Intollerante alla molesta tracotanza che abbondava nella natura delle mie compagne del liceo, ero avvezza ad isolarmi limitando le interazioni a semplici e formali saluti. Tuttavia, spesso ero attratta dalle forti personalità; coloro che, come già dichiarato, riuscivano a ritagliare uno spazio all'interno del turpe sistema.
Jasmine e Sophi facevano parte di quella ristretta cerchia volitiva che non mangia o sottostima il prossimo direttamente, bensì suscita una forte e indiretta emozione di sottomissione e servilismo nei soggetti come me.
Seppur ben noti dalle circostanze traslitterate precedentemente, i catastrofici eventi che avevano condotto la mia mente e il mio corpo a prostrarsi a quattro zampe ai piedi delle due mulatte, furon meno delineati e di natura astrusa.
Tutto ebbe a cominciare tra le quattro pareti in truciolato del camerino dei grandi magazzini, ciò nonostante non ebbe fine con quel fugale orgasmo che ottenni dalle due lingue. Le mie virtù innalzate a princìpi, furono vanificate nel giro di pochi mesi e, Jasmine e Sophi, dorarono le loro figure al mio cospetto; la mia unica ambizione era l'ascesa alla servile ubbidienza.
Ciò che vidi partecipando ad una delle loro surreali colazioni, colpì specificatamente il mio senso di libido alterandolo e allargandolo verso orizzonti che, all'epoca dei fatti, ritenevo nefasti.
Il piacere ricevuto dalle due sorelle in quei creativi incastri, provocò in me un senso di sottile nausea; le mie sane virtù e la mia ferrea morale oscillavano seguendo il ritmo del mio confuso stomaco.
Una lotta tra due sentimenti opposti era in atto dentro la mia mente. Sognavo corpi avvinghiati in feconde posizioni, orgasmi pronunciati con onomatopee quasi caricaturali e, quando il becero e incosciente autoerotismo levava il mio cervello dal sonno, prevaleva con il suo spirito giuridico l'onnipossente odiato «Senso di colpa».
L'evento che più di tutti fece traboccare la vera essenza del mio animo umano, avvenne due giorni dopo il tragico benvenuto ricevuto dalle due boriose sorelline:
«Dorothée, qui è Jasmine, stasera io e Sophi pensavamo di dare un pigiama party. Ci sarai, no?» Recitai a me stessa leggendo ad alta voce l'inaspettato SMS di Jasmine.
Quando, auspicando all'atto sessuale, pensai di partecipare alla piccola festicciola alla quale ero stata invitata dalle due aguzzine, appresi che non v'era più niente della puritana ragazza di sani princìpi che i miei genitori avevano allevato:
«Sì» Risposi cercando di non far trasparire l'entusiasmante brama di esser sottoposta a delle nuove e fantasiose sevizie.
Attendendo con fregola l'orario prefissato per l'allegro festino, posavo sul bordo del letto ancora in pigiama e immersa nei pensieri. A distogliere la mia attenzione dalle molteplici fantasie, fu l'ora digitale segnata sulla sveglia elettronica:
«Già le 19! Devo correre a prepararmi» Gridai a me stessa rimproverandomi. Levata sulle gambe, corsi verso il bagno e, dopo aver accuratamente riempito la vasca fino all'orlo con acqua calda e sapone, presi ad immergermi in un sano e rigenerante bagno caldo.
La mia testa posava fuori dall'acqua sul bordo della vasca mentre, con il corpo immerso, presi a fantasticare alle oscenità alla quale avrei voluto essere sottoposta. Prodiga ad apprezzare le turpitudini che sfilavano nella mia mente, presi a masturbare il mio sesso; con la mano sott'acqua, provocavo piacere alla mia vulva carezzando il piccolo clitoride con la punta dei polpastrelli inzuppati e lessati dall'acqua.
Arrivata al culmine del piacere e alla creatività dovuta dall'irrazionale senso di voluttà, afferrai il soffione mobile della doccia e lo posai tra le mie cosce trastullando la mia fica con il forte getto d'acqua fredda che sposava quella calda nella quale ero immersa; quei potenti schizzi d'acqua impattavano il mio sesso solleticando e pungendo piacevolmente la carne della mia fichetta.
Quando ebbi terminato quel lussurioso bagno con un sinfonico orgasmo, presi ad asciugare il mio corpo realizzando il leggero ritardo con la quale sarei arrivata alla porta delle due sorelle. Favoreggiata dal caldo di fine estate, senza vestire la biancheria, indossai un leggero abito bianco di cotone; la gonna che pendeva al termine di quell'abito, finiva con una leggera striscia merlettata che posava poco sopra le mie ginocchia. Seduta sul pavimento del bagno, presi ad infilare dei leggeri calzini di cotone anch'essi con una graziosa finitura in pizzo e, dopo aver stretto le stringhe delle basse scarpe nere, mi levai in piedi riflettendomi nello specchio posto sopra al lavandino.
Applicai un leggero velo di trucco al mio volto, in modo che non trasparisse il preoccupante stato di marasma nella quale vigeva e, pettinati i miei biondi e sottili capelli a regola d'arte, presi a dirigermi verso la porta pronta ad incontrare le brune carnefici.
Suonai appena il campanello posto a lato della porta quando, con grande prontezza, Jasmine aprì presentandosi in tutto il suo splendore. I suoi crespi capelli erano acconciati in dei bellissimi ricci stretti che le cadevano sulle spalle; il suo sorriso, più lucente che mai, appariva messo in risalto da un pesante rossetto di colore scarlatto. Calzava un minuscolo abitino in lattice che elargiva la medesima tonalità del suo trucco; ai piedi, dei chiassosi ed alti tacchi in similpelle di colore rosso lucido. Stetti sull'uscio della porta ad osservare l'abbigliamento che, pur celando la sua età, la rendeva sessualmente appetibile:
«Entra pure!» Esclamò ridacchiando del mio disagio dovuto dal suo eccessivo rutilare.
A passo lento, entrai in quello spazio che ormai era familiare ai miei ricordi. Facendomi strada dietro di lei, presi a salire le scale scrutando i suoi sinuosi movimenti di bacino avvolti in nel rosso strato di lattice che emetteva fievoli suoni ad ogni suo movimento.
Ella, quando fummo arrivate alla porta della camera che condivideva con l'adolescente sorellina, posò la mano sulla maniglia spalancandola dinanzi ai miei occhi. Ciò che vidi al di là della stanza, non regalò completo stupore, più tosto mi provocò un ardente piacere che risalì lungo tutto il mio corpo.
La giovane Sophi era completamente denudata, seduta su una sedia e messa in costrizione da delle cinghie che fissavano le sue caviglie ai piedi della seduta; le sue mani, incrociate dietro lo schienale del legno della carega, erano legate con le stesse pesanti fibie di cuoio nero che fermavano le sue gambe. I suoi occhi erano coperti da una spessa mascherina di pellame, che le proibiva totalmente la vista. A separare le sue mascelle, v'era una pratica Ball gag dello stesso colore dei legacci che la costringevano in quella lussuriosa seduta. Il suo corpo completamente nudo, presentava i sintomi della sua giovane età. I suoi seni erano quasi del tutto assenti e il suo addome contratto, elargiva dei graziosi e appena visibili addominali che rendevano la sua fisicità quasi androgena. A sottolineare la sua femminilità, v'era una minuscola fichetta che posava tra le sue sottili ma toniche cosce; seppur in età pienamente consenziente, la sua forma fisica ricordava quella di una turpe bambinetta. I suoi capelli, completamente bagnati, erano attaccati al suo viso e alle sue spalle. Ad ultimare quel kafkiano momento, una spessa luce di colore rosso illuminava la stanza che era stata chiusa dalla stessa Jasmine; simile ad una camera oscura di sviluppo fotografico, quella tonalità corredava la scena:
«Non vede, non sente e non parla, la nostra piccola scimmietta» Esordì la maggiore, facendo picchiettare i sottili tacchi delle sue scarpe sul parquet della camera, intanto che era atta a dirigersi verso la scrivania posizionata proprio dietro la schiena della minore in coercizione
«N-n-nostra?» Chiesi osservando l'inverosimile fatto.
Ella, con un guizzo si voltò esclamando un sonoro «Sì». Stretto nelle sue mani, potei notare un sottile frustino che aveva brandito dal tavolo; data la monocromaticità della stanza, non ebbi modo di distinguere il colore di quel affusolato bastoncino di cuoio:
«Lei è più che felice di essere la nostra scimmietta» Proclamò Jasmine avvicinandosi alla sorella. Posò una mano sul piatto petto di Sophi e, in quel preciso momento, potei notare le sue lunghe unghie di forma ovale che elargivano un lucente smalto.
Con una sferzata quasi fulminea, colpì il ventre della minore con la rigida frusta che impugnava. Sophi emise un sordo lamento e contorse il suo corpo in un buffo e inutile modo.
Jasmine, mantenendo un passo sinuoso, prese ad avvicinarsi a me conducendomi a sedere sul letto, proprio di fronte alla costrizione della giovane sorella. Interdetta e confusa da quegli avvenimenti, restai seduta immobile ad assistere alle fantasiose sevizie che la bruna sorella maggiore, applicava sulla indifesa sorellina.
La mia mente intorpidita, elaborava a rilento le azioni che venivano compiute su Sophi dalla sorella maggiore e, con grande stupore, potei notare come il sesso della giovane e costretta ninfetta si inumidisse ad ogni sferzata, ad ogni graffio e ad ogni colpo ricevuto; confondendo causa ed effetto, elaborai il paradossale pensiero nella quale: la piccola veniva colpita in una sorta di rituale punitivo, onde addomesticare il suo piacere.
Quando le fantasiose piacevoli torture di Jasmine terminarono, prese a slegare la sorella minore dai legacci che la costringevano in quella dolorosa e voluttuosa seduta. Sophi, libera dalle costrizioni, cadde in ginocchio per poi posare i suoi palmi sul pavimento della stanza; io, completamente nuda e indaffarata in un dovizioso atto di onanismo, posavo sul letto nella quale mi ero goduta lo spettacolo titillandomi la fichetta.
La giovane sorella levò il suo sguardo puntandolo sulla mia figura; la suggestività dei suoi intensi occhi mi fecero interrompere l'autoerotismo che portavo avanti bramando l'orgasmo.
Jasmine sorrise quando, priva di stupore, vide la sorella gattonare verso la mia persona. Presa da un'inaspettata vergogna, presi a stringere tra i palmi delle mani le coperte che posavano sul letto.
Arrivata al mio cospetto, Sophi, si levò sulle gambe e, con fare indolente, posò la sua testa tra le mie cosce lambendo la mia vulva con la sua piccola e calda lingua. Priva di ogni pudore, posava il suo sguardo inquisitorio sul mio volto mentre, con leggera delicatezza, lasciava scivolare la punta della sua lingua tra le grandi labbra della mia fica.
Spinta dal pesante piacere, stesi il mio corpo sul letto serrando gli occhi. Approfittando del momento, Jasmine, salì a cavalcioni sul mio viso tirando su lo stretto vestito di lattice dalla quale spuntò il suo sesso ricoperto di piccoli riccioli di colore scuro.
Quando posandosi sulla mia lingua, poté regalarmi il sapore della lussuria e l'essenza del piacere, appresi che non v'erano princìpi o virtù, solo regole dettate da coloro che non avevano mai conosciuto la voluttà; «i predicatori della morte».
Abbandonata a quell'Idra a due teste prodiga al mio personale diletto, potei capire il reale significato della parola «redenzione».
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