Quando furono realizzate le case del Torrazzo, sembrava fossero un posto da condannati, alla periferia delle civiltà, buono solo per gente che doveva accontentarsi; a vent’anni, al primo lavoro, la possibilità del miniappartamento appariva un sogno; e lo realizzai. Poi il quartiere crebbe, finanche troppo; vent’anni dopo era una zona residenziale quasi privilegiata; e si popolò rapidamente anche fin troppo. Il condominio, poi, era già di per sé un paesello, dove le generazioni si susseguivano numerose creando una particolare animazione, tipica dei luoghi chiusi, che prevedeva siti definiti, le stesse facce, gli stessi incontri. La prima generazione di bambini nati nel condominio ormai aveva quasi sui vent’anni e si distingueva per la vivacità che in genere hanno quelli che si sentono, in qualche modo, padroni del territorio che essi hanno, per primi, colonizzato. In particolare, si distinguevano due o tre ragazze che, dalla prima pubertà, avevano fatto di tutto per rendere la vita impossibile allo scapolo di poco più vecchio che abitava lì.
Vederle ronzare intorno sculettanti e provocatorie in qualche modo mi divertiva e faceva sorridere; quando i loro scherzi erano leggeri e solo vagamente allusivi, rispondevo per le rime e il gioco rimaneva lì; quando, poi, le allusioni si cominciarono a fare più pesanti e dirette, fino a mettere in dubbio la mia virilità perché sembravo non accorgermi dei culetti tondi, dei seni prorompenti, della voglia che sprizzava da ogni poro della loro pelle: beh, a quel punto divenne più difficile lasciar perdere e far cadere i discorsi nel gioco. Valeria era decisamente la più aggressiva: forte di un fisico da sballo, che era praticamente esploso nel giro di poco mesi; supponente e sfrontata come tutti giovani; aggressiva e abituata ad andare dritta alla verità, non perdeva occasione per sottolineare il particolare interesse che aveva nei miei confronti; e, dal momento che aveva un chiaro istinto del capo, le altre si guardavano bene dall’accennare qualunque tentativo di contrasto.
All’inizio furono scarne domande neanche tanto a sproposito, del tipo “Trovi che sia troppo grassa?” oppure “Pensi che il mio seno sia troppo piccolo?” fino a qualche provocazione “Ti piace il mio culetto?”. Poi il tentativo di seduzione prese una nuova piega, quella del romanticismo ad ogni costo; e me la trovai per le scale, nel cortile, davanti alla porta di casa perché voleva farmi leggere dei versi, ascoltare una canzone, parlarmi dei suoi sogni. In certi momenti, arrivò ad infilarsi in casa mia con scuse banali, e a tentarmi con moine, accenni e carezze velate; finché decisi che non era più il caso di sottostare: la presi per i fianchi e la baciai con violenza; rispose per un poco, quando le forzai le labbra e tentai di infilarle la lingua in bocca, ma si ritrasse e fu salvata dalla madre che la chiamava a gran voce.
Ma l’esperimento non fece altro che ringalluzzirla; e me la ritrovai assai spesso in casa, pronta a baciarmi lei, infilandomi la lingua in bocca: apprese rapidamente tutti i segreti del bacio, ma sembrava non rendersi conto che il mio cazzo si faceva duro come il marmo e le picchiava sul pube; non so neanche se avesse delle reazioni orgastiche. Ogni volta, si staccava all’improvviso e scappava via come una farfalla. Dopo un po’ di mesi di questo giochino perverso, solo a vederla il cazzo mi si gonfiava nelle mutande e le palle mi dolevano perfino.
Un pomeriggio ero in accappatoio, appena uscito dalla doccia, e dalla finestra vidi la macchina dei suoi che usciva dal cancello; pensai che avrebbero passato la serata fuori e che per una volta non sarei stato tormentato - dolcemente - dalle proposte indecenti e dalle più indecenti fughe di Valeria. Ma il campanello della porta suonò e, aperto, me la trovai di fronte fresca, prorompente, provocante come sempre. Le chiesi come mai non era coi suoi; mi disse che andavano a fare visita ai parenti di un defunto e che si era liberata tutto il pomeriggio: malevolmente, lessi l’informazione come un invito da cogliere subito. Benché avessi addosso solo l’accappatoio, la feci entrare; non sembrò fare caso al mio abbigliamento e andò a sedersi sul divano accavallando le gambe fino ad esibire l’esiguo slip.
Le presi per le braccia, la sollevai in piedi, la cinsi alla vita e le sussurrai all’orecchio “Stavolta però si fa a modo mio … si fa sul serio”; mi guardò con un’aria tra il la sorpresa e lo spavento; ma si ricompose subito e riprese la sua solita aria spavalda: aprì le labbra e le applicò a ventosa sulle mie, tirò fuori la lingua e me la fece entrare fino alla gola; poi esercitò tutta la sua sapienza nel bacio e mi face quasi girare la testa. Il cazzo si era immediatamente eretto in tutta la sua dimensione e batteva sui ventri, il mio scoperto e il suo separato dall’accappatoio e dalla leggera stoffa della gonna. Tenendola stretta per la nuca mentre la baciavo, presi una sua mano e la portai decisamente sotto l’accappatoio, fino a farle impugnare l’asta.
Sapevo che era la prima volta che toccava intimamente una persona matura e non mi meravigliai di un certo imbarazzo iniziale; le presi il polso e la guidai delicatamente a mandare la mano su e giù scoprendo e ricoprendo la cappella; si strinse con più frenesia, la sua bocca sembrò diventare più calda e più morbida; le sollevai la minigonna da dietro, raggiunsi l’elastico dello slip e infilai la mano tra le natiche: sentii la carne soda e liscia rilassarsi e lasciarsi percorrere dalle dita che si spinsero giù fino al buchetto, lo solleticarono un attimo, provocandole brividi, e giunsero a toccarle la fessura della figa. Il mio dito medio si aprì la strada tra le piccole labbra e la sentii piegarsi sulle ginocchia al punto che dovetti quasi sorreggerla; feci scorrere il dito nella vulva, accarezzando le grandi labbra e, più avanti, quelle piccole, senza cercare di penetrare: sentii il primo orgasmo sgorgare e depositarsi sul medio.
Allentai l’abbraccio, ritirai la mano, le aprii la camicetta e la feci cadere indietro, sganciai il reggiseno e guardai incantato il suo seno, di una taglia media ma disegnato come con un compasso, ritto e superbo quasi come lei, con una piccola aureola rosa ed un capezzolo che appena si pronunciava: le presi le tette nelle mani a coppa (ci stavano perfettamente!), le accarezzai soffermandomi sulle aureole, cercai con il pollice e l’indice il suo capezzolo e cercai di titillarlo, per quanto era possibile, visto che emergeva poco; allora mi piegai e cominciai a leccarla, sulla gola, sul petto, sulle mammelle ed infine sui capezzoli che presi delicatamente in bocca, uno per volta, e succhiai come un neonato. Gemeva, si torceva e vibrava ad ogni piccolo orgasmo che le mie carezze le scatenavano.
Aprii la lampo della gonna e la feci scivolare a terra, insieme allo slip; mi apparve come visione la figa piccola, di poca peluria, con le grandi labbra gonfie già di voglia; la spinsi sul divano, la feci sdraiare, le divaricai le gambe e mi tuffai con la bocca su quella sorgente di piacere. Al primo tocco della lingua sulla vulva, ebbe immediatamente un orgasmo che mi fece arrivare in bocca umori aspri e violenti di passione, che ingoiai con gioia; poi la mia lingua si insinuò tra le piccole labbra sollecitando nuove vibrazioni; raggiunsi il clitoride, piccolo, quasi nascosto tra le pieghe della vulva, e riuscii a prenderlo tra le labbra: a mano a mano che lo leccavo e lo succhiavo, sentivo il suo respiro farsi affannoso, i gemiti farsi continui, finché ancora una volta mi esplose in bocca i suoi umori.
Mi fermai un momento e Valeria ne approfittò per impossessarsi del cazzo, che era rimasto fin lì inoperoso a dolermi per il gonfiore oltre ogni limite; mi feci scivolare dalle spalle l’accappatoio, mentre Valeria impugnava la mazza e riprendeva la sega poco prima avviata. La fermai, la feci scendere dal divano, mi sdraiai sul tappeto e la feci sistemare sopra di me con la figa all’altezza della bocca; tenendola per la nuca, spinsi la sua bocca verso il mio cazzo: ancora una volta dovetti guidarla nei primi movimenti ma in un attimo era già in grado di pomparsi in bocca l’asta, succhiando ogni tanto la cappella o leccando dappertutto. Io, per mia parte, affondai la faccia sul ventre e mi dedicai ad una leccata stratosferica dei due buchi, ambedue ancora strettissimi, che mi si offrivano alla bocca.
Quando sentii che ancora mi sborrava in bocca, frenando il desiderio di esplodere anch’io, mi staccai, la deposi giù e la sistemai supina sul tappeto. Mi inginocchiai fra le sue cosce, presi in mano il cazzo e cominciai a passarle la cappella tra le cosce, poi su verso le grandi labbra: ogni movimento le produceva brividi che le facevano inarcare le reni offrendo sempre di più la figa al cazzo. Quando la figa fu grondante di umori e i tessuti sembrarono più morbidi, docili e lubrificati, la presi per i fianchi, mi stesi su di lei, la baciai sulla bocca e le sussurrai: “Adesso facciamo veramente sul serio”; infilandole la lingua in gola (forse per non farla urlare) diedi in un avanti un colpo di reni e il cazzo sprofondò nella sua figa vergine.
Non poté sentirsi il suo urlo, ma mi entrò direttamente in gola; e tutto il corpo si irrigidì, si contrasse e poi si rilassò; mi appoggiai completamente su di lei e sostai col cazzo profondamente infilato nella figa; poi cominciai un lento movimento di pompata: si mosse con me, seguendo il ritmo e assecondando il mio e il suo piacere. Non durai molto, da troppo tempo aspettavo; l’orgasmo arrivò dolce e atteso, quasi guidato per farla arrivare con me al culmine; non mi ritrassi: non era prudente sborrarle dentro, ma sapevo che alla prima scopata una vergine - tra emozioni e contrazioni, tra umori abbondanti e sangue di deflorazione - aveva assai poche possibilità di restare incinta.
E, alla fine dei conti, il “matrimonio riparatore” con Valeria non era poi una prospettiva così terribile.
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