Mr Slater ebbe a morire. Almeno senza sofferenze.
A causa di uno stupido incidente a cavallo per saltare la staccionata, come sempre faceva, quella volta dal cespuglio sgattaiolò fuori una volpe e il cavallo, spaventato, inchiodò. Mr Slater volò al di la dello steccato, il cavallo no. Morto stecchito. Neanche il tempo di imprecare. Il Maggiordomo mandò a chiamare il dottore che nulla potè fuorchè constatarne la dipartita. In molti tentarono di convincere l'Economo di evitare di cavalcare come fosse un giovanotto, dicendogli che prima o poi il cavallo gli avrebbe tirato un brutto scherzo. Ci si aspettava che prima o poi sarebbe rimasto zoppo per una gamba rotta perchè tante di quelle volte si sentivano i nitriti del cavallo furioso che correva tra i boschi e Mr Slater in sella volava con le code del pastrano al vento, reggendo il tricorno con una mano e le redini con l'altra. E la caccia al cervo era una magia, sparava in corsa come gli indiani d'America, e se non faceva in tempo a ricaricare la doppietta apriva il fuoco con le pistole. Il tutto a 50 anni passati.

In un paese come quello di Milady ci si stupisce nel vedere quante donne ci siano, non che non si sappia, ma stando chiuse in casa è cosa rara vederle uscire tutte assieme, tante giovani graziose e curate e altrettante matrone dal corpo florido o decisamente abbondante. Appena scesa dalla carrozza il Maggiordomo le venne incontro e la salutò con un ampio cenno del braccio. Nei modi ricordava il suo defunto padrone. "Come state Milady, è molto che non Vi si vede..peccato trovarsi in un occasione così triste..Mr Slater non doveva lasciarci.. che brutto momento.." Allungò la mano guantata per ricevere il baciamano, scambiarono qualche parola e per quanto non fossero mai stati in confidenza, si trovarono reciprocamente simpatici. Il funerale fu un evento importante in quanto l'economo era un notabile del posto, non un nobile di sangue, ma nobile nei gesti, nel portamento e lo stile di vita. Se ai matrimoni si presenzia per invito ai funerali si assiste di propria iniziativa, per cui dalla città e le campagne vicine, in tanti si affacciarono per l'ultimo saluto. Molto conosciuto e rispettato tra gli uomini, per la dote di far fruttare il denaro, e ancora di più ricercato e apprezzato tra le donne, per altri motivi. Il Maggiordomo la presentò a tante di quelle persone che Milady era disorientata, questo è il marchese tal dei tali, questi ha fatto una fortuna con il caffè in America, questi ha una compagnia di pescherecci. Milady salutava e sorrideva meccanicamente, come una marionetta, ma pensava ad altro. Si chiedeva quante e chi tra le dame presenti avesse avuto quel genere di piacevoli conversazioni nello studio dell'Economo e constatò, con vaga gelosia, che tante di loro si spendevano in pianti e lacrime. Chi più, chi meno apertamente. Strano vedere tanti gruppetti di gente che non ha nessun collegamento reciproco, i nobili assieme ai bottegai, i ricchi assieme ai contadini. Non fosse stato dentro alla bara e potendoli vedere, Mr Slater sarebbe stato orgoglioso del proprio funerale. Alla spicciolata lasciarono la bella e piccola chiesa, in cima a un colle in mezzo a un boschetto di tigli, voluta e costruita dal Conte, il fu padre di Milady.

Ebbe a maritarsi un uomo di venti anni più grande di lei. Dei tanti giovani che chiesero la mano nessuno era abbastanza, non tanto per lei, quanto per il padre, conte e generale di fanteria, autoritario ed esigente. Perciò Milady si ritrovò intorno ai trenta senza un marito e per non sollevare maldicenze sposò un ammiraglio incagliato e che aveva comprato i terreni a loro confinanti per ritirarsi a oziare dopo i tanti anni in servizio attivo. Aveva ancora incarichi in marina ma preferiva la terra ferma, per via della gotta. Milady non era scontenta di quel matrimonio, anzi il marito pantofolaio non la impegnava affatto, non amava ricevere ospiti, non aveva cattive abitudini, si svegliva all'alba, passava le giornate a studiare carte nautiche, a scrivere appunti e a curare la corrispondenza. Sicchè Milady aveva molto tempo per i suoi passatempi, la caccia, la musica, il teatro, la pittura. Succedeva che non stesse in casa per giorni, settimane, mesi, si recava in città ad assistere ai concerti, agli spettacoli, dormiva nei casini di caccia o nelle locande. E poi viaggiava, era stata a Parigi e Londra a Madrid o Budapest, aveva girato mezza Europa con la sua carrozza rosso ciliegia e il tiro a sei. Teneva al seguito tre domestici: due giovani ragazze per la toletta e le questioni femminili e un enorme africano muto, che conduceva la carrozza, portava i bagagli e sparava ai banditi quando attraversavano i boschi.


Terminata la funzione religiosa il Maggiordomo insistette per invitarla a pranzo. La villa era esattamente come la ricordava e una volta seduti all'ombra del portico il Maggiordomo si confidò. "Non avendo figli o mogli, Mr Slater ha fatto di me un uomo ricco: mi ha lasciato la villa e una parte della sue eredità.. mi occupo della casa come non fosse mia.. come se l'Economo fosse ancora tra noi.. Sentiremo molto la sua mancanza..ma ditemi di Voi, come state?..". Conversavano e ricordavano i tempi addietro. Dopo il pasto leggero, essendo piena estate, decisero di fare una passeggiata nel parco della dimora che Milady non ebbe mai occasione di visitare. Alberi secolari, filari di viti, alberi da frutta, i cavallini liberi di pascolare e correre, gli scoiattoli, i gatti a caccia di topi e lucertole. Per il Maggiordomo il vero motivo della passeggiata era sedersi accanto a Milady, sulla panchina tra le rose, alla prima svolta del labirinto che Mr Slater fece progettare da architetti venuti appositamente dall'Italia. Panchina che era il luogo degli incontri notturni tra il Maggiordomo e la servetta che anni prima gli si concedeva raramente ma il cui passatempo preferito era fargli le seghe e i pompini. Una volta all'ombra Milady si accorse di quanto effettivamente facesse caldo, senza pensarci allentò i lacci del corsetto, e il seno, non più adolescenziale, ebbe a occupare lo spazio di cui aveva bisogno, per cui la scollatura con le tette attaccate e premute era ora distesa e si vedeva il biancore della pelle tra le curve. Avendo studiato attentamente, attraverso il buco della serratura, le abili manovre di accerchiamento dell'inconsapevole maestro, il Maggiordomo non perse tempo e come un falco piombò dal cielo sull'ignaro topolino: con un movimento silenzioso e svelto coprì il quasi metro che li separava. Sedettero accanto qualche istante, l'uomo aveva effettivamente imparato molto dall'Economo e con la stessa sfacciataggine le spingeva, le premeva la gamba addosso e Milady, non più ingenua e non più ventenne, evitò di ritrarsi, ma anzi ostentava la sua femminilità ricambiando e premendo contro la gamba di lui. Stettero così per qualche minuto, l'attesa di sapere cosa sarebbe successo dopo altro non faceva che accrescere l'eccitazione. Si fissarono negli occhi, il Maggiordomo non batteva ciglio, Milady schioccò la lingua, accavallò le gambe e pose la mano in mezzo alle gambe di lui, con ancora i guanti gli accarezzò il membro e con le dita ne saggiava la durezza via via crescente. Il Maggiordomo ricambiava le palpatine accarezzandole un seno e titillandone il capezzolo col pollice. Le si avvicinò e le infilò la lingua nell'orecchio, un brivido la percosse e i capezzoli si fecero duri e gonfi. Si voltò e lo baciò. Un bacio porco, aggressivo, gli morse le labbra e gli cacciò la lingua in bocca. Il cazzo ormai fuori dalle brache era duro e pronto, Milady lo guardava con entusiasmo divertito. Si alzò e si addentrò nel labirinto. Poco oltre v'era una fontana in marmo, con una sirena seduta su dei delfini. Si sdraiò sul prato e si tolse le mutande. Il Maggiordomo la seguì e le si distese sopra, baciandola e stringendola, ciucciandola e leccandola. Grosse, sode e morbide allo stesso momento, coi capezzoli perfetti e rosei, tondi e deliziosi. Pensò a quanto si sarebbe incazzato il marito di lei se li avesse visti e senza dubbio gli avrebbe sparato in preda a una crisi di gelosia, non sapeva che invece l'ammiraglio lo usava praticamente solo per pisciare e che non gli importava nulla, o quasi nulla di essere cornuto. Si fece strada tra le sottane e una volta palesata le baciò la fica, le dilatò le labbra con le due dita e succhiava il clitoride come fosse un frutto dolce e succoso. Milady rideva, non tanto dell'uomo che aveva tra le gambe ma di se stessa e perchè ammetteva quanto fosse troia. Anche di questo Mr Slater sarebbe stato orgoglioso, dopotutto se era troia era merito suo. Il Maggiordomo fu sorpreso nel vederla ridere e ne fu scoraggiato, non capiva se si stesse beffando di lui, per cui l'erezione scese e il pisello adesso penzolava moscio e ridicolo. Milady ne fu dispiaciuta, lo fece sdraiare e prese a spompinarlo finchè non gli ritornò duro. Gli fu sopra e lo cavalcò. L'uomo la teneva stretta per le chiappe e ad ogni affondo la scuoteva e se la strusciava addosso, lei si spremeva i seni e tormentava i capezzoli. Stava per venire e la spinse via, si aspettava che Milady lo facesse sborrare con la bocca o con le mani ma nulla, stettero sdraiati sull'erba, in attesa. Non ancora sazia, si girò e si mise in ginocchio, mostrandogli ben bene il culo e la fica. "Scopami dove vuoi". Cominciò a ispezionarle il buco, con un dito, due, tre. Non era certo una novità, per lei, fatto sta, che con la bocca spalancata e il viso premuto sull'erba, si fece sbattere nel culo come una cagna.


Nel frattempo la servitù in cucina si dava da fare a lavare stoviglie e utensili, e l'africano, inadatto ai compiti della cucina, uscì a cercare la padrona per ascoltare gli ordini sul da farsi. Non potendo parlare, in compenso aveva un udito straordinario e capì che l'avrebbe trovata nel labirinto, perciò vi entrò e quando li vide cercò di sparire lentamente. Milady lo invitò ad avvicinarsi. Il muto, dopotutto, non l'avrebbe detto a nessuno. Imbarazzato e incredulo si avvicinò, lei prese a ciucciarsi il pollice fissandolo. L'uomo che era solo muto e non deficiente, capì e si slacciò la cintura, depose pistole e spada e la accontentò. Tirò fuori l'uccello ed era talmente grosso che Milady sbavò. Si stupì di se stessa per non aver mai preso in considerazione l'eventualità di farsi sbattere da quell'omone nero e grosso come un orso, che tante volte aveva salvato il marito, nelle battaglie in marina, pensò a quante occasioni erano andate perse, a tutte le volte che il muto l'aveva accompagnata a caccia e si erano trovati da soli. Pensò al marito, provava affetto per lui ma i lunghi anni in nave l'avevano reso un uomo incapace di stare con una donna, se non per le questioni pratiche. Così vagava col pensiero, mentre ciucciava quell'enorme cazzo nero e sculettava sulla minchia del Maggiordomo.


"Non sono ancora così troia.", si ammonì.
"Devo migliorare.", si promise.

Gemeva e si dimenava come avesse le fiamme in corpo e per non mandare gridolini si zittiva spingendosi in bocca quel mostruoso pisello nero, fino in gola e finchè non le uscivano le lacrime. L'africano per una vaga forma di cortesia e rispetto verso la sua padrona fece per venire fuori, sull'erba, ma Milady svergognata lo volle ancora in bocca e riprese l'esercizio. Ricevette una sborrata così abbondante che lei ne fu estasiata e quasi si strozzò per i fiotti e gli schizzi, ingoiò tutto e nonostante le palle grosse e nere dell'africano fossero ormai vuote, continuò a sbocchinarlo finchè anche il Maggiordomo non ebbe a liberarsi i coglioni. Il muto si rivestì in fretta e sparì di corsa oltre le siepi, il Maggiordomo, lentamente andò alla fontana a sciacquarsi le palle e lavarsi le mani. Lei ancora sdraiata in terra, a pancia in giù, guardava l'erba e ascoltava lo scrosciare dell'acqua. Chiuse gli occhi e si godeva quell'attimo di riposo dopo quell'abbuffata di sesso. Sentì lo sperma colarle fuori dal culo, per cui si alzò e si andò a lavare, entrò nell'acqua, si accovacciò e si deterse. I pesci spaventati si allontavano e lei li guardava come fossero tanti cazzi che nuotavano. Uscì dalla fontana e chiamò la domestica.


La giovane cameriera arrivò di corsa e visibilmente preoccupata le chiese se stesse bene. "Sto benissimo, non tenemere bambina mia..." Milady era sempre dolcissima. Diede disposizione che essendo ormai tardi non avrebbero viaggiato di notte, che bisognava condurre i cavalli nelle stalle e che sarebbero partiti l'indomani all'alba. Dopo aver cenato e dopo il sorbetto di limoni, chiese il permesso di poter vedere ancora una volta lo studio dell'Economo, vi fu condotta e una volta sola passò un dito sulle mensole stracariche di libri. Non un filo di polvere. Tutto era come dieci anni prima, il tempo non aveva eroso quella stanza. Trovò quello che cercava, lo sfilò e aprì. Vi trovò un biglietto e riconobbe la calligrafia eccellente dell'Economo. Lesse in fretta, rilesse lentamente, assaporò ogni parola. Si sedette sulla poltroncina e sorrise. La mattina dopo, al momento dei saluti il Maggiordomo le diede un pacchetto dicendo che Mr Slater aveva più volte espresso il desiderio che fosse Milady a ricevere quel regalo. Nella carrozza lo aprì. Era quel piccolo elefante d'avorio.
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