Inge
Non era facile neppure individuare la nazionalità, nella babele di persone che si incontravano quotidianamente nel paesino di villeggiatura dove io ed Erika ci eravamo rifugiati, come da anni, per trascorrere un paio di settimane in totale relax. Specialmente a pranzo e a cena, in uno qualsiasi dei localini di ristoro che erano sorti a decine dopo il "boom turistico" che il Paese aveva registrato, le persone che occupavano il tavolo accanto al tuo potevano provenire da uno qualsiasi dei Paesi del Continente, parlare una qualsiasi delle lingue del mondo, avere i costumi di qualsiasi civiltà: l'unica cosa che accomunava tutti era la voglia di vacanza; la difficoltà maggiore invece era quella di comunicare, spesso perfino coi camerieri, per le ordinazioni. Ma, normalmente, bastava la buona volontà, una certa improntitudine e una qualche infarinatura di inglese (o di tedesco) e si superavano anche gli ostacoli più gravi. Tra me ed Erika, io ero senza dubbio quello dotato del più alto tasso di faccia tosta: in molte occasioni lo avevo dimostrato inventandomi, dal nulla e con niente, situazioni di comunicazione agevole, fino all'amicizia, naturalmente estiva. Quella sera non ero molto in vena; e lo fui ancora meno quando, nella ressa di persone in attesa per cenare, ci trovarono un tavolo abbastanza rimediato in un punto a ridosso della cucina. Per colmo di sventura, il tavolo accanto risultò occupato da una famigliola, presumibilmente austriaca, formata da padre, madre e due ragazze, forse persino gemelle; i quattro costituivano il quadro perfetto della famiglia di quelle zona (Austria - Germania): il padre, pel di carota e faccia da gran lavoratore, mi ispirava una naturale antipatia che da sempre ho provato per i "mangiacrauti".
Le ragazzine - intorno ai quattordici anni, capelli lunghi biondo sole, a circondare un visino delicato, quasi diafano, dal profilo lievemente allungato - avevano tutti i caratteri dell'età, compresa l'inseparabilità dal telefonino anche a tavola. La mamma risultava la figura più anomala: capelli corti e corvini, occhi piccoli, scuri e intensi, vivaci, su un visino piccolo e tondeggiante, sembrava avere in comune con le ragazze solo o almeno soprattutto lo spirito vivace e goliardico che contrastava nettamente coi modi quasi burberi del marito. Senza volerlo e quasi senza rendermene conto, mi trovai più volte ad incrociare il suo sguardo con una sua strana reazione che all'inizio non riuscivo neppure a spiegarmi. Il nervosismo che a tratti sembrava prenderla, infatti, non trovava nessuna giustificazione valida tranne forse la pervicacia e la perfidia con cui il mio sguardo la perseguitava. Conoscendo l'importanza e il senso profondo che certe occhiate possono assumere specialmente in situazioni estreme come quella che vivevamo, mi divertivo quasi sadicamente a tenere lo sguardo fisso nei suoi occhi, rinunciando persino a scrutare i particolari della sua figura o del suo abbigliamento, rinuncia che invero mi costava parecchio, se pensavo ai miei normali comportamenti che prevedevano sempre, per qualunque donna entrasse nel mio campo visivo, l'analisi minuziosa delle caratteristiche fisiche e del gusto nell'abbigliamento. In sostanza, sin da quando la osservai la prima volta, quasi di sfuggita,mi scattò dentro una voglia di comunicare che si trasformò in uno sguardo intenso, quasi d'amore o di preghiera, che scatenò invece una autentica battaglia di sguardi: la mammina sconosciuta, quando incontrava i fulmini del mio sguardo, era costretta a percorrere con la vista tutto il locale, per ritornare, inevitabilmente, ad incontrare il mio sguardo che non aveva cessato un attimo di fissarsi nel suo, per quanto volutamente distratto.
La prima conseguenza fu una serie di movimenti nervosi, a scatti, che connotarono il suo atteggiamento: prendeva il calice del vino e attingeva un piccolo e breve sorso, quasi bagnando appena solo la punta delle labbra e facendo scorrere lo sguardo al di là del bicchiere, ad incontrare il mio sguardo. Oppure spostava gli oggetti, sul tavolo davanti a sé, con gesti nervosi, per andare a ricollocarli più o meno nello stesso punto. Qualche spunto nuovo lo offrivano le figlie, che le indicavano qualcosa incontrato sul telefonino e glielo mostravano per avviare un chiacchierio fitto nella loro lingua, di cui non coglievo niente, anche aguzzando al massimo le orecchie. Il colmo sembrò raggiungerlo quando, senza un motivo apparente, appoggiò per un attimo, lievemente, il viso sulla spalla del marito, quasi a porre un muro di ufficialità ("io sono una donna felicemente sposata!") contro l'invadenza del mio tacito corteggiamento. Questa soluzione le dovette apparire logica ed opportuna, perché per alcuni minuti si imbarcò in un fitto colloquio col marito che, da quanto potevo cogliere senza capire una parola, doveva riguardare le figlie, momentaneamente assenti per andare a visionare il banco dei dolci. Quando tornarono al tavolo, si aprì una nuova fase di chiacchiericcio fitto tra madre e figlie sulla scelta del dolce da preferire. In quella fase, la mamma perse tutto l'aplomb cosi tenacemente difeso fino a quel momento e il povero marito si trovò di colpo a lottare senza speranza con tre bambine golose (e la mamma più di tutte, nella fattispecie) finché arrivò il cameriere e l'ordinazione partì.
Ma il siparietto aveva fatto crollare le difese anti - sguardo e la battaglia con i miei occhi riprese, accompagnata dalle smorfie di delizia quando il cucchiaio con la torta al cioccolato si accostava alla sua bocca. Difficile dire, a quel punto, quanto pesasse il piacere del dolce o quello degli sguardi amorosi nel rendere più disponibile la sconosciuta; di fatto, cominciò ad incrociare gli sguardi quasi spudoratamente. Ma era già troppo tardi: Erika aveva pagato il conto e ci apprestammo ad uscire; quando, per pura formalità, mandammo un generico "buonasera" verso il loro tavolo, la mammina sconosciuta rispose in perfetto italiano "buon proseguimento di serata anche a voi"; le figlie sorrisero e il marito accennò un gesto di saluto; ma io mi sentii arrivare in faccia una doccia gelata: per tutta la sera avevo sterilmente giocato di sguardi e potevo intrecciare un dialogo ben più significativo. Le sorrisi amorosamente e sperai in un altro miracolo: tornare a incontrarla in quel girone infernale che, in quei giorni, erano il paese e il litorale. Ma forse i miracoli avvengono, qualche volta; o, forse, c'è da qualche parte un santo protettore degli incoscienti, un santo così potente da rendere possibile anche l'assurdo. Fatto sta che la mattina seguente, accompagnando, di malavoglia, Erika verso il mare, ebbi l'enorme sorpresa di notare che, a breve distanza dalla cabina - spogliatoio che avevamo preso in affitto, anche la bella famigliola austriaca stava operando gli stessi riti che tutti seguivano in quel caso, dal cambio di costume allo spargimento a iosa di oli solari vari. La sorpresa mi fece sbarrare gli occhi; e più ancora li sbarrai (se fosse stato possibile) quando dalla porta della cabina vidi emergere LEI la mammina ancora, per poco fortunatamente, sconosciuta.
Spiazzandomi completamente, ci salutò con uno squillante "buongiorno" che per Erika rappresentò la caduta della timidezza; forte anche del fatto che aveva recentemente frequentato dei corsi di tedesco, nel giro di una manciata di secondi, aveva fatto conoscenza e presentazioni per tutti e aveva immediatamente legato con le ragazze - che, peraltro, erano effettivamente gemelle - e si stava avventurando in suggerimenti per l'uso del Wi-fi in spiaggia. A me, di tutto il cicaleccio, interessò solo che LEI si chiamava Inge; di tutto il resto non avrebbe potuto fregarmene di meno; quasi mi sentii svenire, però, quando lei, passandomi rasente, mi sussurrò. "Ciao, occhi che parlano!" Trovai però la prontezza per risponderle. "Ciao, occhi che rispondono!" Il suo sorriso, che, come sempre, cominciava con un prezioso luccichio negli occhi per aprirsi nella dolcissima bocca che si apriva quel tanto da far intravedere il bianco dei denti; quel suo incantevole sorriso chiuse il breve dialogo intercorso tra noi e mi lasciò con un'indicibile desiderio di baciarla. Intanto, gli altri compagni di spiaggia avevano avviato un dibattito sulla proposta del capofamiglia, di affittare una barca e fare un giro di un paio d'ore, fino al momento del pranzo. Io non capivo quasi niente; Erika riusciva a cogliere abbastanza e mi riferiva. Pareva, quindi, che Inge avesse contestato la proposta appellandosi al fatto che, notoriamente, lei soffriva la fobia del mare aperto: il marito, che conosceva il problema, dovette darle ragione, anche se, evidentemente, era scocciato di dover rinunciare al suo progetto. Poi avvenne l'altro miracolo: una delle gemelle propose che ad accompagnarle fosse Erika, che aveva già cominciato a intrecciare con le ragazze brevi dialoghi in tedesco e poteva approfittare di due ore per approfondire; inutile dire che la mia partecipazione alla gita in barca non appariva nemmeno come vaga ipotesi.
Anche col sostegno di Inge che, non solo traduceva per noi, ma tifava apertamente per restare sola con me, si arrivò alla determinazione che Helmut, il marito di Inge, andò al gabbiotto, affittò la barca e i quattro si imbarcarono tra gridolini di gioia e spruzzi d'acqua. Io ed Inge restammo qualche secondo a guardarli allontanarsi, poi la tirai via dietro al gabbiotto delle barche e ci trovammo nascosti dalla spiaggia e, in qualche modo, fuori dal mondo. Ci scoprimmo, di colpo, con le labbra incollate: non so dire - e nessuno saprà mai - chi avesse preso l'iniziativa; la cosa vera era che ci divoravamo col bacio e ci stringevamo fino a farci male. Forse solo in quel momento presi coscienza del suo corpo quasi fanciullesco, nonostante l'età e il parto gemellare: il seno non grande, "da coppa di champagne" invitava a raccoglierlo tra le mani e baciarlo delicatamente, anche se i capezzoli, che si annunciavano grossi, maturi e compatti sotto la stoffa delicata del sopra del costume, invitavano ad altri piaceri. Altrettanto valeva per il culetto, piccolo, raccolto, compatto, alto su due gambe eleganti, perfette, pareva disegnato col compasso; eppure, al tatto, risultava pieno, morbido, invitante, sensuale. L'idea, mentre lo stringevo quasi con forza tra le mani, di poterlo tirare contro di me e di farlo aderire sul mio ventre abbracciandola da dietro, mi esaltava al limite dell'orgasmo. Ero uscito con indosso solo un pantaloncino assai largo che recava all'interno una sorta di rete a mo' di mutanda: mi risultò quasi semplice, mentre ci stringevamo con tutto il corpo appiccicato all'altra, far ruotare più volte il bacino finché il mio sesso osi adagiò sotto il suo pube, sulla stoffa della parte inferiore del bikini (naturalmente nero, il colore che sembrava preferire e che aggiungeva fascino) e chiaramente le stimolava il sesso nonostante l'ingombro dei vestiti.
Mi tornarono alla mente episodi della post - adolescenza, quando si lottava a lungo per giungere ad appoggiare il sesso, possibilmente nudo, fra le cosce di una ragazza, categoricamente al di qua delle inviolabili mutandine, e ci si affannava per giungere a scaricare l'ardore dell'età dietro le cosce. Mi mossi convulsamente avanti e indietro, più volte, mimando un coito normale e la sentii gemere, nonostante le nostre bocche fossero sigillate in un bacio cannibalesco che non accennava ad esaurirsi. Avevo quasi deciso di comunicarle quella mia sensazione, quando lei interruppe il bacio e parlò per prima. "Tu devi essere un demone: mi hai fatto raggiungere un orgasmo che non accenna ad esaurirsi praticando un sesso infantile, quello che praticavo da ragazzina coi primissimi amori. Sei stato capace, alla mia età, di farmi fare esattamente quello che le mie figlie sicuramente fanno già o almeno spero che facciano, senza andare ancora oltre! Solo per questo, ti dovrei cacciare via in malo modo; e invece mi induci a fare quello che da tempo non ottengo da mio marito, sesso con tanto amore, a recuperare le emozioni della mia fanciullezza e a comportarmi come le mie figlie." "Sei pentita? Ti dispiace?" "Ma no, cosa dici. Il problema adesso è piuttosto che questo assaggio ha instillato il desiderio, anzi la voglia, ed io, che ho già commesso l'errore di fare l'amore con te, qui, in piedi, a rischio di incorrere in una figuraccia epica, se non di più; adesso, io che mi sono comportata da ragazzina incosciente, ti voglio da donna, voglio sentirti dentro di me, voglio amarti ed essere amata, fosse anche solo per due ore, anzi un'ora e mezza, a questo punto. Ma non posso proportelo ancora qua." "Se te la senti, il mio alloggio è solo al di là della strada."
"Andiamo." Ancora una volta mi lasciava di stucco, ma ero felice di prenderla per mano e condurla al mio alloggio. Considerata la tenuta in cui ci muovevamo, la cosa più semplice fu liberarci, io del pantaloncino e lei del bikini; in pratica, eravamo nudi appena varcata la soglia; ma neppure potei godermi lo spettacolo del suo corpo nudo, perché non facemmo altro che riprendere a baciarci là dove avevamo interrotto. Anche se avevo chiara la sensazione che Inge volesse continuare a baciarci all'infinito, quasi per scaricare tutta la nostra voglia divorandoci letteralmente le bocche e i volti, affidando alle mani il compito di esplorare i corpi e conoscerli anche nelle pieghe; anche se la stessa emozione valeva anche per me; non mi pareva logico utilizzare il poco tempo che avevamo continuando a baciarci come ragazzini: anche Inge aveva parlato di un rapporto più maturo; la staccai da me e mi chinai a baciarle i seni: i brividi che la colsero quando le mie labbra si chiusero su un capezzolo la convinsero a spostare l'interesse e si lasciò percorrere tutto il corpo dai miei baci. Quando ebbi ricoperto i piccoli seni di baci liquidi, lasciandoli umidi di saliva, la spinsi delicatamente sul letto, le sollevai le ginocchia e poggiai la bocca sul suo sesso che si offriva come un fiore appena sbocciato. La sentii fremere in tutto il corpo e, in breve, autentiche urla - che dovetti soffocare con una mano, per non allarmare il vicinato - le sgorgarono spontanee dal sesso e dal cuore, prima che dalla gola e dalla bocca. Mentre a malapena si riprendeva dalla violenta emozione, con una strana voce roca mi sussurrò. "Prendimi, voglio essere tua, solo per poco ma con tutta me stessa!"
Mi distesi su di lei, le divaricai le gambe e la penetrai con lentezza - per assaporare ogni momento dell'evento - e con dolcezza, perché fosse una vera fusione. Non ebbi bisogno di muovermi molto. Inge mi strinse le gambe intorno al corpo e si spinse il più profondamente possibile verso di me, finché i due sessi risultarono quasi inestricabili. Sentendo che il piacere arrivava al culmine, le chiesi se era protetta; mi rispose che da quando aveva partorito, purtroppo problemi non ce ne sarebbero più stati. Mi limitai ad accarezzarle il viso. L'orgasmo che ci colse fu improvviso, violento, lunghissimo; lei lo accolse quasi piangendo, io mi sentii sciogliere in lei e sentii che veramente lei diventava quasi qualcosa di mio. Lentamente, e quasi con dolore, Inge si sciolse dall'abbraccio in cui mi aveva imprigionato e si distese sul letto; io mi spostai dal suo corpo e mi distesi a fianco a lei. Subito dopo, Inge andò in bagno a ripulirsi, poi tornò a stendersi al mio fianco. Mentre ci riprendevamo dall'enorme emozione appena vissuta, Inge si abbassò sul mio inguine e prese a carezzarmi il sesso con la lingua e con la bocca; la presi, allora, per i fianchi e la spostai fino ad avere davanti al mio viso il suo inguine; ma il mio obiettivo era il suo culetto che non ancora avevo ammirato come avrei voluto. Presi a leccarlo appassionatamente fin nelle profondità fino a infilare la lingua direttamente nell'ano; sentii che aveva un moto di sorpresa e temetti che provasse disgusto. "Se ti do fastidio, dimmelo e smetto. A me piace da morire." "No, no, nessun fastidio, solo sorpresa. Sai, un poco mi vergogno, ma quella parte di me non ha mai trovato ammiratori e quindi sono rimasta sorpresa."
"Vuoi dire che non solo non hai mai praticato il coito anale, ma che addirittura non hai mai fatto nessun giochino sessuale con il tuo meraviglioso lato B?" "puoi anche non crederci, ma il mio culetto è totalmente vergine. ... Ma tu riusciresti a fare sesso ancora una volta?" "Oddio, in condizioni normali ti direi che non ci penso neppure. Ma, se sei tu a chiedermelo, e nelle condizioni in cui siamo, allora ti dico che, se mi va male, poi ti prego solo di chiamare in modo anonimo il pronto soccorso e lasciarmi a crepare con l'immensa gioia di averti amato fino alla morte." "No, niente di tanto drammatico, almeno per te. ... Io non posso accettare che di queste ore assolutamente straordinarie un giorno mi debba restare solo un ricordo, per quanto meraviglioso. ... Io voglio portarmi qualcosa che sia solo mio e che non potrei mai dimenticare, neanche se volessi." "Scusami, ma non riesco a seguirti: cosa potremmo fare per rendere indelebile il ricordo?" "Posso dare a te la verginità che mi resta e tu puoi prenderla con l'amore che finora mi hai dimostrato." "Inge, ci hai pensato almeno un po'? Ti rendi conto che in poco più di un'ora tu vuoi passare dal sesso tra ragazzini alla perdita della verginità anale, con un uomo che quasi non conosci?" "Io so che dopo vent'anni tu mi hai fatto rivivere i miei sedici anni; io so che ho sentito nel sesso fatto con te tutto l'amore che da quindici anni chiedo all'unico uomo con cui faccio sesso e che non sono riuscita ad avere. Io voglio regalare la mia verginità a me e all'amore che oggi mi riempie. Il fatto che il sesso che mi svergina sia il tuo è solo il frutto dell'amore che mi hai saputo trasmettere sin da ieri sera, con lo sguardo." Difficile, se non impossibile, contestare in qualche modo la dimostrazione. Neanche a dirlo, io ero decisamente entusiasta di cogliere quel fiore tanto particolare che mi veniva offerto con tanto amore e con determinata convinzione. Ritenni però di fare presente ad Inge le oggettive difficoltà insite alla semplice penetrazione di un membro notevole come il mio in un forellino così delicato, piccolo e non avvezzo a quella pratica. Si appellò alla mia delicatezza e si dichiarò fiduciosa che avrei ridotto al minimo i problemi e le conseguenze. Mi ricordai che Erika aveva preso l'abitudine di usare un lubrificante per suoi problemi vaginali e, ritenendo che poteva funzionare anche per l'altro percorso, andai a prenderlo e lo usai per ungere abbondantemente le parti interessate. Quando tutto fu pronto, chiesi ad Inge di sistemarsi in maniera da guardarmi negli occhi, mentre la penetravo, e, al tempo stesso, di fissare in mente le sensazioni e le emozioni di quel momento; mi avvertì. "Forse in quei momenti ti dirò cose che non vorresti sentire; ti prego di dimenticarle immediatamente, se non ti interessassero." "Allora, per essere chiari e non sorprenderci, comincio io a dirti che ti amo, e non solo per questo momento. E tu farai il favore di dimenticare, domani, per non mettere in crisi la tua famiglia. Ma niente potrà cancellare l'amore vero di questo momento." Mentre confessavo questo, avevo accostato il sesso al culetto e cominciavo a penetrarla; Inge soffrì un poco, all'inizio, ma strinse i denti e mi fece cenno di andare avanti, anche se aveva le lacrime agli occhi dal dolore; per un attimo, fui tentato di tirarmi indietro, ma non ci voleva un genio per capire che, a quel punto, la cosa migliore era dare l'ultima spinta e attendere che il piacere prendesse il posto del dolore. Lo feci ed entrai completamente in lei. Dopo una smorfia di dolore, avvertii nettamente che il piacere montava in lei. "Ti amo, ti amo: era questo che volevo e dovevo dirti; ma tu l'hai detto prima di me. Lo so che fra un'ora dovrò averti dimenticato; ma ora devo dirtelo che sto vivendo il momento più esaltante della mia vita e questo non me lo toglierà mai nessuno, anche se dovrò tenerlo stretto nel punto più segreto del mio cuore. Ora lascia che lo urli; e, se me lo ripeti, posso solo sentire un coro di angeli nel paradiso dove il tuo amore mi ha portato, anche se con una sofferenza che è già dimenticata. Ti amo, ti amo, ti amo." "Anch'io ti amo, con tutto me stesso, sento di appartenerti esattamente come sento che tu appartieni a me, adesso, in questo mondo che è solo nostro. A quello che ci aspetta là fuori, penseremo dopo; ora ti amo e il mio amore sta per inondare il tuo corpo." "Si ti sento; anch'io sto per riversare sulla parte di te che è dentro di me tutto l'amore che esplode in questo momento e da un percorso che non conoscevo e che non ritenevo esistesse." "Niente di strano, Inge; solo una meraviglia che avviene poche volte: abbiamo avuto un bellissimo orgasmo che è stato simultaneo, come può accadere solo a due che vivono un immenso amore. E, per di più, il fatto che per te fosse la prima volta ti ha procurato un orgasmo anale, che è l'altra meraviglia che l'amore ti ha offerto." Ci tenevamo stretti, ancora uno nell'altra, immersi un una magia straordinaria. Poi uno sguardo quasi casuale alla sveglia fu la doccia fredda che ci cacciò via dal paradiso e dovemmo tornare sulla terra a rotta di collo. Cercai di uscire da Inge con la massima delicatezza, ma il processo non fu indolore e lei l'accompagnò con due smorfie, la prima, veloce, fu di dolore e la seconda, più pacata, fu un sorriso (quel sorriso che mi aveva tanto incantato e che accolsi con un bacio lieve) per dirmi che tutto era a posto. Si precipitò in bagno per mettersi in ordine; io, dopo di lei, mi sciacquai velocemente; poi, io indossai il mio pantaloncino, lei rimise il suo bikini nero, che puntualmente io baciai nei punti cruciali, e ritornammo sulla battigia, in tempo per vedere la barca dei familiari che tornava a riva. Naturalmente, le ragazze erano tutto un fermento di gioia, di racconti che si intrecciavano e si accavallavano; Helmut ed Erika, invece, avevano qualcosa che turbava, anche nei gesti più semplici e normali; guardai Erika negli occhi e bastò quello a farmi capire che c'era qualcosa di grosso nell'aria. Mi diede la conferma Inge che mi sussurrò. "Le ragazze hanno visto che si baciavano ed anche di più." "Anche Erika mi ha fatto capire che qualcosa è successo. Cosa pensi di fare?" "Mi ami anche qui fuori? Ti fidi di me? Ti prometto che loro la prossima notte la passeranno amandosi; ma io e te avremo una notte infinita d'amore. Ci stai?" "Innanzitutto, loro avranno una notte di sesso come qualsiasi puttana col suo cliente. Io e te ci ameremo, più di quanto ci amiamo in questo momento; e, se ci riesce, torneremo nel paradiso da cui siamo appena usciti." "Ti amo, anche su questa terra, anche fuori dal sogno; e stasera mi farò amare anche per altri motivi." Intanto fervevano i preparativi per andare insieme a pranzo e si progettava la serata. Erika, in un momento in cui si trovò per caso accanto a me, mi disse. "Puoi organizzarti per dormire fuori, stasera?" "Nessun problema. Bada però che stamane ho fatto un po' di disordine." Si dovette limitare a guardarmi strano, perché Helmut la prese per un braccio e si avviarono al ristorante. Inge mi si accostò ed era chiara la curiosità. "Erika mi ha avvertito che stasera dormiranno nel nostro alloggio e mi ha detto di trovarmi un letto per dormire." "Se ti invito nel mio, ti può star bene?" "A meraviglia. L'ho anche avvisata che ho fatto un po' di confusione in camera. Forse cercherà di sapere anche da te cosa ho fatto." "Dici che le racconto la verità?" "A questo punto tutto va bene. Però rifletti. Io ed Erika sappiamo che quando uno dei due trova un altro interesse, semplicemente se ne va. Di te e di tuo marito neanche capisco come lui si possa permettere certe cose davanti alle figlie." "Stasera, quando riusciremo a parlare, tra un'effusione e l'altra del nostro amore, ti spiegherò molte cose. Ti posso anticipare che non sarà solo stasera, ma dovrai trovarti un letto almeno fino a fine settimana." "E potrò contare sul posto accanto a te, fino ad allora?" "Se accetti il rischio di innamorarci in maniera irreversibile, ti aspettano con ansia non solo le mie braccia, ma tutto il mio corpo, anima e cuore compresi." Fortunatamente, l'arrivo al ristorante chiuse il discorso.
Il pranzo scivolò via tra assurde manovre: gli sguardi che io ed Inge ci scambiavamo continuamente, non con l'intensità della sera precedente, ma con una carica di comunicativa e di passione che diventavano a volte colpa palese; ma i maneggiamenti e le palpate tra Erika ed Helmut erano al limite - ed oltre - della decenza; per giunta, c'erano le ragazze che godevano a "mettermi in mezzo" per la mia scarsissima conoscenza del tedesco, che consentiva loro di creare trabocchetti e giochi per mettermi in ridicolo. Alla fine del pasto, comunicai che avevo bisogno di un poco di relax e che mi chiudevo nella nostra cabina - spogliatoio; Erika ed Helmut ero certo che sarebbero andati nel mio alloggio a festeggiare il loro nuovo rapporto; non sapevo cosa avrebbe fatto Inge, anche per via delle ragazze; ma decisi di non indagare per non insinuare sospetti. Mi ero ritirato da pochi minuti e avevo lasciato aperto uno spiraglio di porta, per l'aerazione; sentii un lieve tocco alla porta ed Inge chiese. "Posso?" "Certo che puoi, amore; forse dovrei dire che devi." Mi alzai dal materassino che avevo steso a terra ricoperto da un telo da mare e, appena in piedi, l'abbracciai con passione e cominciai a baciarle il viso; poi mi prese la frenesia d'amore e cominciai a carezzarla dappertutto, stringendola per le natiche contro il mio ventre, al punto che gli ossi pubici sembravano quasi voler fare scintille, scontrandosi; infilando una mano fra noi due, mi spostai il pantaloncino e poggiai il sesso, duro da farmi male, fra le sue cosce, immediatamente sotto lo slip del costume; poi cominciai a mimare un amplesso; fu Inge allora a portare la sua mano fra le cosce e ad armeggiare finché il suo sesso fu accessibile dal mio, nonostante il debole diaframma dello slip, e lei lo guidò a penetrarsi nonostante la difficile posizione in piedi.
Ero in estasi per quello che mi stava succedendo; e sentivo di amare sempre di più questa strana donna, all'apparenza disarmata e timida, ma che dimostrava passione, sensibilità e inventiva. Mentre mi muovevo dentro di lei e cercavo il suo e il mio piacere, mi bloccò, sfilò il mio sesso, ruotò il corpo all'interno del mio abbraccio e si appoggiò a me con la schiena. "È stato meraviglioso, stamattina, farlo da dietro. Ti va di rifarlo?" "Lo sai che, in piedi, potrebbe risultare difficile e doloroso?" "Però così possiamo baciarci, mi puoi accarezzare i seni, puoi farmi sentire di più il tuo amore; se il dolore fosse troppo forte, ti chiederò io stessa di fermarti." "Dio mio, ma non siamo neppure un poco lubrificati!" "Allora, non vuoi?" "Amore mio grande ..." Non riuscii a dire altro. Mi prese il membro e lo guidò, praticamente si penetrò gemendo, non so più se di piacere o di dolore, si girò con difficoltà e ci baciammo in quella posizione, anzi ci divorammo di baci, mentre io le tenevo stretti i piccoli seni prendendoli da dietro e lei usava le mani per regolare il movimento del mio bacino per calmare le fitte della penetrazione. Quando finalmente ci accorgemmo che ero tutto dentro di lei, con le sue natiche schiacciate sul mio ventre, a suscitare nuove ed irresistibili eccitazioni, quando insomma fummo una sola cosa, Inge mi suggerì. "Adesso fammi tanto amore e fammi godere come stamani." "Amore, non è dipeso da me, non so se succederà ancora ..." "Ti sbagli; io ho le stesse emozioni di stamane, anzi amplificate; e sento che sei più forte di stamani; spingi con tutto il tuo amore e cerchiamo l'orgasmo insieme." Come si fa ad obiettare? Spinsi con tutta la potenza del mio amore; e l'orgasmo arrivò, simultaneo ed anale, come lei desiderava.
Poi si presentò il problema del "dopo" in un gabbiotto di legno due metri per due. Eravamo appena riusciti, con molte cautele e qualche sofferenza, a sganciarci, quando la sentii gemere. "Oddio, devo correre ..." "L'unica è il bagno del bar; ce la fai ad arrivarci?" "Si, ma non ho niente ..." "Prendi questi, poi passa dalle docce." E le consegnai un pacchetto di fazzolettini di carta. Scappò via; io indossai un costume e con quello andai alle docce; mentre ancora mi crogiolavo sotto l'acqua, arrivò Inge e, mentre prendeva posto sotto un getto, mi sussurrò. "Ma quanta ne avevi?" "Ma quanta me ne stimola l'amore per te?" "Credi davvero che sia l'amore?" "Normalmente sono più avaro. L'unica variante sei tu ... e l'amore che provo per te." "Sono felice di avere incontrato ancora il nostro paradiso." Ma, come per tutte le cose belle, dietro l'angolo stavolta c'era l'ansia di Inge. "Chissà dove saranno gli altri?" "Io potrei giurare che Helmut ed Erika stanno facendo sesso nel mio alloggio. Ma il padre dove avrà lasciato le ragazze?" "Questo non è difficile da indovinare: ai videogiochi, come fa sempre." Inge indossò sul costume un pareo; io indossai il solito pantaloncino e insieme ci avviammo all'hotel dove alloggiava Inge; le ragazze erano là e fu semplice recuperarle; Helmut non era in hotel, neppure in camera che risultava vuota; non restò che attendere il ritorno dei "piccioncini" che si presentarono dopo una mezz'oretta freschi e pimpanti. "Cosa ci hai combinato stamane in camera?" Fu l'esordio di Erika; provocatoriamente, esplosi in una sonora risata chiaramente falsa; i coniugi tedeschi si girarono con stati d'animo diversi, evidentemente. Feci finta di sentirmi in dovere di spiegare, ad Inge naturalmente, perché lui non capiva. "Allora, Erika è andata a farsi sbattere da tuo marito nel mio alloggio e viene a lamentarsi perché l'ha trovato in disordine. Non è ridicolo, per lo meno?"
"No, ho solo visto che avevi scopato e mi piaceva sapere con chi l'avevi fatto." "Tanto per chiarire, almeno questo dovresti saperlo: io non scopo, neanche con una stronza come te; io AMO, capisci, o, al massimo, faccio l'amore; le scopate le lascio a te e a quelle come te. Se hai tanto desiderio di saperlo, io stamane ho scoperto di essere innamorato. Siamo in presenza di testimoni e, se ti fa comodo, puoi anche tradurre per il tuo nuovo amante. Io mi sono scoperto innamorato e in poche ore sto arrivando a un punto di non ritorno. Quello di cui sono certo è che, quando chiuderemo questa breve villeggiatura, il tuo ruolo tornerà ad essere quello di una delle impiegate nella mia agenzia: siamo stati bene insieme e mi dispiace chiudere così; ma è finita. Per quel che riguarda la donna di cui mi sono innamorato, per ora è meglio che tu non sappia chi è: per ora ti è costata il rapporto con me; non vorrei che ti costasse anche di più perché la mia vita nel prossimo futuro ruoterà intorno a lei e potrebbe anche cambiare tutto." "Stai dicendo che potresti chiudere l'Agenzia per amore di questa sconosciuta?" "Non so nulla, per ora; se fossi meno stupida, ti confiderei che mi sento un sedicenne di fronte all'amore e non riesco ancora a ragionare. Spero di recuperare la ragione. In questo momento non so cosa sarei capace di fare." "Tutte sappiamo che ci innamoriamo di te per quel ragazzino che hai dentro e che non ti impedisce di essere attento e produttivo. Quello che non accetti è che col tempo una si stanca di starti ad ammirare e si cerca qualcuno che la scopi da maschio e non da poeta. Anche a me dispiace che sia finita ma forse è meglio così."
Erika scappa da Helmut; Inge mi guarda quasi con commiserazione. "Ti spiace se uso una parolaccia?" "Perché?" "Come puoi aver amato una che preferisce il cazzo bestiale di Helmut alla tua sensibilità?" "Hai sentito che il fanciullino dentro di me deve star zitto, quando lavoro. Quindi, può anche esserci un momento in cui ti convinci che una ragazza senza tanti pensieri possa farti stare più quieto. Poi, se lei non ti caccia, sei tu che decidi di cacciarla perché era tutto sbagliato. Quando poi si incontra l'amore, la frittata è anche più grossa. E comunque, non ti offendere, ma in questo momento mi sto innamorando di una donna meravigliosa che però quel cazzo bestiale l'ha sposato e ci convive da più di quindici anni sopportando le umiliazioni che quel selvaggio le procura continuamente. E questo, credimi, è assai più difficile da capire e, forse, da spiegare." "È vero. Ti ho chiesto e ti chiedo di pazientare fino a stasera; poi ti racconterò tutto e, forse, potrai avere - o trovare, se ti interessa cercarle - delle spiegazioni. L'unica cosa che devi sapere è che ti potrai trovare coinvolto in qualcosa che va al di là del normale e che forse il pericolo maggiore viene dall'esserci innamorati così di colpo e, più ancora, dal fatto che tu non esiti a mettere a rischio, per amor mio, tutta la tua vita. Non sopporterei che tu ti facessi del male per colpa mia." "Inge, ricorda che anche Erika ha detto poco fa che, quando metto da parte il fanciullino, divento un mostro di attività. Se c'è in ballo la mia vita, il fanciullino va a giocare da un'altra parte e io divento efficiente, funzionale, cattivo. Non preoccuparti per me, preparati a scegliere per te."
"Perché stai cercando di spaventarmi?" "Sto solo avvisandoti che la mia Agenzia di indagini industriali sta raccogliendo delle informazioni e che presto dovrai prendere delle decisioni." "Così mi fai ancora più paura." "Inge, non si può parlare qui di queste cose. Stasera ti chiederò chi è Karl, per te e per le tue figlie, e che c'entra Alexander con tutta questa storia." "Oddio, come sai tante cose?" "Il fanciullino ti ama alla follia, senza se e senza ma; il professionista lavora lucidamente, con intensità e anche con ferocia, come suggerisce l'avvocato Alexander Schmidt. A proposito di lui, fino a che punto è innamorato di te?" "Se usi il verbo come lo intendi tu, mi ama forse più di te, perché lui ama in me anche un amico che ha visto morire tra le sue braccia e che forse amava, da omosessuale qual è, più di quanto potesse amare me. Non ne sapevo niente, ma adesso mi è chiaro che sta pagando col dolore la colpa di avere cercato di essermi sempre vicino. Se pensi a questo amore, nessuno potrà mai amarmi quanto lui, perché in me, e soprattutto nelle mie figlie, c'è la memoria di Karl." "Io adoro quest'uomo e lo adoro perché lui è quella parte della tua vita che mi è ancora ignota." "E sono certa che anche lui direbbe di te lo stesso. Tu sei la continuazione, sedici anni dopo, di Karl; e Alex è l'unico al mondo, oltre a me, che può intuirlo." "Ti fidi ancora di lui?" "Senza nessun dubbio, nessuna esitazione." "E allora preparati ad ascoltare da lui consigli che forse non ti aspetti." "Adesso l'uomo del mistero diventi tu ..." Sorrisi e lasciai cadere il discorso.
In quel momento squillò il cellulare di Inge che parlò a lungo ed alternava espressioni che mi sembrava di leggere; intuivo che, quasi evocato per magia, Alexander si era rifatto vivo dopo sedici anni e le parlava di cose importanti; ad un certo punto guardò con intenzione dalla mia parte e capii che Alex, come sentivo che lei lo chiamava, le stava parlando del ruolo della mia Agenzia anche nel rintracciarla. Mi sembrava spaventata, ma aveva la solita grinta di chi non molla; le chiesi se poteva passare al vivavoce. "Stasera, ho detto!" Potevo solo arrendermi. Parlarono ancora a lungo, poi lei indossò il pareo, raccolse la borsa e si guardò intorno; non mi ci volle niente per intuire e le indicai la sede della banca sul marciapiede opposto; mi lanciò uno sguardo feroce mentre i suoi occhi cominciavano a sorridere. In quel momento arrivò Erika che mi avvertì. "Gilda ti ha cercato sul cellulare di servizio ... " "E dov'è il mio cellulare?" "L'ho preso io." "Sai quante persone ho licenziato per stupidaggini meno gravi?" "Ma io non pensavo ... " "Ecco, tu non pensi; e non sei pagata per pensare e neanche per entrare nel privato dei tuoi dirigenti." "Scusa, ho sbagliato ... Cos'è questa storia della grande caccia?" "E hai la faccia tosta di chiedere? Da quanto non hai contatti con l'Agenzia? Hai capito che ora il ruolo di prima operatrice è di Gilda, perché tu ti sei distratta? Hai capito che sei fuori da questa faccenda? Posso solo dirti che è un bene per te, se ne sei fuori." Inge mi guardò con aria interrogativa. "Scusa, ma tu non devi andare in banca?" "Si, si, vado; solo fammi assorbire questa nuova situazione." Le feci segno di andare.
Erika era ancora lì, impietrita, che cercava una plausibile spiegazione a quello che le stava esplodendo intorno: squillò il mio telefono di servizio: era Gilda che si beccò immediatamente i primi urli per aver rivelato affari di agenzia a una che non c’entrava; lei naturalmente mi obiettò che Erika era tutt’altro che estranea quando era cominciata la vacanza. "Già! Peccato che adesso rischi di trovartela con la controparte." Naturalmente non riusciva a rendersi conto. "Ha appena finito di scopare con lui!!! " Non vedevo il viso ma il respiro che si bloccava potevo avvertirlo e chiariva tutto. "Scusami, capo, ma proprio non potevo immaginare!" "Forse ora avrai capito che devi aspettarti anche l’assurdo, sempre. Ad ogni modo, dimmi." Il racconto minuzioso, preciso, ricco di particolari, dimostrava innanzitutto la qualità delle persone che lavoravano con me; mi diede il quadro di una vicenda stranissima, ricca di sfaccettature e dolorosissima: ma, al tempo stesso, raccontò di un tentativo di frode industriale unico e che coinvolgeva l’unica persona ignara, Inge. Saltò fuori che Karl era il fidanzato di Inge, amicissimo di Alex (che ne era anche innamorato) ma abbastanza giovane da mettere incinta la ragazza e, subito dopo, andarsi a schiantare con una motocicletta e morire tra le braccia di Alex che lo aveva soccorso e al quale Karl affidava Inge incinta, senza aiuti ed esposta alle aggressioni dei genitori, che consideravano la sua maternità un’offesa al clan, e dei genitori di Karl che non volevano neppure accettare l’idea che esistessero lei e le nasciture (l’ecografia aveva già rivelato che si trattava di due gemelle).
Nella guerra che si scatenò tra Alex, Inge e gli amici di Karl, da una parte, e il "fronte dei genitori", dall’altra, era saltato fuori che Inge si rifiutò assolutamente di abortire. Spalleggiata dagli amici di Karl che vedevano nella gemelle una sorta di eternità dell’amico; Inge lottò a lungo, ma alla fine dovette accettare di sposare un "uomo di paglia" che in cambio ebbe una azienda tutta per lui, intestata alla moglie ma di cui lui percepiva tutti i proventi. In breve, Alex fu messo a tacere (la sua condizione di omosessuale dichiarato favorì la lotta che gli fecero i "genitori"); gli amici si rassegnarono presto; Inge accettò la croce del marito selvaggio e pubblico puttaniere; le bambine si adeguarono al cognome adottato e non seppero quasi niente della storia: secondo Gilda, però, Helga, la più ritrosa delle due, qualcosa aveva intuito da una esercitazione a scuola sul DNA da cui aveva appreso che Helmut non era suo padre naturale, che invece era un certo Karl Bruden morto prima che lei nascesse; questa esercitazione era stata ritrovata da Alex che non voleva usarla senza averne parlato prima con Inge. Per la parte che più ci competeva, Gilda mi disse che Helmut su quella "donazione" dei genitori di Inge aveva costruito una fortuna fatta di corruzioni, di complicità con diverse mafie, di lavori sporchi di droga e riciclaggi, di conti off shore; ma, sopratutto, che tutto passava sotto la responsabilità di Inge che figurava titolare di tutto per una delega firmata al momento del matrimonio. Naturalmente, Gilda era in grado di sconvolgere l’assetto e scompigliare le carte per riportare tutto a legittimità se avesse avuto l’autorizzazione di Inge che Alex stava cercando di assicurarle. "Scatena l’inferno e non fare prigionieri." Fu la mia unica indicazione.
"E’ esattamente il pensiero di Alex. Quindi io procedo-" "Che rischi corre l’Helmut? " "Se non c’è denuncia se la cava con l’interdizione dagli affari. Con una denuncia, è galera sicura, e per un bel po’." "Non credo che Inge vorrà denunciarlo." "Però, se tu e Alex dovete dire le stesse cose, fatelo una sola volta." "Non dovrei farlo, ma forse a questo punto temo di doverti fare una grossa confidenza e fidarmi della tua discrezione …" "Cioè, vuoi dirmi che ti sei innamorato di Inge, che per lei hai mollato Erika e che in questa vicenda sei coinvolto e sconvolgente, come per Alex che vede in te l’incarnazione di Karl. Grazie, capo, lo avevo già dedotto e mi sono ancor più innamorata di te che riesci a fare la carogna in una vicenda che è tutta zucchero e miele. Però una cosa me la devi chiarire. Quanto è a rischio l’Agenzia?" "Non lo so: niente però sarà fatto avventatamente." "Va bene. Io per ora lavoro, poi vedremo. Ciao." "Ciao." Erika si era tenuta abbastanza distante da non udire i dialoghi; ma era anche fortemente preoccupata e interessata a quello che ci eravamo detto. "D’accordo che è finita; d’accordo che mi sono comportata male. umanamente e professionalmente; d’accordo su tutto. Ma, almeno in nome di quello - poco o tanto - che c’è stato tra di noi fino a stamattina, potresti farmi capire in che casini mi posso trovare?" "L’Agenzia sta lavorando su malversazioni e frodi che riguardano una persona ora a te amica: senza considerare fatti personali e diversi, rischia di venirne fuori un casino. Se tu dovessi gestire l’attacco che sta conducendo Gilda, il tuo amico sarebbe già in ginocchio; io so bene come sai essere efficiente e cattiva con i mentitori; se poi sapessi anche quanta disumanità c’è dietro, temo che anche la tua sensibilità femminile ne resterebbe scossa. Prima ti allontani dal fango, più hai probabilità di non sporcarti. Non posso dirti altro, mi spiace."
"Dispiace di più a me; ma non so neppure come comportarmi." "Cerca solo di essere prudente." In quel momento rientrò Inge che appariva quasi sconvolta. "Vuoi parlarne o preferisci fare da sola?" "Non so, non capisco; l’unica cosa che so è che ormai sei per me quanto e forse più di Karl; ma lui è morto; e questo mi spaventa." "Ma io non ho vent’anni, non guido una motocicletta e sono più coriaceo; Alex sicuramente te lo ha detto; e lui si fida." "Anche da questo sono spaventata. La vostra solidarietà, così vicina a quella tra Alex e Karl, mi mette ancora una volta in condizione di subalternità; la vostra forza mi fa paura; ma ho bisogno di te e di lui. Ho deciso che non sarò mai né tua moglie né la tua compagna. Ma non posso impedirmi di amarti. Per fortuna Alex è un "diverso" e non possono scattare tra voi gelosie; ma anche questa vostra forma di "innamoramento", anche solo intellettuale, mi mette a disagio. Ti amo ma ho quasi paura di te, riesci a capire?" "Si, capisco, ti stimo ancora di più e sono sempre più innamorato. Ti prometto che tutto quello che ci toccherà vivere non inciderà sulla mia attività e che mi farò bastare incontrarti molto spesso ed essere il tuo amore. Però, ti prego, divorzia da quell’essere, porta le tue bambine lontano da lui e fidati di Alex che ti vuole bene. Per farti capire, voler bene significa amare ma significa anche volere il bene dell’altro; lui vuole per te solo quello che è bene per te. Fidati di lui, per favore." "E tu?" "Io sono qui, qualunque cosa succeda; tu devi prendere le tue decisioni, autonomamente; se hai bisogno di un amico, io ci sono; se hai bisogno di amare e di sentirti amata, sappi che io ci sono; se hai bisogno di picchiare qualcuno, io sono qui. Insomma, sono pronto anche a farti da scendiletto: l’importante è che un poco d’amore me lo riservi."
"Stronzo … oddio, adesso mi fai dire anche le parolacce … senti, amore, io ho bisogno del tuo amore e devo sforzarmi di non confonderlo con la memoria di Karl; io ho bisogno anche del tuo amore fisico, quello che qualche ora fa mi hai dato con tanta intensità. Finché ci potremo amare, il resto scivolerà naturalmente." Il pomeriggio passò in un tourbillon di telefonate, prevalentemente tra Inge e Alex per definire l’azione che portasse al divorzio ed al riconoscimento di paternità delle gemelle; ma anche, e non poche, tra me e Gilda per seguire da vicino la vicenda delle frodi, presunte, tentate o reali, di Helmut per arricchirsi a spese di Inge. All’approssimarsi delle cena, la tensione era piuttosto forte; approfittai di un momento di relativa calma per chiedere ad Erika se confermava che per la notte dovevo arrangiarmi; mi rispose che non intendeva cambiare i suoi piani. In un altro momento favorevole, chiesi a Inge cosa pensava di fare per la notte. "Non stare a preoccuparti: dopo le 22, ti chiamo e tu vieni al mio albergo. Ti ricordi cosa hai detto a proposito del Pronto Soccorso? Bene, ti prendo in parola. Stanotte voglio che mi ami fino allo sfinimento, fino ad esaurire tutte le tue forze, fino a morire tra le mie braccia. Ho passato quindici anni a subire un sesso noioso e di cui quasi mi vergognavo; da questa mattina, amo il sesso come la manifestazione più nobile dell’amore; me lo hai insegnato tu ed ora voglio assaporarlo tutto, intensamente, compiutamente, fino a morirne insieme a te." "Posso fare testamento, prima di abbracciarti?" "Io te lo consiglio; da quando mi abbraccerai, non ti garantisco l’integrità: voglio divorarti come una mantide religiosa." "Peccato non poter avere un piccolo anticipo!"
Nel vortice delle telefonate, una sembrò colpire fortemente Inge che corse ad appartarsi per non farsi sentire da nessuno. Helga disse qualcosa ala sorella; Erika commentò meravigliata. "Nonna? Che nonna?" Velocemente, rivolto ad Helga, feci gli occhi feroci e, con un dito sulle labbra, le imposi il silenzio; mi guardò meravigliata, ma per fortuna tornava Inge con gli occhi gonfi di lacrime. "Erano i tuoi genitori? Allora di’ a Helga che tuo marito non deve sapere; si è quasi tradita." Andò a parlare con la figlia e sentii che commentavano tra di loro; sopravvenne Helmut con Erika e chiese conto di questa telefonata della nonna; Helga rispose subito qualcosa che non capivo, ma era evidente che stava ribattendo ad Erika che aveva equivocato; le mandai un bacio sulla punta delle dita, sorrise (aveva lo stesso sorriso di sua madre e neppure me ne ero accorto!) e arrossì leggermente. Inge si avvicinò e mi fece segno di seguirla; ci allontanammo un poco e le ragazze si accodarono. "I miei genitori hanno telefonato per chiedere perdono di questi anni; avrei bisogno di piangere." "Mi dispiace; devi aspettare stasera." Helga si avvicinò e disse grazie; le accarezzai lievemente i capelli. "Ancora non sanno, ma intuiscono che stai facendo molto per me … e anche per loro … Ti ha detto grazie da parte sua, da parte della sorella e da parte mia." "Senti, stupidotta … adesso divento offensivo pure io con te … glielo hai spiegato che io ti amo?" "Credi che possano capire?" "A quanti anni hai cominciato a, diciamo, capire?" "Avevo meno della loro attuale età." "Forse allora meritano più fiducia." Ripresero il loro fitto parlottare in tedesco; per non sentirmi di troppo, mi allontanai ma Helga mi prese per un braccio, mi fece girare e mi baciò lievemente sulla guancia.
Per rompere l’incantesimo, tentai una battuta. "Inge, di’ a tua figlia che questo è tentativo di seduzione di un vecchio indifeso." Scoppiò a ridere e tradusse; la risata si fece collettiva. Quasi inevitabilmente, Erika chiese il perché di tanta allegria; mi inventai che Helga aveva insistito a prendermi in giro perché non capivo il tedesco e finì lì. Però Inge sembrava avere un altro problema. "Sai, io avevo pensato di far bere, di nascosto, alla ragazze un sonnifero per essere liberi di amarci; a questo punto, avrei quasi voglia di fare le cose alla luce del sole, senza ricorrere a trucchi. Io quasi quasi le lascio sveglie e, se ci ascoltano mentre facciamo l’amore, forse capiranno meglio quello che ho detto a voce." "Per me va benissimo, anzi più che meravigliosamente; però hai riflettuto che, oltre a farmi entrare nella tua vita, in questo modo mi fai entrare anche nella vita delle tue figlie, come se potessimo addirittura essere una famiglia." "Prima o poi capiranno, e sapranno, che per me tu sei la continuazione ideale del loro padre naturale; a quanto pare, cominciano ad avere con te la complicità che non hanno mai avuto con Helmut; e, bada bene, non parlate la stessa lingua, vi comprendete a gesti e a sentimenti. Mi sentirei ancora più colpevole se mi nascondessi a loro con un trucco." "Amore, te l’ho già detto e vale per sempre: io sono qui e faccio anche il tuo scendiletto, soprattutto se è per il bene tuo e delle tue figlie." Si girò a parlare con le ragazze; qualche attimo di perplessità, poi le due si misero ai miei fianchi e mi abbracciano in vita. "Ok tutto va bene." Disse Inge e mi sorrise. "Avrei una voglia feroce di baciarti, qui, adesso." "Fallo" Le appoggiai le labbra delicatamente sulle labbra; e comunque un fulmine mi bruciò il cervello; le ragazze mi strinsero a sé con affetto. Per fortuna non ci aveva visto nessuno.
Esaurito il rituale della cena, Erika ed Helmut dimostrarono una grande smania di rifugiarsi nel mio alloggio: salutarono e scomparvero, lasciandomi anche il conto da pagare. La battuta con cui Helga li salutò, e che Inge mi tradusse, fu da enciclopedia. "In tanti anni è la prima volta che Helmut va via con una nuova amante e mamma, invece di tornare a casa a piangere come una sciocca, finalmente torna a casa con un uomo che ama e che sicuramente stanotte la farà felice!" Non c’era assolutamente niente da commentare e ce ne andammo abbracciati verso il bar per un goloso gelato. Il timore di entrare in una suite d’albergo con una donna amata e da amare, ma anche con le sue due figlie adolescenti (con esperienza sessuale tutta da verificare) non mi metteva a mio agio. E lo fui ancora di più quando una delle due tirò fuori il cellulare e mostrò una foto che ci aveva sorpreso dietro il gabbiotto delle barche a pomiciare come ragazzine: la furbetta che aveva scattato era riuscita a cogliere anche l’intensità con cui ci tenevamo stretti e ci eccitavamo coi ventri compenetrati. Inge mi disse che le due, sin dal mattino, avevano colto il nostro desiderio di rimanere soli, che ci avevano spiati e cercavano di capire fino a che punto e in che modo avessimo fatto sesso. Mi sembrava stupido accampare scuse: davanti alle ragazzine sorprese, abbracciai Inge, le afferrai le natiche e strinsi il pube contro il mio, quasi a farle male; mentre divoravo la sua bocca con un bacio da cannibale, inilai la mano e spostai il membro fra le cosce, mimando l’atto dell’amplesso: il movimento la portò rapidamente all’orgasmo. "Hai visto?" Chiesi in tedesco; e lei mi ricambiò con una sfilza di domande che mi stordirono.
Inge decise, a quel punto, che non era il caso di nascondersi e tradusse; la prima domanda fu naturalmente cosa provassimo a praticare un rapporto così elementare ed impacciato; Inge mi disse che aveva già risposto che quel contatto ci aveva riportato alla nostra adolescenza, anzi, per lei, ai contatti che aveva avuto col loro padre naturale, all’unico vero grande amore della sua vita, che aveva rivissuto pari pari mentre ci baciavamo in piedi, nascosti dietro le barche e scaricavamo il nostro orgasmo dentro i vestiti. Le ragazze erano estasiate; e, inevitabilmente, Helga fece la domanda più dolorosa, che intuii ancor prima che la traducesse. "In pratica, hai sentito di fare di nuovo l’amore con papà dopo tanti anni." Inge rispose serenamente che si, era stato così e che forse anche per questo ci eravamo trovati innamorati come ragazzini. Saltando le traduzioni, il dialogo fu più o meno di questo tipo. "Non è vero: già da ieri sera avete pomiciato con gli sguardi. O credi che siamo così stupide da non aver visto gli sguardi fulminanti che vi siete scambiati?" "Io non ne ero affatto cosciente; l’ho capito stamane, quando ci siamo baciati; prima neppure ci pensavo." "L’avete fatto ancora, dopo? Avete usato precauzioni? " "Si, l’abbiamo fatto altre due volte, con grande amore, con infinita passione e con gioia. Non abbiamo usato preservativo ed è stata una sciocchezza. Ma io in questo sono una cretina recidiva, perché anche sedici anni fa, non essendomi preoccupata di usare il preservativo, la mia vita ha avuto lo sviluppo che ha avuto."
A quel punto ritenni opportuno correggere il tiro e spiegai che il suo non era un errore, visto che aveva prodotto due fiori meravigliosi come le sue figlie; ma che avevamo commesso comunque una leggerezza per via del pericolo dell’Aids; nel caso della donna che scopava con un uomo abituato a cambiare partner con enorme leggerezza e che non usava protezioni (me lo aveva confermato Erika) rendeva noi esposti a rischio che potesse aver raccattato l’infezione da dovunque e avercela trasmessa, visto che scopava abbastanza regolarmente con Inge. Non fu un momento piacevole, ma alla fine valse molto a chiarire alle ragazze che l’uso del preservativo non deve essere un optional; saltò fuori che ambedue erano ancora vergini ma che avevano fatto larghe esperienze di mani, di bocca, di culo. Mi sentii in dovere di suggerire che anche bocca e culo sono percorsi pericolosi per il virus. Naturalmente, saltò fuori anche che la verginità del lato B Inge l’aveva data a me solo quella mattina; inutile dire che le ragazze la presero un po’ in giro e che il dialogo si fece assai aperto e leale: Inge ammise di non essere in grado di insegnare quello che non aveva mai imparato, ma le ragazze riuscirono a convincere che meritavano piena fiducia e che erano perfettamente in grado di gestirsi. Mentre chiacchieravamo come in un salotto borghese di temi scabrosi e difficili, specialmente per una mamma quasi vergine anche dal punto di vista della conoscenza e per due figlie ormai svezzate e mature forse più di lei, le ragazze si erano cambiate e avevano indossato due vezzosi pigiami, l’uno rosa e l’altro celeste, che non coprivano assolutamente niente ed anzi esaltavano due corpi acerbi ma meravigliosi.
Come appariva inevitabile, l’ora successiva si consumò a parlare di bellezza e di difetti e fu un percorso di guerra assai difficile combatte con le paure dell’una che si vedeva troppo grassa e le esitazione dell’altra che si sentiva troppo scheletrica; si dovette arrivare quasi alle misurazioni ed ai riferimenti (I tuoi fianchi sono troppo ossuti, ma i tuoi sono troppo ampi; il tuo seno ti sembra piccolo ma è bello come quello di tua madre; il culetto spigoloso è invece degno di una indossatrice e via così). Alla fine, come dio volle, crollarono addormentate sui lettini ed io rimasi con Inge sul letto enorme di quella anonima camera d’albergo dove mi sentivo quasi realizzato, con l’amore di una donna che mi esaltava e la simpatia delle figlie che sembravano avermi adottato. Lo sentimmo, quest’amore, tutto nel bacio che ci scambiammo e che ci trovò ancora una volta fusi nel desiderio di compenetrarci quasi materialmente; facemmo l’amore a lungo, per quasi tutta la notte; ed Inge sembrò all’improvviso scoprire, o riscoprire, tutto quello che sapeva del sesso e della sua pratica nella forma più nobile possibile; forse anche per effetto dei discorsi che aveva sentito fare anche dalle figlie, volle penetrarsi in tutti i buchi, senza risparmiarsi niente; volle farmi godere con la bocca piaceri che quasi neppure io conoscevo, rivelando una duttilità che le faceva ingoiare la verga fino al soffocamento; Volle accarezzarmi il corpo intero con la bocca, con le mani, con i seni e si rammaricò che il taglio dei capelli fosse troppo corto: avrebbe voluto carezzarmi con una chioma come quella delle figlie. Mi masturbò decine di volte, fermandosi sempre prima per non concludere con le mani troppo presto. Alle prime luci dell’alba, ormai distrutto, la lasciai a dormire e mi rifugiai nella cabina.
Era decisamente giorno avanzato quando mi svegliai perché qualcuno aveva spinto la porta della cabina – spogliatoio dove mi ero sistemato a dormire qualche ora; aperti gli occhi, mi trovai di fronte Erika sorpresa di trovarmi là. “Hai dormito così?” “Non so; sai, regina dell’ovvio, io dormivo e non mi sono accorto di niente.” Mi accorsi che, dietro di lei, fuori della cabina c’era la famiglia dei tedeschi al completo. “Guten Tag. Was gibt?” Questo almeno lo rabberciavo; Inge e le ragazze avevano gli occhi che già ridevano; Helmut non era così lieto. Prima che avessi tempo per articolare anche un suono, squillò il mio telefono di servizio: sapevo già che era Gilda; in quattro battute mi ragguagliò: la pratica per il divorzio era avviata e Inge poteva già considerarsi libera; quella per le ragazze era formalizzata e sarebbe bastato poco; le pratiche per la ristrutturazione delle aziende erano avviate e la strada era stata spianata da Alex che aveva avuto da Inge la firma a delega. Insomma, la pratica, nei termini del’Agenzia, era conclusa. Restavano gli strascichi sentimentali ma competevano solo a me. Chiesi se Inge era informata; Gilda mi riferì che in quello stesso momento Alex chiamava Inge; sentii gli squilli e vidi che Inge parlava a lungo; poi entrò in vivavoce e invitò Helmut a dialogare con Alex; imposi ad Erika di tradurre parola per parola. Mi riferì quel che sapevo; la storia di Karl, i ricatti a Inge e tutte le trame scoperte, la richiesta di divorzio e la richiesta di paternità per le ragazze; Alex concluse che, se faceva obiezioni, partiva la denuncia e lui finiva in galera in due ore; se invece accettava di ritirarsi in buon ordine, si sarebbe risparmiato la galera. A mano a mano che parlavano, vedevo Helmut sempre più corrucciato; feci qualcosa che non avrei mai pensato di fare: entrai nella cabina e uscii con il borsello che da giorni non usavo; Erika ebbe paura, si accostò ad Helmut e gli parlò. Sapeva che avevo con me una pistola e che ero autorizzato a portarla anche dalle autorità internazionali, per la delicatezza del nostro lavoro. “E’ Inge la donna di cui ti sei innamorato?” “Si, è lei; e voi due fareste bene ad andarvene da qui con le vostre gambe.” Era stata Helga che aveva intuito il senso della domanda ed aveva parlato, in tedesco. “Attento, è armato!” avvisò Erika rivolta ad Helmut e lui, che già minacciava Helga, si fece indietro. Parlarono a lungo gli ormai ex coniugi e da Erika appresi che lui si era lamentato, piagnucolando, di essere rimasto senza neppure i soldi per l’albergo; e che lei gli aveva garantito un vitalizio dignitoso ma non esagerato come lui pretendeva, assicurò che avrebbe pagato le spese e gli disse di andarsene per sempre. Quando si fu allontanato, Inge mi sussurrò. “Sai, mi hanno telefonato i genitori di Karl, per chiedere perdono. Forse la tua Agenzia ha salvato la mia Azienda ma anche il mio futuro. Spero che il conto non sia esorbitante.” “Sai dirmi qualcosa del nostro futuro?” “No. Devo ricominciare e fare chiarezza. Poi potrò preoccuparmi anche del mio cuore e dei miei sentimenti. L’unica cosa che posso dirti è che ti amo con la stesa intensità e che non voglio perderti. Parliamone quando la tempesta sarà passata.” “Aspetterò. Ciao.” “Ciao, amore.” Le ragazze corsero ad abbracciarmi. “Auf wiedersehen.” Cercai di scherzare. “No, Mario. Solo ciao, a presto.” Riuscirono a dirlo insieme, ad una voce.
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