmente, la mia autostima. Le telefono e fisso un incontro per il pomeriggio dopo il lavoro, al solito bar.
Dopo che le ho vomitato addosso tutte le vicende che mi sono rotolate a valanga, dalle chiacchiere al bar sulla mia verginità anale alle scatto di mio marito di fronte alla “immoralità dilagante”, dalle rivelazioni dei miei figli che hanno segnato la mia appartenenza ad un mondo lontano, fino alle provocazioni che mi hanno mosso sul riappropriarmi della mia dignità di donna; alla fine della confessione, Amanda può solo dirmi che mi sono infilata in un brutto casino e che l’ho fatto già venti anni prima sposando un uomo su presupposti non del tutto chiari. Secondo le (e secondo i suoi dato scientifici) Emanuele è stato vittima da bambino di un tentato stupro - forse da parte di un uomo di chiesa, aggiunge; ma questo lo sa solo lui - e che da quell’episodio ha elaborato una fobia per il coito anale che è molto difficile da sradicare. Secondo lei, posso solo elaborare l’assoluta cancellazione dell’episodio e tornare nell’alveo in cui ci muovevamo prima dell’”incidente” facendo finta che niente sia successo. Mi fa presente che questa condizione è assai più diffusa di quanto io penso e che, per traumi infantili subiti, molte coppie vivono una quotidianità del tutto normale, tenendo però nascoste sotto il tappeto difficoltà di relazione legate a quei traumi infantili. L’alternativa, mi dice, è che chi può si gestisce personalmente i problemi con soluzioni che sembrano ai più poco ortodosse. Questo, però, non riesco a capirlo e le chiedo di precisarmelo.
“Beh!, per esempio una nostra cara amica ha scoperto dopo il matrimonio che la dotazione di suo marito non la può soddisfare perché lei è troppo più calda: l’amante colma il divario; lo stesso vale per altre per le quali la mancanza incriminata è quella di durata, o di preliminari, o di intensità. In tutti questi casi, la soluzione è uno, o più, amanti che provvedono a colmare il divario, spesso con la coscienza e la complicità dei coniugi accusati.” Sono assolutamente imbarazzata e incapace di orientarmi. “Per come parli tu, se non voglio distruggere il mio matrimonio, devo farmi un amante …” “Ma no: che stupidaggini mi attribuisci? Innanzitutto, devi valutare tu se questo limite di tuo marito ti pesa e quanto ti pesa. Ti ho già detto che, se le cose ti vanno bene come stavano, devi solo mettere sotto un tappeto questi avvenimenti, dimenticare tutto e vivere come hai fatto fino a ieri, con il marito che ti sei scelto (con tutti i pregi, ma anche coi difetti) e non muovere mai più il tappeto. Le altre soluzioni te le ipotizzavo solo se dovessi avvertire uno strano “prurito” per il quale non puoi chiedere aiuto ad Emanuele, ma devi rivolgerti altrove, eventualmente anche alle soluzioni che ti hanno indicato i tuoi figli. Invece, è a proposito dei figli che devi avere più attenzione. Avete capito che siete su mondi diversi, per quello che riguarda l’educazione sessuale e il vissuto fino ad oggi. Non può essere ancora così; ma tuo marito non cambierà mai atteggiamento e tu, se ti muovi male,fai sfracelli.”
“Cosa intendi dire?” “Aver capito che hai sbagliato a non prenderti cura dei tuoi figli piccoli non è un buon motivo per rivoluzionare le cose e al’improvviso essere partecipe del loro mondo: rischi addirittura di essere respinta e sentirti ancora èpiù lontana. Cercare di parlare almeno un poco di più, può aiutarvi; ma devi avere una cautela estrema e, soprattutto,cercare di non far capire a tuo marito che tipo di persone sono i vostri figli. Lui sicuramente reagirebbe male.” “Vuoi dire che, se sto ferma, mi prendo le coltellate; se scappo, mi prendo le pistolettate.” “Non ho io in mano né coltelli né pistole; posso aiutarti on qualche consiglio; ma devi essere tu a gestire un ostinato machista ancora più feroce perché si è rivelato sostanzialmente vecchio; e, dall’altro lato, due ragazzi in piena tempesta ormonale che non ti vogliono concedere niente e non ammettono che tu faccia la giovanile per entrare in sintonia con loro.” “I miei vecchi dicevano: questa è la ricetta: che Dio te la mandi buona. Come faccio a pagarti l’onorario?” “Hai pagato le consumazioni … E di che altro blateri? … Se ti viene voglia, o se ti capita per caso, fammi sapere come evolve la tua situazione. Ciao, carissima.” Torno a casa con mille interrogativi che mi ruotano nella testa e il timore che un ammasso infinito di nuvoloni si stia addensando sulla vita mia e della mia famiglia mi preme sul cuore come un macigno.
La prima, inevitabile aggressione viene, naturalmente, da Emanuele che, come ha osservato Amanda, vede comunque messo in discussione un suo principio di autorità ormai assolutamente fuori del tempo. L’attacco parte non appena ritorna a casa e chiede conto dei figli. Lo prendo con le buone. “Guarda, Manu, che stai parlando di due persone maggiorenni e autonome, verso le quali hai solo dei doveri giuridici; non pensare nemmeno per un attimo di imporre una patria potestas che era arcaica già presso i Romani; se ci provi e con modi non corretti, sarò io per prima che ti lascerò, non sarai tu cacciare fuori né me né i miei figli. Io ti consiglio di calmarti e di recitare la bella famigliola lo stretto necessario; se li forzi, paghi tutto e caro.” Sbuffa come un toro, ma si va a rifugiare nel suo divano con un giornale, senza neanche accendere l’apparecchio sul telegiornale preferito. I ragazzi arrivano gioiosi come è nella loro natura, ma la loro gioia si insabbia contro il muso duro del padre. Si mangia in allucinante silenzio. Al termine, i ragazzi si vanno a preparare per uscire ed Emanuele fa per alzarsi a fare una improponibile scenata. Lo prevengo. “Che fai?” “Vado a dire ai miei figli che devono rientrare secondo i miei ordini e rispettare le regole della civile convivenza!”
“Senti, imbecille che non sei altro. I MIEI figli sono le persone più educate, più civili, più rispettose della città; e sono anche le persone più ragionevoli, affidabili e ammirevoli del mondo. Se ti permetti di avanzare solo il più piccolo dubbio sul loro comportamento, tu esci da questa casa e non ci metti più piede; perché, ricordalo, questa casa è mia e tu non hai nessun diritto; perché qui a tirare la carretta ci sono io e le regole le faccio io; perché devi ricordare che, come dicevate una volta per prendermi in giro, io sono sempre la pantera da non molestare: se qualcuno mi tocca i figli, ne paga le conseguenze fino in fondo, anche se fosse il loro padre.” In quel momento escono i ragazzi: è evidente dai loro sorrisi che hanno udito tutto; ma Anita prima e Mario poi vengono a baciare ambedue sulla guancia e ci salutano. “Ciao mamma, ciao papà, noi usciamo con gli amici. Mamma, per favore non restare sveglia inutilmente; sappiamo come comportarci e come rispettare gli impegni.” Rimasti soli, un grande imbarazzo cade tra di noi; preparo due bicchieri e una bottiglia di brandy e li appoggio sul tavolino basso; invito Emanuele a prendere posto sul suo divano e mi accomodo sulla poltrona di fronte a lui e decido di sparare direttamente la domanda che da giorni mi assilla. “E’ stato Luciano?” Mi guarda come da un altro pianeta. “Lo sai che intorno a Luciano se ne dicevano di tutti i colori. Hanno tacitato tutto, ma qualcosa c’è stato. E’ successo anche a te?”
Sento che Emanuele annaspa, non riesce a respirare, sembra in preda a una crisi. “Ne vuoi parlare con me o dobbiamo rivolgerci a uno specialista?” Tracanna d’un fiato un primo bicchiere di alcool. “Ti fa male, bere così di colpo; fai con prudenza.” Riempie di nuovo il bicchiere e centellina lentamente. “Chi te lo ha detto?” “Nessuno; lo sai che del problema del rapporto anale avevo parlato con le amiche; sai anche che Amanda è una psicologa di grande qualità: ha dedotto subito che avevi subito un trauma infantile. Io conoscevo la vicenda dell’oratorio e non c’è voluto molto a sommare due più due. Tu che non hai mai avuto nessun tipo di problema con qualunque intemperanza sessuale, solo da quella situazione potevi avere accumulato una tale idiosincrasia per il rapporto anale. Ne vuoi parlare?” “Sarebbe difficile per te se ne parlassimo mentre facciamo sesso? Ho bisogno di riprendermi i miei spazi, quelli veri, dell’amore dei nostri venti anni, non quelli dell’imbecillità di un giorno.” “Solo se assumi un impegno, perché so che gli impegni li mantieni a costo di morirne.” “In cosa vuoi che mi impegno?” “Noi faremo l’amore sul nostro letto, ma io non scenderò da quel letto col culo intatto, a costo di lasciarci urla dolore e lacrime perché ce l’hai troppo grosso.” “Ho paura di non farcela, dopo tanti anni.” Lo prendo per la mano e lo guido verso la nostra camera.
Comincia a parlare mentre ancora io lo spoglio lentamente; e prosegue mentre è lui che mi sfila i capi a uno a uno, accarezzandomi lascivamente su tutto il corpo. Si ferma spesso, per baciarmi voluttuosamente e intrecciare nella mia bocca una infinita battaglia delle lingue; oppure mentre mi lecca saporitamente le orecchie, il mento, la gola, giù verso l’incavo tra le tette per agguantare un capezzolo e farmi urlare di piacere mentre me lo succhia voracemente. Per obbligarlo quasi a riprendere il racconto, lo spingo riverso sul letto e mi fiondo sul suo cazzo innalzatosi come un obelisco. Mentre lo succhio con passione, mi ricorda il clima di quegli anni lontani, l’oratorio dove ci ritrovavamo un poco tutti quanti e la miriade di vicende piccole e piccolissime che in quello spazio si intrecciavano, dai gruppi musicali che si costruivano e si sfasciavano dopo poche settimane, all’entusiasmo dei cinefili per gli immancabili cineforum e via via fino ai flirt e agli amorazzi che sbocciavano come funghi dopo la pioggia. Io non ero stata molto attiva in quelle iniziative, per una troppo tiepida partecipazione della mia famiglia alla vita parrocchiale: ma ricordavo ancora le migliaia di voci che si accavallano, pro e contro, quell’attivismo. Il centro delle iniziative era senz’altro un volontario assai giovane, Luciano per l’appunto, intorno al quale erano sorte infinite leggende metropolitane.
Nel suo racconto - confessione, Emanuele mi rivela però che di un episodio era stato testimone e, in parte protagonista, quello delle violenze sessuali subite da Orlando, un ragazzo della parrocchia intorno alla cui figura si scatenò uno scandalo infinito che, poi, fu in qualche modo arginato, ridimensionato e cancellato anche dalla memoria collettiva. Orlando, mi racconta Emanuele, era un ragazzino bello come un angioletto, coi riccioli biondi, l’incarnato roseo e la strutture delicata, fragile, femminea. A portarlo in oratorio era stato proprio Manu che lo aveva conosciuto nel quartiere e, vistolo fragile e senza protezione, gli aveva suggerito di cercare un gruppo per esserne appoggiato e difeso. Mentre parla, Manu ha cominciato a scoparmi sul serio; e le emozioni del ricordo si scaricano pari pari nella violenza con cui sottopone il mio ventre a colpi feroci, quasi ad entrarmi dentro con tutto lo scheletro: lo freno, a volte, o lo accarezzo, lo amo comunque e mi accorgo di amarlo ancor più di quanto avessi ritenuto fino a quel momento. Quando ricorda le condizioni in cui aveva trovato Orlando violentato da una mazza quasi asinina, Emanuele diventa quasi feroce e scarica sul mio corpo la violenza di cui era stato indirettamente partecipe. Lo calmo accarezzandogli la testa e assorbo in me il piacere che involontariamente mi dà.
Con grande sforzo, riesco a scavallarlo e a gettarlo a fianco a me, di fianco, senza perdere il contatto del suo membro dalla mia figa. “Calmati, amore, non ne hai colpa …” Cerco di consolarlo. “Ma tu non hai visto quel poveretto sanguinare e non hai lo hai udito piangere come un vitello. Ed ero stato io a presentarlo all’oratorio, a consegnarlo praticamente al carnefice.” “Esageri e lo sai: aiutare un giovane in difficoltà è un gesto di bontà; se poi finisce nelle mani sbagliate, non è colpa tua ma solo di un destino maledetto; e soprattutto non giustifica il giudizio assoluto e generale che tu esprimi su un modo di fare comunque l’amore; provare a trasformare quel gesto in un rapporto di vero amore, quello può servire anche a riscattare il male passato.” Emanuele non è affatto convinto, ma non è più neanche tanto sicuro di se stesso: le sue mani hanno infatti preso ad accarezzarmi le natiche ed il suo cazzo, per conseguenza, si è ancora più nettamente irrigidito dentro la vagina; mi stacco a malincuore, ruoto su me stessa e gli appoggio il culo al ventre spingendomi contro per sentirlo profondamente in me; tenta di infilarmi il cazzo in vagina, da dietro. Ma non è quello che voglio; voglio che mi rompa il culo, che mi svergini per la seconda volta nella nostra vita, che si perda dentro le mie viscere e che vi scarichi tutti i suoi patemi, con la più ricca, intensa ed appassionata sborrata che abbia mai fatto nella sua vita.
Emanuele cerca di fermarmi. “Tesoro, senza una giusta preparazione, ed anche una corretta lubrificazione, non puoi sperare di farti penetrare senza provocare un dolore indicibile che non è consentibile a nessuno, nemmeno ad una schiava. Lascia almeno che prepariamo il tuo culo alla grande scopata.” “Te ne intendi parecchio, per non avermene mai parlato.” “Perdonami, ho sbagliato tutto. Ma adesso voglio che tutto sia meraviglioso: ti voglio, voglio penetrarti fino in fondo, voglio possederti in tutto il corpo; ma voglio che lo facciamo con tutto l’amore del mondo, con tutta la passione di cui siamo capaci.” “Si, amore; lo voglio anch’io e con tute le mie fibre. Aiutami!” Con evidente sforzo si stacca da me, mi obbliga quasi a stendermi bocconi sul letto e prende a baciarmi il retro delle cosce a partire dall’incavo dietro le ginocchia: sento la lingua lambire sensualmente tutta la pelle dal ginocchio alle natiche e dentro la piega tra di esse, fino a raggiungere il forellino segreto; lo fa prima su una coscia, poi sull’altra e, quando per la seconda volta giunge all’ano, dopo avermi fatto vibrare per decine di piccole scosse elettriche che mi hanno fatto tendere come corde di violino pronte a suonare la musica più celestiale, affonda il viso tra le natiche e insinua la lingua nel forellino che cede notevolmente e si apre alla penetrazione del piccolo membro puntuto, mentre le mani percorrono tutti i lombi e s convergono al centro, sullo stesso foro, che forzano leggermente fino a che si apre a far entrare le punte dei due indici che dilatano il buco verso l’esterno,
Sento le nocche che entrano delicatamente: sono due, una per mano, e premono sui bordi dell’ano per costringerlo ad aprirsi; poi avverto che il medio della mano destra entra dentro profondamente e ruota per facilitare la dilatazione e la penetrazione, Il mio corpo illanguidisce a mano a mano che le manovre sul mio ano stimolano la figa a secernere sempre più liquidi vaginali; ma intanto Manu provvede a più riprese mettere in bocca il dito che andrà a penetrare l’ano e, di tanto in tanto, a sputare direttamente sul buchetto per lubrificarlo. Di colpo, avverto che due, forse tre dita sono entrate parzialmente nel canale e lo forzano, ruotando, a diventare più cedevole e disponibile; la l’utero sollecitato da dietro stimola continui umori vaginali che vanno a bagnare le dita che mi stanno aprendo. “Manu, ti prego, rompimi … adesso … fallo adesso …” “Non ancora, amore, non sei pronta … c’è bisogno almeno di un lubrificante; vado a cercare qualcosa in bagno …” “Ci deve essere della vaselina, usa quella.” Emanuele si allontana per qualche minuto; quando torna, sento sull’ano una sensazione di fresco pervadermi tutta la zona, mentre tre, forse quattro dita si fanno largo prepotentemente nel canale e sprofondano ruotando: la sensazione è che mi stia squarciando l’intestino con un piacere mai provato e incomparabile, Quando la punta della cappella si appoggia all’ano, la mia emozione è tale da portarmi ad un grande orgasmo.
Proprio mentre sono all’apice del godimento, sento la cappella che violenta con forza l’anello dello sfintere e supera il primo ostacolo. Urlo come un animale macellato; Manu si ferma e mi domanda se deve rinunciare; scuoto la testa con forza e non riesco a parlare ma solo ad emettere un suono gutturale che somiglia a un no. Si ferma un momento, si appoggia col ventre sul culo proteso verso di lui e, quando accenno a spingere indietro il culo, comincia ad avanzare cautamente nel mio retto. Il suo cazzo, nel momento della massima erezione, raggiunge i 22/23 centimetri: ed io li sento tutti, millimetro per millimetro, dolore per dolore, godimento per godimento, orgasmo per orgasmo, mentre mi attraversano il corpo e se ne impossessano con dolce violenza. Capisco, a quel punto, il vero senso del “sentirsi posseduta” ed amo del mio uomo anche quella parte che mi viola, che mi domina, che s’impadronisce, che mi fa male apparentemente, e che invece mi procura un godimento di cui non immaginavo nemmeno la possibilità.
Quando sento le palle picchiare sulla vulva, capisco che il mio amore è entrato tutto dentro di me; gli chiedo per favore di fermarsi e di tenermelo piantato duramente dentro: voglio sentire che sono io, stavolta, a possederlo, a tenerlo in me con tutto l’amore di cui sono capace, a mungerlo coi muscoli dell’intestino perché mi procuri tutto il godimento che è capace di estrarmi dal corpo. Poi Manu comincia a cavalcarmi e il movimento del cazzo che arretra nel retto fino quasi ad uscire per ritornare dentro, subito dopo, con una violenza quasi animale mi stimola emozioni nelle viscere che non avrei mai immaginato: sento che vagina ed utero, da una parte, e intestino, dall’altra concorrono a far cresce il godimento fino al parossismo dell’amore; l’orgasmo che sento montare nel corpo non ha niente di quello che conosco, è uno sconvolgimento che investe tutto il ventre. Quando sento che Manù spinge sempre più con violenza e con frequenza contro il mio culo portando il suo cazzo fino a zone ancora intatte dalla penetrazione; quando avverto il cazzo fremere e vibrare come scosso da elettricità, sento che anche tutto il mio basso ventre è agitato da una tensione nuova, da un fremito improvviso e avverto. “Sto per venireeeee.” Mi fa eco immediato lui “Sbooooooooorrrrroooooooo!!!”
Una tempesta di liquido si scarica nel mio ventre, in una lunga serie di spruzzi: per quanto abituata a sentirlo spruzzarmi sborra dappertutto e scatenare, conseguentemente, i miei orgasmi in sintonia, stavolta non riesco a capire neppure io che cosa mi si stia aprendo fra le cosce, forse addirittura un nuovo squarcio al piacere: in realtà sto semplicemente sborrando come non mi era mai capitato di fare. Cado di schianto sul letto seguita da lui che mi raccomanda di non espellerlo troppo in fretta se non voglio farmi squarciare. Restiamo per un po’ sdraiati, io sotto e lui sopra, mentre sento che lentamente il suo cazzo perde vigore e il mio sfintere riprende funzione e tende ad espellere il corpo che l’ha invaso. “E tu mi avevi tenuto nascosto tutto questo piacere per tanti anni!?” Rimprovero dolcemente mio marito che, più concretamente, mi avverte. “Stai attenta: l’uscita sarà anche più dolorosa dell’entrata; quando avverti che sto per estrarlo, respira forte e spingi come per evacuare; il dolore sarà ridotto.” Non mi faccio ripetere l’avvertimento: quando sento che il cazzo è ridotto ad una dimensione facile da spingere, respiro forte, spingo con lo sfintere e lui tira fuori con violenza il cazzo barzotto. Io urlo che mi sentono in piazza, poi crollo bocconi sul letto cercando di recuperare aria ai polmoni in difficoltà. Manu scivola via dal mio corpo, si stende supino accanto a me e lentamente entra in una sorta di deliquio, rutto del piacere provato, dello sforzo fatto e della gioia di avermi posseduta di nuovo.
Lo lascio riposare e provo a muovermi per andare in bagno; ogni millimetro dei lombi mi duole come fossi passata sotto uno schiacciasassi, ma sento dentro una gioia, una soddisfazione, un piacere che devono emergere anche dal volto e dagli occhi. Sono felice. Mentre torno dal bagno, dopo essermi ampiamente lavata, devio un momento in cucina, nuda come sono, per un bicchiere d’acqua. Proprio nel momento in cui sto bevendo, la porta si apre silenziosamente e i ragazzi fanno il loro cauto ingresso. “Buongiorno, nottambuli!” li sorprendo all’improvviso: la faccia di Mario è uno spettacolo comico quando si trova di fronte il corpo statuario di sua madre nuda; Anita, invece, assai disinvoltamente mi viene incontro, mi abbraccia e mi sussurra “Robe di lusso, eh?” “Sta zitta che sono tutta un dolore!” “L’hai fatto, finalmente. Com’è stato?” “Devo spiegarti come è e come ci si sente, dopo aver preso in corpo, per via “innaturale”, una mazza di 23 centimetri? Ho i lombi a pezzi ma non so dirti quanto sono felice!” “Domani, con calma, mi racconterai tutto. Ma sei sicura di quello che hai detto? 23 centimetri?” “Senti, tuo padre è lì che pisola, ancora tutto nudo e osservabile; ora è in riposo, ma sono certa che un’idea te la sai fare.”
“Dici che mi lasci guardare? Sai, è un sogno diffuso vedere almeno il cazzo del proprio papà!” “Chi ha detto che i rapporti sessuali tra i familiari possono considerarsi un’espansione di quell’amore che è obbligatorio? Va’, guarda e, se vuoi, approfitta: nello stato comatoso in cui l’ho lasciato, capace che ti scambia per me.” “Stai diventando abbastanza pazza per essere la mia mamma ideale?” “Chissà … sbagliare per sbagliare, preferisco farlo dando gioia a te e anche a me. Sono felice di trovare con te tanta sintonia.” “Mamma, ti amo; bada, non solo ti voglio bene come mamma, ma ti amo anche come donna.” Anita entra in camera e scopre suo padre che ronfa leggermente, supino, col cazzo ancora barzotto appoggiato sul ventre; si avvicina e lo manipola sapientemente; Emanuele si agita e nel sonno mormora “Anna, quanto ti amo!” “Non sai io!” Gli sussurra la figlia e si china a baciarlo sulla bocca mentre comincia una lenta masturbazione. Preferisco allontanarmi per non turbare l’idillio e sento che Emanuele geme di piacere per qualcosa che sta facendo Anita.
Mario si è rifugiato in camera sua: mi affaccio un attimo, vedo che è sotto le lenzuola e faccio per tirarmi indietro. “Non te ne andare, Venere; fatti guardare un poco.” Mi accosto e mi siedo sul bordo del letto; mi accarezza un braccio con una voluttà da brividi; per interrompere la tensione, gli chiedo come è andata la serata; fa una faccia annoiata. “Come vuoi che vada, se uno ha la testa da un’altra parte e non riesce a surrogare con niente il suo desiderio vero?” “Che intendi dire?” “Sono uscito di casa col desiderio del tuo culo vergine; neanche due ragazzine nuove che me l’hanno dato sono riuscite a dirottarmi: le ho scopate pensando a te, torno a casa e ti trovo, per la prima volta in vita mia, tutta nuda davanti a me , con un’aria da gatto che ha mangiato un esercito di topi grassi, perché finalmente il tuo uomo ti ha fatto provare quello che volevi; per concludere ti siedi nuda sul mio letto. Come devo sentirmi?”
“Cosa vorresti di più?” “Farti tanto di quell’amore da lasciarti in paradiso!!!!” “Esagerato!!!!” Mentre mi chino a baciarlo sulla guancia, sentiamo dalla camera il rumori inequivocabili di un grande scopata. “Ma da qui sentite così chiaramente quello che facciamo?” E’ la mia osservazione. “Ma se tu sei qua, con chi sta scopando papà?” E’ invece quella di Mario; lo guardo sorniona e lui quasi sbotta. “Eh cazzo, qualcosa qui non mi quadra: stamane quasi si ammazzavano, ora se la scopa; e io?” “E tu ti accontenti di qualcosa di meno, perché tuo padre ha fatto tutto il suo dovere, stasera, e mi sento i lombi massacrati; un altro giorno toccherà a te; anch’io ti voglio amare completamente e, visto che tuo padre si è convinto, è chiaro che il modo di vita cambierà.” “Ma, adesso, almeno un bacio serio te lo fai dare?” “Anche qualcosa di più; anzi, molto di più.”
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Categorie: Incesti